Il Dio Trinitario
Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia
Prima Parte (1/7)
Al mio venerato Maestro Padre Roberto Coggi, OP
Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre
Eb 13,8
Se qualcuno vi predica un Vangelo
diverso da quello che avete ricevuto,
sia anatema!
Gal 1,9
Introduzione
Come annunciare il mistero Trinitario?
Le parole del Signore sono molto chiare: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 19-20).
È evidente che Cristo dà agli Apostoli il compito di insegnare a tutte le genti la sua dottrina o, come si esprime Gesù, le sue «parole», ossia un complesso di nozioni immutabili, da approfondire continuamente, concernenti il mistero Trinitario e i doveri della vita cristiana, da praticare sempre meglio, fino alla fine del mondo: un complesso o insieme di proposizioni o nozioni o verità immutabili ed universali, tra le quali culminano quelle che riguardano Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
San Francesco Saverio racconta la facilità con la quale i fanciulli giapponesi imparavano la dottrina Trinitaria e il desiderio di apprenderla. Che cosa potevano capirci? E come mai questo desiderio di apprendere? Che ne sapevano delle processioni divine, della distinzione fra natura e persona, degli atti nozionali o della nozione di relazione sussistente?
Come mai, successivamente tanti martiri avrebbero dato la loro vita per testimoniare quel Mistero? Come mai, viceversa, i Musulmani da14 secoli e gli Ebrei da 2000 anni si rifiutano tuttora di credere nel Dio Trinitario? Perché oggi i missionari non riescono ad ottenere quel successo che ottenne Francesco Saverio? Come mai oggi nella Chiesa sono risorte tutte le antiche eresie che negavano o falsificavano il mistero Trinitario? Confesso che non vi so rispondere. Non sono io a guidare la Chiesa e non conosco il segreto delle anime.
Non c’è bisogno di dare una risposta, salvo che non si tratti di fatti dove è possibile riconoscere la responsabilità umana nel bene come nel male. Si può immaginare che un missionario santo ottenga più successo di un missionario impreparato. Ma non è detto. Può aver successo più il secondo che il primo. Di una cosa però sono sicuro: del mio dovere di annunciare il mistero Trinitario sforzandomi di essere il più fedele possibile alle parole di Cristo, al Magistero della Chiesa e all’esempio dei Santi.
Farò tutto il possibile per rendermi comprensibile e persuasivo, per sciogliere le difficoltà, confutare gli errori, illustrare la verità. Quanti mi ascolteranno? Non lo so. Vedo comunque che il mio blog arriva anche in Cina e in Giappone: dieci, venti, trenta persone. Va bene così: io sono uno strumento nelle mani del Signore. Sta a Lui fare di me quello che vuole. Detto questo, cominciamo.
Comincio col ricordare che i dogmi cristologici di Nicea e di Calcedonia sono stati definiti rispettivamente nel IV e nel V secolo con l’uso di alcuni termini come usìa, hypostasis, prosopon, fysis, che in latino sono stati resi rispettivamente con natura, substantia, persona.
Questi termini hanno mantenuto il loro significato? O si possono usare altre parole? I concetti che esprimono i dogmi sono sempre gli stessi? Quei concetti valgono anche oggi? Qui purtroppo è sorto un equivoco, per avere confuso il pensiero col linguaggio.
Il Concilio Vaticano II ci ordina di esprimere il contenuto dei dogmi in un linguaggio moderno, comprensibile dagli uomini d’oggi, tenendo conto del pensiero moderno. Benissimo. Cosa più che giusta. Senonchè che cosa è successo? Che i modernisti, per i quali non esiste una verità immutabile ma tutto è nella storia, e pertanto i concetti e i dogmi nel trascorrere del tempo mutano o cambiano di senso, col pretesto che occorre usare linguaggio e concetti moderni, confondendo pensiero e linguaggio, concetto e parola, hanno elaborato la loro famosa distinzione di origine kantiana fra trascendentale atematico preconcettuale esperienziale e «oggettivazione» concettuale-categoriale-tematica, asserendo che la verità cristiana percepita globalmente nell’esperienza trascendentale immutabile ed assoluta, viene espressa in diversi linguaggi che sarebbero i concetti.
Per questo, secondo loro, si potrebbe esprimere il medesimo mistero cristologico e trinitario con diversi concetti nel tempo e nello spazio. E concludono: così come a Nicea e a Calcedonia sono stati usati i concetti di allora, oggi dobbiamo usare i concetti di quella che essi chiamano «filosofia moderna», che non è altro che il pensiero di Lutero e di Cartesio così come si sono sviluppati nell’idealismo tedesco fino a Marx, Gentile, Husserl, Heidegger e Severino. Ma questa è un’enorme impostura. Il pensiero di Cartesio in realtà, non modernizzò affatto la filosofia, ma la guastò sotto l’influsso (inconsapevole) del soggettivismo scettico protagoreo e dell’idealismo parmenideo, già a suo tempo confutato da Aristotele.
È vero che dobbiamo assumere il pensiero moderno e usare il linguaggio moderno. Ma la sana modernità in filosofia è quella dei tomisti moderni, come un Garrigou-Lagrange, un Maritain, un Congar, un Boccanegra, un Coggi, uno Spiazzi, un Gilson, un Parente, un Nicolas, un Patfoort, un Perini, un Tyn e tanti altri, che hanno saputo affrontare la modernità e secernere il vero dal falso alla luce del pensiero di San Tommaso. È questo che la Chiesa chiede di fare a partire da Leone XIII per arrivare a Leone XIV.
Prima allora di mettere in luce quelli che sono i veri contenuti dei suddetti dogmi, occorre sgomberare il terreno da alcuni pregiudizi e metodi sbagliati, che non conducono alla verità e non fanno conoscere il vero contenuto dei dogmi. Cominciamo pertanto con una prima parte metodologica per passare alla parte contenutistica.
La conoscenza della verità circa il mistero trinitario e dell’Incarnazione è indispensabile per la nostra salvezza. Rifiutare volontariamente la verità di questi misteri che Cristo ci ha rivelato e ci sono interpretati dalla Chiesa, ha come conseguenza la nostra eterna dannazione.
Viceversa la loro verace conoscenza con la conseguente pratica dei doveri morali che ad essa conseguono, ci libera dai nostri peccati e dalla schiavitù di Satana, guarisce le ferite della nostra natura, ci rende per grazia figli di Dio, eredi della vita eterna. Sulla conoscenza di questi misteri non ci potremmo mai fermare abbastanza. Nell’approfondimento di questi misteri sta la vera gioia del nostro spirito e dalla loro conoscenza si traggono copiosissimi frutti di opere buone e di santità.
Attorno ad essi ci giochiamo il nostro destino eterno: la conoscenza e la messa in pratica della loro verità ha per conseguenza la nostra gloria eterna in paradiso; sbagliare volontariamente su di essi ha per conseguenza l’eterna dannazione.
Nell’analisi di questi misteri il raggiungere idee massimamente astratte, se questa astrazione è ben compiuta, non è una perdita di tempo, non è un lusso per intellettuali, non è un’esibizione di genialità, non ci porta fuori della realtà, ma al contrario ci conduce alla massima concretezza pratica ed esistenziale. Questi misteri sono disprezzati o falsificati dagli empi e dai superbi, mentre sono il cibo dei poveri, dei piccoli, degli umili, degli angeli e dei santi.
Soffermarsi con la massima attenzione su quanto su questi misteri ci dice Cristo in Se stesso o per mezzo della Chiesa, fermarsi con venerazione su ogni parola ed ogni concetto, operare le necessarie distinzioni, eliminare o evitare fraintendimenti e confusioni non è un inutile sottilizzare, non è un semplice esercizio di scuola, non è un vagare fra le astrazioni, non è un lavorare con delle semplici parole, non è un’elucubrazione gnostica, ma è il compito più prezioso, importante e fruttuoso che la nostra intelligenza possa compiere, condizione indispensabile perché la nostra volontà sappia qual è il nostro vero bene e lo possa mettere in pratica.
Nella conoscenza verace del mistero Trinitario e dell’Incarnazione sta la via per raggiungere la nostra beatitudine e la nostra salvezza eterna. Sottovalutare, disprezzare, rifiutare, trascurare la conoscenza di questi misteri, avendone conosciuto la credibilità e l’importanza, è segno di superbia e soggezione agli inganni del demonio.
Falsificare coscientemente e volontariamente questi misteri, renderli spregevoli, assurdi ed odiosi e ingannare le anime su questa materia è la più grave perfidia e mancanza di carità che si possa commettere contro il prossimo. Essere ingannati dall’eresia su questi misteri è la sventura più grande che ci possa capitare. Illuminare e disingannare le anime e liberarle dall’errore in questa materia, saper suscitare in esse il più grande interesse per questi misteri, sono il servizio e la diaconìa di carità più utile che si possa rendere al prossimo. I frutti di carità che nascono da una vita cristiana profondamente illuminata e animata da questi misteri sono i più copiosi che si possano immaginare e sono i segni della grande santità.
C’è un’altra considerazione da fare. La cultura moderna è particolarmente interessata a quello che è stato lo sviluppo storico del pensiero. Per questo è interessante sapere come la Chiesa attraverso il succedersi dei Concili, nella perfetta fedeltà e custodia della Parola di Dio e del deposito rivelato, quindi nella perfetta stabilità, continuità e indefettibilità dottrinale, soprattutto Nicea del 325, Costantinopoli del 381e Calcedonia del 451, ha progredito nella conoscenza delle medesime verità di fede, nella concettualizzazione e nell’espressione linguistica di quei misteri.
Tale progresso nella continuità è avvenuto per chiarimento, precisazione, esplicitazione e spiegazione delle nozioni iniziali rivelate da Cristo con l’aggiunta di nuovi concetti e termini, i quali sono serviti a chiarire il significato dei concetti iniziali, che in quanto concetti di realtà immutabili, sono rimasti sempre gli stessi, con lo stesso senso e significato, «in eodem sensu atque sententia», come osservò già a suo tempo San Vincenzo di Lerino.
Questo è stato il vero progresso dogmatico, che fu a suo tempo spiegato nel suo funzionamento dai teologi domenicani Reginaldo-Maria Schultes[1] e Francisco Marín-Sola[2], i quali hanno confutato la teoria modernista del progresso dogmatico basato sulla falsa idea della mutabilità del concetto e quindi della verità, come appare oggi in Schillebeeckx e Rahner.
È interessante notare il lavoro che la Chiesa ha fatto per trovare la distinzione terminologica: già nel secolo IV, la Chiesa latina aveva trovato il suo binomio: natura o substantia e persona, proposto da Tertulliano, mentre la Chiesa greca faticò maggiormente a stabilizzare il linguaggio. Iniziò col Concilio di Nicea a porre come sinonimi usìa e ypostasis, per indicare la sostanza o natura divina, mentre non aveva ancora un termine per indicare la persona. A Calcedonia i Padri del Concilio decisero di usare la parola fysis per indicare la natura, l’usìa.
Quindi a Calcedonia i Padri si accordarono, per creare come sinonimi usìa e fysis, mentre la persona diventò l’hypostasis o prosopon. Nel sec. V Boezio per definire la persona umana trovò il temine substantia, da cui San Tommaso ricavò subsistentia, che è l’essere in sé proprio della sostanza, che in quanto spirituale, è la persona, mentre l’inhaerentia è propria dell’accidente.
I Padri ricorsero alla distinzione tra sostanza e accidenti. E si posero la domanda: la persona divina è sostanza? No, perché la sostanza è l’unica natura. Tuttavia la persona è un sussistente. Ora dove trovare la categoria giusta? Se non accettiamo la sostanza ci rimane l’accidente. Di fatti tra gli accidenti c’è la categoria della relazione. E questa è l’accidente. Allora che cos’hanno fatto i Padri? Hanno promosso l’esistenza dell’accidente dall’inerenza (esse in) alla sussistenza (esse in se). E così ottennero il concetto di Persona divina, persona che evidentemente è ben diversa dal modo col qual noi siamo persone, perchè noi lo siamo come sostanze e non come relazioni sussistenti.
Restava dunque da definire il concetto di persona divina che non poteva essere una sostanza, altrimenti si confondeva con la natura e avremmo avuto tre Dèi. Sant’Agostino aveva elaborato il concetto di relatio subsistens, accolto da San Tommaso. Tale concetto fu dogmatizzato dal Concilio di Firenze del 1442, quando ormai i Greci si erano separati dalla Chiesa Romana, per cui le Chiese Ortodosse non hanno mai ufficialmente riconosciuto questo dogma e sono rimaste all’hypostasis, col rischio di creare tre sostanze, se non fosse che restava il divieto di Calcedonia.
Ma non sono mai riusciti a comprendere veramente questo concetto di relazione sussistente e a parlare di pros ti yparcon, quella che il Concilio di Firenze chiama relationis oppositio, che significa opposizione di relazione. Essi preferiscono distinguere le persone in base alle appropriazioni che troviamo nel Nuovo Testamento, piuttosto che in base all’origine, che porta al concetto di relazione sussistente.
Ma così essi rischiano il triteismo, e si attenua la distinzione fra natura e persone. L’unità divina certo è mantenuta, ma sembra più il risultato dell’unione delle persone, che il fondamento della Triade. Per questo, mentre noi Latini poniamo l’unità e su questa base di sostanza o natura edifichiamo la dottrina della Trinità, essi pongono la Trinità e su questa base mostrano l’unità.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato,12 dicembre 2025
Soffermarsi con la massima attenzione su quanto su questi misteri ci dice Cristo in Se stesso o per mezzo della Chiesa, fermarsi con venerazione su ogni parola ed ogni concetto, operare le necessarie distinzioni, eliminare o evitare fraintendimenti e confusioni non è un inutile sottilizzare, non è un semplice esercizio di scuola, non è un vagare fra le astrazioni, non è un lavorare con delle semplici parole, non è un’elucubrazione gnostica, ma è il compito più prezioso, importante e fruttuoso che la nostra intelligenza possa compiere, condizione indispensabile perché la nostra volontà sappia qual è il nostro vero bene e lo possa mettere in pratica.
Nella conoscenza verace del mistero Trinitario e dell’Incarnazione sta la via per raggiungere la nostra beatitudine e la nostra salvezza eterna.
[1] Introductio ad historiam dogmatum, Lethielleux, Paris, 1922.
[2] La evolución homogenea del dogma católico, BAC, Valencia 1963.

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