Visualizzazione post con etichetta Analogia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Analogia. Mostra tutti i post

08 maggio, 2026

Il significato analogico dei titoli mariani nelle litanie del Rosario

 

Il significato analogico

dei titoli mariani nelle litanie del Rosario

Come sanno i devoti della Beata Vergine Maria, il mese di maggio è particolarmente a Lei dedicato con l’esercizio della pratica del Rosario. L’iniziativa di tale pratica, secondo quanto ci giunge da una venerabile tradizione, è da farsi risalire ad alcuni novizi domenicani italiani del sec. XV, i quali, per onorare degnamente la Santissima Madre di Dio ed esprimere la loro viva devozione ed ardente affetto per Lei, ebbero l’idea di ispirarsi all’uso dei giovani di allora di far dono di una corona di rose alla loro bella nel mese di maggio.

Pensarono allora di assumere quella pratica con una felice trasposizione simbolica, dandole un significato mistico e chiamando così per similitudine «Rosario» la recita di 150 Ave Maria in onore e lode della Beata Vergine. Nel secolo XVI vennero poi aggiunte le litanie cosiddette «lauretane», perché questa pratica aveva avuto inizio nella Santa Casa della Madonna a Loreto. I Domenicani affiancarono poi a questa serie di invocazioni litaniche un’altra collezione da loro ideata di100 litanie.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-significato-analogico-dei-titoli.html


 

Nel cristianesimo l’uomo in grazia, e grazie a Cristo, pur restando uomo, fragile, mortale e peccatore, partecipa in vari modi e gradi alla vita divina assumendo una vita soprannaturale, la vita di grazia, simile alla vita di Dio stesso. 
 
Questo è il miracolo del cristianesimo.  
 
 
 
 Immagine da Internet:
-  Litanie, Basilica Santa Maria delle Grazie, Brescia

16 aprile, 2026

Padre Tomas Tyn sulla creazione - Prima Parte

 

Padre Tomas Tyn sulla creazione

 Prima Parte

 

Il concetto di creazione è una nozione fondamentale della fede cristiana e della sapienza filosofica.

Gli antichi pagani, compreso Aristotele, non riuscirono a capire come Dio sia il Creatore del mondo. Per questo di fatto l’umanità ha scoperto il Dio Creatore soltanto nella Rivelazione biblica.

Questa nozione permette di distinguere Dio dal mondo. Nella cultura di oggi c’è la tendenza da una parte a sacralizzare il mondo, che viene sostituito a Dio, ma dall’altra si è diffusa una concezione di Dio talmente immerso nella storia da identificarsi con la storia.

Nell’uno e nell’altro caso, sia che il mondo venga divinizzato o che Dio venga mondanizzato, è evidente il risultato panteistico o ateistico di questa concezione della realtà. È dunque più che mai urgente chiarire che cosa è la creazione divina, in modo da sapere quale è il vero Dio, senza confonderlo con il dio di questo mondo.

Padre Tyn, da grande maestro, ci guida sul sentiero della verità. Egli ci chiede un certo sforzo mentale, ma possiamo dire che ne vale la pena, pensando alle parole del Signore quando ci invita ad entrare attraverso la porta stretta.

...

 II. PARTECIPAZIONE AL SOMMO ENTE

a. Nella linea dell’essenza. Le idee

1) In Dio la creatura è Dio

            208. Vi è un celebre passo in cui S. Tommaso afferma la dipendenza dell’essenza da Dio tramite l’essere. Dato che la creazione termina all’essere, sembrerebbe che l’essenza finita, esterna, per così dire, all’essere, non sia affatto creata. Invece proprio ricevendo l’essere, e solo così, anche l’essenza è e, in quanto è, è creata, posta in esistenza da un essere ricevuto dall’altro. «Ex hoc ipso quod quidditati esse attribuitur, non solum esse, sed ipsa quidditas creari dicitur: quia antequam esse habeat, nihil est, nisi forte in intellectu creantis, ubi non est creatura, sed creatrix essentia».

 Continua a leggere:

 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/metafisica-della-sostanza.html


 

08 dicembre, 2024

Dialettica e diabolica - Il progetto di Hegel - Seconda Parte (2/4)

 

Dialettica e diabolica

Il progetto di Hegel

 
Seconda Parte (2/4)
 

Il bisogno di Hegel

A differenza di filosofi come Aristotele o San Tommaso il cui bisogno è quello della verità, il bisogno fondamentale di Hegel è un bisogno di unità. Hegel non sente il bisogno di adeguare il proprio pensiero a una realtà esterna già data, dalla quale dedurre poi la causa prima. Il suo bisogno fondamentale non è quello di vedere, ma di organizzare in unità. Non gl’interessa la molteplicità degli enti, ma la totalità (Ganzheit) raccolta nell’Uno. In ciò assomiglia a Plotino.

Hegel sa che l’Assoluto è uno solo, ma sbaglia nella sua volontà di unificazione dell’essere al nulla, del vero al falso e del bene al male, quando invece sappiamo che l’essere si oppone al non-essere, il vero al falso, il bene al male. La vera conciliazione concilia il conciliabile, non l’inconciliabile. È proprio l’amore per l’unità, per la pace e la concordia che giustifica l’opposizione del paradiso all’inferno. Hegel serve a due padroni proprio perché il suo Assoluto mette assieme Dio col diavolo.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/dialettica-e-diabolica-il-progetto-di_7.html

Ad Hegel manca il concetto platonico dell’essere per partecipazione, la metessi, che si distingue dall’essere per essenza. Egli dispone solo del concetto di parte relativa al tutto, concetto, questo, proprio della fisica e della matematica, che non è sufficiente in metafisica, ossia nel campo dell’essere, dove occorre formare un concetto analogico di parte, ossia appunto l’essere per partecipazione, altrimenti si finisce come Parmenide per concepire l’universo non come un insieme di enti, ma come un unico tutto intero, come una torta o una mela da tagliare a fette.

Hegel infatti non si è accorto che è stato Aristotele a farci comprendere l’intellegibilità del divenire senz’alcun bisogno di un’impossibile contradditorietà della realtà, ma nel pieno rispetto del principio di non-contraddizione, fino a darci la possibilità di istituirne la scienza, che è appunto la fisica, che a sua volta consente il dominio e l’utilizzazione della natura per i bisogni umani e quindi l’istituzione della tecnica.

Infatti, come è noto, per Aristotele il divenire non è altro che l’atto dell’ente in atto che passa dalla potenza all’atto. Ciò suppone le due nozioni ontologiche di atto e potenza, che purtroppo sono sfuggite ad Hegel. Egli ha avuto un forte senso della potenza attiva, ma ha ignorato quella passiva, necessaria per concepire la materia come soggetto della forma. 

Immagine da Internet: La saggezza dà ad Aristotele la chiave del tesoro della ragione

10 marzo, 2024

L’avventura della metafisica - Parte Terza (3/6)

 

L’avventura della metafisica

Parte Terza (3/6) 
 

Seconda parte

L’abuso del termine «metafisica» e i concetti errati di metafisica

 

 Guglielmo di Ockham

Il singolo al posto dell’universale

Dopo San Tommaso, iniziatore di quella sana metafisica, che è raccomandata dalla Chiesa e coltivata dai suoi discepoli, soprattutto domenicani fino ai nostri giorni, la metafisica cominciò a decadere in altri ambienti della Chiesa perdendo la sua perfezione e consentendo il verificarsi di difetti ed antinomie che Tommaso aveva saputo evitare.

Essa continua a definirsi come scienza dell’ente, ma non si tratta più dell’ente analogico del quale tratta Tommaso, bensì dell’ente univoco del Beato Duns Scoto e dell’ente univoco-equivoco di Guglielmo di Ockham. Il concetto dell’ente comincia ad interessare più dell’ente stesso. Si comincia a dare più importanza all’esperienza sensibile che all’intelletto.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/lavventura-della-metafisica-parte-terza.html

La metafisica decade dalla sua nobiltà e dalla sua fondatezza, diventa incerta e scende al livello della logica, della matematica o della fisica o addirittura, come avviene in Ockham, della grammatica e del linguaggio. 

Non si tratta più di vedere l’ordine dell’essere, ma di rispettare le regole della grammatica, dell’analisi logica e della sintassi.

Per parlare di metafisica ci si accontenta di poco: basta entrare nel mondo del metasensibile della matematica, degli enti di ragione, della logica e della sintassi delle proposizioni, non certo nel mondo dello spirito, terreno proprio della metafisica, per credere di aver raggiunto il vertice e il culmine invalicabile della filosofia teoretica.

Ockham, con l’orientare la metafisica verso l’individuo anziché vero l’ente, conferisce alla metafisica una svolta individualistica, che le fa dimenticare l’universale. L’io comincia e ripiegarsi su se stesso. L’impostazione empiristica e l’eccessiva cura utilitaristica per il concreto esistente, lo spinge a restringere e ad abbassare l’orizzonte del pensiero, il quale per la verità può formare una scienza dimostrativa solo basandosi sull’essenza universale, e superando la sensibilità per elevarsi dimostrativamente al grado supremo dell’ente e dell’essenza, che è Dio, singolare sì, ma nel contempo universale e spirituale principio di tutto il reale.

Immagine da Internet:
- Guglielmo d'Ockham

11 febbraio, 2024

Mediatori di pace - Seconda Parte (2/4)

 Mediatori di pace

Seconda Parte (2/4)

 Seconda parte. Come risolvere il problema

Che cosa occorre al mediatore di pace

per essere costruttore di pace

L’etica cristiana ha tra i principali suoi obbiettivi l’edificazione della pace e della riconciliazione: dell’uomo con Dio e degli uomini fra loro. Per ottenere questo scopo il cristiano deve sconfiggere i nemici della pace: la falsità, il peccato, la malizia, la carne, il mondo e Satana. Se il cristiano facesse pace con questi nemici non sarebbe vero amico della pace, ma una persona doppia e disonesta. Non si può stare ad un tempo con Cristo e con Satana. Non si può adorare ad un tempo Dio e il mondo.

La pace è dunque sì frutto del dialogo, della discussione, della trattativa, della mitezza, della dolcezza, della carità, della pazienza, del sacrificio, della giustizia, della misericordia, e del buon esempio, ma è anche effetto della vittoria e dell’assoggettamento dei nemici della pace, affinchè cessino di disturbare e dividere i pacifici mettendoli gli uni contro gli altri.

La pace per la Scrittura è in ultima istanza un dono messianico, è la condizione escatologica del cristiano al di là dei conflitti e delle miserie della presente vita morale, sofferente delle conseguenze divisive del peccato originale, benchè fin da ora sia possibile e doveroso iniziare nella Chiesa l’edificazione della pace escatologica. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/mediatori-di-pace-prima-parte-24.html


Dialettica ed analettica sono due opposti modi di pensare e di procedere nel pensare basati su due opposte concezioni dell’essere. La dialettica si basa su di una concezione univoco-equivoca dell’essere. Essa concepisce l’unità e l’identità come univoca e il molteplice-diverso come equivoco, in modo tale che per distinguere e diversificare, separa e contrappone; e non sa unire; e invece di unire, confonde. Ne risulta che il falso e il male non è che il diverso. Mentre il diverso è il falso, il male, il nemico, l’odioso da eliminare ed escludere.

L’etica che nasce da questa orribile concezione dell’essere non può che essere l’etica della violenza, e quindi della distruzione dell’altro, un’etica che esclude l’altro per principio, proprio in quanto altro, e include ciò che dovrebbe essere escluso ed evitato, ossia il falso, il male, legittimando il peccato.

Come invece funziona l’analettica? Che cosa è l’analettica? È il ragionare analogico o per analogia, in base all’analogia dell’essere. Questo concepire e questo ragionare sa cogliere nella Chiesa l’unità nella varietà o nella molteplicità. Sa che cosa non muta e che cosa può mutare. Distingue l’universale dal particolare, il necessario dal contingente, l’essenziale dall’accessorio.

Immagini da Internete:
- La lettrice, Jean-Honoré Fragonard, 1776, Washington
- Aracne (o La Dialettica), 1575-77, Il Veronese, Venezia

03 dicembre, 2020

Il dogma del paradiso terrestre - Parte Terza (3/4)

 

 Il dogma del paradiso terrestre

Parte Terza (3/4)

Il luogo empirico, il luogo edenico, il luogo paradisiaco

Sia per il paradiso terrestre, sia per il paradiso celeste o «cielo» si pone il problema della nozione di luogo. Il paradiso terrestre, da come è presentato dall’agiografo, sembra essere un luogo di questa terra. Ma nel contempo appare come un luogo così privilegiato e in armonia con l’uomo in una meravigliosa perfezione e pienezza di vita, ossia Adamo ed Eva, che, dopo il peccato e la cacciata di essi da quel luogo, si presenta come un luogo del tutto irraggiungibile.

La nozione di luogo è ricavata dalla più comune ed elementare esperienza quotidiana: ogni cosa è posta in un luogo, è circoscritta da un luogo nello spazio, s’intendono i corpi, le cose materiali. Ma quando la Rivelazione parla dell’Eden, del paradiso, dell’inferno e del purgatorio come di «luoghi», che cosa intende per luogo? Perché usa questo concetto?

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-dogma-del-paradiso-terrestre-parte.html 

Non è immaginabile un corpo che non sia in un luogo. Per questo, pensando a Cristo e alla Madonna, ci viene spontaneo chiederci dove sono. La Chiesa risponde: in cielo, in paradiso. Dunque in cielo c’è un ambiente fisico? Dobbiamo rispondere di sì. 

I progenitori avevano un potere sull’intero universo, anche quello che si trovava al di fuori del giardino edenico? La cosa è possibile. 

 A questo punto sorge un’altra domanda: ma allora tra noi qui sulla terra e il luogo celeste c’è una data distanza? Dobbiamo rispondere che il luogo terreno e il luogo celeste sono incomunicabili, perché non sono posti sullo stesso piano ontologico. Dunque tra luogo terreno presente e luogo celeste c’è solo una analogia, non una univocità. 

23 ottobre, 2020

Luigino vorrebbe avere lo stesso nome di Dio

 Luigino vorrebbe avere lo stesso nome di Dio

Luigino fa un rovinoso ruzzolone

Luigino Bruni nel suo articolo Con lo stesso nome di Dio, pubblicato in Avvenire del 18 ottobre scorso, prosegue nel tessere le lodi di Dio commentando il Salmo 147:

«“Alleluia. È bello cantare inni al nostro Dio: è dolce innalzare la lode. Il Signore ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi di Israele; risana i cuori affranti a fascia le loro ferite. … Intonate al Signore un canto di grazie, sulla cetra cantate al nostro Dio” (Salmo 147, 1-7). È bello cantare inni al Signore. È bello è buono lodare Jahvè, è bello e buono per Dio, ma è bello e buono anche per noi». «Dopo averci donato fin qui parole bellissime su Dio e su di noi, il Salmo termina lodando direttamente la parola, e l’Alleanza e la Legge che ne sono il culmine (147, 19-20). La parola è vista come un messaggio inviato per noi, una intelligenza che ci fa scoprire l’ordine e il senso della creazione: “manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce” (147,15). La parola è anche logos, è ragionamento e ordine. Israele ha stimato la parola in una misura altissima e per noi oggi incomprensibile. Ne ha fatto esperienza straordinaria con i Patriarchi, con Mosè e i profeti – “… e c’era soltanto una voce”. Dovendo rinunciare all’immagine di Dio, ha maturato un’immensa competenza sulla parola, ha dovuto imparare a disegnare Dio con le parole, ha scoperto mille dimensioni nascoste dentro la parola biblica e nelle parole umane».

Senonchè, però, Luigino sembra ricadere in quel suo concetto di «reciprocità» dei suoi articoli del maggio-giugno scorso, per la quale egli sente Dio come una persona alla pari di lui, con difetti e pregi come lui, un amico col quale realizzare uno scambio, un arricchimento e una correzione reciproci, dimenticandosi che se Luigino dipende da Dio, Dio non dipende da Luigino. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/luigino-vorrebbe-avere-lo-stesso-nome.html 



Il Nome divino è, secondo l’inno cristologico della Lettera ai Filippesi, «il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9), che Dio Padre riserva solo al Figlio. E quindi è solo al Figlio e non all’uomo che Dio Padre comunica il proprio Nome. 

Immagine da internet