Il confronto del bene col male - La volontà umana e la volontà divina - Sesta Parte (6/6)

 

Il confronto del bene col male

La volontà umana e la volontà divina

 

Sesta Parte (6/6)

Che cosa è l’eresia?

Dell’eresia si potrebbe dare una definizione semplicissima: è il rifiuto in un cristiano di una verità di fede ovvero di una dottrina di Cristo interpretata dalla Chiesa nel dogma.  Oppure più semplicemente si tratta di una dottrina falsa in materia di fede. Questo rifiuto può venire da un non cristiano o da un cristiano. Nel primo caso può essere incolpevole. Si tratta della cosiddetta «eresia materiale». Nel secondo esso invece è facilmente colpevole.  Qui abbiamo l’«eresia formale».

L’eresia, oltre ad essere una proposizione errata nel campo della fede e a rivestire una connotazione di colpa morale, si configura anche nel campo del Diritto canonico (can.1364) come un delitto penalmente perseguibile.

Così il Diritto canonico del 1917 definisce l’eretico: «l’eretico è colui che, dopo aver ricevuto il battesimo, conservando il nome cristiano, pertinacemente nega o mette in dubbio qualcuna delle verità da credersi con fede divina e cattolica» (can. 1325, §2). Il Codice del 1983 definisce l’eresia i questi termini: «l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica o il dubbio ostinato su di essa» (Can.751).

Secondo San Tommaso l’eresia è «quella specie di infedeltà che riguarda coloro che professano la fede di Cristo, ma corrompono i suoi dogmi».[1] L’eresia, spiega l’Aquinate, «è una falsa opinione concernente le verità di fede. Ad essa qualcosa può riferirsi in due modi: o direttamente e principalmente, come quando c’è in gioco un articolo di fede oppure indirettamente e secondariamente, quando si tratta di cose alle quali segue la corruzione di qualche articolo di fede»[2].

Tommaso fa notare che circa le questioni di fede, quando non è certo se una cosa è o non è di fede, c’è libera discussione fra i teologi. Se invece uno mantiene il proprio parere contro la sentenza pronunciata dalla Chiesa, in tal caso è eretico[3].

Per il Nuovo Testamento, come la fede e quindi il dogma è luce che guida alla salvezza, così chi è eretico o vittima dell’eresia si trova nelle tenebre e non sa dove va. La fede concede il dono della vista delle verità che salvano. L’eresia rende ciechi o dà solo l’illusione di vedere, ma in realtà chi la accoglie è cieco e non vede la via della salvezza.

La più grande disgrazia che ci possa capitare è quella di sbagliarci in materia di fede. Il più grave danno che possiamo fare al prossimo è quello di ingannarlo in materia di fede. Come dice San Tommaso, la più grande opera di misericordia che possiamo fare a favore del prossimo è quella di condurlo dalle tenebre dell’errore alla luce della verità.

La Lettera apostolica di San Giovanni Paolo II Ad tuendam fidem del 1998 stabilisce tre gradi di assenso alle dottrine della Chiesa in materia di fede, aggiungendo un comma 2 al Can.750 del Codice di diritto canonico, sicchè al primo grado, il principale, l’assenso  è quello della «fede divina e cattolica a tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell’unico deposito della fede affidato alla Chiesa e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale».

Il secondo grado, quello del secondo comma, prescrive il dovere di «fermamente accogliere e ritenere tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle cose che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede».

Il terzo grado contemplato nel Can.752, prescrive «non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelligenza e della volontà alla dottrina che propongono Papa e Vescovi «circa la fede e i costumi esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo».

Rifiutare le prime verità è «eresia»[4]. Rifiutare le verità del secondo livello è «errore contro la dottrina cattolica» (n.6). Rifiutare le verità del terzo livello è proposizione «erronea, temeraria, pericolosa e che non si può insegnare con certezza» (n.10).

Occorre fare attenzione alla differenza fra la dottrina «definita»  (Can.749§3) e dottrina «definitiva» (Can. 749§2). Dottrina definita è la dottrina espressamente definita dalla Chiesa come rivelata o di fede o introdotta dalla dichiarazione «crediamo». Dottrina definitiva è quella che non può cambiare né essere sbagliata. Il livello massimo di autorità contiene dottrine definite e quindi definitive. I gradi inferiori contengono dottrine solo definitive e come tali irreformabili, ma non definite. Esse in futuro possono essere elevate a dogmi definiti.

L’espressione «ex cathedra» fu usata dal Concilio Vaticano I per la formula dell’infallibilità pontificia nelle definizioni dogmatiche solenni di un nuovo dogma.  Ma essa non significa altro che ex cathedra Petri. Quindi tutte le volte che il Papa come pastore universale della Chiesa e Maestro della fede insegna alla Chiesa in materia di fede, insegna infallibilmente, ossia veracemente, senza sbagliarsi, ex cathedra Petri.

Come parlare oggi dell’eresia

Il problema pastorale riguardo all’eresia è quello di saper usare con vera prudenza e saggezza questa parola a tempo e a luogo, non con gli accenti aspri ed aggressivi del passato, quasi più per un bisogno di prevalere che non di servire, ma sempre con toni motivati dalla carità, con la serenità con la quale il medico parla delle malattie, nell’intento di curarle.

Il peccato di eresia nasce dalla superbia per la quale l’io per comodo proprio non vuole aderire col pensiero alla realtà così come è rivelata da Cristo e dalla Chiesa, nella Scrittura e nella Tradizione, ma vuole decidere egli stesso ciò che è vero e ciò che è falso, e quindi ciò che è bene e ciò che è male.

Dal punto di vista della perfezione cristiana il peccato contro la carità è il massimo e più dannoso dei peccati, il male peggiore che possiamo fare, perché si oppone nella maniera più radicale al nostro bene, che è la comunione con Dio e con i fratelli.

Ma dal punto di vista della causalità del peccato, il peccato contro la fede o il peccato di incredulità o di eresia è più grave del peccato contro la carità, perché è la causa del peccato contro la carità. L’eretico in quanto eretico, peccando contro la verità, pecca contro la carità. Il fedele certo può mancare alla carità. Ma almeno possedendo la fede, gli resta a disposizione il principio della salvezza, mentre l’eretico è privo del possesso del principio stesso della salvezza, che è la conoscenza della verità salvifica.

Quindi il peccato di eresia, che rende impossibile o falsifica la carità, dal punto di vista della causalità, è più grave del peccato di odio, che è contro la carità, così come nel processo causale, la mancanza della causa è iattura maggiore della mancanza dell’effetto, giacchè, se c’è la causa, può esserci l’effetto; ma se non c’è la causa, non può esserci nemmeno l’effetto.

L’eresia è una forma di cecità mentale per la quale l’uomo, non vedendo la verità che salva, o ingannandosi sul suo conto, è impedito nel cammino della salvezza ed è sulla via della perdizione. La salvezza risulta dalla messa in pratica nelle opere della carità e nell’osservanza dei comandamenti divini, di ciò che la fede prescrive.

È chiaro che se uno mette in pratica un precetto sbagliato non può salvarsi. Ebbene l’eresia insegna una morale che non è veramente conforme al Vangelo, ma ne ha solo l’apparenza. In tal modo chi ascolta l’eretico resta ingannato e si perde. S’intende però che sia ingannato perché egli stesso non ama la verità. Se invece è ingannato in buona fede, si salva lo stesso.

Una questione importante è sapere quante e quali sono le verità di fede. Non si tratta solo dei dogmi definiti, ma anche dei non definiti, ma definibili. Esse sono sintetizzate nel Simbolo della fede ed esposte nel Catechismo. 

È importante sapere altresì come le possiamo riconoscere, chi le stabilisce, da dove esse si ricavano e quali sono i gradi di autorità delle dottrine della Chiesa. Rispondo a queste domande nel mio libro Le verità di fede. Tutti i dogmi e le dichiarazioni dottrinali della Chiesa Cattolica[5]. La famosa raccolta del Denzinger è molto utile, ma è incompleta e contiene molti pronunciamenti pastorali del passato superati.

Infatti nel corso della storia la Chiesa ha sempre meglio chiarito il significato della dottrina di Cristo con la formulazione di nuovi dogmi. Per questo, per essere buoni cattolici, dobbiamo stare a ciò che insegna il Magistero di oggi, senza sospettare che esso sia in contrasto con quello del passato, senza vedere contraddizioni dove non ci sono, perché del Vangelo il Magistero è solo un’interpretazione infallibile, un’esplicitazione e uno sviluppo coerente senza rotture, ma in perfetta continuità[6], perché le parole di Cristo non passano e Cristo è sempre lo stesso ieri, oggi e domani.

Certamente si può perdere anche chi accetta tutte le verità di fede, ma non le mette in pratica. Non basta conoscere la verità morale, se non la mettiamo in pratica. La fede salvifica non è un semplice atto dell’intelletto, ma è la fede formata e vivificata dalla carità. Per questo il fratello separato che in buona fede ignora alcune verità di fede, ma mette in pratica quelle delle quali è in possesso, si salva ugualmente, mentre se un cattolico che conosce tutte le verità di fede, ma non le mette in pratica, chiaramente non si salva.

Tra le cose che vengono insegnate dai Santi Padri, dalla Scrittura o dal Magistero della Chiesa è importante sapere quali sono le verità vincolanti in coscienza, alle quali occorre aderire con la virtù della fede e quali invece sono le dottrine  circa le quali non si sa o non è sicuro se sono o non sono di fede e circa le quali è consentito discutere o dissentire è permesso di ritenere superate.

Questo è il campo delle semplici opinioni teologiche o dove si dà un legittimo pluralismo di scuole o dove un ulteriore approfondimento può servire a comprendere che si tratta veramente di verità di fede oppure di semplici opinioni che saranno abbandonate[7].

Un errore pastorale a mio avviso del Concilio è stato quello di abbandonare la tradizionale riprovazione degli errori e delle eresie sotto forma di canoni per adottare una esposizione d tipo letterario o omiletico o parenetico certamente gradevole e di facile comprensione, dove però non è facile distinguere le osservazioni opinabili o contingenti dai veri pronunciamenti dottrinali.

Il metodo dei precedenti Concili presentava con chiarezza, precisione ed inequivocabilità le proposizioni da tenersi e quelle errate, in modo tale che da una parte il fedele comune sapeva con esattezza che cosa doveva assumere e da che cosa doveva guardarsi.

L’eretico sapeva in che cosa sbagliava e perché l’autorità aveva in mano un chiaro e sicuro punto di riferimento in base al quale poteva formare i suoi giudizi e le sue censure. Con questo metodo gli eretici non avevano possibilità di sfuggire alle loro responsabilità, perché la chiarezza delle accuse li mettevano alle strette. Invece capita che nello stile attuale degli interventi della Chiesa, dove non è ben chiaro che cosa è lecito e che cosa è proibito, gli eretici hanno la possibilità di sgattaiolare e farla franca col pretesto che non sono stati capiti o ben interpretati o compresi male.

Il problema del falso ecumenismo

C’è da notare al riguardo che nel postconcilio è sorto un grave inconveniente nel campo dell’ecumenismo. Esso riguarda in modo speciale il rapporto con i luterani e l’idealismo tedesco, che è una derivazione dal luteranesimo. Se prima del Concilio la tendenza della teologia cattolica si limitava alla confutazione delle eresie della modernità, nel postconcilio sono sorte poderose personalità di teologi, come per esempio Rahner e Kasper[8], i quali, se da una parte hanno compiuto un’esemplare opera di contatto con la modernità, dall’altra però ne sono rimasti infetti.

Kasper, nel suo libro Misericordia. Concetto fondamentale del Vangelo e chiave della vita cristiana parla di quella che secondo lui sarebbe la «grande scoperta di Lutero», ossia

 

«Il riconoscimento che la giustizia di Dio non è una giustizia che castiga il peccatore, ma che lo giustifica è la grande scoperta protestante di Martin Lutero, una scoperta che liberò anche lui dalla paura del peccato e dai tormenti della coscienza»[9].

Kasper attribuisce a Lutero la coincidenza della giustizia divina con la misericordia, per cui secondo lui il Dio del Nuovo Testamento non punisce più, ma solo fa misericordia. Ora, per la verità ciò non corrisponde alle vere convinzioni di Lutero, per il quale esistono dei dannati nell’inferno. Tuttavia è vero, come se ne accorse lo Schleiermacher nel sec. XIX, che come Lutero aveva applicato a se stesso il suo principio della fede fiduciale nella propria salvezza, era possibile estendere questa convinzione a tutti coloro che avrebbero fatte proprie le idee di Lutero. E fu così che Schleiermacher concepì l’idea della salvezza universale e negò l’esistenza dell’inferno.

Kasper è consapevole di come la cristologia hegeliana deriva da quella di Lutero, per cui nel suo intento di confrontarsi con i luterani di oggi, si confronta anche con Hegel. Ma purtroppo egli elabora una cristologia che in questo tentativo di dialogo con Hegel, si allontana dalla dogmatica cattolica e assume anche gli errori di Hegel[10]. Ciò non toglie l’importanza del lavoro che ha svolto a favore dell’ecumenismo, che gli meritò la nomina a Cardinale nel 2001da parte di San Giovanni Paolo II.

L’ecumenismo promosso da Kasper è certamente servito a promuovere il dialogo, la reciproca collaborazione a favore del bene comune, la messa in luce di valori reciprocamente complementari, a correggere certe interpretazioni, a promuovere il perdono reciproco, a sfatare certi pregiudizi, a togliere eccessive e sbrigative punte polemiche, ad una migliore reciproca conoscenza, ma ha disatteso il dovere che pur è espressamente imposto dal Concilio[11] che hanno i cattolici di mostrare ai fratelli separati il dovere di abbandonare i loro errori per accogliere quelle verità di fede che a loro mancano al fine di raggiungere la piena comunione con la Chiesa cattolica. 

Questo difetto dell’ecumenismo di Kasper dipende dal fatto che egli parte da un concetto relativistico della metafisica, che provoca un relativismo dogmatico, a sua volta causa di relativismo morale. Qui allora vediamo come sia in gioco il problema del bene e del male. Se vero e falso diventano relativi, per forza anche bene e male diventano relativi.

La posizione di Kasper dipende dal fatto che egli non parte da una metafisica basata sull’essere, come quella tomista, ma sulla metafisica hegeliana nella quale l’essere è identificato col divenire, col molteplice, col concreto, col variare, col mutare e con la storia.

Il Dio di Kasper è quello stesso di Hegel, che per incarnarsi perde la sua immutabilità ed impassibilità e diventa carne, storia, mondo.  In sostanza si tratta di una ripresa dell’antica eresia di Eutiche, che muta la natura divina nella natura umana. La cristologia di Hegel, che sembra tutta avvolta dallo Spirito, in realtà è una cristologia materialista, una cristologia «carnale», direbbe San Paolo.

E Kasper purtroppo, per un malinteso dialogo ecumenico, abbandona Tommaso e quindi il dogma cristologico, per seguire Hegel, la cui cristologia, per la sua impostazione dialettica, è ancora più lontana dal cristianesimo di quanto non fosse quella di Lutero, il quale mantiene la fede nel dogma calcedonese dell’una persona in due nature.

La conseguenza di tutto ciò è che per Kasper non esiste l’essere, ma gli esseri, non esiste il vero, ma i veri, non esiste il bene ma i beni, non esiste la filosofia ma le filosofie, non esiste la fede ma le fedi. Kasper sostituisce l’unità del sapere con la molteplicità delle opinioni. Per Kasper la Chiesa non è una, ma è una unione di Chiese. Non ci sono false Chiese, ma semplicemente Chiese diverse. Non esiste l’universale, ma solo il singolare. Si tratta di una sostanziale ripresa di occamismo.

Ne risulta che per lui il cattolicesimo e il luteranesimo non sono altro che due attuazioni diverse del medesimo cristianesimo, così come domenicani e francescani sono due maniere diverse di essere cattolici. Come sarebbe ridicolo che un domenicano esortasse un francescano, se vuole salvarsi, a farsi domenicano, così per Kasper non ha senso che un cattolico lavori per la conversione del luterano al cattolicesimo.

Secondo l’ecumenismo di Kasper, nella preghiera per l’unità dei cristiani noi cattolici non dobbiamo chiedere a Dio che conduca i fratelli separati alla comunione col Papa, ma che possiamo amarci tra di noi, nel rispetto delle diversità e nella reciproca collaborazione. 

Il risultato dell’ecumenismo di Kasper è che non avvengono più conversioni di luterani al cattolicesimo[12], ma, al contrario, il luteranesimo è penetrato clandestinamente nella Chiesa, magari col pretesto della riforma conciliare, corrompendo la stessa fede cattolica. Il risultato di questa maniera di fare ecumenismo è disastroso: se il cattolico evita di mostrare al luterano i suoi errori, il luterano crederà di essere dalla parte della ragione e si sentirà confermato nel suo errore. Se poi è un pastore cattolico che si comporta così verso i luterani, i cattolici saranno indotti e credere che sia lecito assumere le opinioni del luterano, tanto più che l’etica luterana è molto meno esigente di quella cattolica. Così al lato pratico i cattolici diventano di fatto luterani pur conservando il nome cattolico, mentre i luterani, ben lungi dal farsi cattolici, saranno ben contenti di restare luterani.

Ben diversa è la questione della libertà religiosa. Qui siamo sul piano civile, che va ben distinto, da quello ecclesiale. È chiaro che sul piano civile vale il diritto alla libertà religiosa, giacchè lo Stato non ha competenza per distinguere vero e falso nel campo di una religione rivelata, come quella cristiana. Questo è compito della Chiesa. Per questo, se è normale nella società civile la pacifica convivenza di gruppi o comunità di diverse religioni, la Chiesa conserva sempre il dovere di chiamare all’ovile o di cercare le pecorelle disperse o smarrite affinchè si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.

Dio e il demonio

Il piano divino della salvezza e della glorificazione dell’uomo prevede alla fine dei tempi, ossia a conclusione della storia terrena la Venuta di Cristo re dell’universo. Egli nella potenza dello Spirito a capo delle schiere celesti e dei giusti ingaggerà la battaglia finale contro le forze dei malvagi capeggiati da Satana.  Sconfitti i suoi nemici, e dopo aver ricapitolato tutte le cose attorno a sé e sotto di sé, sarà giudice dei vivi e dei morti, opererà la riconciliazione tra i giusti, la separazione definitiva tra beati e dannati consegnerà il Regno al Padre.

San Paolo su questo punto è categorico: 

 

«Quale rapporto ci può essere fra la giustizia e l’iniquità o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar? O quale collaborazione fra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli?» (II Cor 6,14-16).

Qui Paolo si mostra forse contrario all’ecumenismo e al dialogo interreligioso o a quello fra credenti e non credenti? Per nulla. Sappiamo bene infatti quale abilità avesse nel dialogare con i pagani. Ma al fine di condurli a Cristo. Paolo non è forse chiamato l’Apostolo delle genti? Egli sapeva benissimo rispettare le diversità, ma non prendeva la diversità a pretesto per mettere il falso alla pari del vero o il male alla pari del bene. La diversità è un bene e si attua nell’orizzonte del bene. Ma l’esistenza e il rispetto del diverso non possono farci approvare il falso e il malvagio. Questo è il senso delle parole di Paolo che ho citato.

Esiste dunque una conciliazione possibile e doverosa laddove i due termini sono compossibili e conciliabili e, per evitare la doppiezza e l’opportunismo, esiste il dovere di separare e di tenere separato ciò che non può essere unito, ma è conflittuale. 

Sbaglia Hegel credendo che la conciliazione nasca dal conflitto. La conciliazione nasce solo dal togliere ciò che è causa di conflitto, se la cosa è possibile. Il conflitto produce solo conflitto, se non interviene un fattore superiore di conciliazione che metta in luce i valori comuni e tolga i torti delle due parti.

Ma laddove il contrasto è insanabile, è stolto volere la conciliazione.  Non si tratta qui di permettere dualismi, ma di onestà intellettuale e di rispetto del principio di non-contraddizione.

L’amore tanto per il bene quanto per il male, l’attaccamento al peccato e la fiducia in Dio, il render culto simultaneamente a Dio e al demonio sono una doppiezza che Cristo duramente condanna quando ci dice che non possiamo servire a due padroni e che dobbiamo scegliere tra il sì e il no. O Cristo o Satana[13]. Non possiamo simultaneamente adorare Dio e il mondo, Dio e noi stessi. Dobbiamo trovare l’accordo là dove può e deve essere trovato. Ma dobbiamo saper essere in contrasto irrevocabile con chi ci odia irrevocabilmente per il nostro nome cristiano.

Occorre inoltre notare che nella visione cristiana la separazione finale ed eterna fra giusti ed empi conseguente al futuro Giudizio universale, che risponde alle esigenze dell’opposizione fra il bene e il male, della coerenza intellettuale e dell’onestà morale, va intesa sulla base di un orizzonte ontologico, nel quale l’unità e l’armonia di fondo prevalgono sulla separazione e l’inconciliabilità, che comunque rimangono e mantengono in eterno la loro esistenza contingente e non necessaria, come condizione di possibilità dell’esercizio e del trionfo definitivo della giustizia divina.

In questo quadro apocalittico, dobbiamo ricordare, se ce ne fosse bisogno, che anche gli uomini dannati e i demòni sono creature di Dio, le quali, come tali, continuano ad essere amate da Dio, il Quale, accettando la loro scelta, non ha voluto, come avrebbe potuto, sopprimerli[14], ma ha mostrato di rispettare talmente la loro volontà da accattare di essere messo da parte, pur di lasciarle libere di esercitare il loro libero arbitrio. Quanto al conseguente castigo, neppur Dio, in queste condizioni, potrebbe risparmiarlo ad esse. Neppur Dio può fare infatti che possa esistere un fare il male senza che chi lo fa subìsca il male. Perché ciò contraddirebbe alla stessa realtà del peccato: il peccato non sarebbe peccato.

La Rivelazione presenta il confronto decisivo fra il bene e il male anche sotto l’aspetto di un conflitto bellico escatologico tra Cristo e i suoi seguaci, i giusti, i figli di Dio, oppressi in questa vita dagli empi, e le forze degli stessi empi, «figli del diavolo» (I Gv 3,10) o «di questo mondo» (Lc 16,8).

L’azione di Cristo e dei suoi discepoli comporta due aspetti: uno di edificazione del bene, ed è l’evangelizzazione, l’opera missionaria e l’espansione della Chiesa nel mondo e l’altra, di tipo conflittuale, difensiva, polemica, correttiva e medicinale, che è la lotta contro il mondo e la vittoria sul mondo, che si ribella alla Signoria di Cristo.

Secondo l’Apocalisse tutta la storia è percorsa e agitata da questo conflitto cosmico irriducibile, che Giovanni rappresenta nella lotta della Donna, cioè la Chiesa, contro il Dragone, simbolo delle potenze sataniche anticristiche. Questa guerra si concluderà al ritorno parusiaco di Cristo alla fine del mondo, con la vittoria di Cristo, la liberazione dei giusti dall’oppressione degli empi, la cacciata degli empi nell’inferno. Come si esprime San Paolo:

 

«La fine sarà quando Cristo, alla sua venuta, consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che Egli regni finchè non abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi predi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi» (I Cor 15, 21-23).

Quindi o per amore o per forza l’intera umanità un giorno sarà soggetta alla regalità di Cristo, per amore, quelli che sono in paradiso, per forza quelli che sono nell’inferno. Dio ha voluto non impedire l’esistenza del male.

Aristotele ebbe una profonda intuizione quando pose il bene nella categoria della sostanza e il male nella categoria dell’accidente. Avendo mostrato il bene come eterno, attivo, perfetto e necessario, avendo associato il bene al divino, e mostrando il male come carenza, come originato, contingente e non necessario, avendo mostrato il male come azione deficitaria di limitata potenza, come estraneo al divino, egli pose le premesse sulle quali il cristianesimo avrebbe edificato la sua dottrina della salvezza. Egli pose le basi metafisiche che costituiscono la condizione di possibilità della dottrina cristiana della vita eterna, della vittoria del bene sul male e della liberazione dell’umanità dal dominio fatalistico del male.

Il cristianesimo ci chiarisce la differenza tra il bene e il male, distingue male di colpa e male di pena, ci spiega l’essenza dell’uno e dell’altro, le cause e le origini del bene e del male, ci insegna come togliere il male e potenziare il bene, come fare il bene ed evitare il male.

Con tutto ciò il tema del male riserva un margine di mistero che Cristo non ci ha rivelato e questo mistero consiste nel fatto che noi non sappiamo perché Dio ha voluto non impedire il male, quando, se avesse voluto, avrebbe potuto farlo.  Infatti, se Dio avesse voluto, avrebbe potuto creare un mondo felice, nel quale il male sarebbe stato assente.

Invece di fatto egli ha creato un mondo, tale per cui al momento del Giudizio universale, Cristo separerà i giusti dagli empi. I giusti fruiranno di una gioia eterna, del tutto liberi dal male, mentre gli empi saranno puniti con una pena eterna.  Se dunque Dio alla fine di questa storia terrena eliminerà il male di colpa nella Gerusalemme celeste, resterà il male di pena nella città infernale, che Cristo chiama geenna, prendendo spunto dalla discarica dei rifiuti che allora si trovava presso Gerusalemme.

Avendo Dio deciso di creare creature intelligenti e libere, che gli assomigliassero nel suo potere creativo, non poteva non introdurre nel mondo la possibilità del male, ossia che queste creature scegliessero il male anziché il bene. Dio, una volta create queste creature, se avesse voluto, avrebbe potuto impedire che peccassero.

Invece ha voluto non impedirlo, sicchè il peccato è entrato nel mondo. Non avrebbe fatto meglio a impedire una sciagura del genere? Come mai non lo ha fatto? Già Sant’Agostino notò che Dio nella sua misericordia, ha ricavato dal male un bene maggiore di quello che ci sarebbe stato se il male non ci fosse stato.

È vero, ma in fin dei conti, se Dio avesse voluto, avrebbe potuto creare un mondo nel quale sin dall’origine avrebbe potuto esserci tutto quel bene e anche di più che ha voluto ricavare dal male, senza l’esistenza del male stesso. Per questo, alla fine non sappiamo per quale motivo Dio ha voluto non impedire il male.

Siccome però Egli è bontà infinita, dobbiamo esser certi che ha avuto una ragione validissima, che però per noi è talmente incomprensibile, che non è stata neppure oggetto della divina rivelazione che ci ha comunicato Cristo.

Ricordiamo inoltre che la volontà di un superiore può essere o imperativa o permissiva. È imperativa o precettiva quando è effetto della sua iniziativa o comanda o dà ordine di far qualcosa. È permissiva o concessiva quando il superiore dà un permesso o acconsente a una richiesta o proposta ragionevole di autorizzazione o le vien chiesto il permesso di fare qualcosa. 

Ora, mentre la volontà umana può dare un permesso per il fatto che può essere prevenuta dalla volontà di colui che chiede il permesso, la volontà divina, che è prima di qualunque volontà diversa da lei, non dà alcun permesso a nessuno, che lo abbia richiesto, tanto più se si tratta di un’azione cattiva. Per questo, il parlare di «permissione del male», come fa per esempio Maritain in un libro peraltro molto ben fatto[15], non mi pare opportuno. Tutt’al più si tratta di una permissione ontologica, nel senso che è una cosa che non implica contraddizione, ma non pare conveniente parlare di permissione nel senso morale.

Credo invece che sia meglio parlare con tutta franchezza in spirito di fede, di vera e propria volontà, una volontà non impeditiva e non positiva, ma pur sempre una vera volontà, che dimostra come quando Dio apre, nessuno chiude e quando chiude nessuno apre.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 20 gennaio 2026 

 


Secondo San Tommaso l’eresia è «quella specie di infedeltà che riguarda coloro che professano la fede di Cristo, ma corrompono i suoi dogmi». L’eresia, spiega l’Aquinate, «è una falsa opinione concernente le verità di fede. Ad essa qualcosa può riferirsi in due modi: o direttamente e principalmente, come quando c’è in gioco un articolo di fede oppure indirettamente e secondariamente, quando si tratta di cose alle quali segue la corruzione di qualche articolo di fede».

Tommaso fa notare che circa le questioni di fede, quando non è certo se una cosa è o non è di fede, c’è libera discussione fra i teologi. Se invece uno mantiene il proprio parere contro la sentenza pronunciata dalla Chiesa, in tal caso è eretico.

La più grande disgrazia che ci possa capitare è quella di sbagliarci in materia di fede. Il più grave danno che possiamo fare al prossimo è quello di ingannarlo in materia di fede. Come dice San Tommaso, la più grande opera di misericordia che possiamo fare a favore del prossimo è quella di condurlo dalle tenebre dell’errore alla luce della verità.

Per amore o per forza l’intera umanità un giorno sarà soggetta alla regalità di Cristo, per amore, quelli che sono in paradiso, per forza quelli che sono nell’inferno. Dio ha voluto non impedire l’esistenza del male.

Aristotele ebbe una profonda intuizione quando pose il bene nella categoria della sostanza e il male nella categoria dell’accidente. … Egli pose le basi metafisiche che costituiscono la condizione di possibilità della dottrina cristiana della vita eterna, della vittoria del bene sul male e della liberazione dell’umanità dal dominio fatalistico del male.

Il cristianesimo ci chiarisce la differenza tra il bene e il male, distingue male di colpa e male di pena, ci spiega l’essenza dell’uno e dell’altro, le cause e le origini del bene e del male, ci insegna come togliere il male e potenziare il bene, come fare il bene ed evitare il male.

Con tutto ciò il tema del male riserva un margine di mistero che Cristo non ci ha rivelato e questo mistero consiste nel fatto che noi non sappiamo perché Dio ha voluto non impedire il male, quando, se avesse voluto, avrebbe potuto farlo. Infatti, se Dio avesse voluto, avrebbe potuto creare un mondo felice, nel quale il male sarebbe stato assente.


Immagini da Internet:
- Corale. Miniatura di scuola fiorentina - sec. XV - Firenze, Chiesa di Santa Croce
- Codice Aureo. Miniatura di scuola tedesca - sec XVI - El Escorial, Madrid

[1] Sum.Theol., I-II, q.11, a.1.

[2] Ibid., a.2.

[3] Ibid.

[4] Nota dottrinale illustrativa, n.5 della CDF in appendice all’Ad tuendam fidem.

[5] Edizioni Fede&Cultura, Verona 2021.

[6] Vedi il mio libro Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2011.

[7] Su questa questione del passaggio dall’opinione alla certezza dogmatica, vedi Sisto Cartechini, Dall’opinione al dogma, Edizioni La Civiltà Cattolica, Roma 1953.

[8] Il Card. Walter Kasper è una delle personalità più forti e influenti della riforma avviata dal Concilio Vaticano II concernente il rapporto con i cristiani acattolici. Egli ha favorito largamente per decenni quel clima di scambio fraterno che è negli auspici del Concilio. Egli è molto gradito presso i protestanti sia per la sua cordialità e sia perché tace sui loro errori. Infatti ha sempre evitato di mettere in atto la disposizione del Decreto conciliare Unitatis redintegratio, n.3, secondo la quale noi cattolici dobbiamo aiutare i fratelli separati a superare gli ostacoli e a colmare le lacune che ancora impediscono ad essi di giungere alla piena comunione con la Chiesa Cattolica.

[9] Misericordia. Concetto fondamentale del Vangelo e chiave della vita cristiana, Queriniana, Brescia 2013, p.121.

[10] Vedi il mio libro Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, pp.318-329.

[11] Decreto Unitatis redintegratio, n.3.

[12] Una delle ultime è il caso di una mia tedesca Eva, di un’antica famiglia di collaboratori di Lutero.

[13] Ho scritto un libretto nel quale sostengo che in fin dei conti il nostro destino si decide davanti alla scelta tra due proposte: quella che ci viene da Cristo e quella che ci viene dal demonio. In mezzo non si può stare. Vedi Il progetto del demonio. La prospettiva di Satana e quella di Gesù Cristo,Edizioni Chorabooks, Hong Kong 2021.

[14] Questa idea sostenuta da Schillebeeckx non è conforme al dato rivelato.

[15] Dieu et la permission du mal, Desclée de Brouwer, Paris 1963.

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