Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini - Parte Terza (3/3)

 

Trascurando il comandamento di Dio,

voi osservate la tradizione degli uomini

 Parte Terza (3/3)

Il rifiuto luterano della Sacra Tradizione

La Rivelazione divina delle verità cristiane è contenuta sia nella Scrittura che nella Tradizione. È, questa, una verità di fatto e di fede dalla quale purtroppo si allontanò Lutero sostenendo che tutte le verità necessarie alla salvezza sono già sufficientemente contenute nella sola Scrittura, escludendo che altre verità possano essere contenute nella Tradizione, che egli considerava un semplice fallibile, farraginoso ed arbitrario prodotto dell’uomo, né più né meno come Gesù considerava le tradizioni farisaiche, senza comprendere la divinità della Sacra Tradizione e la necessità, quindi, di accogliere anche i dati che sono contenuti in essa, mentre respinse il dovere di ogni buon cattolico di aderire all’interpretazione che il Magistero dà sia della Scrittura che della Tradizione.

Lutero considera giustamente la Scrittura come Rivelazione divina, ed ha ragione quando dice che essa contiene quella Parola di Dio che fa l’oggetto della fede cristiana. Il suo errore è stato quello di perder di vista che la Bibbia glie l’aveva consegnata la Chiesa, che essa era stata scritta dalla Chiesa, che se egli stesso possedeva la fede, era perché aveva creduto nella Chiesa, che egli stesso poteva interpretarla e comprenderla vivendo nella Chiesa e ascoltando la Chiesa.

Per questo, l’attaccamento di Lutero alla Bibbia, contro la Chiesa, indipendentemente dall’interpretazione della Chiesa, e al di fuori della Chiesa, è cosa stolta, ha qualcosa di malsano, di superstizioso ed idolatrico. In fin dei conti Lutero, togliendo al testo sacro la sua anima ecclesiale, mediatrice della verità divina, staccando il testo sacro dal suo rapporto con la Tradizione e dalla sua comunione con la Chiesa, pretendendo di leggerlo e di interpretarlo per conto proprio, senza la comunione con la Chiesa, pretendendo di essere illuminato dallo Spirito Santo meglio del Papa, trasforma la Bibbia e abbassa l’intera Rivelazione divina al livello di un semplice libro come un altro, scritto da semplici uomini, libro  che Lutero giudica essere Parola di Dio non perché l’ha ricevuto con fede dalla Chiesa in comunione con la Chiesa, ma perchè lo decide lui, perché lo sa per conto suo, direttamente da Dio, senza alcuna mediazione umana o della Chiesa o della Tradizione, credendo di essere ispirato direttamente dallo Spirito Santo.

Ma c’è da notare che questo atteggiamento ribelle - benchè ciò possa sembrare sorprendente - è presente anche nei lefevriani nel momento in cui essi rifiutano la comunione col Papa. Cambia solo il riferimento: Lutero si ribella al Papa in nome della Bibbia; i lefevriani si ribellano al Papa in nome della Tradizione. Ma la superbia e la presunzione sono le stesse.

Lutero espresse tutto il suo spirito e il suo metodo di approccio alla Scrittura nella famosa dichiarazione che fece alla Dieta di Worms nel 1521[1] . Alla domanda del notaio portavoce dell’Imperatore Carlo V se Lutero voleva «ritrattare gli errori contenuti nel suoi libri», Lutero rispose: 

 

«Poiché la vostra Maestà sacratissima e le vostre signorie mi domandano una risposta semplice, la darò senza corna né denti in questa forma: fintanto che non mi convincano con testimonianze delle Scritture o con ragioni evidenti - poiché non credo nel Papa né nei Concili soli, che secondo consta errarono molte volte  e si contraddissero fra loro -, convinto come sono dalle Scritture da me addotte ed essendo la mia coscienza prigioniera della Parola di Dio, non posso né debbo ritrattare nulla, giacchè non è prudente né sta in mia mano agire contro la mia coscienza. Dio mi aiuti! Amen».

Considerando obbiettivamente questa risposta di Lutero, essa contiene molti errori e falsità. Innanzitutto è errato credere che la confutazione degli errori nella fede debba farsi ricorrendo alla sola Scrittura, ma occorre fare appello anche alla Tradizione. In secondo luogo, Lutero dette prova di una sfrontata ribellione all’autorità del Magistero della Chiesa. In terzo luogo, accusa falsamente il Magistero di aver commesso errori dottrinali. In quarto luogo è falso che le Scritture giustifichino la ribellione di Lutero. In quinto luogo con l’appello alla sua coscienza Lutero mostra di avere un concetto soggettivistico della coscienza, che resterà un punto cardine del cristianesimo luterano, il quale troverà nell’egocentrismo cartesiano un potente alleato filosofico, che darà luogo all’idealismo tedesco del sec. XIX.

Il principio che non si deve agire contro coscienza in sé è giusto. Ma non è pensabile che Lutero, dottore in teologia e personaggio eminente dell’Ordine Agostiniano fosse così ignorante da agire in buona fede. Col fare appello alla coscienza Lutero mostra quindi di non essere sincero, di tirar fuori un pretesto per fare la sua volontà al posto di quella di Dio.

Possiamo dire anche che Lutero si rifà ad un falso concetto di coscienza di origine occamista, che giocò certamente anche nei precedenti movimenti ereticali dei Valdesi, dei wycliffiani e degli hussiti, ossia la coscienza individuale come giudice inappellabile della verità, sotto pretesto che - come dice anche lo stesso San Bonaventura -, la coscienza è la voce di Dio nel nostro cuore.

Occam invece, perdendo di vista la fondazione reale ed oggettiva dell’universale, e considerando come reale solo il singolo, e quindi la singola coscienza, è portato logicamente a vedere il singolo io come la misura della verità e a considerare come principio di verità non il valore universale e trascendente, il «Tu» che mi sta davanti (ob-jectum) e quindi Dio stesso, ma il proprio io, la propria «coscienza».

Per questo, nella visione luterana la coscienza non accetta di essere corretta dal di fuori, perché in fin dei conti al di fuori della coscienza non c’è niente. Ed eccoci già d’un balzo al concetto idealistico ed husserliano della coscienza e della soggettività[2].

Certo, c’è da domandarsi che valore morale possa aver avuto questa intimazione a Lutero fatta da un rappresentante dell’Imperatore in materia ecclesiastica qual è una causa di eresia ad un convegno organizzato dall’Imperatore e sotto l’autorità dell’Imperatore.

Non sarebbe stato meglio che il Papa avesse convocato un Concilio dei Vescovi tedeschi? O che essi stessi di loro iniziativa si fossero radunati per trattare di un affare di tanta importanza? Come mai i Vescovi tedeschi non hanno pensato loro stessi a indire un Concilio in Germania? Purtroppo al primo sorgere e diffondersi del luteranesimo i Vescovi si mostrarono scandalosamente assenti.  A difendere la fede e le anime dall’eresia furono anzitutto i Domenicani, con numerosi atti di eroismo, che a volte li condussero al martirio.

C’è inoltre da osservare che alla Dieta di Worms il tono altezzoso e umiliante del rappresentante dell’Imperatore nei confronti di Lutero, benchè le infrazioni canoniche che gli contestò fossero verissime, non era dei migliori per toccare la coscienza di Lutero, già per conto suo arrogante e temerario. Non era neppur chiaro che cosa voleva essere quel procedimento nei confronti di Lutero: una causa civile o una causa ecclesiastica? Si fece confusione di competenze: la materia era di tipo ecclesiastico; il giudizio si volle affidare a un pubblico ufficiale.

Quali sanzioni si potevano chiedere a un tribunale di questo tipo? Lutero era già stato giudicato dal Papa e scomunicato come eretico. Spettava all’autorità ecclesiastica dar corso alle sanzioni penali allora in vigore nei confronti degli eretici, e sappiamo quanto allora la Chiesa fosse severa. Secondo il sistema medioevale ancora in corso, essa si serviva del braccio secolare per punire gli eretici. Carlo V si impegnò quindi a far eseguire le pene canoniche già previste dalle leggi della Chiesa. Emanò un bando col quale Lutero era proscritto da tutti i territori dell’Impero. Il decreto fu ufficialmente sottoscritto da tutti gli Stati tedeschi[3].

Ma, come è noto, Lutero da una parte, salvo lo zelo di qualche Vescovo a lui contrario, fu sostanzialmente lasciato fare dall’Episcopato tedesco e dall’altra ebbe l’appoggio e la protezione clandestini di alcuni Prìncipi dell’Impero che erano diventati suoi seguaci o che speravano che la ribellione di Lutero rafforzasse il loro potere. Così da allora diventò impossibile da parte di Roma procedere contro Lutero secondo il diritto penale ecclesiastico del tempo.

Certamente, come è noto, la Chiesa mediante il Sant’Offizio e l’appoggio dei sovrani cattolici, avrebbe proceduto contro i luterani laddove le era possibile, soprattutto in Italia e Spagna, mentre nei territori europei conquistati al luteranesimo, ossia gli Stati del Centro-Nord Europa, la cosa non fu più possibile. Così siamo giunti alla situazione di oggi, per la quale col Concilio Vaticano II la Chiesa ha deciso di avviare un dialogo di riconciliazione con le Chiese protestanti nella speranza che possa essere ricostituita quella comunione tra cristiani sotto la guida del Papa, che esisteva prima che i luterani si separassero da Roma, senza peraltro dimenticare anche la speranza della ricomposizione dello scisma d’Oriente.

Dopo che Lutero fu nascosto dai suoi amici e posto in un luogo segreto sicuro, l’Imperatore non poté far nulla contro di lui, cosicchè dobbiamo dire che in fin dei conti Lutero, con l’appoggio dei suoi protettori, si fece beffe dell’Imperatore e similmente il Papa, privato dell’aiuto di Carlo V e di Vescovi tedeschi, si trovò nell’impossibilità di dar corso alle pene canoniche conseguenti al decreto di scomunica.

Si verificò così davanti a tutta la cristianità per questo episodio così poco onorevole un pauroso calo di prestigio sia dell’autorità civile, non all’altezza di affrontare un problema religioso e spirituale così serio e complesso, sia dell’autorità religiosa, latitante proprio nel momento in cui massimamente occorreva la sua luce e un suo prudente intervento.

È interessante notare come Lutero, che respinse la Tradizione, ebbe senza accorgersene, il senso della Tradizione vivente nel momento in cui intendeva lottare per la purezza della Parola di Dio, la quale che cos’è in fondo, se non l’oggetto del tradere e che cosa è la Parola oggetto del predicare se non il traditum?

Anche Lutero dunque, similmente a Lefebvre, si sbagliò circa l’essenza della Tradizione, Lutero credendo che fosse solo un aggregato di cose umane fallibili, come le vecchie tradizioni farisaiche con le quali se la prende Cristo; Lefebvre, confondendo la Sacra Tradizione come tale con quella fase di sviluppo che essa aveva raggiunto con Pio XII, e quindi respingendo le dottrine nuove del Concilio come testimonianza della Tradizione.

Lutero invece respinge l’esistenza stessa di una Sacra Tradizione scritta o non scritta, che trasmetta verità di fede non contenute nella Scrittura e per conseguenza respinge l’infallibilità del Papa nell’interpretare i contenuti di questa Tradizione. I luterani non negano l’esistenza di tradizioni, ma pongono tra queste tradizioni umane quella che la Chiesa cattolica chiama Sacra Tradizione come fonte di Rivelazione, ma si riservano di giudicarle alla luce della loro interpretazione della Scrittura, che varia del resto a seconda dei diversi esegeti o biblisti.

La convinzione di Lutero di poter comunicare direttamente con Dio senza la mediazione della Chiesa visibile interprete della Scrittura e della Tradizione, nasce da un’estremizzazione immanentista ed egocentrica dell’interiorismo agostiniano. Sono famose le espressioni di Agostino[4]  che potrebbero condurre a pensare che egli, nel suo ardente desiderio di una comunione personale ed intima con Dio, non tenesse conto della mediazione umana e sociale, cosa che non corrisponde affatto a un’autentica interpretazione della spiritualità agostiniana, poichè Agostino, se è maestro in questa aspirazione all’unione personale con Dio, altrettanto, come Vescovo, è maestro di comunione ecclesiale, oltre al fatto che egli aveva chiarissimo il rischio dell’amor proprio[5] col pretesto dell’appello alla coscienza. Agostino sa perfettamente che il Magistero della Chiesa è interprete infallibile sia della Scrittura che della Tradizione.

Lutero invece purtroppo, lasciò che il suo agostinismo fosse inquinato dall’individualismo anarchico occamista, cosicchè il suo interiorismo entrò in conflitto con l’autorità e la tradizione della Chiesa, mentre nel contempo egli, convinto di essere un riformatore, si fece promotore di una comunità cristiana in conflitto con quella dalla quale si separava, e che egli considerava corrotta per aver tradito la Parola di Dio.

Così è nata la comunità luterana, che però ben presto, nonostante le sue Professioni di fede, rivelò la tendenza all’autodivisione, e la sua incapacità di possedere un principio di unità, a causa del principio individualistico di matrice occamista. Certo, come sappiamo, queste comunità o Chiese luterane, sempre travagliate da interni conflitti, hanno perseverato nella storia e sino ad esser giunte oggi a formare la Federazione Luterana Mondiale, che peraltro ha relazioni con la Chiesa cattolica. È evidente che anche questa federazione ha una sua tradizione. Ma è altrettanto evidente che si tratta di una tradizione meramente umana, proprio quella che voleva rifiutare Lutero nello scagliarsi contro la Tradizione divina della Chiesa cattolica.

È impressionante il successo che Lutero è riuscito ad ottenere in tutto il mondo in questi cinque secoli.  Gli apologeti cattolici e i Papi non sono riusciti, se non in misura minima, a convincere i luterani del loro errore e a persuaderli a raggiungere la piena comunione con la Chiesa cattolica, dalla quale si sono separati. Essi invece si sono organizzati su scala mondiale con proprie comunità, simboli di fede[6], istituzioni giuridiche e sociali, riti, missioni, opere educative, scuole catechetiche e di teologia, centri culturali e di spiritualità. Ricordiamoci tuttavia che Cristo ha voluto un solo ovile con un solo pastore e ci ha anche detto come questo si può e si deve realizzare.

I primi passi riformatori di Lutero fecero una buona impressione anche tra uomini pii, perché egli denunciava degli scandali e degli abusi di potere e delle ingiustizie effettivamente commessi dai Vescovi e anche da parte di Roma.

Già i suoi primi scritti, carichi di accuse e pieni di un’indignazione che sembrava profetica ebbero immediata ed enorme diffusione in tutta la Germania, perché corrispondevano a uno stato d’animo di esasperazione, di amarezza e di rancore diffuso verso l’autorità ecclesiastica, spesso più attaccata alle mondanità, al denaro e al potere che al servizio delle anime e della Parola di Dio.

Così nacque una duplice violenta reazione: quella dei fedeli legati al vigente sistema, e quelli già influenzati dalle precedenti eresie hussite e valdesi. Si formarono due partiti parimenti estremisti: uno che vedeva in Lutero solo del bene e l’altro che vedeva solo del male. Sarebbe invece stato necessario un ceto di cattolici saggi ed imparziali, capaci di operare un discernimento tra il buono e il cattivo, come cerchiamo di fare oggi con l’ecumenismo.

Ma purtroppo questi giudici saggi ed onesti mancarono, benchè essi siano stati indubbiamente di più fra i critici di Lutero, come alcuni teologi e alcuni Vescovi. Lo stesso Leone X condannò giustamente le sue eresie, ma non seppe riconoscere i lati buoni. Lo fece Papa Francesco con alcune sue dichiarazioni a braccio, che apparvero ad alcuni scandalose; ma che certamente vanno riferire agli aspetti positivi[7]. Errore gravissimo sarebbe, come credono i modernisti, che il Concilio di Trento si sia sbagliato nel condannare gli errori di Lutero e che solo oggi possiamo sapere che cosa egli intendeva dire.

Possiamo invece domandarci: se le Chiese protestanti considerano Cristo il loro pastore, come mai si tengono separate da quell’ovile che è guidato dai Vicari di Cristo, i Romani Pontefici? Se questo è l’ovile di Cristo, che senso hanno i loro pastori, i loro ovili? Con quale coerenza si dicono cristiani stando fuori dall’ovile di Cristo?

Ricordiamo inoltre che l’ecumenismo avviato dal Concilio li interpella su questi punti. Esso bensì ha messo in maggior evidenza le verità di fede comuni, ha smorzato le polemiche, ha promosso una riconciliazione e un perdono reciproci fra cattolici e protestanti, una migliore conoscenza reciproca, l’eliminazione di false interpretazioni, equivoci e fraintendimenti, ha promosso il dialogo e lo scambio di idee, preghiere ed opere caritative comuni, ma con tutto ciò siamo ancora ben lontani dallo scopo che si è prefisso il Concilio.

Nonostante le direttive conciliari, la Chiesa non è riuscita finora ad organizzare una pastorale per i fratelli separati capace di invogliarli ad entrare nella Chiesa. E questo perchè noi cattolici non riusciamo a far capire ai nostri fratelli separati quale gioia sia vivere nella Chiesa e quale disgrazia sia vivere fuori di essa.

Finora la Chiesa non è riuscita a trovare il modo di persuadere i fratelli separati ad unirsi alla Chiesa cattolica, ed anzi esiste anche un falso ecumenismo ambiguo, tergiversante e inconcludente, il quale, tacendo gli errori protestanti, evitando di correggerli e  facendo passare per cattolico ciò che è protestante, ottiene lo scopo contrario a quello del vero ecumenismo, e cioè fa sì che i protestanti restino protestanti convinti di aver ragione loro, mentre certi cattolici, credendo che sia la Chiesa a sbagliare, diventano di fatto protestanti conservando di cattolico solo il nome.

Il monito a Lutero del Concilio di Trento

Il Concilio di Trento fece presente ai luterani che «la verità salutare e la disciplina sono contenute nei libri scritti e nelle tradizioni senza scritto, le quali, ricevute dagli apostoli dalla stessa bocca di Cristo dagli stessi Apostoli sotto dettatura dello Spirito Santo, quasi trasmesse di mano in mano, sono giunte fino a noi» (Dnz.1501).

Il Concilio, come sempre hanno spiegato gli apologeti cattolici, vuol dire che le verità salutari non si trovano solo nella Scrittura, ma ce ne sono anche nella Tradizione. Parte di esse sono nella Scrittura e parte nella Tradizione, cosicchè uno che vuol conoscerle tutte, deve informarsi sia presso la Scrittura che presso la Tradizione, seguendo l’interpretazione che ne dà il Magistero della Chiesa.

La distinzione «scritto» e «non scritto» non va intesa in senso materiale, giacchè esistono anche tradizioni scritte, ma in senso formale, ossia in riferimento a differenti dati dottrinali contenuti nella Bibbia e nella Tradizione. Il che vuol dire che non è che nella Bibbia e nella Tradizione ci sono le medesime verità con la sola differenza che le prime sono scritte e le seconde sono orali, giacchè esiste anche una Tradizione messa per iscritto, ma si tratta di verità differenti nella Bibbia e nella Tradizione.

Sta qui il monito che il Concilio di Trento fa a Lutero. Non è questione di scritto o non scritto - qui bisogna dire che il Concilio è poco chiaro -; è questione di contenuti dottrinali presenti nella Bibbia e assenti nella Tradizione e viceversa, salvo che per «Tradizione» non s’intenda - cosa lecita - la predicazione orale della Parola di Dio. Allora tutte le verità salvifiche, anche quelle bibliche, sono nella Tradizione. Ma in tal caso avremmo la sorpresa di accordarci con Lutero, il quale, se faceva appello alla Scrittura, sostanzialmente affidava la trasmissione del Vangelo alla predicazione.  Ma il Concilio di Trento intendeva per Tradizione quello che ho detto sopra, altrimenti per quale motivo sarebbe intervenuto contro Lutero? Per chi la fa quella distinzione tra verità scritta e tradizione non scritta? 

Non è quindi giusta l’interpretazione data dal Geiselmann, secondo il quale il Concilio è solo apparentemente contrario al principio luterano del sola Scriptura, perché comunque anche il Concilio sosterrebbe che nella Scrittura ci sono tutte le verità salvifiche[8]. Si limiterebbe a dire che la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate anche dalla Tradizione, senza affermare che si tratta di verità diverse e complementari.

Bisogna invece dire che il decreto tridentino è chiaramente contro Lutero - così lo hanno sempre inteso anche i luterani -, perchè Lutero sosteneva effettivamente che le verità salvifiche sono tutte e solo nella Scrittura, negando valore salvifico alla Tradizione, che per lui era impostura e abuso di autorità.

È chiaro d’altra parte che Lutero non ha rifiutato qualunque tradizione, perchè solo un demente potrebbe vivere isolato, al di fuori del contatto con una tradizione, ma ha avuto la stoltezza di abbandonare irragionevolmente quella preziosa, seppur bisognosa di riforma, tradizione cattolica che lo aveva generato nel grembo della Chiesa e lo aveva istruito fino alla sua sciagurata decisione di separarsi da essa, per fare che cosa? Non per abbandonare qualunque tradizione, ma per ricongiungersi con precedenti movimenti ereticali come gli occamisti, i valdesi, i wycleffisti, gli hussiti e i beguardi, che utilizzavano la Bibbia per dar contro alla Chiesa e come lui sostenevano che qualunque singolo fedele potesse essere ispirato dallo Spirito Santo in barba a qualunque Sacra Tradizione, Pontefice, Concilio e Magistero della Chiesa.

Purtroppo i luterani in questi cinque secoli non si sono corretti dal loro errore, per cui il Concilio Vaticano II si è visto obbligato a ripetere il medesimo ammonimento, laddove, dopo aver detto che tanto la Scrittura quanto la Tradizione «scaturiscono dalla stessa divina sorgente e in certo qual modo formano una cosa sola e tendono allo stesso fine, accade così che la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura» (Dei Verbum, 9)[9].

Frattanto non ci sono molte parole da spendere per documentare con quanto impegno gli apologeti cattolici e i Santi hanno tentato di persuadere i luterani a desistere dal loro errore. Nel corso di questi secoli è apparso evidentissimo che essi rifiutavano quelle verità di fede che non sono esplicita nel testo sacro, come per esempio il battesimo dei bambini, il sacramento dell’unzione degli infermi, le indulgenze, il purgatorio e alcuni dogmi mariani.

Se esistesse un sola Scriptura di tipo cattolico, come sembra credere Congar, con quale autorità la Chiesa insegna tutte le suddette cose come verità di fede? Non salterebbe fuori di nuovo l’opinione di Lutero? Ma allora la Chiesa ha riconosciuto che Lutero aveva ragione? Ma allora con chi se la prendono Trento e il Vaticano II quando dicono che non basta la Scrittura?

Quello che piuttosto potremmo chiederci è che cosa è che trattiene questi nostri fratelli in tanta ostinata opposizione a quelle verità, mentre ci addolora il constatare come il rifiuto delle verità della Tradizione trascina con sé il rifiuto del Magistero della Chiesa, che, come dimostrano i fatti, ha causato nel pensiero protestante ulteriori errori, fino ad allontanarlo in certi casi talmente dalle sue radici cristiane, che è arrivato alle forme più anticristiane di idealismo, panteismo, gnosticismo,  agnosticismo ed esistenzialismo.

Infatti essere luterano non significa tanto assumere e ripetere tutte le convinzioni di Lutero circa i contenuti della Rivelazione, quanto piuttosto assumere il suo stesso metodo di approccio alla Scrittura interpretando i testi in base a semplici convinzioni o criteri personali indipendentemente da qualunque altra interpretazione che non si accordi col proprio parere.

Di Lutero restano vincolanti per il luterano solo i suoi tre princìpi solo Scriptura, sola fides, sola gratia. Tutto il resto lo trattano sentendosi del tutto liberi di seguire o non seguire Lutero. Come Lutero si sottrasse all’obbedienza al Magistero, per seguire la propria opinione, così i luterani sono luterani proprio nel momento in cui, per seguire la loro opinione, respingono su qualche particolare Lutero. Esiste bensì una tradizione luterana, ma essa lascia sempre libero su qualche punto il luterano di pensare come preferisce, purchè siano salvati i tre princìpi che ho detto, rifiutando i quali non può più considerarsi luterano.

Osserviamo inoltre che sia l’intento di Lutero che quello di Lefebvre non fu quello di proporre una migliore conoscenza della Tradizione, come avrebbe fatto il Concilio Vaticano II, ma fu la pretesa di ricondurre la Chiesa a ritrovare la vera Tradizione, che per Lutero si riassumeva nella viva predicazione della Parola, mentre per Lefebvre era la Sacra Tradizione da lui fraintesa, tradizione che comunque essi ritenevano tradita, deformata o smarrita dalla Chiesa.

Il cartesiano non sa apprezzare la tradizione

Come conclusione di questo articolo, voglio far presente l’importanza della gnoseologia cartesiana come fattore di distruzione del concetto stesso di tradizione. La tradizione infatti diventa possibile e concepibile solo in una gnoseologia per la quale la ragione non pretende di cavare tutto da se stessa, ma presupponendo l’esistenza esterna dell’altra persona che parla, si pone in ascolto di quanto dice e testimonia, e lo accetta, lo prende per vero non perché lo può dimostrare razionalmente, ma in forza della sua credibilità. Per questo dobbiamo dire che il cartesianismo esclude il concetto di tradizione, perché più a monte rende impossibile la fede, quella fede che conduce ad accettare il dato tradizionale trasmesso dal testimone della tradizione.

Il concetto di tradizione infatti suppone l’esistenza e la credibilità di un ceto di trasmettitori di questa tradizione, ai quali occorre dar fiducia per poter recepire i contenuti della tradizione. Ora la gnoseologia cartesiana è basata sull’uso esclusivo della ragione, per cui il sapere è limitato solo a ciò che si può dimostrare razionalmente.  Ora il contenuto di fede presentato dalla Tradizione non può essere dimostrato razionalmente, ma va accolto con fiducia e accettato come vero sulla parola e in base alla testimonianza dei depositari della Tradizione, ossia i Vescovi successori degli Apostoli sotto la guida del Papa. Da qui si capisce bene che l’assunzione della concezione cartesiana della conoscenza impedisce l’accesso alla fede cattolica mediata dalla Tradizione.

Il cartesiano non ascolta alcun maestro all’infuori di se stesso. Non si fida di nessuno al di fuori di se stesso. Il cartesianismo, come dimostra la storia, non favorisce affatto i saperi tradizionali e le testimonianze storiche, ma, al contrario, provoca l’ignoranza della storia e i sovvertimenti culturali e sociali, e di conseguenza porta alla dissoluzione della fede cristiana. 

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 24 febbraio 2026

 

 




Immagine da Internet:
- Mons. Lefebvre

 



[1] Testo riportato da Ricardo Garcia-Villoslada, Martin Lutero il frate assetato di Dio, Istituto Propaganda Libraria, Milano 1976, vol. I, p.770.

[2] Sul problema della coscienza, vedi Coscienza. Storia e percorsi di un concetto, a cura di Luca Gabbi e Vittor Ugo Petruio, Donzelli Editore, Roma, 2000.

[3] Ricardo García Villoslada, op.cit., p.787.

[4] «Deum et animam scire cupio - nihil ne plus? - Nihil omnino», Soliloqui, I, 2 7; «noverim me, noverim Te». Soliloqui, II, 1,1; «Cuius philosophiae duplex quaestio est: una de anima, altera de Deo», De ordine, II, 18,47.

[5] È nota la formula agostiniana per esprimere i due possibili atteggiamenti dell’uomo verso Dio. «amor sui usque ad contemptum Dei» e «amor Dei usque ad contemptum sui» (La città di Dio, l. XIX, c.28), che corrispondono alle parole di Cristo secondo le quali chi perde la propria anima per Lui, la trova e chi cerca la propria anima, la perde.

[6] Già nel 1530 apparve la Confessione di Augusta. Vedi Mario Bendiscioli, La Confessione Augustana del 1530, Carlo Marzorati Editore, Como 1943. 

[7] Come quando il Papa, il 26 giugno 2016 disse che Lutero fu un «riformatore, che aveva buona intenzione e che ha offerto una medicina». È evidente che il Papa si riferisce agli aspetti positivi. Ambigua, invece, e sostanzialmente falsa è la tesi di Kasper, secondo il quale «il riconoscimento che la giustizia di Dio non è una giustizia che castiga il peccatore, ma che lo giustifica è la grande scoperta protestante di Martin Lutero, una scoperta che liberò anche lui dalla paura del peccato e dai tormenti della coscienza» (Misericordia. Concetto fondamentale del Vangelo - Chiave della vita cristiana, Queriniana, Brescia 2013, p.121. La paura del peccato che merita castigo è un incentivo a non peccare, e a pentirsi dei propri peccati e farne dovuta penitenza, che dà alla coscienza, ottiene la divina misericordia e la vera pace della coscienza. Credere, col pretesto della misericordia, che Dio non castighi i malvagi impenitenti è una grande impostura e una grande ipocrisia.

[8] La tesi di Geiselmann è riportata da Congar, il quale pertanto nel suo libro La Tradizione e le tradizioni, Edizioni Paoline, Roma 1965, pp.322-324, sbaglia a difendere Geiselmann. Infatti, non è credibile che dopo 500 anni di critiche di dotti teologi cattolici su questo punto gravissimo di dottrina, solo oggi ci accorgiamo che in fondo la Chiesa dice stessa cosa di Lutero. E per quale motivo il Concilio Vaticano II è tornato ancora su quel punto? Perché anche lui non ha capito Lutero? Geiselmann ha capito la dottrina di Trento sulla Tradizione meglio di ciò che la Chiesa stessa ha inteso dire su di essa in questi 500 anni?

[9] Ratzinger e Rahner nel loro libro Rivelazione e tradizione (Morcelliana, Brescia 1970) presentano la posizione luterana in opposizione a quella cattolica non come un errore da correggere, ma come un partito che si oppone ad un altro partito, che sarebbe quello cattolico, per cui il problema è semplicemente quello di mettersi d’accordo convergendo su di un punto comune a metà strada. Ma un problema così serio non si risolve dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Se vogliamo veramente bene ai nostri fratelli protestanti bisogna capire quali ostacoli li frena ad ascoltare la Chiesa e rimuovere questi ostacoli. 

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