Il significato analogico dei titoli mariani nelle litanie del Rosario

 

Il significato analogico

dei titoli mariani nelle litanie del Rosario

Come sanno i devoti della Beata Vergine Maria, il mese di maggio è particolarmente a Lei dedicato con l’esercizio della pratica del Rosario. L’iniziativa di tale pratica, secondo quanto ci giunge da una venerabile tradizione, è da farsi risalire ad alcuni novizi domenicani italiani del sec. XV, i quali, per onorare degnamente la Santissima Madre di Dio ed esprimere la loro viva devozione ed ardente affetto per Lei, ebbero l’idea di ispirarsi all’uso dei giovani di allora di far dono di una corona di rose alla loro bella nel mese di maggio.

Pensarono allora di assumere quella pratica con una felice trasposizione simbolica, dandole un significato mistico e chiamando così per similitudine «Rosario» la recita di 150 Ave Maria in onore e lode della Beata Vergine. Nel secolo XVI vennero poi aggiunte le litanie cosiddette «lauretane», perché questa pratica aveva avuto inizio nella Santa Casa della Madonna a Loreto. I Domenicani affiancarono poi a questa serie di invocazioni litaniche un’altra collezione da loro ideata di100 litanie.

La questione che desidero affrontare in questo articolo è quella del rapporto fra i titoli mariani e quelli cristologici. Essa è emersa in maniera vivace e coinvolgente in occasione della recente Dichiarazione del DDF Mater populi fidelis, che ha dichiarato «improprio» l’uso del titolo di corredentrice, per timore che esso detragga all’unicità dell’opera redentrice divina di Cristo e metta Maria alla pari di Cristo.

Naturalmente la Dichiarazione non fa una questione di verità, ma di linguaggio. Dire «improprio» non vuol dire falso. Né ciò sarebbe concepibile, dato che l’uso del titolo di corredentrice, sorto nel secolo XV, è stato approvato dalla Chiesa, illustrato da mariologi, usato da molti Santi, non esclusi alcuni Papi. Sarebbe ridicolo e impensabile supporre che oggi la Chiesa si sia accorta di essersi sbagliata per sei secoli in materia dogmatica qual è quella che riguarda i titoli mariani.

Per la verità non è che a tutta prima il titolo di corredentrice non si mostri problematico. Quel «co» suscita l’dea di una collaborazione o condivisione alla pari in un’opera divina che, in quanto tale, non può essere stata compiuta altro che da Dio solo.

Ma proprio qui sta la caratteristica della vita del cristiano, figlio di Dio, immagine di Cristo, nel poter partecipare, in forza della grazia, all’opera stessa del Redentore, al punto di diventare egli stesso, pur restando creatura limitata e peccatrice, redentore di se stesso e deol prossimo. Quando San Paolo dice che noi sismo collaboratori» di Cristo, non intende dire altro che questo.

Ma per capire questo, occorre mettere in gioco la nozione metafisica di partecipazione ed usare il metodo dell’analogia dell’ente. Infatti, gli attributi divini e i titoli cristologici, grazie al mistero dell’Incarnazione, benché in se stessi divini e quindi sovrumani, sono diventati, nel cristianesimo, valori analogici e partecipativi. Dio, Ente supremo, diventa il sommo analogato di una molteplicità di analogati inferiori, ossia noi cristiani.  Inltre Dio, Essere per essenza, è partecipato da una molteplicità di enti, i cristiani, i quali posseggono l’essere divino per partecipazione, il che non è altro che la vita della grazia santificante.

Nel cristianesimo l’uomo in grazia, e grazie a Cristo, pur restando uomo, fragile, mortale e peccatore, partecipa in vari modi e gradi alla vita divina assumendo una vita soprannaturale, la vita di grazia, simile alla vita di Dio stesso. Questo è il miracolo del cristianesimo. Il rischio, a questo punto, per la mistica cristiana, è quello, presi dall’entusiasmo, di esaltare talmente questa simbiosi fra Dio e l’uomo, da tracimare nel panteismo, come per esempio è successo a Scoto Eriugena, e ad Eckhart e ad Hegel.

Se infatti, col pretesto che la redenzione è opera divina, ci facciamo un concetto univoco di Redenzione, non analogico e non partecipativo, come invece è quello di San Paolo, di San Giovanni e di San Pietro, non capiamo nulla di questo concetto, e si comprende invece la posizione di Lutero, che, del tutto digiuno della nozione analogica e partecipativa dell’ente,  nega al cristiano la possibilità di collaborare attivamente, mediante il sacrificio di sé e il sacrificio della Messa, all’opera redentrice di Cristo e per conseguenza nega alla Madonna qualunque titolo che possa far pensare, come quello di corredentrice ed altri simili[1], ad una sua eccelsa ed insuperabile collaborazione o partecipazione all’opera redentrice col pretesto che Cristo è l’unico Redentore. Ciò significa allora che il cristiano come tale è un corredentore. La differenza tra il comune cristiano e Maria non sta nel fatto che Maria è corredentrice e il cristiano non lo è, ma che Maria è corredentrice al grado massimo raggiungibile da una semplice creatura.

Vogliamo pensare che i mariologi cattolici da sei secoli a questa parte, spesso esperti in metafisica e in teologia tomista, siano stati così ingenui e sprovveduti da non accorgersi delle possibili difficoltà ermeneutiche che può offrire questo titolo mariano e non siano stati capaci di ovviare a quelle difficoltà? Per informare il lettore al riguardo, gli consiglio di leggere la dottissima esposizione storico-dottrinale dell’illustre mariologo Servita Padre Gabriele Roschini nella sua Summa Mariologiae[2].

Infatti il grave problema che si pone è quello di intendere il titolo di corredentrice in modo che il concetto non divinizzi la Madonna[3] e non detragga alla sovrana unicità dell’opera redentrice di Cristo ponendo la Madonna alla pari di Cristo. Il concetto nella sua giusta interpretazione, tale da risolvere ogni difficoltà, è spiegato bene, oltre che dal Roschini, anche dall’Enciclopedia Cattolica, alla voce corrispondente, alla quale rimando.

Effettivamente nelle litanie lauretane come in quelle domenicane vi sono alcuni titoli che fanno sorgere il medesimo problema che suscita il tiolo di corredentrice. Facciamo alcuni esempi: Causa nostrae laetitiae, Ianua caeli, Salus infirmorum, Refugium peccatorum, Consolatrix afflictoerum.

Similmente, per quanto riguarda le litanie domenicane, Maria è invocata con  titoli come: scala di Dio, porta del paradiso, nostra vera speranza, fonte di dolcezza, nostra resurrezione, nostra vera salvezza, nostra avvocata, dissipatrice delle tenebre della notte eterna, cancellatrice della sentenza della nostra condanna, nostra ricompensa, consolatrice di quelli che a te ricorrono, riscatto di tutti i perduti, letizia di Israele, liberatrice di noi peccatori. Sono esagerazioni? No, basta intenderli col criterio che ho detto, così come va inteso il titolo di corredentrice.

Se uno obbiettasse: non sono forse tutti questi dei titoli cristologici? Con quale diritto li attribuiamo a Maria? Io risponderei: perché tante discussioni sul titolo di corredentrice, mentre il DDF non ha nulla da obiettare nei confronti di questi titoli, usati da secoli ogni giorno da un’infinità di devoti di Maria sparsi nel mondo?

Infatti questi titoli, dovutamente chiariti, come quello di corredentrice, non derogano affatto al primato divino di Cristo, ma esprimono in modo enfatico, che è il linguaggio dell’amore, la nostra devozione a Maria.  D’altra parte ci chiediamo: se è improprio chiamare Maria col titolo di corredentrice, allora è improprio chiamarla con questi titoli?

Padre Govanni Cavalcoli

Fontanellato, 7 maggio 2026


 

Nel cristianesimo l’uomo in grazia, e grazie a Cristo, pur restando uomo, fragile, mortale e peccatore, partecipa in vari modi e gradi alla vita divina assumendo una vita soprannaturale, la vita di grazia, simile alla vita di Dio stesso. 
 
Questo è il miracolo del cristianesimo.  
 
 
 
 
 Immagine da Internet:
-  Litanie, Basilica Santa Maria delle Grazie, Brescia

[1] Che compaiono nelle litanie lauretane e in quelle domenicane.

[2] Editrice Ancora, Milano 1942, vol. II, pars prima, pp.297-479.

[3] In una specie d panteismo mariologico o idolatria mariana.

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