Lo spirito e il sesso - Prima Parte (1/5)

 


Lo spirito e il sesso

Prima Parte (1/5)

Non è bene che l’uomo sia solo:

gli voglio fare un aiuto che gli sia simile

Gen2,18

 

Introduzione*

Uno dei più seri problemi della vita è quello di conciliare i bisogni, le esigenze e le inclinazioni, i piaceri e le finalità del corpo con quelle dello spirito. Dio aveva unito e noi abbiamo diviso e non riusciamo più a riunire le due metà dell’intero. Sesso e spirito da amici sono diventati nemici.

Questo problema della conciliazione del corpo con lo spirito ci tocca tutti da vicino. Esso assume toni drammatici: si pensi solo al famoso conflitto tra spirito e carne del quale parla San Paolo. La pratica della vita cristiana certo ci dà molta serenità, ma le difficoltà restano sempre gravi.  Come ci ha insegnato Freud, mettendo da parte il suo materialismo, molti disturbi psichici sono causati da un mancato equilibrio fra spirito e sesso, mentre il sesso è fatto per aiutare lo spirito.

Ci sentiamo sbattuti tra soluzioni dualistiche e soluzioni monistiche, entrambi insoddisfacenti. Non riusciamo a trovare un medium virtutis fra lassismo e rigorismo. Il Magistero della Chiesa con i suoi dogmi antropologici ci fornisce i mezzi per trovare la pace e l’armonia tra queste due componenti essenziali della nostra persona. Ma lo stolto pregiudizio contro la filosofia scolastica messo in giro oggi dai modernisti impedisce di trovare una soluzione. Del resto essi non sanno che offrirci una falsa libertà, che, direbbe San Paolo, favorisce la licenza.

D’altra parte la rigidezza dei passatisti non è neppur essa la soluzione. Essa si trova in un’adeguata utilizzazione di ciò che la Chiesa c’insegna sull’uomo e sul suo rapporto con Dio. Ad aumentare le difficoltà c’è anche la questione sessuale, che oggi appare di primo piano, in particolare con la questione del genderismo.

Sembra che pochissimi o nessuno, che io sappia, oggi, nel confrontare spirito e corpo, entrino nella questione più concreta del rapporto dello spirito col sesso utilizzando le categorie aristotelico-tomiste raccomandate dalla Chiesa. Qui ho provato a farlo io mettendo a frutto cinquant’anni di studi su questo tema, accompagnati dallo sforzo personale di mettere in pratica questi princìpi.

Sappiamo come nella storia della filosofia questo tema del rapporto nell’uomo del corpo con lo spirito sia sempre stato fortemente sentito sia ad Occidente che ad Oriente. Esso tocca anche il nostro rapporto con Dio.  Anche al nostro tempo diversi pensatori si sono cimentati con questo tema. Basti pensare ad Essere e tempo di Heidegger, Essere e persona di Joseph Seifert, Spirito nel mondo di Karl Rahner o Essere finito ed essere eterno di Edith Stein o il Maritain con i suoi Quattro saggi sullo spirito nella condizione d’incarnazione. A parte gli ultimi due, si nota tuttavia negli altri un’impostazione idealistica che crea confusione e non risolve le contraddizioni.

Gli idealisti, che guardano con disprezzo la famosa definizione aristotelica dell’uomo come loghikòn zoon, animale razionale, pensando, magari in nome della Bibbia, di elevarsi al di sopra di essa a chissà quali ineffabili altezze o di scendere a chissà quali ineffabili profondità, non si rendono conto della vera profondità e sublimità, accompagnata da modestia, della definizione aristotelica, che, mediante un congiungimento sapientissimo della l’animalità (psychè) con la razionalità (pneuma), è perfettamente in linea col dato della  fede cattolica. Il segreto dell’uomo è tutto qui.

Spirito e corpo in Aristotele e in San Paolo

San Tommaso dimostrò che quando Aristotele disse che il nus, l’intelletto, ossia lo spirito, è thyrayhen, ossia al di là della psychè e del corpo, non intendeva al di là dell’individuo, ma al di là della materia corporale o animale (psychè). Intendeva semplicemente sostenere la superiorità nell’uomo dello spirito sul corpo e niente affatto negare l’immortalità dell’anima, come alcuni sostengono, e neppure sostenere l’esistenza di un intelletto unico per tutti gli individui, come Averroè ed altri hanno frainteso. Chi capisce questo, capisce anche l’umanesimo cristiano. Altrimenti lo fraintende lasciandosi sedurre o dalla superbia o dalla sensualità.

Certo Aristotele in psicologia non usa il termine pneuma, ma è chiaro che quello che egli chiama nus, essendo al di sopra della psiche animale, non è altro che quello che San Paolo chiama pneuma, ossia l’anima spirituale. La distinzione paolina fra pneuma, psychè e soma corrisponde esattamente alla distinzione aristotelica fra anima intellettuale, sensitiva e vegetativa.

L’opposizione paolina fra uomo spirituale (pneumatikòs) e uomo psichico (psychikòs) non è, come credevano gli gnostici, la distinzione fra un’umanità superiore (un superuomo) ed un’umanità inferiore (uomo comune), perché ciò verrebbe a compromettere l’uguaglianza umana e l’universalità della natura umana. Certo, Paolo non esclude gradi di virtù e di santità, ma la natura è sempre la stessa per tutti.

Paolo parla invece di due possibili nostri atteggiamenti morali di fondo: o quello del dominio dello spirito sulla carne nella sequela dello Spirito Santo - e questo è l’uomo spirituale -, oppure il cedimento colpevole alle voglie della carne, lasciandoci dominare dallo spirito malvagio che è il demonio - il «dio di questo mondo» - e questo è l’uomo carnale. L’espressione psychikòs si potrebbe tradurre anche con «carnale».

La traduzione di San Gerolamo animalis non è felice, perché sembra che l’essere animale non sia cosa naturale ma riprovevole. Ora l’animalità non è oggetto di scelta, per cui uno può essere animale o non essere animale, ma non è altro che il predicato generico dell’esser uomo, per cui il nostro essere animali non è qualcosa di degradante o vergognoso, ma è del tutto naturale e insopprimibile. Il problema - ed è questo il tema di San Paolo - è quello di sottomettere l’animalità e il sesso con le loro pulsioni agli impulsi dello Spirito Santo, allontanando le insidie dello spirito impuro demoniaco.

Così similmente l’esser spirituale non è un dovere, perché l’uomo è una sostanza spirituale per natura e in questo senso non può non essere spirituale. Anche qui il problema è quello dell’attuazione virtuosa della nostra spiritualità. La santità non sta nel semplice esercizio quale che sia delle nostre facoltà spirituali. Anche il demonio possiede intelletto e volontà e non per questo è santo. Il problema è quello di vedere quale uso facciamo di queste facoltà, se onesto o se peccaminoso. L’uomo spirituale del quale parla Paolo., uomo che tutti dobbiamo e possiamo essere,  è dunque l’uomo che si lascia guidare dallo Spirito Santo e con ciò stesso vive la vita di figlio di Dio (Rm 8,14), una spiritualità che non è un semplice e qualunque esercizio delle facoltà spirituali che possono essere usate bene come possono essere usate male, ma si tratta dell’uomo che liberamente e volontariamente sottomette il suo spirito agli impulsi dello Spirito Santo.

D’altra parte la distinzione paolina fra pneuma e sarx, spirito e carne, in quanto in opposizione fra loro, non ha nulla a che vedere col dualismo platonico dell’anima prigioniera del corpo, ma Paolo si riferisce a un conflitto interiore dell’uomo ferito dal peccato originale e prono alla concupiscenza, che si lascia dominare dai moti degli istinti, in particolare dell’istinto sessuale.

Sebbene Paolo non lo dica espressamente, è evidente che la sua concezione dell’uomo è quella stessa di Aristotele: una persona corporea, ossia una sostanza vivente, capace di intendere e volere, dotata di libero arbitrio, capace di sentire e di amare, composta di spirito e corpo e quindi di sesso.

Del resto Paolo non si sente la missione del filosofo, attento a dare una definizione di che cosa è l’uomo, come fece Aristotele, ma, sul presupposto che gli ascoltatori sapessero già che cosa è l’uomo, Paolo sentiva la missione dell’apostolo, la missione di insegnare all’uomo come in Cristo egli possa trovare la salvezza, il che non è il compito del filosofo che definisce che cosa è l’uomo, ma è un ufficio di pastore e guida spirituale.

La situazione di oggi

Cominciamo con l’osservare che il piacere sessuale oggi attrae molto più delle gioie dello spirito. Non c’è la preoccupazione di tener conto del rapporto che unisce il piacere sessuale con la finalità della sessualità umana. L’importante è godere sessualmente e comunque, con ogni mezzo ed ogni modo. La metafisica, che è la scienza che fa comprendere il valore dello spirito, è disprezzata. Viceversa assistiamo ad un ossessionante insistere sul concreto, sullo sperimentale, sull’esistenziale, sul divenire, sulla temporalità, sulla storia, sul presente, sul fenomeno e via dicendo.

Se si citano i valori spirituali della religione, della morale, della persona, del soggetto, della coscienza o della libertà è solo per coprire con belle parole una sostanziale impostazione di vita basata sull’empietà, sull’egoismo, la superbia e la sensualità. Occorre con urgenza tornare a sapere che cosa è lo spirito e a capire che è qui che troviamo la nostra felicità, senza per questo affatto ignorare o disprezzare il valore del sesso, anzi dandogli con ciò stesso il suo vero valore, in quanto è condizione materiale indispensabile della nostra felicità.

Ma dire condizione non vuol dire causa. La condizione è ciò che consente alla causa di causare. Invece la nostra stoltezza ci porta a confondere la causa con la condizione e in tal modo la nostra vita resta frustrata, perché non comprendendo la causa della felicità, il nostro agire non può raggiungere il suo fine. Il fine infatti non è altro che la causa dell’azione.  

Sembra oggi che sia impossibile sperimentare un accordo dello spirito col sesso. Sembrano escludersi a vicenda. In molti non è affatto chiaro il primato dello spirito. Il concetto di spirito sembra un concetto vuoto. Pare a molti che siamo costretti ad una scelta: o Epicuro od Origene, o Cicciolina o la Madonna, o il burka o il topless, o Freud o i monaci del Monte Athos, o il caldo torrido o il freddo polare. Non c’è modo di raggiungere un clima temperato.

Si è perduto il valore della virtù di temperanza. Si sa usare il termometro, per misurare la temperatura atmosferica, ma non si sa più regolare la temperatura delle passioni. C’è, come il luterano, chi disprezza la verginità, perché secondo lui il bisogno di sesso è come quello del mangiare e del dormire. E c’è chi fa dell’astinenza sessuale un assoluto, scambiando la castità con la frigidità e fraintendendo il vero significato del voto di castità, che riguarda le fragilità e le miserie della vita presente e non la piena salute e la perfezione umana del paradiso.

La soluzione migliore nella vita presente, peraltro riservata a quei pochi che hanno speciali aspirazioni spirituali, è quella della vita religiosa cristiana, ma essa è pur sempre una soluzione di emergenza, essendo relativa ad una situazione di corruzione della natura umana conseguente al peccato originale.

Il matrimonio non è una legittimazione della concupiscenza col darle libero sfogo, come sembrerebbe dire San Paolo col suo remedium concupiscentiae; tutt’altro: chi non riesce a dominarsi, deve impegnarsi egli stesso per conto suo in questo esercizio ascetico, e non considerare la povera moglie come oggetto dello sfogo della passione, perchè così non farebbe che peccare di lussuria e non risolverebbe niente. Se non ce la fa a controllarsi, è meglio che non si sposi, e impari ad instaurare con la donna un rapporto normale senza farne uno strumento di piacere. Se nel matrimonio uno deve trovare sfogo alla passione, che differenza c’è dalla frequentazione di una prostituta? Forse che il sacramento può benedire una condotta del genere? Esso aiuta a vincere la concupiscenza, non a darle carta bianca.

Del resto questo tema del rimedio alla concupiscenza è totalmente assente dai più recenti insegnamenti della Chiesa sul matrimonio, i quali viceversa sono preoccupati di mettere in luce la santità dell’atto coniugale, momento di profonda armonia tra sesso e spirito, come dice San Paolo VI nell’Enciclica Humanae vitae, quando afferma che l’atto coniugale «esprime e consolida l’unione degli sposi» (n.11), incrementa ed esprime l’amore.

Per questo, sia nella condizione edenica che in quella escatologica di perfetta unione tra spirito e sesso e tra uomo e donna, il voto di castità, che invece suppone l’attuale stato di contrasto fra spirito e sesso, non ha più ragion d’essere, anche se certo non sappiamo come sarà esattamente questa unione futura, dato che il nostro corpo adesso è organizzato per consentire la riproduzione della specie, mentre nella patria futura vi sarà l’unione senza generazione.

La scoperta avvenuta nel secolo scorso della pari dignità e complementarità reciproca fra uomo e donna è collegata alla scoperta che lo spirito umano, a differenza dello spirito angelico, è sessuato. Fino ad allora si era omologato lo spirito umano a quello angelico e si credeva che la differenza sessuale dipendesse solo dal corpo. Distinguendo nella natura umana individuo e specie e pensando che il sesso fosse solo qualcosa di materiale, il sesso era ricondotto all’individualità fisica e si credeva che non fosse qualcosa di specifico.

Ma poiché la donna già a partire dal medioevo aveva fatto capire di avere una propria spiritualità, diversa da quella maschile, e per certi aspetti superiore, siamo giunti alla conclusione che la differenza sessuale umana non riguarda solo né principalmente l’animalità, ossia la generazione fisica, ma ha una radice spirituale e produce una generazione spirituale. Esiste cioè un’anima spirituale maschile e un’anima spirituale femminile. 

Ciò ci ha condotti a chiarire la natura della sostanza spirituale. Questa distinzione è certo collegata col sesso animale, il quale condiziona la differenza tra le due anime. Ma esse sono per sé stesse create da Dio con questa differenza. Dio crea un’anima maschile per un corpo maschile e un’anima femminile per un corpo femminile.

Abbiamo compreso che se tra un individuo e un altro nel campo materiale c’è solo una diversità e non una differenza specifica, perchè l’individuazione proviene dalla materia, tra l’anima di Maria e quella di Paola o tra l’anima di Paolo e quella di Giovanni c’è solo una diversità dipendente dall’individualità fisica. Ma tra l’anima dell’uomo e quella della donna c’è una differenza specifica dove il fisico non c’entra nulla e siamo nel campo dello spirito.

L’angelo è asessuato non per il solo fatto di essere uno spirito, ma perché è uno spirito senza corpo. Ma lo spirito umano, che Dio crea perchè sia sostanzialmente unito a un corpo animale, è creato da Dio differenzialmente sessuato perchè sia conforme al sesso del proprio corpo.

L’omosessualità o la bisessualità o il mutamento di sesso sono stati o atti o inclinazioni che suppongono che il soggetto non ha chiaro qual è il suo vero sesso, avendo in sé elementi e propensioni del sesso opposto.

Questa situazione anormale procura all’omosessuale o al transessuale o al bisessuale una condizione psicologica e spirituale confusionaria e frustrante, perché impedisce la normale espressione della sua personalità, che soffre di un conflitto interiore tra mascolinità e femminilità, e impedisce al suo vero sesso la sua normale manifestazione e soddisfazione. Il rimedio a questa situazione consiste nell’evidenziamento del proprio vero sesso e nella eliminazione degli elementi e delle pulsioni del sesso opposto.

La sessualità umana, a differenza da quella animale, entra nell’orizzonte del divino ed acquista un carattere sacro in quanto, sottomessa allo spirito e unita allo spirito umano, con la potenza dello Spirito Santo è resa feconda nel matrimonio e costituisce in cielo la modalità dell’amore e dell’unione dell’uomo con la donna. In tal modo la sessualità viene consacrata e resa partecipe della vita divina sia nella modalità dell’astinenza, come la verginità, che nella modalità dell’esercizio, come nel matrimonio. 

Ma il destino del sesso umano non si chiude nei limiti dell’attuale vita terrena. Cristo ci assicura che in cielo non ci sarà matrimonio e non per questo non esisterà quell’unione fra uomo e donna che corrisponde al piano originario di Dio creatore. Cristo esprime questa cosa con le parole «saranno come angeli», che San Giovanni Paolo II ha avuto cura di spiegare nel senso che lo spirito umano avrà la sua massima affermazione e godrà della massima libertà non nel senso di esser privo del corpo come per l’angelo, ma di averne il pieno dominio.

In tal modo nel cristianesimo l’ideale della verginità assume due livelli: abbiamo la verginità della natura pura e innocente, che è quella di Cristo e della Madonna. E abbiamo la verginità della natura decaduta e redenta, che è il voto di castità della vita religiosa e sacerdotale su questa terra.

La verginità dell’innocenza appartiene solo a loro due, nuovo Adamo e nuova Eva, in quanto esenti dalla colpa originale e uniti a Dio purissimo spirito non sessuato, Cristo secondo l’unione ipostatica, Maria in quanto sposa del Padre, feconda di Spirito Santo e Madre del Figlio.

 

Ciò che nell’uomo muta, e può e deve mutare

e ciò che non muta e non può e non deve mutare

Riguardo al tema che intendo trattare bisogna fare attenzione a due cose: che in esso c’è qualcosa di immutabile e qualcosa di mutevole. C’è un dato immutabile e determinato, creato e stabilito da Dio, del quale dobbiamo prendere atto e spiegare così com’è. E questo dato è la natura umana, composta di spirito e sesso, con le sue leggi e i suoi fini naturali e soprannaturali.

E c’è un dato o una materia di per sé mutevole, un qualcosa che può cambiare e di fatto cambia, un dato di fatto storico ed esistenziale, un qualcosa che è a disposizione delle nostre decisioni, oggetto di una sempre migliore conoscenza e pratica, un qualcosa di accidentale o contingente o temporaneo che può essere plasmato, determinato, arricchito, soppresso o mutato dalla nostra volontà, oggetto delle nostre scelte.

Ma che cosa, come, dove e quando deve cambiare? Ed entro quali limiti o a quali condizioni? Con quali criteri? Sulla base di quali princìpi? Questo è il vastissimo campo dell’agire dove deve esercitarsi la virtù della prudenza che applica i princìpi e mette in pratica le leggi nell’infinità dei casi particolari.

È qui che appare il grave errore di Rahner, che è quello di credere che la natura umana non sia un qualcosa di predefinito alle nostre scelte, ma una materia a nostra disposizione che possiamo plasmare come meglio ci piace. È un errore gravissimo, perché in realtà la nostra natura è creata da Dio con le proprietà e facoltà precise e determinate da Dio stesso progettate e volute.

Nell’etica di Rahner l’uomo usurpa e avoca a sé un potere costruttivo e creatore che appartiene solo a Dio: quello di dar forma alla natura umana, quello di fissarne l’essenza, col pretesto della libertà. Ma qui la libertà non c’entra niente. La libertà è il poter realizzare o raggiungere liberamente i fini della nostra natura, fini evidentemente preesistenti al nostro volere, fini che dobbiamo dare per presupposti alle nostre scelte. La nostra azione libera deve soltanto obbedire ai comandi divini, raggiungere i fini, soddisfare ai bisogni e alle esigenze, operando liberamente e creativamente all’interno dello spazio consentito da quei valori, non stabilirli lei come meglio le aggrada.

Nostro dovere, quindi, e nostra felicità sono anzitutto quelli di conoscere oggettivamente i caratteri essenziali della nostra natura e della nostra destinazione soprannaturale e sulla base di esse esercitare convenientemente le facoltà, operare con l’aiuto della grazia le nostre scelte, accogliere i doni dello Spirito, togliere i peccati, aumentare le virtù, aggiungere nuovi elementi, ornamenti o complementi convenzionali o artefatti, modificare il modificabile e determinare il determinabile.

Così per esempio la sessualità non è una semplice materia amorfa circa la quale ci sia permesso di stabilire e fissare noi a nostro piacimento forme e determinazioni. Non è vero, come dice Rahner, che la natura umana è infinitamente plasmabile. Lo è solo entro quei limiti all’interno dei quali può agire il nostro libero arbitrio. E chi tenta invece di operare o modificare là dove è Dio che opera e decide, è punito dalla ribellione della stessa natura.

Così dobbiamo dire che il sesso è una formazione vivente creata da Dio - «maschio e femmina li creò» - con le sue proprie caratteristiche essenziali ed immutabili, di mascolinità e femminilità. La felicità sessuale e per conseguenza quella spirituale la otteniamo solo accettando il sesso così come Dio lo ha voluto ed attuandone le finalità volute da Dio. L’unico mutamento nel sesso voluto da Dio è il passaggio dal sesso generativo della vita presente al sesso unitivo del futuro stato di gloria. L’astinenza sessuale ascetica e l’uso del sesso nel matrimonio sono le due vie volute da Dio, la prima più breve della seconda, per coloro che sono chiamati, per salire alla gloria celeste.

La natura umana è dunque qualcosa di ben preciso, determinato ed univoco, benchè certo lo spirito umano sia aperto alla totalità dell’essere; ma essa non è di per sè mutevole né plasmabile dall’uomo, benchè egli possa e debba attuarne le facoltà. Tuttavia non sta a noi mutarla o cambiarla nella sua essenza.

Neppure Dio stesso la cambia, ma la conserva e la protegge come bene prezioso da Lui sommamente amato. Essa può corrompersi, ma Dio la salva e ricostituisce. Noi possiamo solo apportare ad essa mutamenti occasionali, accidentali e temporanei, che toccano appunto il suo aspetto di mutabilità, ossia il suo agire e il suo patire, le sue abitudini, le sue condizioni fisiche, psichiche e morali, le sue qualità, particolarità e dimensioni accidentali e transitorie.

La natura umana ha limiti e confini essenziali delimitati e fissi, per noi invalicabili, se non siamo sollevati oltre noi stessi da quella stessa potenza divina che ci ha creati; confini che, se noi non rispettiamo, diventiamo degli esseri abnormi e mostruosi.

Invece lo spazio di azione che ci è consentito dà origine ad un indefinito pluralismo di comportamenti, che è alla base delle varie culture, una meravigliosa diversità che arriva fino alla diversità fra individuo e individuo, dove ciascuno ha modo di far fruttare i talenti ricevuti. Questa è la condotta che può essere determinata dalle nostre decisioni, un campo dove ci è consentito di fare tutto quello che vogliamo, un campo, però, i cui limiti non possono essere oltrepassati senza far danno a noi stessi e agli altri.

L’argomento del quale tratto dev’essere allora considerato e studiato da due punti di vista diversi: con l’occhio del teologo morale e con l’occhio della teologia pastorale.  La teologia morale considera l’agire umano e cristiano in se stesso, basato sulla natura umana elevata dalla grazia e destinato alla vita eterna. Questo è il campo dell’immutabilità e dell’universalità.

Il teologo pastorale, della cui dottrina si avvale il pastore di anime e la guida della comunità cristiana, considera l’agire della persona in quanto dotata di libero arbitrio, capace di prender decisioni concrete, all’interno di un dato ambiente o contesto storico, familiare o sociale, con determinati condizionamenti psichici, economici o politici, soggetto capace di autodeterminarsi nell’agire entro un dato spazio o un orizzonte aperto a diverse chances o possibilità, progredendo nell’acquisto della virtù e della santità. Questo è il campo del divenire, dello sviluppo, della variabilità e diversità e della pluralità.

Il cristiano, quindi, da una parte è vincolato a doveri inderogabili, deve obbedire ad una legge naturale universale ed immutabile, ma dall’altra ha la facoltà e il dovere di applicare questa legge in diversi modi nello spazio e nel tempo, attuando sempre meglio quel compito stupendo che Dio gli ha assegnato di agire da figlio di Dio ad immagine del Figlio divino Gesù Cristo.

Il fatto che la natura umana sia ben definita, delimitata e regolata da precise leggi morali, universali ed immutabili non vuol dire, come teme Rahner, che l’agire umano sia deterministico puramente istintuale o debba essere orientato ad unum come quello degli animali o essere monotamente ripetitivo come quello delle macchine. Al contrario, l’uomo ha davanti a sé uno spazio di azione e di libera scelta, di inventiva e di creatività, dove, anche se non sempre gli è possibile, può e deve decidere liberamente quello che preferisce. Ma questo agire, per essere benefico e legittimo, non trasgredire i comandamenti divini, non deve varcare i confini stabiliti dalla retta ragione e dalla fede, dal diritto e dalla giustizia, dalla legge naturale e divina, se non vuol fallire al senso e al valore della sua vita.

Se consideriamo come l’umanità ha vissuto finora il rapporto dello spirito col sesso registriamo certamente un’evoluzione del costume: da un’impostazione dualistica e rigorista di tipo platonico e da una concezione della donna come soggetta al maschio, oggi, alla luce del dato biblico meglio interpretato, riusciamo meglio del passato a conciliare lo spirito col sesso e a capire come uomo e donna non devono ingannarsi a vicenda  o guardarsi con diffidenza, ma completarsi l’un l’altra su di un piede di parità, in un mutuo servizio ed essere una cosa sola per il bene e la crescita della società e della Chiesa.

Questo progresso del costume morale non ha comportato però nessuna alterazione nella natura umana o nella legge morale, ma si è trattato semplicemente di una migliore realizzazione delle esigenze e dei fini della natura stabiliti da Dio.

È importante allora capire e distinguere nell’argomento che stiamo trattando come in generale ciò che nell’uomo, nella condotta umana e nella norma morale è immutabile e ciò che può mutare, ciò che vale per tutti e ciò che è rimesso all’iniziativa di ciascuno, ciò che è statico e ciò che è dinamico, quando si deve obbedire e quando si può agire autonomamente, conciliare la fedeltà al dovere col progresso morale, evitare il conservatorismo come il modernismo, la rigidezza come il lassismo.

Occorre inoltre distinguere la libertà dalla licenza, ciò che è determinato e ciò che è indeterminato, che cosa l’uomo può cambiare e che cosa deve rispettare così com’è, ciò che è libero e ciò che è necessario, ciò che è dovere di tutti e ciò che è facoltà di ciascuno. Tutto ciò è segno di quella saggezza morale che assicura all’uomo l’eterna felicità.

Il teologo considera la natura umana in sé stessa, le sue finalità, le norme fondamentali dell’agire basate sulla legge naturale, gli stati della natura umana dallo stato edenico a quello glorioso escatologico, la condizione dell’uomo elevato allo stato di grazia come figlio di Dio chiamato al possesso della vita eterna nella patria celeste.

Fine prima Parte (1/5)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 26 dicembre 2025 

La scoperta avvenuta nel secolo scorso della pari dignità e complementarità reciproca fra uomo e donna è collegata alla scoperta che lo spirito umano, a differenza dello spirito angelico, è sessuato. Fino ad allora si era omologato lo spirito umano a quello angelico e si credeva che la differenza sessuale dipendesse solo dal corpo. Distinguendo nella natura umana individuo e specie e pensando che il sesso fosse solo qualcosa di materiale, il sesso era ricondotto all’individualità fisica e si credeva che non fosse qualcosa di specifico. 

Ma poiché la donna già a partire dal medioevo aveva fatto capire di avere una propria spiritualità, diversa da quella maschile, e per certi aspetti superiore, siamo giunti alla conclusione che la differenza sessuale umana non riguarda solo né principalmente l’animalità, ossia la generazione fisica, ma ha una radice spirituale e produce una generazione spirituale. Esiste cioè un’anima spirituale maschile e un’anima spirituale femminile. 

Ciò ci ha condotti a chiarire la natura della sostanza spirituale. Questa distinzione è certo collegata col sesso animale, il quale condiziona la differenza tra le due anime. Ma esse sono per sé stesse create da Dio con questa differenza. Dio crea un’anima maschile per un corpo maschile e un’anima femminile per un corpo femminile.

Abbiamo compreso che se tra un individuo e un altro nel campo materiale c’è solo una diversità e non una differenza specifica, perchè l’individuazione proviene dalla materia, tra l’anima di Maria e quella di Paola o tra l’anima di Paolo e quella di Giovanni c’è solo una diversità dipendente dall’individualità fisica. Ma tra l’anima dell’uomo e quella della donna c’è una differenza specifica dove il fisico non c’entra nulla e siamo nel campo dello spirito. 


Immagine da Internet 

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* Cf:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2021/08/uomo-e-uomo-e-donna-prima-parte-12.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2024/03/la-complementarieta-reciproca-tra-uomo.html

https://www.arpato.org/testi/studi/Cavalcoli_tesi_1976-77.pdf 

https://www.arpato.org/testi/studi/Cavalcoli_n92-1980.pdf

https://www.arpato.org/testi/studi/1983_Cavalcoli_corpo-SacraDoctrina.pdf 

https://www.arpato.org/studi.htm 

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