Il Dio Trinitario. Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia - Seconda Parte (2/7)

 

Il Dio Trinitario

Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia

Seconda Parte (2/7) 

 

Prima parte - Premesse gnoseologico-pastorali

 

Ciò che su Dio

sa la nostra ragione e ciò che sa la fede cristiana

Tutti noi, siamo cristiani, cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, induisti o quale che sia la religione alla quale apparteniamo, o anche prima di praticare un culto divino, col semplice ragionamento, applicando il principio di causalità condotto alle estreme conseguenze, lasciando alla ragione che percorra fino in fondo il suo cammino, senza fermarla a metà strada, sappiamo che Dio esiste, un Dio personale sapiente, buono, provvidente, giusto e misericordioso, ente supremo, sommo bene, causa prima e fine ultimo dell’universo. E lo sappiamo partendo dall’esperienza delle cose che ci circondano, dalle persone che ci stanno attorno e dalla consapevolezza del nostro stesso esistere. Anche coloro che si professano atei o agnostici o idealisti o massoni lo sanno, benchè il loro concetto di Dio possa essere sbagliato e fuorviante.

Per sapere chi è Dio,  formare un concetto di Dio e stabilire gli attributi della natura divina con la semplice ragione naturale, noi disponiamo di alcuni concetti basilari, spontanei, metafisici che si riferiscono alla composizione dell’ente.  Essi li troviamo nella Sacra Scrittura,  negli insegnamenti di Cristo[1], nella metafisica di Aristotele e in quella di Platone, susseguentemente approfondita da San Tommaso d’Aquino.

Per sapere invece chi è Cristo, non è sufficiente una conoscenza razionale della natura divina, ma occorrono concetti su Dio che Cristo stesso ci ha fatto conoscere. Occorrono concetti cristiani. Tali concetti presuppongono i precedenti, ma li arricchiscono con l’aggiunta di nuovi contenuti, il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione e il mistero Trinitario.

Quando ci poniamo di fronte alla questione di determinare l’identità di Cristo, dobbiamo tener presente che ci troviamo di fronte ad una Persona reale, una realtà sostanziale, presente, vivente, mutevole, diveniente e semovente, attiva, evolutiva e dinamica, una realtà individuale e concreta immersa nella storia e ad un tempo fondante, ferma, salda, eterna, trascendente, incomprensibile, immobile, immutabile e sovrastante la storia e il tempo, una Persona che ci si presenta con i dati della concretezza, della storicità e della fragilità umana, alla portata del nostro pensiero, ma che ad un tempo, lo impegna nella più alte astrazioni metafisiche, fisse nella loro staticità, perché immagini della eternità, perennità,  immutabilità e stabilità dell’essere umano-divino di Gesù Cristo.

 

Condizioni intellettuali per poter capire la dottrina di Cristo

Che cosa è la dottrina di Cristo? E più a monte: che cosa è una dottrina? Che cosa è la dottrina della fede? La dottrina in generale è un prodotto del nostro spirito e del nostro pensiero per mezzo del quale noi conosciamo, indichiamo, insegniamo esprimiamo in concetti e parole agli altri la verità.  

Essa nella sua forma, non nel contenuto, che sono le cose reali, è legata al processo astrattivo dell’intelletto. La dottrina è un complesso di entità astratte e mentali, sovrasensibili, sovratemporali e sovraspaziali, prodotte dalla nostra mente, espresse e raccolte in affermazioni, asserzioni, sentenze, dichiarazioni o proposizioni, un insieme unitario, deduttivo, coerente e sistematico di concetti, idee e giudizi, per mezzo dei quali e nei quali noi conosciamo la realtà, la verità delle cose e la realtà concreta.

Esiste oggi una diffusa incomprensione, antipatia o diffidenza o mancanza di interesse per i contenuti più alti della dottrina, quelli filosofici, teologici, metafisici e rivelati, come sono i dogmi cattolici, e per il concetto stesso di dottrina. e quindi per ciò che è astratto, come fossero cose vuote ed estranee alla realtà, che sarebbe solo il concreto, il fattuale, il sensibile, l’immaginabile, lo sperimentabile, lo storico, il pratico, il manipolabile, il fattibile, il controllabile, il misurabile, il calcolabile, il quantificabile, l’attuale, il presente, l’immediato.  

Ma ciò comporta il disprezzo per il pensiero, per l’intelletto, per lo spirito, per il sapere, per la scienza e quindi per la stessa realtà e per la verità. L’orizzonte intellettuale si è alquanto ristretto alla realtà materiale. Abbiamo perduto la nostra dignità di soggetti pensanti e ci siamo abbassati al livello degli animali, i quali dell’astratto, dello spirito e della virtù non sanno nulla e badano solo al concreto dei bisogni dell’alimentazione e della sessualità.

È chiaro che in una situazione del genere, per quanto riguarda le esigenze dello spirito, della coscienza, della verità, della libertà, della morale, della filosofia, della metafisica, della religione e della fede non resta nulla, se non eventualmente un insieme grigio e raffazzonato di pratiche esterne, di formule verbali o rituali abitudinarie o convenzionali che coprono sostanziali interessi materiali rinchiusi soltanto nei limiti del mondo presente. Nessun interesse per l’eterno, per l’assoluto, per l’infinito, per l’immutabile. 

O se può aversi la parvenza di questi interessi in discorsi o programmi altisonanti, prometeici e magniloquenti, questi esibizionismi dialettici e sofistici nascondono un’insicurezza di fondo, una situazione o sensazione fondamentale di frustrazione sostanzialmente irrisolte, sorgenti di odio e di violenza, il dubbio radicale ed una forzata affermazione di certezza che si aggrappa al nulla e presagisce la tragedia finale o il naufragio finale. Da qui la sorgente di un nichilismo radicale, il cui pericolo è stato segnalato sia da Papa Francesco che da Papa Leone.

Per poter capire la dottrina di Cristo e da lì apprendere chi è Cristo,  dobbiamo, come ci insegna San Paolo, essere uomini spirituali e non carnali (I Cor 2, 12-15); bisogna cioè che noi impariamo a purificare, elevare, ampliare ed approfondire lo sguardo del nostro intelletto per renderlo capace di pensare, conoscere,  vedere e concepire delle realtà misteriose, sovraumane, invisibili, sublimi, metafisiche e spirituali, che riguardano Dio, la sua natura e il suo piano di salvezza e glorificazione dell’uomo, che in realtà oltrepassano la capacità della nostra stessa intelligenza.

Cristo ci raccomanda di conservare le sue parole, ossia le verità o gli insegnamenti che ci ha trasmesso su di Lui, sul mistero Trinitario, sulla Chiesa, sui comandamenti che dobbiamo osservare per entrare nel regno di Dio. La Chiesa ha sempre avuto cura di raccogliere in un solo insieme o corpo dottrinale tutte le nozioni che Cristo ci ha insegnato e di spiegarle nel corso dei secoli formando le proposizioni dogmatiche, che poi sono conservate in apposite raccolte sistematiche, come per esempio i catechismi o altre opportune raccolte, come quella famosissima del Denzinger. Anch’io modestamente ho curato una di queste raccolte[2]. Una sintesi liturgica di questi articoli di fede è contenuta nel Credo che recitiamo nelle Messe festive.

È chiaro che il fine che Gesù si è proposto con l’offrirci i suoi insegnamenti da Se stesso o mediante la Chiesa, è quello che noi ci fermiamo a contemplare nei concetti di fede, per cui noi, accogliendo con fede le altissime verità che ci comunica, siamo infiammati dall’amore per Dio e per i fratelli, aspirando con tutto il cuore ad incontrarLo in paradiso.

Tenendo conto però di questo aspetto dottrinale della vita cristiana, dobbiamo tener presente che nell’esercitare il nostro atto conoscitivo noi dobbiamo evitare due opposte inclinazioni viziose: quella della sensualità e quella della superbia. O l’abbassarci nell’animalità o la pretesa di essere puri spiriti. O la tendenza a sostituire il pensare con l’immaginazione o col sentire o quella di esaltarci solo perchè possiamo guardare in alto o all’orizzonte.

 

L’universale

Quel qualcosa che noi consideriamo in sé stesso nell’operazione astrattiva a prescindere dal dato particolare del senso ed anche al di là del nostro potere immaginativo, indipendente dallo spazio e dal tempo, è l’essenza dell’ente ovvero l’universale.

Nell’astrarre, l’intelletto non si allontana dalla realtà, ma coglie la realtà. Nell’astrazione metafisica noi prescindiamo certo da ogni individualità, da ogni determinazione, da ogni specie, da ogni genere, ma prescindere o astrarre non vuol dire negare, trascurare, togliere, sopprimere o annullare, come ha creduto Hegel. L’astrarre è semplicemente mettere da parte, non considerare, ma ciò non significa disprezzo. L’astrarre non è come svuotare un recipiente dove alla fine esso non resta più nulla, ma è penetrare (intus-legere) e raggiungere il cuore, il centro, il fondamento, la sostanza, l’intimo del reale, ciò che in esso c’è di più importante, di vero, di intellegibile, di necessario ed essenziale.

Nell’astrarre, soprattutto in metafisica o in teologia e quindi in dogmatica, per capire la dottrina di Cristo e della Chiesa, e quindi i dogmi come quello Trinitario, occorre sì superare, ma non bisogna togliere tutti gli inferiori, altrimenti alla fine ci troviamo davanti al nulla, come è successo ad Hegel. Se uno astrae male, alla fine non trova Dio, ma il nulla. E per forza allora diventa ateo!

Invece alla fine del vero astrarre corretto ci troviamo davanti all’ente e a Dio stesso come fece Aristotele e al suo seguito, confortato dalla rivelazione biblica, ha fatto Tommaso d’Aquino. Hegel non si arrese davanti al nulla nel quale era incappato, ma non seppe neanche rinunciarvi.

Così Hegel escogitò la falsa soluzione di identificare l’essere col nulla, concependo il divenire come essere che non è, mettendo la ragione contro sé stessa, e gettando la ragione nel baratro dell’assurdo e dell’insensatezza, in un esasperante processo all’infinito, causando la più radicale forma di nichilismo in tutta la storia della filosofia a costo di negare il principio di non-contraddizione, che è il principio primo e fondamentale del pensiero, basato sull’identità dell’ente.

Aggiungiamo che il processo astrattivo ci mette davanti all’oggetto della scienza, che è il reale in quanto l’universale, che è l’uno nei molti, da molti e per molti. L’universale però è tale nella nostra mente, perché siamo noi a evidenziare la sua universalità, fondata sull’ente reale, che però in sé stesso è singolare, concreto e particolare.

Universale (versus-unum) significa «molti verso l’uno», ossia molti radunati nell’uno, ma radunati in modo tale che in ognuno dei molti appaia ciò che hanno in comune, ossia l’essenza specifica, generica o trascendentale. L’universale è dunque l’uno nei molti, quell’uno che l’intelletto estrae dai molti considerandolo in sé stesso a prescindere dai molti.

L’universale unisce fra loro i molti facendone una sola cosa, ma lasciando che ogni individuo della specie o del genere sia diverso dall’altro. L’universalità dell’universale si trova solo nel nostro intelletto ed è la conseguenza della nostra attività astrattiva. Tuttavia nella realtà o nelle cose c’è il fondamento di questa universalità.  

Se il concetto del cane è universale e si applica ad ogni cane è perché io trovo in ogni cane il cane. In ogni cane c’è la caninità. Ma solo col mio intelletto io la isolo e la distinguo in sé stessa e la considero in sé stessa nella sua identità ed universalità. Ogni cane, oltre alla sua essenza individuale, possiede l’essenza del cane.  Questo cane è la determinazione individuale della caninità.  Questo cane è quindi una concretizzazione particolare dell’idea del cane.

In ciò Platone aveva ragione. Il suo sbaglio era credere all’esistenza e sussistenza dell’universale astratto, quando invece l’astratto esiste solo nella nostra mente, salvo che si tratti di una sostanza spirituale nella quale la specie coincide con l’individuo, un ente cioè che astrae dalla materia e separato dalla materia.

Aristotele corresse Platone non nel negargli l’esistenza dell’universale astratto, ma nel porlo nel suo luogo metafisico e logico, che non è il reale, ma la nostra mente, nell’osservare che l’universale come tale che produciamo noi col nostro intelletto, è immanente alla nostra mente, pur fondandosi sulla realtà, per cui il reale non è di per sé astratto, non è un pensiero sussistente, ma è concreto e tuttavia è il fondamento dell’universalità che viene da noi pensata, ma che si trova potenzialmente nella realtà e quindi l’universale non è un puro pensiero avulso dal reale, come credono i materialisti e gli empiristi, ma rispecchia l’essenza del reale, pur prescindendo dagli individui. Astrarre, se ben fatto, non è evadere dalla realtà, ma è comprenderla a fondo nella sua verità, come recita il motto scolastico abstrahentium non est mendacium. Sbaglia nell’astrarre chi entifica le idee, cosalizza il pensiero, dà corpo alle astrazioni e dà essere reale agli enti di ragione, come fanno gli idealisti.

Nel cane, in ogni cane, la sua essenza coincide col suo essere quel cane. Io invece posso sapere che cosa è il cane astraendo l’essenza cane da uno o più cani, in modo tale che so riconoscere il cane in ogni cane che incontro e nel mio concetto di cane c’è virtualmente ogni possibile cane. E so a priori quale sarà l’essenza di qualunque cane io possa incontrare in futuro.

Notiamo che esiste anche un’astrazione compiuta dall’animale. Se un gatto vede un cane, scappa non perchè è quel dato cane, ma perchè è il cane. Il che vuol dire effettivamente che il gatto in qualche modo prescinde dal particolare e coglie l’universale. Qual è allora la differenza dall’astrarre umano? Che la mente umana, astrae totalmente dall’individuale, isola completamente l’oggetto dai suoi inferiori.  in modo che la mente ha davanti a sé un oggetto privo di qualunque legame col concreto, così che questo oggetto può essere significato nel linguaggio.

La meraviglia del nostro intelletto è come riesce dopo aver incontrato alcuni individui a riconoscere la specie, formando così il concetto dell’ente conosciuto. Il nostro intelletto fa come un balzo al di là della materia e dell’esperienza sensibile verso l’infinto e l’immutabile.  Trova qualcosa, sia pur di circoscritto e delimitato (il cane), che sa che non muterà mai e che contiene in sé una specie di infinità.

Questa è la meraviglia dell’universale. Questo è il dono che ci fa l’astrazione. Questa è la meraviglia del concetto. L’immortalità del concetto è un segno dell’immortalità dell’anima. Povere quelle menti che non riescono a capire l’immutabilità dei concetti e vagano senza pace nelle onde turbinose ed incessanti del divenire!

Qualunque concetto particolare nasconde il concetto universalissimo dell’ente e oltre l’ente nasconde il concetto di Dio. Il mio intelletto, dopo aver visto alcuni cani, si accorse della loro essenza, in modo tale che incontrando altri cani, sa riconoscere in loro il cane, senza che ci sia la possibilità di mutare il concetto di cane. 

Non è impossibile incontrare un cane che non condivida l’essenza del cane. Non sarebbe un cane, ma un'altra cosa. In questo senso i concetti sono universali ed immutabili. Non ha senso, come credono i modernisti, credere che un concetto possa mutare: se muta il concetto, muta la cosa rappresentata dal concetto.

Quanto alle forme o sostanze spirituali, le persone, l’anima, gli angeli e Dio, esse sono soggetti reali già astratti di per sé, indipendenti o separati dalla materia, per cui qui per conoscerli non abbiamo bisogno di astrarre, ma solo di pensare o intuire come atto di partecipazione all’essere oppure per analogia con gli enti materiali o per metafora o mediante segni o prove.

La realtà che è fuori di noi e che dev’essere oggetto del nostro conoscere è individuale, particolare, singola e concreta. Ma mediante la nozione analogica e partecipativa dell’ente, allargando il nostro pensare al massimo della sua comprensione, universalità e capacità, possiamo elevarci anche al pensiero delle realtà spirituali e celesti.

Siccome il molteplice esistente che ci circonda sono gli enti concreti, noi sentiamo il bisogno, possibilmente, di cogliere e rappresentare il concreto nella sua interezza. Tuttavia il nostro intelletto funziona cogliendo solo l’essenza universale della cosa esterna e prescindendo dai dati individuali.

Il concetto è rappresentazione mentale dell’essenza astratta dall’individuale, sia l’essenza individuale o siano le qualità sensibili spaziotemporali del concreto esistente. Questa essenza è identica ed immutabile sempre e dovunque non perché occupi tutto l’essere, come l’essenza divina, ma perché spazio e tempo non incidono su di lei, non la mutano né la diversificano, essendo da essi indipendente. Invece il concreto concepito nella nostra mente non è più concreto, ma astratto, immutabile ed universale. Cogliamo l’essenza individuale esterna solo per mezzo dei sensi. Presente nell’anima, l’essenza può esser colta intuitivamente e in tal senso l’anima può cogliere anche la propria essenza.

Nell’analisi dei misteri dell’Incarnazione e della Trinità occorre saper muoversi con abilità e prudenza nel trattare del rapporto fra l’astratto e il concreto. Per questo nel mistero dell’Incarnazione occorre distinguere la distinzione fra Dio e un uomo e la distinzione fra la divinità e l’umanità. Nella prima distinzione siamo davanti al concreto; nella seconda operiamo sull’astratto.

Così pure per il mistero Trinitario bisogna distinguere i soggetti concreti Padre, Figlio e Spirito dalle forme astratte paternità, filialità e spirazione, che, come relazioni sussistenti, definiscono le Tre Persone divine. L’astratto qui non è il mentale, ma è somma realtà.

Occorre però notare che, nel far funzionare l’attività astrattiva, la nostra condotta morale corre due rischi opposti: o la sensualità, per la quale ci attacchiamo al concreto e siamo incapaci di compiere quell’operazione astrattiva che ci porta a scoprire e concepire le realtà spirituali, la vita morale, l’anima, gli angeli, le cose celesti e Dio. Oppure, invaghiti della potenza astrattiva del nostro pensiero, la superbia può spingerci a chiuderci nelle nostre idee e nelle nostre astrazioni come se in esse si esaurisse il tutto della realtà.

Il primo rischio è quello dell’empirismo, che ha origine nella gnoseologia di Guglielmo di Ockham. Il secondo è quello dell’idealismo tedesco, che riduce il reale al razionale, il concreto all’astratto, l’essere al pensiero, il reale all’ideale, la metafisica alla logica, l’essere al divenire o viceversa il divenire all’essere.

È chiaro che se penso a Dio e a quest’uomo Gesù, mi riferisco a due soggetti concreti, penso a quegli enti individuali, penso da una parte a quella sostanza suprema ed infinita, che è lo stesso essere sussistente, nel quale l’essenza coincide col suo essere, mentre dall’altra penso a quel dato ente vivente la cui essenza è distinta dal suo essere, una sostanza psicofisica sussistente finita e creata. Invece la Trinità è data dalla sussistenza nell’unico essere sussistente divino, dell’esser Padre, esser Figlio, esser Spirito, concepiti come relazioni sussistenti.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato,12 dicembre 2025

 


Nell’analisi dei misteri dell’Incarnazione e della Trinità occorre saper muoversi con abilità e prudenza nel trattare del rapporto fra l’astratto e il concreto. Per questo nel mistero dell’Incarnazione occorre distinguere la distinzione fra Dio e un uomo e la distinzione fra la divinità e l’umanità. Nella prima distinzione siamo davanti al concreto; nella seconda operiamo sull’astratto.

Così pure per il mistero Trinitario bisogna distinguere i soggetti concreti Padre, Figlio e Spirito dalle forme astratte paternità, filialità e spirazione, che, come relazioni sussistenti, definiscono le Tre Persone divine. L’astratto qui non è il mentale, ma è somma realtà.

 
Immagine da Internet:
- Il Concilio di Nicea, Affresco in San Nicolas di Myra (antica Nicea)
 

[1] Vedi il mio libro Cristo fondamento del mondo. Inizio, centro e fine del nostro umanesimo integrale, Edizioni L’Isola di Patmos, Roma 2019.

[2] Le verità di fede. Tutti i dogmi e le dichiarazioni dottrinali della Chiesa cattolica, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2021.

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