Il confronto del bene col male
La volontà umana e la volontà divina
Quarta Parte (4/6)
Lo scopo della vita
Ogni agente agisce per un fine e al di là di questo fine, agisce per un fine ultimo. Una ricerca di un fine finito uno dopo l’altro, all’infinito, senza mai giungere a una meta definitiva, credendo che ciò sia un progresso, in realtà è una cosa frustrante, esasperante e disperante, che porta a fallire lo scopo della nostra vita, che è sì il progredire ma progredire verso il bene che ci soddisfi completamente, che è solo Dio.
Se tutto deve finire nel nulla, come credeva il povero Leopardi, a che pro tante fatiche, tanti lavori, tanti sforzi? Tanto vale farla finita subito. Bisognerebbe abolire dalle scuole la lettura di Leopardi, perché spinge al suicidio. Per questo tanti giovani oggi si uccidono, nonostante il benessere del quale godono: credono che il vivere non abbia senso o che non valga la pena faticare per qualcosa. Certo molti sono mantenuti in vita dall’attrattiva dei piaceri. Essi sembrano anche felici. Ma hanno nel cuore il vuoto e forse l’inferno.
Se non ci fermiamo nel possesso di questo bene o nel nostro riferirci a questo bene, cadiamo nell’abisso o, come si esprime Kant, la ragione cade nel «baratro». L’assenza del bene infinito, del quale abbiamo bisogno e per il quale siamo fatti, è l’inferno, che significa appunto luogo basso e oscuro, come può essere un pozzo. Pensiamo al «pozzo dell’abisso», del quale parla l’Apocalisse (Ap 9,1).
L’inferno è questo sprofondare senza trovare appoggio, un cercare senza raggiungere, un lavorare per niente, un fallire allo scopo, un esser privi di ciò di cui si ha bisogno, il buio nel quale non si vede nulla, un divenire senza il soggetto che diviene, un dolore provocato dall’insoddisfazione e dalla mancanza dell’essenziale, un cadere in quello che Kant chiamava il «baratro della ragione». Viceversa, raggiungendo Dio il moto agitato dello spirito si ferma nella pace, nella quiete e nella soddisfazione. Questa è la meta ultima dell’uomo.
Infatti ogni bene causato è creato da Dio, sommo bene e fine ultimo dell’universo e di tutti gli agenti che agiscono nell’universo. La provvidenza divina muove tutti gli agenti ad agire in vista di conseguire il loro fine, che è la felicità della loro vita. Gli agenti inanimati agiscono in conformità alle leggi fisiche che Dio ha posto nella loro natura ed eseguiscono quindi esattamente la volontà divina che dispone del loro bene. Gli agenti viventi agiscono mediante un’azione immanente, l’azione vitale, per la quale realizzano il loro bene e la loro felicità mettendo in opera le leggi della loro vita ed in tal modo conseguono il loro fine, che è quello di compiere in pienezza quelle azioni vitali alle quali sono inclinati secondo il piano e la legge della provvidenza divina.
Le creature spirituali, angeli e uomini sanno qual è il loro fine ultimo e il loro sommo bene. Esso è Dio stesso, loro creatore e Signore, il quale fa loro conoscere che cosa devono fare per raggiungere il loro fine, compiere quegli atti per i quali soddisfano alle esigenze della loro natura e mettono in atto le sue inclinazioni, tra le quali quella fondamentale è quella di conoscere Dio, di amarlo e servirlo, per godere dell’unione con Lui nell’eterna beatitudine celeste. Lo scopo della vita dell’uomo e dell’angelo è l’incontro immediato con Dio avendo eseguito i comandi da lui impartiti, la cui esecuzione è appunto la condizione necessaria per questo incontro beatifico.
Dio dona a noi uomini la sua grazia, che ci sostiene nel cammino che dobbiamo compiere per raggiungere la patria celeste. Dio ci costituisce persone dotate di ragione e libero arbitrio, che sono potenze per le quali noi, consapevoli dei talenti che Dio ci ha dato, siamo chiamati a trafficarli e a farli fruttare con le buone opere, nell’osservanza dei suoi comandamenti.
Abbiamo dunque la possibilità di acquistare le virtù e di fuggire i vizi, in modo tale che la nostra vita è un cammino col quale progressivamente ci avviciniamo alla conquista del nostro fine ultimo e sommo bene, che è Dio. Perfezionando noi stessi, ci avviciniamo progressivamente a Dio nell’unione celeste nella quale troviamo la nostra somma e definitiva felicità. Il nostro cuore nella vita presente, come dice Sant’Agostino, è inquieto, finchè non riposi in Dio,
Come il buon lavoro merita una retribuzione, così l’infingardaggine e la pigrizia meritano il castigo. Chi si adopera con zelo nel far fruttare i propri talenti consegue il premio celeste. Chi seppellisce il proprio talento per una falsa umiltà in realtà perchè disprezza il Signore, viene castigato.
Chi se la prende comoda col pretesto che è la grazia che salva e chi crede di essere trasportato dalla grazia come la merce è trasportata dall’autocarro, crede di farla franca, ma in realtà firma la sua condanna. Il fatto che Dio ci doni la grazia non ci esime affatto dal dovere di conquistare la vita eterna con l’impiego al massimo di tutte le nostre forze. Dobbiamo esser pronti a lasciare tutto pur di ottenere di entrare nel regno dei cieli.
La considerazione del premio celeste che ci attende e del sommo vantaggio che viene dall’obbedire a Dio è richiesta dalla cura del nostro interesse e del nostro bene. Ora ciò è esattamente ciò che Dio vuole: il nostro bene. Tuttavia la nostra piena felicità consiste nel mirare a Dio stesso al di là del nostro stesso interesse umano. È chiaro infatti che Dio, bene infinito, va ben al di là della limitatezza della nostra perfezione umana. Per questo, se vogliamo raggiungere veramente la felicità bisogna che noi subordiniamo i nostri interessi umani alla ricerca del volto di Dio. Il nostro interesse supremo è proprio la dimenticanza di noi stessi per proiettarci totalmente in Dio, sommamente amato più della nostra stessa vita.
Che cosa vuol dire peccare
La volontà umana è naturalmente inclinata al possesso o al compimento del bene. Il male di per sé è un non-essere, anzi è la privazione di un bene dovuto. Per questo il bene può esistere senza il male, ma il male non può esistere senza il bene, perché il bene è il suo soggetto, che il male rende difettoso.
Il bene di una cosa si ha quando essa ha tutto ciò che deve avere. Il male invece dipende da qualunque difetto. Il male, essendo un accidente, può essere tolto. Il bene invece è necessario e indistruttibile. Un’azione peccaminosa può distruggere qualcosa, può sopprimere la vita, può falsare un discorso, ma non può annientare quel bene che esso aggredisce.
Viceversa la colpa del peccato può essere tolta eventualmente scontando una pena e il peccato può essere perdonato e quindi cancellato. In tal caso il soggetto torna in stato di grazia, recupera l’innocenza che aveva prima, come se nulla fosse successo.
Se quindi non esistesse il soggetto del male, che compie o patisce il male, soggetto per sé buono in quanto ente, non esisterebbe neanche il male. Il male certamente esiste, ma è sbagliato ipostatizzarlo o trasformarlo in una sostanza, peggio ancora se si arriva a concepirlo come un assoluto, a concepire un Dio del male, pensando quindi che il male sia inevitabile, necessario, irrimediabile, invincibile ed eterno, come si credeva nello zoroastrismo e nel manicheismo.
Esistono sì sostanze nocive, ma siamo sempre lì: occorre distinguere la sostanza in se stessa, dal punto di vista ontologico, dal danno che essa arreca. Tanto è vero che la chimica o la farmacologia sanno utilizzare a scopo curativo sostanze che. diversamente dosate, sarebbero velenose.
San Tommaso dimostra l’esistenza di Dio proprio partendo dalla constatazione dell’esistenza del male. Egli osserva infatti che il male presuppone un bene. Ora da dove viene il bene se non da Dio?
Quindi, quando parliamo di una volontà maligna o di una cattiva volontà, che ama o cerca o vuole il male o fare il male o agisce male, vuole cioè peccare, che cosa intendiamo dire? Non possiamo certamente riferirci a una volontà che vuole di per sé una privazione, un non-essere, che vuole il nulla, perchè la volontà per sua natura è indirizzata a un ente o reale o di ragione, che per sé ontologicamente è buono. Infatti, o la volontà si esercita, e allora vuole qualcosa. La volontà che non vuole nulla è un volere solo potenziale, non attuale.
Anche l’embrione umano ha la volontà. Ma essa non vuole nulla semplicemente perché non si può esercitare. Ma il bene ontologico non è il bene morale. Non si può volere il nulla. Occorre che la volontà abbia davanti a sé un obiettivo. Ora la volontà creata non ha padronanza sull’essere: come essa non può creare, così non può annientare. Può certo distogliere il pensiero da Dio, ma per agire, deve porsi uno scopo, deve avere un oggetto. Gli ultimi Papi hanno denunciato la sciagura del nichilismo. Ma anche il nichilismo resta pur sempre una concezione della realtà, con la differenza dal realismo che per i nichilisti l’essere coincide col non-essere.
La volontà può volere il non-essere solo accidentalmente, in quanto è presente in un bene difettoso. Nel peccare, quindi, la volontà vuole un bene, ma difettoso perché privo di ciò che dovrebbe avere o perché fuori dell’ordine morale o perchè nocivo o perchè solo apparente e non reale.
Fare il male è un disprezzare, un falsificare, uno scandalizzare, un sedurre, un ingannare, un violentare, uno sminuire, un umiliare, un adulare, uno strumentalizzare, un corrompere, un distruggere, uno scompigliare, un mettere in disordine, un creare confusione, un provocare conflitti, un togliere, un rubare, un inquinare, un disturbare, un ferire, un uccidere.
La questione del peccato sorge se riflettiamo sul fatto che ci sono alcune cose, alcune azioni, alcune scelte, che sul momento ci sembrano buone, ci attirano irresistibilmente, ma poi, dagli effetti dolorosi che seguono, aprendo gli occhi, ci accorgiamo di aver sbagliato o di aver peccato.
Quando pensiamo ai peccati che abbiamo commesso alla luce della coscienza che abbiamo attualmente e di come doveva essere allora la nostra coscienza, ci viene a volta fatto di chiederci: ma come ho potuto compiere una cosa del genere, che adesso mi farebbe orrore? Ci può essere la circostanza della buona fede e la risposta può essere: forse non mi rendevo conto come comprendo adesso, che capisco meglio che quell’atto che commisi allora era peccato. Certo, adesso non lo farei più, ma è possibile che allora credessi di far bene.
Questa domanda come è potuto accadere ci viene spontanea quando pensiamo alla vicenda tragica di fenomeni come il nazismo e allo sterminio di sei milioni di Ebrei, quando pensiamo all’influsso che un uomo come Maometto da 14 secoli ha esercitato ed esercita su miliardi di uomini contro Cristo, loro vero Salvatore, se pensiamo alla resistenza ad assoggettarsi al Papa da parte dei protestanti, degli anglicani e degli ortodossi, se pensiamo all’influsso esercitato dal comunismo su masse sterminate di persone, se pensiamo al prestigio dello idealismo tedesco oggi presente anche in campo cattolico nel fenomeno del modernismo.
Certo, tanti saranno stati in buona fede: ma non ci sarà anche chi preferisce servire il dio di questo mondo anziché Cristo? E che sarà di loro? Era la domanda che San Domenico angosciato si poneva al pensiero del pericolo che gli eretici albigesi correvano per la loro anima, angoscia dettata dall’amore, che lo spinse a dedicarsi eroicamente alla predicazione del Vangelo per la salvezza delle anime.
Osserviamo ancora che alcuni beni, alcuni diletti o piaceri fisici, psichici o spirituali ci attirano al di fuori dell’ordine generale del bene, in contrasto con beni superiori, al di fuori dell’equilibrio e dell’armonia dei beni, al di fuori e contro la volontà di Dio.
Ci siamo ingannati o qualcuno ci ha ingannati. Oppure sapevamo che quell’azione era male ed era cattiva agli occhi di Dio, sapevamo di metterci in contrasto con un comandamento o una legge divini, e l’abbiamo compiuta ugualmente perchè ci piaceva. Abbiamo un gusto pervertito. Il bene ci ripugna, il male ci attira. Ci piace fare il male, proviamo disgusto e ripugnanza a fare il bene.
Uno sguardo onesto su noi stessi ci porta a constatare che abbiamo un gusto pervertito, una volontà alla quale piace il peccato. Il peccato ci sembra una cosa buona. Il male ci sembra bene. Oppure vogliamo decidere noi che cosa è bene indipendentemente dalla volontà di Dio. Questo è il peccato vero e proprio. Questa è la colpa. Qui ci siamo ingannati volontariamente.
Oppure ci capita quello che dice San Paolo e come diceva anche Seneca: video bona proboque; deteriora sequor. Vediamo ciò che è bene, ne siamo convinti, ne conosciamo le ragioni, lo insegniamo agli altri, magari siamo docenti di teologia morale, apprezziamo e gustiamo i divini comandamenti, e vorremmo metterli in pratica, ma al momento di agire, quando si presenta l’occasione, ecco che un moto di ribellione e di disobbedienza, una forza contraria eppur attraente, la concupiscenza, vince la nostra debole volontà e la piega a far valere ciò che, se fossimo stati liberi da essa, non avremmo fatto. C’è in noi una tendenza, che ci spinge a fare ciò che, se fossimo veramente liberi di scegliere, non faremmo.
Oggi si è perduta la coscienza del legame del peccato col castigo. Non si comprende più perchè al peccato dovrebbe seguire una pena. L’insistenza indiscreta con la quale oggi si predica la grandezza della misericordia divina ha indotto molti a credere che i peccati non sono più castigati, ma tutti perdonati Ma allora, se le cose stanno così, è chiaro che il peccato assume il carattere di una cosa buona e lecita, per cui questo vano misericordismo finisce col favorire la diffusione del peccato.
In questa visuale evidentemente di origine luterana, la confidenza in Dio comporta la certezza di essere perdonati, qualunque cosa facciamo. Infatti per Lutero il peccato peccato è inevitabile e, se abbiamo fede, esso viene perdonato nel momento stesso in cui viene commesso. Non occorre alcun pentimento né l’offerta di una riparazione perchè Cristo ha già pagato Lui per tutti con la sua croce.
Sempre per Lutero il timore che Dio sia adirato con noi e ci stia punendo per le nostre colpe, vorrebbe dire che non abbiamo un giusto concetto di Dio come Padre misericordioso. Vuol dire che siamo rimasti al Dio vendicativo e adirato dell’Antico Testamento, il Dio che non sarebbe quello di Cristo, tutto tenerezza e misericordia, quale che sia il peccato che abbiamo commesso.
Il timor di Dio, secondo questo modo di pensare, vuol dire che manchiamo di fiducia nel Dio misericordioso. Tuttavia, se facciamo attenzione, qui ci troviamo davanti niente più che alla dottrina di Lutero, già a suo tempo condannata dal Concilio di Trento. Secondo Lutero infatti la giustificazione, ossia l’atto col quale Dio fa misericordia al peccatore e lo rende giusto, consisterebbe nel fatto che il Padre, consapevole del fatto che l’uomo ha perduto col peccato la libertà dell’arbitrio, per cui è schiavo del peccato ed ogni azione che fa è peccato, guardando alla giustizia di Cristo Redentore, e distogliendo lo sguardo dai nostri peccati, non muta la nostra volontà da cattiva a buona. ma considera come nostra la giustizia di Cristo.
Detto in parole semplici: il Dio luterano finge di non vedere e non toglie veramente il peccato, ma lo copre, sicchè il peccatore appare giusto, ma in realtà non lo è e così viene a ricevere un premio che non si è meritato. Chiediamoci allora che Dio è mai questo, un Dio che favorisce l’ipocrisia e non toglie il peccato ma lo giustifica. Lutero confonde la giustificazione del peccatore con la giustificazione del peccato. Invece nella vera giustificazione il peccatore viene reso giusto e il peccato viene cancellato.
Il castigo del peccato
Da sempre e dovunque nella coscienza morale di tutti i popoli è apparsa cosa normale e norma intuitiva che la colpa sia punita o il crimine sia sanzionato o il peccato sia castigato. Per questo in tutte le civiltà sono esistiti organi giudiziari deputati a far giustizia e a punire i malfattori, spesso con la pena di morte e a volte con pene anche crudeli. Anche nella Scrittura questa prassi è citata e giustificata ed è oggetto di numerosissimi luoghi sia in riferimento alla giustizia umana e sia in riferimento alla giustizia divina.
Oggi in ambiente cattolico si è diffuso uno stato emotivo per il quale la parola stessa castigo, che pur è frequentissima nella Scrittura e nello stesso diritto civile sotto l’espressione «sanzione penale», al solo sentirla pronunciare mette in agitazione e provoca irritazione, cosicchè si è diffuso il timore o il ritegno a pronunciarla per non provocare questi riflessi condizionati sostanzialmente irragionevoli, dipendenti da un falso concetto della bontà divina, per il quale essa sarebbe incompatibile col castigare.
Se poi la bontà è intesa come misericordia, pare che questa escluda ancor più la pratica del castigo. Non si bada al fatto che certamente misericordia e castigo non possono essere esercitati simultaneamente nei confronti dello stesso soggetto, ma nulla impedisce, come suggeriscono la vera bontà, giustizia e prudenza e come sanno i veri maestri ed educatori, di alternare severità e misericordia nello stesso soggetto o di esercitare una virtù con l’uno e l’altra con un altro.
La parola castigo e simili, come pena o punizione non sembra oggi dignitosa, non pare appartenere al linguaggio della carità e della fraternità, e sembra quasi venir censurata e catalogata tra le parole sconvenienti che è meglio non pronunciare, quasi fosse una parola oscena.
Si è perso di vista che il suo uso ragionevole è indispensabile non solo alla vita cristiana, ma alla stessa normale convivenza civile, la quale, grazie a Dio, non è vittima di questo puritanesimo cattolico e quindi bisogna dire che qui la cultura laica dà una lezione di civiltà e fa da maestra al costume cattolico, non facendo altro, peraltro, che conservare un’antica tradizione cattolica, legata al diritto romano, oggi guastata dalle false tenerezze del buonismo.
D’altra parte potremmo chiederci che ne sarebbe di una società priva degli istituti giudiziari, delle forze dell’ordine o delle forze amate. Occorre allora vincere e allontanare quella reazione di rigetto e quella fobìa insensata e mettersi a ragionare con calma, in ascolto della saggezza biblica e di quella di tutti popoli, perchè qui ne va anche di altri valori fondamentali della vita cristiana, come quella della giustizia, del peccato, della grazia, della colpa, del pentimento, dell’espiazione, della soddisfazione, della riparazione, del sacrificio, della disciplina morale, del merito e del timor di Dio, nonchè della stessa Redenzione e della misericordia, tutti valori senza dei quali non solo non può esistere il cristianesimo, ma neppure la dignità umana.
In questo disagio diffuso succede che i sacerdoti, che hanno il compito di recitare l’ufficio divino o di dir Messa, e di riflesso anche i fedeli, se vogliono prender le cose sul serio e non semplicemente recitare una parte, quei fedeli che seguono con particolare attenzione queste pratiche religiose, non possono non notare lo stridente contrasto da una parte fra la predicazione corrente, che ignora quella parola e le espressioni simili e dall’altra i numerosissimi testi biblici presenti nella Messa e nei Salmi dell’ufficio divino dove ricorre quella parola. Chi vuole vivere bene sia il momento della preghiera che quello della vita quotidiana, sperimenta dolorosamente una spaccatura interiore, laddove maggiormente dovrebbe realizzarsi l’armonia.
La soluzione allora non potrà essere altro che quella di recuperare ed apprezzare il valore morale del castigo che non è altro che la conseguenza intrinseca e necessaria dell’atto del peccato. Il giusto castigo è il presidio dell’ordine giuridico e giudiziario umano e divino, è la custodia e difesa del bene pubblico, la soddisfazione per chi ha patito ingiustizia, è la ricomposizione dell’ordine infranto, il provvedimento che ferma l’azione del peccatore e che ridona pace e tranquillità a coloro che avevano sofferto per l’ingiustizia patita.
Il giusto castigo, irrogato a norma di legge dal giudice giusto ed imparziale. sereno ed incorruttibile, favorisce il rispetto della legge, ristabilisce l’ordine sociale e privato infranti, corregge il delinquente, riconduce le cose all’organizzazione originaria, assegna a ciascuno il suo, toglie la refurtiva al ladro e la restituisce al legittimo proprietario, ridona al denigrato la sua buona fama, placa l’ira dell’offeso, abbatte l’oppressore e libera l’oppresso, rivendica o fa valere i diritti conculcati, stimola al compimento del dovere, difende il diritto dei poveri. Il giusto castigo non ha nulla a che vedere con l’odio, la vendetta o la violenza, ma è atto che emana dalla bontà e in fin dei conti dall’amore.
L’amore evangelico per il nemico significa certo che occorre evitare l’odio, la violenza e l’ingiustizia nei confronti dei nemici, occorre saper pazientare, tollerare e compatire, ma non vuol dire che non si debba disapprovare e odiare il peccato e l’ingiustizia commessi dal nemico; non significa che non esista il dovere da parte dell’autorità di punire e far giustizia, ma che sia bene dar campo libero a prepotenti e a malfattori, che bisogna abolire la magistratura o i tribunali o sciogliere le forze armate, ma vuol dire che anche nel nemico occorre trovare i lati buoni nella volontà di far la pace con lui sulla base di valori comuni, nella correzione delle cattive azioni e nella riparazione dei torti commessi o subìti.
Il peccato è una disobbedienza alla volontà divina, per cui il peccatore, invece di ottenere il bene che consegue a questa obbedienza, attira su di sé il male conseguente alla disobbedienza. Questo male è quello che tutti chiamiamo castigo o punizione. Il verificarsi del castigo è quindi necessario all’essenza stessa del peccato. È nella natura stessa del peccato essere castigato. Per converso possiamo asserire con certezza che un atto umano non castigato è un atto buono. Da qui vediamo la stoltezza dei buonisti che vorrebbero concepire un peccato non castigato. Ciò significa esattamente confondere il male col bene.
Neppure Dio potrebbe fare che un peccato non sia castigato, perché sarebbe contradditorio, in quanto bisognerebbe ammettere un atto produttivo di sofferenza che non producesse sofferenza. Dio certamente può miracolosamente far sì che un’azione di per sé nociva, poniamo per esempio il fuoco, non nuoccia. Ma non possiamo pretendere che a chi volontariamente Gli si ribella, veda poi risparmiata la pena che si merita.
Un conto infatti è che Dio impedisca alla fiamma di bruciare, come fece nell’episodio biblico dei tre giovani innocenti Sadrach, Mesach e Abdenego (Dn 3,12). E un conto è il caso di chi si suicida gettandosi tra le fiamme. Nel primo caso Dio mostra la sua misericordia salvando i tre giusti; nel secondo caso mostra la sua giustizia con la punizione dando corso alla legge naturale.
Diversa invece è la punizione che dipende da un giudizio divino. In tal caso Dio può differire il castigo nel tempo, anche per dar tempo al peccatore di pentirsi, ma giunge comunque il momento della resa dei conti, come è narrato nella parabola evangelica del ricco epulone.
Secondo la divina rivelazione il peccato fa perdere lo stato di grazia e indebolisce le forze della natura, sicchè essa con le forze che le rimangono, non è capace di risollevarsi, di riparare il mal fatto e tanto meno di tornare nello stato di grazia. Ma Dio misericordioso ispira al peccatore il pentimento del proprio peccato e la richiesta del perdono, con la volontà di rimediare al mal fatto. D’altra parte il peccatore possiede la possibilità di rifiutare questa misericordia e restare ostinato nella sua colpa, la cui causa è la superbia.
La Bibbia considera il peccato come un furto fatto a Dio o come il contrarre un debito che l’uomo ridotto in miseria, non è in grado di pagare. Il piano divino della salvezza però comporta che lo stesso Figlio di Dio paghi per noi il nostro debito col sacrificio della croce, ovvero ci acquisti (re-d-emptio) per il Padre pagando col suo sangue. Gesù presenta la sua opera di salvezza come il «dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28).
Questo vuol dire che la remissione del peccato non può che essere opera divina. Infatti solo Dio può ridonare all’anima quella grazia che essa ha perduto peccando. Viceversa è in nostro potere ed è nostro dovere, proprio per poter essere perdonati da Dio, perdonare ai fratelli. Questo atto è in nostro potere perché con esso noi volgiamo la nostra volontà a intenti di pace nei confronti del nostro fratello che ci ha offeso e mostrandogli la nostra benevolenza. Un conto quindi è il perdono divino, che dona la grazia e sana la natura e un conto è il perdono umano che conduce alla riconciliazione e alla pace tra fratelli.
L’uso della forza è peccato?
L’uso della forza non è necessariamente peccato. Dipende dal fine che ci si propone, dalle circostanze e dalla misura che si dà a questa forza. Bisogna infatti dire che c’è il peccato quando c’è il volere il male o volere il peccato o recar danno al prossimo senza motivo. Invece, la volontà per esempio del giudice che per far applicare la legge vuole la pena del criminale, compie un atto moralmente buono, in quanto vuole il suo stesso bene con la possibilità che gli dà di espiare la colpa. Molto giustamente la legislazione italiana chiama la prigione «penitenziario». Essa è effettivamente un luogo nel quale il criminale pentito può rifarsi una vita e reinserirsi dignitosamente in società dopo aver scontato la pena.
Viceversa, la pena di morte, che pure sin dai tempi biblici presso tutti popoli è stata un istituto ufficiale anche nei paesi cattolici, oggi come ci è indicato da Papa Francesco, appare effettivamente una prassi penale legata ad una concezione della persona, della coscienza e dell’ordine giudiziario, che rispecchiano uno stato arretrato della coscienza cristiana che ha scoperto nuove prospettive del regno di Dio annunciato nel Vangelo e delle scienze umane che oggi colgono meglio che in passato la complessità, le tortuosità e le risorse dell’anima umana.
Diverso è il problema dell’uso delle forze armate. Su questo punto è necessario tener conto della distinzione fra armi da fuoco e armi atomiche. Mentre resta sempre urgente l’obbligo assoluto del disarmo atomico, l’uso delle armi da fuoco mantiene la sua legittimità quando esiste un motivo ragionevole per tale uso.
L’uso della forza o della coercizione o delle armi da parte della pubblica autorità non è di per sé violenza né ingiustizia, ma può essere richiesto in nome della giustizia. Il giusto uso della forza è certamente cosa voluta da Dio, come appare chiaramente dalla Scrittura.
Dio certo non vuole l’odio, l’omicidio o la crudeltà, ma certamente permette di far valere anche con la forza il proprio diritto di conquista o di legittima difesa. Dio proibisce ogni espansionismo e ogni imperialismo od occupazione di territori altrui, ma non proibisce che un popolo sottragga con la forza membri di questo popolo dominati o maltrattati da un altro popolo. Dio poi ha in abominio l’aggressione di un popolo ad un altro popolo sotto pretesto della diffusione di un messaggio religioso.
Per questo, certamente è cosa blasfema, come hanno ripetuto gli ultimi Papi, utilizzare il nome di Dio per far uso della violenza militare o per guerre di invasione, ma è lecita e lodevole la convinzione del soldato che combattendo compie il suo dovere di obbedire con ciò stesso alla volontà di Dio. È chiaro d’altra parte che se per «guerra» non s’intende il puro e semplice conflitto militare fra due Stati, ma lo sfogo collettivo dell’odio e della violenza, sotto qualunque bandiera o pretesto, la guerra così intesa è sempre condannabile.
Inoltre, l’amore evangelico per il nemico non esclude la liceità di combattere il nemico, quando vi sia una giusta causa. D’altra parte, occorre segnalare l’esistenza ricorrente di una forma di pacifismo qualunquista, magari ammantato di Vangelo, ma che nasconde l’infingardaggine di chi, attaccato ai propri comodi, non vuol sacrificarsi per il bene comune.
Qualcosa di simile possiamo dire del soldato che uccide il nemico in guerra. Se egli tiene conto dell’amore per il nemico insegnato dal Vangelo ed esegue un giusto ordine, non solo non pecca, ma può anzi compiere un atto di eroismo mettendo a rischio la propria vita per il bene della patria.
Fine Quarta Parte (4/6)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 20 gennaio 2026
Se il moto dello spirito nel finito e nel contingente può continuare e progredire indefinitamente, nel moto che riguarda il senso ultimo, quando c’è in gioco il problema dell’assoluto e del bene infinito, non può non fermarsi. Ananke stenai, diceva Aristotele, bisogna fermarsi. Questo detto corrisponde esattamente alle parole della Scrittura: «Fermatevi, e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11).
Se non ci fermiamo nel possesso di questo bene o nel nostro riferirci a questo bene, cadiamo nell’abisso o, come si esprime Kant, la ragione cade nel «baratro». L’assenza del bene infinito, del quale abbiamo bisogno e per il quale siamo fatti, è l’inferno, che significa appunto luogo basso e oscuro, come può essere un pozzo. Pensiamo al «pozzo dell’abisso», del quale parla l’Apocalisse (Ap 9,1).
Viceversa, raggiungendo Dio il moto agitato dello spirito si ferma nella pace, nella quiete e nella soddisfazione. Questa è la meta ultima dell’uomo.
Infatti ogni bene causato è creato da Dio, sommo bene e fine ultimo dell’universo e di tutti gli agenti che agiscono nell’universo. La provvidenza divina muove tutti gli agenti ad agire in vista di conseguire il loro fine, che è la felicità della loro vita.
Le creature spirituali, angeli e uomini sanno qual è il loro fine ultimo e il loro sommo bene. Esso è Dio stesso, loro creatore e Signore, il quale fa loro conoscere che cosa devono fare per raggiungere il loro fine, compiere quegli atti per i quali soddisfano alle esigenze della loro natura e mettono in atto le sue inclinazioni, tra le quali quella fondamentale è quella di conoscere Dio, di amarlo e servirlo, per godere dell’unione con Lui nell’eterna beatitudine celeste. Lo scopo della vita dell’uomo e dell’angelo è l’incontro immediato con Dio avendo eseguito i comandi da lui impartiti, la cui esecuzione è appunto la condizione necessaria per questo incontro beatifico.
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