Il confronto del bene col male
La volontà umana e la volontà divina
Terza Parte (3/6)
Il bello e il bene
La natura umana è già di per sé una cosa buona, ma è pienamente buona quando esercita la virtù. Al bene conviene la bellezza, per la quale esso è appetibile alla vista[1]. Al bello conviene l’unità, il giusto modo, la forma, la specificità o misura dell’intero o del tutto e l’ordine armonioso e la buona e proporzionata distribuzione delle parti[2].
Ricordiamo però che se il bello è un bene per la vista, non necessariamente è un bene morale, se questa bellezza spinge al peccato o se è contemplato al fine di peccare. Entrando nel campo della produzione artistica, bisogna fare attenzione al rapporto del bello col bene morale. In questo campo l’artista ha una speciale responsabilità[3] nel senso che la sua produzione è moralmente giustificata e formativa solo se egli non si propone soltanto di accontentare il gusto estetico, ma fa in modo con la sua opera di stimolare il pubblico alla virtù, considerando il fatto che la stessa virtù, come insegna Platone, ha una bellezza sublime capace di attirare la volontà alla pratica del bene.
Il bello è un bene sia per l’intelletto che per la volontà: per l’intelletto, in quanto il vedere piace all’intelletto. Bello, infatti, come osserva San Tommaso. è ciò che, visto, piace. Per converso il male è brutto. Tuttavia può esistere una bellezza fascinosa e seduttrice, che attira al male, così come una persona brutta può essere buona. San Leopoldo Mandić era alto un metro e mezzo, ma la sua statura morale era gigantesca.
Per questo il bello mette in gioco sia l’intelletto che la volontà. Il piacere estetico dipende da un bene dilettevole, oggetto della volontà. Ma siccome piace alla vista e il vedere spetta all’intelletto, il bello è il vero, oggetto dell’intelletto, in quanto piace all’intelletto nel vederlo. Il gusto estetico è una virtù dell’intelletto unito al senso, per la quale l’uomo sa giudicare saggiamente circa la bellezza dei prodotti dell’arte o della natura. Il bello che induce alla virtù non ha solo un valore estetico, ma anche un valore morale.
Il peccato e la sua remissione
La nozione del peccato è una nozione naturale della ragion pratica, nota anche ai pagani. In Cicerone troviamo una definizione tanto semplice, quanto vera, intuitiva e profonda: il peccato è una mala actio, un’azione cattiva alla quale evidentemente corrisponde l’azione buona.
Il peccato è un atto del quale è capace solo la creatura spirituale, angelo o uomo. La possibilità di peccare risiede solo in una creatura dotata di libero arbitrio. Infatti l’atto del peccare consiste nel privare volontariamente qualcosa o qualcuno di ciò che gli appartiene di diritto.
Peccare è l’atto col quale la creatura prova gusto nel fare il male. Peccare è un atto col quale il soggetto sceglie un falso bene. Peccare è il rifiuto di obbedire alla legge divina. Peccare è l’atto col quale la creatura invece di scegliere Dio, sceglie una creatura o sceglie sé stessa o di servire al diavolo. Peccare è l’atto di quella volontà che invece di normarsi sulla volontà divina, si norma su sé stessa. Ora è evidente che tutti questi atti sono possibili alla creatura e non a Dio.
Diverso è il modo di peccare nell’uomo e nell’angelo. L’uomo ha un intelletto legato al senso e una volontà legata alle passioni. Ciò fa sì che nella vita presente le decisioni della volontà siano mutabili, convertibili, ritrattabili o revocabili, da cui la possibilità del pentimento. Per questo, Dio, dopo il peccato, ha offerto all’uomo una possibilità di riscatto e di salvezza. L’angelo invece, dotato di un intelletto dispensato dall’uso dei sensi, esercita un potere intuitivo intellettuale che non ha bisogno della mediazione dei sensi, per cui al momento dell’agire giudica con una sicurezza e decide con una fermezza inflessibile ed irrevocabile a noi ignote, e per questo il suo peccato[4] non è stato perdonato, né egli stesso per il suo orgoglio ha voluto essere perdonato, ritenendo di non averne bisogno.
Certamente la ragione naturale fatica a scoprire il senso profondo del peccato con le sue gravi conseguenze, peccato che consiste nell’essere un’offesa a Dio disobbedendo alla sua legge e rifiutando il suo amore, e molti di noi credono, come Kant, che tutto il problema della virtù e della rettitudine morale stia nel seguire il dettame della ragione, nel rispetto per la legge morale e per il diritto, nell’esercizio della virtù, nel possedere il senso del dovere e nell’ascolto della propria coscienza. Ad ogni modo non c’è dubbio che chi agisce in questo modo, anche se non ne ha chiara coscienza, finalizza la sua vita a Dio.
Già la teologia naturale, anche a prescindere dalla Rivelazione, può dimostrare che, avendo Dio deciso di creare creature intelligenti e libere, che gli assomigliassero nel suo potere creativo, non poteva non introdurre nel mondo la possibilità del male, ossia che queste creature scegliessero il male anziché il bene.
Come sappiamo invece dalla Rivelazione e dalla storia, questa terribile possibilità si è realizzata, prima col peccato degli angeli e susseguentemente col peccato dell’uomo, quello che la Chiesa chiama «peccato originale», che è consistito nel peccato commesso dai nostri progenitori, i quali però, in quanto nelle loro individualità era contenuta l’intera specie umana, hanno fatto sì che la loro colpa diventasse colpa dell’intera umanità e quindi di tutti gli individui umani che da quella coppia sarebbero derivati.
È importante su questo tema distinguere il peccato dalla colpa, nonché il peccato dalla tendenza al peccato, detta “concupiscenza”. Il peccato è un atto di cattiva volontà. La colpa è lo stato di disagio o turbamento della coscienza conseguente alla commissione del peccato, cosicché la coscienza si sente oppressa da un peso che la intralcia nei movimenti e la frena nella sua apertura a Dio e al prossimo.
Mentre l’atto del peccato, una volta compiuto, appartiene al passato, la colpa resta. La coscienza però può essere liberata da questo peso, grazie al pentimento, che Dio stesso ispira. Questo dolore salutare riporta l’anima in pace con Dio, che la libera dalla colpa con la concessione del suo perdono.
Già la coscienza morale naturale conosce il dovere della clemenza, della misericordia, della compassione e della pietà verso i sofferenti, i fragili, i deboli e gli incapaci, nonché il dovere di perdonare, di fare grazia, di condonare i debiti ai peccatori pentiti.
Inoltre tutti i popoli dalla più remota antichità conoscono la pratica della religione, non importa se in clima monoteista o politeista, la quale religione suppone la coscienza di essere in debito o in colpa con Dio, si avvertono i suoi castighi, e pertanto si sente il bisogno di riconciliarsi con Lui per ottenere perdono, grazie, favori e benefici. A tal fine vediamo la pratica della preghiera e dei sacrifici cultuali al fine di placare l’ira divina e propiziarsi la benevolenza di Dio.
Una forma degenerata di religione è la magia, per la quale non è l’uomo che, disposto a fare la volontà di Dio, implora e supplica Dio di fare misericordia, ma è l’uomo ovvero il mago, che, ricevuta la forza dal demonio, si ritiene dotato di poteri divini, e che presume di poter piegare Dio alla sua volontà.
Dio sarebbe ingiusto se non premiasse il giusto e non punisse il peccatore ostinato, ma, se si astiene dal castigare perché il peccatore, pronto ad espiare, è pentito e chiede perdono, Dio opera per lui un bene ancora maggiore, dandogli al di là di quanto il pentito meriterebbe.
Il peccato originale
L’esistenza nella nostra vita di una serie infinita i mali, di conflitti, di sventure e di peccati fino all’esistenza di quella morte, che ripugna al nostro desiderio di immortalità, la presenza del dolore, della malvagità, delle ingiustizie, la potenza distruttiva delle calamità naturali, dell’ostilità della natura nei nostri confronti, ha condotto già i filosofi pagani a supporre, come per esempio Platone, che noi adesso ci troviamo su questa misera terra, a seguito di una nostra caduta originaria dalla visione delle idee divine dove eravamo beati, per cui adesso il problema è quello di liberarci da questo stato di miseria per tornare a vedere la verità.
La visione aristotelica è migliore di quella di Platone, perchè egli col suo dualismo di anima e corpo non riesce a giustificare l’unità della persona, mentre Aristotele, pur distinguendo anch’egli anima e corpo, facendo uso delle categorie di materia e forma ci fa capire come essi si uniscono nell’unità della persona, tanto che la dottrina dell’anima spirituale come forma sostanziale del corpo, entrerà attraverso San Tommaso addirittura nel dogma cattolico al Concilio di Vienne del 1312.
Invece nel caso del peccato originale si ha che, sì, il peccato è stato un atto personale della coppia primitiva, ma nel contempo la colpa di questo atto si espande e si trasmette attraverso la generazione a tutta l’umanità. Apparentemente si tratta di un’assurdità che starebbe nel moltiplicare ciò che è uno e non può che essere uno (l’atto di Adamo ed Eva) e un’ingiustizia che comporta l’esser puniti per una colpa non commessa.
Siamo dunque obbligati a vedere che differenza c’è fra la colpa personale e quella collettiva del peccato originale. Dal punto di vista personale, ognuno ha le proprie colpe, mentre la colpa originale, essendo colpa dell’umanità, è condivisa da tutti i membri della specie umana, ad eccezione della Beata Vergine Maria, preservata dalla colpa originale in vista dei meriti di Cristo.
In altre parole, la colpa originale viene trasmessa a tutti i discendenti della coppia primitiva in quanto ognuno di questi discendenti è membro della specie umana. Per questo, la colpa originale che ognuno di noi eredita dai progenitori non ha nulla a che vedere con le nostre colpe personali, delle quali è responsabile ognuno di noi, perché non è una colpa di noi come individui, ma di noi come specie.
È chiaro che della colpa originale non abbiamo alcuna responsabilità, perché non proviene da un nostro atto personale. L’atto del peccato non appartiene a noi, ma è appartenuto alla coppia originaria. A noi però viene trasmessa la colpa, che è lo stato di disordine della volontà priva della grazia, stato conseguente al peccato. Come sia possibile una colpa senza l’atto precedente che normalmente l’ha causata è cosa misteriosa, della quale dobbiamo prender atto in base alla fede, ma non è possibile dare una spiegazione razionale.
Ad ogni modo sappiamo che questa colpa viene cancellata dal Battesimo. Restano le conseguenze penali per tutta la durata della vita terrena, nonchè la tendenza a peccare, cioè la concupiscenza, anch’esse misteriose, perché normalmente la pena dovrebbe subirla chi ha commesso il peccato. Le cose sembrano essere andate come se in Adamo ed Eva l’intera umanità abbia peccato, ed infatti San Tommaso chiama tale peccato peccatum naturae.
Intelletto e volontà nel bene e nel male
La distinzione fra il bene e il male ha il suo principio, criterio, origine, fondamento e ragion d’essere nell’attività dell’intelletto e della volontà finiti. Il primo passo che il nostro spirito compie verso il male è quello di cadere nell’errore per il quale prende involontariamente per vero ciò che è falso, oppure è il rifiuto volontario di riconoscere la verità conosciuta, che contrasta con la nostra volontà.
Il peccato originale ha posto nel nostro spirito, intelletto e volontà, un’ostilità nei confronti della verità, benchè Dio ci abbia creati con un naturale desiderio di verità e di conoscenza, segnalato onestamente, come si sa, anche da Aristotele all’inizio della sua Metafisica.
È sorprendente l’onestà, l’obbiettività e correttezza del modo di pensare e di procedere di Aristotele, che pur era un pagano, messe a confronto con la doppiezza, le tortuosità e i sofismi di certi teologi sedicenti o ritenuti cattolici. Viceversa le accuse che Lutero lanciava ad Aristotele di essere un sofista, si possono benissimo ritorcere contro lo stesso Lutero.
Principio del male nello spirito umano è la volontà o il fingere che le cose stiano come vogliamo noi e non come sono in sé stesse. Per giustificare il nostro soggettivismo tiriamo fuori la scusa che la cosa in sé è inconoscibile o che l’oggettività è impossibile o che i nostri giudizi non riflettono la realtà in sé stessa, non lasciano la parola alle cose stesse, ma riflettono i nostri interessi egoistici, per i quali facciamo dire alle cose non quello che realmente sono, ma quello che vogliamo noi.
Il volere, insieme con l’intelligere o intendere è la potenza attiva propria dello spirito. Come osserva Aristotele, tanto l’intelletto quanto la volontà si relazionano all’ente, al reale, alle cose. L’intelletto raggiunge il reale mediante il concetto, per cui ha presente il reale nella coscienza mediante la rappresentazione concettuale.
La volontà si protende o dirige direttamente al reale esterno e lo riguarda in due modi possibili: o in modo affettivo, unendosi al bene desiderato o voluto. E qui abbiamo l’amore. La volontà non modifica il bene amato, che è soprattutto la persona, ma lo accoglie così com’è perché è felice per questa stessa unione.
Oppure la volontà assume un atteggiamento operativo, ossia produce atti che mettono in pratica un’idea o un’intenzione pratica o fattiva. E qui abbiamo la prassi, che può essere o tecnica, quando la volontà dà forma a una materia nell’artefatto, oppure può trattarsi di un atto morale, quando la volontà agisce per il bene dell’uomo, mettendo in pratica la legge morale.
La coscienza morale
La coscienza morale è la voce di Dio nel nostro intimo che ci comanda che cosa dobbiamo fare e che cosa dobbiamo evitare o giudica il nostro operato. Essa quindi è la guida nelle nostre azioni che ci dà la certezza di comportarci secondo la volontà di Dio e ci avverte rimproverandoci se non l’abbiamo compiuta. Essa suscita in noi il pentimento e il dolore per i nostri peccati e la gioia quando abbiamo compiuto il nostro dovere o ci sentiamo perdonati da Dio.
Nel giudicare il da farsi la nostra coscienza si può sbagliare, per cui può inavvertitamente giudicare bene ciò che è male o giudicare male ciò che è bene. Dio non ci lascia per molto tempo in questa situazione umiliante, ma, o per mezzo di un’illuminazione che riceviamo dalla nostra coscienza o grazie ad una migliore informazione dall’esterno, ci fa capire che abbiamo sbagliato, e ci indica la verità.
La certezza di agire bene o male può essere oggettiva o soggettiva. Soggettiva non vuol dire «mi sembra» (videtur), ma è una vera certezza. Come tale, è norma dell’azione. È tuttavia soggettiva per dire che non è basata sull’oggetto, ma su ciò che il soggetto pensa dell’oggetto.
Ciò avviene quando c’è un’ignoranza invincibile della verità, o, come si suol dire, quando siamo in buona fede e non ci accorgiamo di sbagliare. In questo caso, se seguiamo questa nostra coscienza restiamo innocenti. Invece la certezza oggettiva comporta la sicurezza assoluta di essere nella verità. È questo tipo di certezza che ci consente di accorgerci che avevamo sbagliato e quindi ci permette di correggerci. Quando c’è la certezza assoluta, sappiamo di averla, mentre quando c’è la certezza soggettiva, essa viene scambiata per oggettiva.
Non si può esser sempre del tutto sicuri di far bene, ma non è sempre necessario prima di agire avere la certezza assoluta di far bene, perchè questa è rarissima. È sufficiente che vi sia una probabilità. Nel dubbio se facciamo bene o male è meglio non agire.
Nell’esame di coscienza non possiamo sempre esser sicuri nella valutazione di ciò che abbiamo fatto, se abbiamo fatto bene o abbiamo fatto male, valutare l’entità della responsabilità o della materia del peccato. Spesso dobbiamo accontentarci di un giudizio di probabilità. Se non sappiamo come giudicarci è bene che ci rimettiamo nelle mani della misericordia di Dio. Dio sa come giudicarci meglio di quanto sappiamo fare noi stessi, per cui il rimetterci al suo giudizio è causa di conforto e serenità. Noi dobbiamo giudicarci senza fare sconti, ma evitando gli scrupoli. Per quanto riguarda Dio, Egli non ci farà mai sentire più colpevoli di quanto abbiamo coscienza di essere, ma semmai meno.
Dio è giusto e misericordioso
Dio agisce sempre secondo giustizia e misericordia a seconda delle circostanze, dei meriti, dei bisogni e diritti di ciascuno. Dona sempre al di là dei meriti con una generosità che non ha limiti secondo i suoi imperscrutabili giudizi, a chi di più e a che di meno. Sempre per la sua misericordia, come osserva San Tommaso, castiga il peccatore meno di quanto meriterebbe e premia il giusto più di quanto merita.
La giustizia divina svolge una duplice funzione: da una parte essa è il potere che Dio ha di giustificare il peccatore, ossia di renderlo giusto, inducendolo al pentimento e alla conversione, così da farlo passare dallo stato di privazione della grazia allo stato di grazia rimettendo i suoi peccati.
L’altra funzione della giustizia divina è quella di rendere a ciascuno secondo i suoi meriti e le sue opere. Dio quindi premia coloro che hanno acquistato meriti in forza della sua misericordia. La salvezza, dunque, è per un verso gratuita e per l’altro è il compenso per le buone opere; dev’essere meritata ed acquistata a prezzo di fatiche e sacrifici. È gratuita, in quanto la sua causa prima è la grazia e la misericordia divina, ed è acquistata in quanto il giusto, giustificato da Dio, è in grado con le buone opere di meritare il premio celeste.
Il Dio del Nuovo Testamento è più misericordioso ma anche più esigente del Dio dell’Antico Testamento. È più misericordioso, in quanto, come dice S.Giovanni, mentre il Dio dell’Antico Testamento ci ha donato la legge, il Dio del Nuovo ci ha donato la grazia. Ma nel contempo, come ci avverte la Lettera agli Ebrei (10,26-31), proprio il fatto di aver ricevuto con Cristo maggior misericordia, rende più colpevole il rifiuto del dono di Dio e quindi rende il peccatore meritevole di un maggior castigo. L’uomo dell’Antico Testamento era punito di meno perchè aveva ricevuto di meno, anche se è vero che Dio col Nuovo Testamento ha aggiunto maggior grazia di quanto ne avesse concessa prima e sia più comprensivo nei confronti delle debolezze umane.
Dio ignora l’esperienza del peccato, anche se lo sa compatire con la sua misericordia, lo sa giudicare con giustizia e lo distrugge con la sua onnipotenza. Egli comunque non può compiere il male di colpa, ma nella sua giustizia può irrogare alla creatura ribelle il male di pena, ossia il castigo, che può essere o medicinale o afflittivo.
La punizione divina presenta sì un aspetto doloroso e penoso, diciamo pure un aspetto di male, ma supponendo il pentimento nel peccatore, è sostanzialmente un bene salvifico, una pena che dà una profonda pace nell’animo, perché l’anima sa bene che sta vivendo un evento di salvezza, e per questo quella pena può essere voluta e causata da Dio bontà infinita. Per questo, quando nel linguaggio popolare tradizionale si dice che Dio manda le croci, le prove, le sventure, i flagelli, i castighi, la cosa è esatta e pienamente conforme al linguaggio biblico e alla vera pietà.
Tale pena è medicinale o correttiva quando Dio la irroga per stimolare il peccatore alla penitenza e a correggersi; è puramente afflittiva, quando si tratta della pena eterna dell’inferno. La correzione divina è un bene per il peccatore, che è stimolato a correggersi, mentre la pena dell’inferno è un bene per lo stesso dannato, in quanto entra in ciò che egli stesso ha voluto, ossia il rifiuto di Dio, sapendo bene che tale rifiuto comportava il castigo.
Il dannato riceve da Dio quello che egli stesso ha voluto e ritenuto bene per lui. Cristo lo allontana da Sé, ma per mandarlo dove egli stesso ha voluto andare. La pena infernale per il dannato, nonostante il dolore terribile del fuoco eterno, è il quel male di pena, che egli ha indirettamente voluto come condizione per stare lontano per sempre da quel Dio che egli odia per seguire il dio di questo mondo. Dunque, nessun pentimento nel dannato, ma la soddisfazione perversa di aver ottenuto ciò che egli ha voluto.
Al dannato interessa star lontano da Dio; se ciò comporta la pena dell’inferno, ben venga la pena dell’inferno. Come il pio desidera vedere Dio, l’empio non vuol affatto vederlo, quand’anche gli fosse promesso il paradiso. Se Dio è l’ipsum Esse subsistens, chi disprezza la metafisica dimostra di non aver interesse a vedere Dio.
Certamente ciò a cui ha mirato il dannato non è stato il castigo per sé stesso, ma la ribellione a Dio: questo egli ha giudicato essere il suo bene. Ma siccome sapeva che tale scelta avrebbe avuto per conseguenza la dannazione eterna, bisogna dire che anche la pena, benchè lo irriti terribilmente, è stata da lui voluta come un bene.
Per quanto riguarda il rapporto della giustizia divina con la misericordia, la virtù della religione ottiene la misericordia divina. Maritain[5] commentando San Tommaso, mostra come Dio usando misericordia non va contro la giustizia, ma abbonda in bontà, come un creditore che non soltanto rimettesse il debito del debitore ma gli aggiungesse del suo.
Fine Terza Parte (3/6)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 20 gennaio 2026
In base alla semplice ragione non è difficile elaborare un progetto di perfezione umana e determinare quali sono le condizioni della sua salute fisica, psichica e spirituale, quali sono le condizioni e i mezzi dell’umana felicità. Già in questo campo Aristotele ha fatto un lavoro eccellente con la sua psicologia e la sua etica.
La visione aristotelica è migliore di quella di Platone, perchè egli col suo dualismo di anima e corpo non riesce a giustificare l’unità della persona, mentre Aristotele, pur distinguendo anch’egli anima e corpo, facendo uso delle categorie di materia e forma ci fa capire come essi si uniscono nell’unità della persona, tanto che la dottrina dell’anima spirituale come forma sostanziale del corpo, entrerà attraverso San Tommaso addirittura nel dogma cattolico al Concilio di Vienne del 1312.
Come è noto, la Rivelazione biblica ci fornisce il racconto di che cosa è successo alla coppia primitiva, ci fornisce cioè il racconto del cosiddetto peccato originale, delle sue conseguenze e della promessa di redenzione fatta alla coppia da Dio di mandare un Salvatore.
La difficoltà presentata da questo racconto sta nel concetto di peccato, appunto il peccato originale, che si presenta come un peccato del tutto diverso da quello che comunemente chiamiamo peccato, che è un atto personale, del quale è responsabile solo chi l’ha commesso e la cui colpa appartiene solo a colui che ha commesso l’atto, sicchè egli solo merita di essere punito per questo atto.
Siamo dunque obbligati a vedere che differenza c’è fra la colpa personale e quella collettiva del peccato originale. ... In altre parole, la colpa originale viene trasmessa a tutti i discendenti della coppia primitiva in quanto ognuno di questi discendenti è membro della specie umana. Per questo, la colpa originale che ognuno di noi eredita dai progenitori non ha nulla a che vedere con le nostre colpe personali, delle quali è responsabile ognuno di noi, perché non è una colpa di noi come individui, ma di noi come specie.
In sostanza nella coppia primitiva ci fu un’unità fra specie e individuo, che non si è più ripetuta nei discendenti, in ognuno dei quali il peccato è dell’individuo e non della specie.
- Il peccato originale, Adamo ed Eva espulsi dal Paradiso Miniatura in "Le Très Riches Heures du Duc de Berry" di Pol De Limburg
[1] Ibid., a.4.
[2] Ibid., q.5.
[3] Vedi di Maritain La responsabilità dell’artista, Edizioni Morcelliana, Brescia 1963.
[4] Cf Charles Journet - Jacques Maritain - Philippe de la Trinité, Le péché de l’ange. Peccabilité, nature et surnature, Beauchesne Paris 1961.
[5] Nove lezioni sulle prime nozioni della filosofia morale , Edizioni Vita e Pensiero, Milano 1979, p.242,


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