Il Dio Trinitario
Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia
Terza Parte (3/7)
Come funziona l’attività astrattiva dell’intelletto
Il Papa dice che la dottrina di Cristo non è un’«idea astratta e statica». Uno potrebbe obbiettare: forse che esistono idee concrete? Forse che esistono idee dinamiche? L’idea di per sé è qualcosa di fisso e di immutabile. L’idea non è un universale, frutto di un’astrazione dal particolare? Un’idea o è astratta e immutabile o non è un’idea. Certamente, questo è vero dal punto di vista logico. Ma il Papa non se la prende con la logica: ci mancherebbe!
Il Papa intende riferirsi a quel modo di astrarre che conduce l’intelletto nel vuoto al di fuori della realtà, come avviene nell’idealismo e nello gnosticismo, dove il pensiero centrato su se stesso anziché sulla realtà, gonfio di superbia, pretende di coincidere con l’essere, per cui l’astratto pretende di sostituire il concreto, o il particolare diventa universale, l’apparire si confonde con l’essere, il relativo con l’assoluto, la materia con lo spirito, l’essere col divenire, il tempo con l’eterno, la storia sostituisce la metafisica, il mondo sta al posto di Dio.
La cattiva astrazione riduce il reale pensabile al reale pensato, la cosa pensabile alla cosa pensata, immobilizza il reale nell’immobilità del concetto e nel contempo manipola e materializza i concetti. Così abbiamo davanti a noi o una realtà pietrificata, immobile e senza vita, come un teorema di geometria oppure il «trionfo bacchico»[1], del quale parla Hegel, dandoci ad intendere che esso si risolva nella «quiete», mentre in realtà conduce al vuoto o alla follìa. Queste sono le idee astratte con le quali se la prende il Papa.
È chiaro che i nostri concetti non possono evolvere come evolve la realtà in evoluzione. Non possono quindi e non devono essere «fluidificati»[2], come crede Hegel. Essi rappresentano il diveniente in una maniera statica. Dobbiamo sì seguire la realtà nel suo evolversi, ma questo lo possiamo fare cogliendo e fissando immagini degli istanti del divenire, similmente a ciò che fa una macchina da ripresa cinematografica. Di più non siamo capaci di fare.
Credere che il concetto riproduca mutando o divenendo la realtà che muta o diveniente vuol dire confondere il concetto con l’immagine, propria anche della psiche animale. In tal senso Paolo parla di una mente «carnale». L’immagine certo non è astratta dal concreto che essa rappresenta. Essa ha effettivamente una conformazione movente, ma nulla ha a che vedere con la rappresentazione intellettuale, che sola coglie l’essenza della cosa nella sua universalità. Senza l’operazione astrattiva mentale noi non raggiungiamo il livello intellettuale del sapere e non cogliamo l’essenza delle cose, che è un dato universale che prescinde dal particolare.
L’esercizio del pensiero e l’atto del sapere comportano nel nostro intelletto un’operazione astrattiva, che consiste nell’estrarre e considerare qualcosa a prescindere dal soggetto individuale nel quale si trova. La composizione di questo soggetto con la sua forma costituisce l’ente concreto. Questo soggetto non lo trascuriamo. Può essere il singolo ente materiale, il sussistente o l’individuo o sostanza singola esistente, che è oggetto dell’esperienza sensibile o dell’intuizione.
L’attività astrattiva serve a determinare il genere, la specie e la differenza. Il genere è un predicato dell’ente col quale distinguiamo nell’ente un insieme di determinazioni dell’ente che sono modi di essere dell’ente, che lo delimitano entro certi confini semantici: i generi supremi e più vasti sono la sostanza e l’accidente, il quale a sua volta comprende dieci generi di accidente: la quantità, la qualità, l’azione, la passione, l’abito, la relazione, il tempo, lo spazio, il luogo e il sito.
Nell’operazione astrattiva l’intelletto concepisce il trascendentale, che riguarda l’ente al di sopra di tutti i generi, e le sue proprietà distinguendolo dal categoriale, che riguarda le categorie o generi supremi o predicati fondamentali dell’ente o del reale, distingue l’analogo dall’univoco e dall’equivoco, intuisce, riflette, divide senza frantumare, vede il tutto nella parte o la parte nel tutto, l’uno nei molti e i molti nell’uno, distingue il diverso, che riguarda l’individuo, dal differente, che riguarda la specie e il genere; distingue il trascendente dall’immanente, il pensiero dall’essere, l’uno dall’unito, l’uno dall’altro, l’identico dall’uguale, senza separare, unisce senza confondere, relaziona senza identificare, oppone l’essere al non-essere senza contraddire, precisa e chiarisce, esplicita e approfondisce.
Osserviamo inoltre che l’attività astrattiva del nostro intelletto non è cosa facile, perchè esiste un modo di astrarre scorretto e fuorviante, che invece di farci penetrare nella realtà, ce ne allontana in vane e vuote illusioni o manìe di grandezza. D’altra parte non è vero, come credono gli empiristi, che l’astrarre come tale ci allontani dalla realtà e ci faccia vagare nel vuoto e in preda a pure entità mentali.
Non è neppur vero, come essi credono, che l’astrarre decurti la realtà e non ce la faccia a conoscerla nella sua totalità, concretezza e completezza ontologica. Un conto è conoscere parzialmente e un conto è conoscere parte della cosa. Con l’astrazione non è che noi comprendiamo solo una parte dell’essenza e ne lasciamo fuori l’altra (l’individualità). L’universale non è una parte dell’essenza, ma è tutta l’essenza.
Un conto è capire tutto di una cosa e un conto è comprendere la sua universalità, ossia la sua essenza. L’essenza è un tutto e noi, quando astraiamo l’essenza dal dato individuale particolare o dalla specie più limitata sottostante, per esempio dal concetto di sostanza sensibile ricaviamo il concetto di sostanza come tale, noi cogliamo un’essenza nella sua completezza. Il che vuol dire naturalmente che non possiamo conoscere totalmente o esaurientemente nessuna cosa.
Conoscere parzialmente significa che non possiamo conoscere totalmente, ma non che non possiamo conoscere un tutto, ossia un’essenza completa. Il particolare è una parte dell’universale, di intellegibilità inferiore, più ristretta e più precisa, ma non vuol dire che questo universale inferiore sia una parte dell’essenza conosciuta: è sempre la medesima essenza conosciuta in modo più preciso e da quel modo preciso si può ottenere il modo generico astraendo dalle differenze specifiche. Questo andare su e giù dal generico allo specifico e dallo specifico al generico è frutto dell’operazione astrattiva, assolutamente necessaria al nostro intelletto per conoscere e concepire le cose.
Per completare l’atto astrattivo occorre inoltre l’aggiunta dell’intuizione e l’esperienza. È la potenza intuitiva del pensiero che lo rende capace di prescindere dall’accidentale per andare al di là dell’apparenza, per smascherare inganni ed illusioni, sciogliere dubbi, dubitare ragionevolmente, badare all’essenziale, al più importante e al necessario, superare il contingente e il particolare, il caduco, il casuale, per cogliere l’universale, il fondamentale, il supremo, l’assoluto.
Inoltre noi non possediamo concetti fluenti che seguano il fluire della realtà. Noi concepiamo il mutevole per mezzo dell’immobile. Ma illusorio e fallace sarebbe pretendere di più: non eleveremmo il nostro conoscere, ma lo abbasseremmo al livello dei sogni, dei fantasmi o dell’animalità. Chi troppo vuole, dice il proverbio, nulla stringe. Se spicchiamo il volo con ali di cera non meravigliamoci se a un certo punto precipitiamo a terra. L’idealismo, che parte con eccessive pretese spirituali, finisce per cadere nel materialismo.
Ora però bisogna precisare che se San Paolo ci esorta a non essere carnali, questo non significa che per capire che cosa Cristo ci vuole insegnare, dobbiamo disprezzare o abbandonare la carne, ossia ciò che è materiale, corporeo, il dettaglio delle cose, il contingente, il finito, il mutevole, l’accidentale, ciò che è transitorio, corruttibile, sensibile, concreto, storico, terreno, umano: tutt’altro!
Dobbiamo invece con l’intelletto prima salire al cielo, dove abita Cristo glorioso, dobbiamo contemplarLo e ascoltarLo. Dobbiamo porre nei nostri concetti ciò che Egli stesso ci insegna nel Vangelo o nel dogma ecclesiale, su Dio, su Sé stesso, sul Padre, sullo Spirito, su noi stessi, sui nostri doveri morali e sul mondo.
Il mistero dell’Incarnazione sana quel conflitto che c’è in noi, del quale parla San Paolo, tra lo spirito e la carne, e ci conduce a capire che tanto l’uno quanto l’altra sono componenti della nostra persona, in sé buoni e creati da Dio. Incarnazione non vuol dire che lo spirito si è mutato in carne, no: le due nature sono e restano distinte, giacchè l’anima spirituale è forma del corpo.
Ma non sono neppure due sostanze separate, come credeva Cartesio. È la morte, non la vita che separa l’anima dal corpo. Per questo il desiderio del cristiano non è quello di liberare l’anima dal corpo, come credeva Platone, ma quello di liberarsi dal peccato. È quello di fare in modo che lo spirito governi la carne. Per questo la prospettiva cristiana è quella della resurrezione del corpo.
È avere una mente carnale e meschina il credere che tutta la realtà si risolva nella storia e nei fatti della vita terrena, fino a negare la stessa immutabilità divina col pretesto dell’Incarnazione, così come è superbia gnostica il credere che tutta la realtà si risolva nella propria idea dell’eterno. Il mistero dell’Incarnazione ci dice che in Cristo c’è l’unione nella distinzione, senza confusione e senza separazione di Dio dal mondo, dell’uomo da Dio, dell’eterno dal temporale, del principio dalla fine, del finito dal l’infinito, dell’uno dai molti, dello spirituale dal materiale, del pensiero dall’essere, dell’essere dal divenire, del tutto dalla parte.
Osserviamo inoltre che La Bibbia concepisce Dio sotto l’immagine della roccia, per significare che su di Lui possiamo appoggiarci con sicurezza senza timore di sprofondare o di vacillare. Dio è principio e garante di certezza e di fermezza. La roccia ci suggerisce l’idea della stabilità, della solidità, dell’incorruttibilità, dell’immortalità, della durata, della resistenza, della permanenza, dell’immutabilità.
Invece, quando Cristo parla dello Spirito, Lo paragona al vento, che ci fa capire altri attributi divini: Dio è vita e movimento, è misterioso riguardo alla sua provenienza e la sua direzione. Lo Spirito è vita e libertà. Così nel concetto biblico di Dio l’immutabile si congiunge col movimento e la crescita della vita, l’eterno è principio del divenire e della storia. L’astratto è principio del concreto. L’universale è principio del particolare. Il pensiero è principio dell’azione, l’essere è il principio del vero e del buono.
La mente umana, dal canto suo, mediante un opportuno procedimento astrattivo, è capace di intendere e cogliere, per quanto limitatamente, oscuramente, ed imperfettamente, in un progressivo approfondimento, realtà superiori e celesti sconfinate e divine che trascendono l’immediata esperienza sensibile, relativa alle cose materiali e passeggere, realtà che si presentano come universali, assolute, infinite, eterne ed immutabili.
Cristo in Sé stesso e mediante i dogmi della Chiesa ci parla di queste realtà. Egli stesso come Dio è al vertice ed è al principio di queste realtà. È la ragion d’essere, il fondamento, il perché e il fine ultimo dell’uomo e dell’universo. È l’Idea che ha guidato il Padre nella creazione, e redenzione del mondo. È l’Idea alla luce della quale il Padre vede, ama e salva il mondo.
Ma, come Verbo incarnato, ci insegna anche come e perché aver rispetto anche delle minime cose che si presentano alla nostra esperienza quotidiana e quindi come avere stima per la storia, per il divenire, per ciò che è statico e ciò che è dinamico, per la vita e il suo continuo movimento, per il concreto e per l’astratto, per il pensiero e per l’azione, per il materiale e il corporeo, al fine di purificare tutte queste realtà e ordinarle ed assoggettarle alla volontà di Dio e al piano divino della salvezza e della glorificazione dell’uomo.
Sulla questione dell’analogia
Importante è distinguere le cose. Esse sono di per sé distinte le une dalle altre. Qui il confondere è un grave guaio. Invece un concetto può essere confuso, ma non per questo è falso e da respingersi. La nozione analogica, per esempio, è confusa per sua stessa essenza. Per questo, rifiutare la nozione analogica per questo stesso fatto è una stoltezza, perché in tal modo siamo impediti nel capire i valori supremi della realtà e della morale.
La nozione analogica, per esempio l’ente, il bene, la vita, l’amore, lo spirito, non astrae del tutto dagli inferiori, che restano implicitamente e confusamente presenti nel concetto. Ciò ci fa sentire in qualche modo a disagio perché ci sentiamo confusi, ma questa è confusione sana e naturale; non è la confusione della colpa o della vergogna. Il non sopportare questa confusione è segno di superbia, non di umiltà, perché vuol dire non accettare i limiti del modo umano di pensare.
Nel concepire analogico la vista dell’intelletto è appannata non nel senso che l’occhio dell’intelletto sia annebbiato, no, l’intelletto vede; sono i suoi occhiali, per così dire, ossia il concetto, che è confuso, non però nel senso che confonda ciò che va distinto, perché allora sarebbe un concetto falso; ma nel senso che è un concetto uno e molteplice ad un tempo, non monosenso ma plurisenso, non univoco ma plurivoco. Non è uno ma tende all’unità: è uno in certo modo, ma in sé è plurimo.
In tal senso Aristotele ha la famosa frase to on pollakòs legòmrnon, «l’ente si dice in molti modi». Eppure ciò che l’intelletto vede e concepisce, seppur così imperfettamente, è sublime e divino. Senza questo modo di concettualizzare è impossibile far filosofia e teologia e, per conseguenza, ottenere il sapere morale. Anzi è impossibile pensare.
Il nostro intelletto ha bisogno dell’uno, cioè dell’univoco; ci è impossibile vedere i molti per sé stessi. Per questo, davanti alla molteplicità il nostro intelletto si trova a disagio. Eppure la deve accettare, perchè questa è la realtà: l’ente non è uno solo, come credeva Parmenide, confondendo tutto con tutto; ma gli enti sono molti. L’analogia consente di vedere i molti in rapporto all’uno.
Questo modo povero di vedere che è il modo per analogia o somiglianza[3] o similitudine è proprio il prezzo per vedere di più. Per questo, se si vuole acquistare la sapienza ed essere veri filosofi e teologi, bisogna rassegnarsi umilmente alla percezione analogica, che ha qualcosa di ingenuo ed infantile e non di adulto o di maturo. Eppure bisogna accettare serenamente tale nostra condizione, perchè l’intelletto umano nella sua limitatezza non ha altro mezzo per cogliere i massimi valori. Chi si ostina a voler usare solo concetti univoci, cade nel materialismo e diventa cieco ai valori dello spirito.
Anche l’idealista non è capace di usare l’analogia. Il suo spiritualismo, che sembra geniale e sublime, in realtà è falso. Egli si vanta di concepire o sperimentare o addirittura di essere l’assoluto. Ma in realtà, fermandosi e chiudendosi nell’univoco, egli non fa che confondere Dio con lui stesso e col mondo.
Non bisogna confondere sic et simpliciter il concetto confuso con qualunque stato confusionale dell’intelletto. Salvo il concetto confuso perché imbrogliato, la confusione propria del concetto analogico non è cecità, ma luce che fa vedere e illumina il mistero. Ben altra cosa e incresciosa è la confusione dovuta alla violenza di una passione o ad uno stato psichico demenziale. Se poi è la superbia che acceca, allora l’intelletto cade in quelle tenebre che per la Scrittura sono la dannazione dell’inferno.
Il concetto come tale è immutabile
Il concetto è un ente mentale. Esso è ad un tempo un prodotto della nostra mente ed è ciò che mediante questa rappresentazione da essa prodotta, la nostra mente coglie dell’essenza della cosa.
Per sua natura il concetto, essendo un ente non sensibile, immateriale indipendente dallo spaziotempo, è un ente stabile, fisso, immutabile e astratto, ma non per questo l’astrazione ci porta fuori dalla realtà concreta; al contrario, è proprio il mezzo per raggiungerla, purchè però l’astrazione sia fatta bene: non alla maniera idealistica che risolve l’essere nel pensiero o la realtà nell’idea. Ma alla maniera realistica, per la quale l’idea non è l’oggetto del pensiero, ma il mezzo per cogliere la realtà. E se essa è un ente astratto dal particolare ciò dipende solo dal limite naturale del nostro intelletto, limite del quale dobbiamo tenere conto appunto per non scambiare la realtà con le nostre idee.
D’altra parte è assurdo pensare, come credeva Hegel, che i nostri concetti possano evolvere come evolve la realtà che rappresentano. Essi non progrediscono per evoluzione, ma per precisazione, distinzione ed esplicitazione conservando sempre lo stesso significato. Devono essere mutati o sostituiti o cambiati solo se muta la realtà che rappresentano. E neppure essi vanno confusi col linguaggio, col quale possiamo esprimere la stessa cosa in italiano o in inglese. Le cose non stanno così. Il concetto non è altro che la cosa nella forma del pensiero. Se cambiamo concetto, cambia la cosa. È quindi assurdo credere che possiamo esprimere la stessa cosa con concetti diversi.
È assurdo, per esempio, credere che Cartesio abbia mutato il concetto di persona, che Berkeley abbia mutato il concetto dell’essere e abolito il concetto di materia, che Locke abbia abolito il concetto di sostanza, che Ockham abbia abolito l’universale, che Darwin abbia abolito il concetto di essenza o natura o di specie, che Hegel abbia abolito il concetto dell’eterno e dell’immutabile, che Severino abbia abolito il concetto del divenire, che Freud e Nietzsche abbiano abolito il concetto dello spirito. Questi pensatori non hanno costruito, ma hanno distrutto.
Ma una volta che siamo coscienti di questo limite del concetto, non dobbiamo temere di astrarre nel dovuto modo, perchè questo è il modo che Dio stesso ha voluto che fosse nel conoscere la realtà. È fondamentale al riguardo che noi sappiamo distinguere il reale dalle nostre astrazioni. D’altra parte abbiamo la possibilità di raggiungere il concreto mediante i sensi e l’azione pratica che traduce nel concreto l’idea concepita dalla ragione.
Dall’abuso dell’astrazione che pretende identificarsi col reale non sorge una cristologia ortodossa, ma una cristologia panteista, idealista, docetista e monofisita. Tuttavia è vero che da chi disprezza l’astrazione, la metafisica e l’immutabile viene fuori una cristologia materialista ed ariana. Le nozioni che Cristo ci ha insegnato e che la Chiesa ci spiega nel dogma che si vale delle nozioni della metafisica permangono stabilmente nelle vicende della storia perché astraggono dal divenire e dal tempo.
Esse non passano ma sono sempre attuali, come dice Cristo: «Le mie parole non passeranno». Non possono mutare di significato o invecchiare, non possono essere superate o sostituite da altre migliori. Non possono essere smentite o falsificate o perdere il loro senso. Devono quindi essere sempre conservate e custodite nel loro senso autentico. Possono invece essere spiegate, meglio conosciute, meglio espresse, approfondite ed esplicitate. Alla Chiesa Cristo ha affidato il compito di interpretarle nel senso giusto respingendo le cattive interpretazioni.
Fine Terza Parte (3/7)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato,12 dicembre 2025
Bisogna precisare che se San Paolo ci esorta a non essere carnali, questo non significa che per capire che cosa Cristo ci vuole insegnare, dobbiamo disprezzare o abbandonare la carne, ossia ciò che è materiale, corporeo, il dettaglio delle cose, il contingente, il finito, il mutevole, l’accidentale, ciò che è transitorio, corruttibile, sensibile, concreto, storico, terreno, umano: tutt’altro!
Dobbiamo invece con l’intelletto prima salire al cielo, dove abita Cristo glorioso, dobbiamo contemplarLo e ascoltarLo. Dobbiamo porre nei nostri concetti ciò che Egli stesso ci insegna nel Vangelo o nel dogma ecclesiale, su Dio, su Sé stesso, sul Padre, sullo Spirito, su noi stessi, sui nostri doveri morali e sul mondo.
Il mistero dell’Incarnazione sana quel conflitto che c’è in noi, del quale parla San Paolo, tra lo spirito e la carne, e ci conduce a capire che tanto l’uno quanto l’altra sono componenti della nostra persona, in sé buoni e creati da Dio. Incarnazione non vuol dire che lo spirito si è mutato in carne, no: le due nature sono e restano distinte, giacchè l’anima spirituale è forma del corpo.
Ma non sono neppure due sostanze separate, come credeva Cartesio. È la morte, non la vita che separa l’anima dal corpo. Per questo il desiderio del cristiano non è quello di liberare l’anima dal corpo, come credeva Platone, ma quello di liberarsi dal peccato. È quello di fare in modo che lo spirito governi la carne. Per questo la prospettiva cristiana è quella della resurrezione del corpo.
[1] Fenomenologia dello Spirito, Editrice Nuova Italia, Firenze 1988, vol.I, p.38.
[2] P.27
[3] In tal senso la Scrittura dice che Dio ha creato l’uomo «a sua immagine e somiglianza». Vedi Giorgio Carbone, L’uomo immagine e somiglianza di Dio in San Tommaso d’Aquino, Edizioni ESD, Bologna 2003.

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