Ancora sulla Corredentrice - Il dono della grazia e la distribuzione delle grazie

 

Ancora sulla Corredentrice

Il dono della grazia e la distribuzione delle grazie

 

 Il sacerdote e Maria nella promozione della vita di grazia

Il teologo Maurizio Gronchi, della Pontificia Università Urbaniana sul n.2 di febbraio di quest’anno di Vita pastorale pubblica un articolo intitolato La centralità di Cristo, nel quale riprende la discussione che è nata dopo la pubblicazione della Nota del DDF che tratta del tema della Corredentrice.

L’articolista sembra mosso dalla preoccupazione che il titolo di corredentrice possa recar ombra o misconoscere la centralità di Cristo nell’opera della salvezza.  L‘immagine di Cristo come «centro» della realtà e della storia è una ben nota metafora indubbiamente significativa dell’opera divina di Cristo, che si irradia in tutta la vastità dell’umanità e dell’universo. 

Volendo però restare nell’ambito di questa metafora, bisognerà ammettere anche una circonferenza o, se vogliamo, una periferia. Ebbene, la Madonna in questa immagine non sta evidentemente al centro né lo condivide, ma forma il cerchio concentrico più vicino al centro, essendo gli altri cerchi sempre più lontani dal primo fino a raggiungere la circonferenza.

I raggi rappresentano le grazie che escono da Cristo e vanno in tutte le direzioni attraversando il cerchio di Maria. Esse sono conferite alle anime per il ministero dei sacerdoti e distribuite da Maria in forza delle sue cure materne.  Gli altri cerchi rappresentano i distributori inferiori della grazia e i gradi di santità degli altri fedeli. Corredentrice non significa altro che il cerchio concentrico più vicino al centro, è quello di Maria.        

Il Padre Gronchi giustifica la sentenza espressa dalla Nota secondo la quale il titolo di Corredentrice non è appropriato citando il n.53 dove è detto che «solo Dio può donare la grazia». Ora io vorrei chiedere ai Papi del passato chi di loro ha inteso dire che con quel titolo Maria dona la grazia. Non occorre essere laureati in mariologia per sapere che solo Cristo dona la grazia. Basta leggere il Catechismo.

Nessun mariologo serio, nessun Santo, nessun fedele normale ha mai avuto la spropositata pretesa che dire Corredentrice vuol dire donare la grazia. Mi piacerebbe sapere con chi la Nota se la prende con quel suo avvertimento.  Non ho tuttavia difficoltà ad immaginare che esistano effettivamente dei cattolici che prestano alla Madonna un culto esagerato. Sotto questo punto di vista la Nota svolge certamente una funzione salutare per moderare certi eccessi che indubbiamente non fanno piacere alla Santissima Madre di Dio.

Anche l’immagine di Maria «parafulmini» che spinge il Padre ad essere misericordioso è certamente ridicola, quando è proprio il Padre ad essere Padre delle misericordie. Non so a chi Padre Gronchi pensi quando cita, ai limiti della bestemmia, un Dio assetato di sangue, che fa pensare più ad una divinità azteca che al Dio Cristiano.

Oggi in tempi di misericordismo a tutto campo non so chi possa andare a pensare ad immagini mostruose di questo genere. Si sa che l’immagine del Dio adirato per i nostri peccati è schiettamente biblica e che Egli ha voluto effettivamente soddisfazione per i nostri peccati. Certo, chi placa l’ira divina è Cristo con l’offerta del suo sangue sulla croce per amor nostro. Ma è chiaro che Maria addolorata partecipa come nessun altro di noi alla passione redentrice di Cristo. Certo il parafulmini è Cristo, ma anche noi siamo chiamati a ricevere una parte della scossa elettrica.

Dopotutto il colpevole che deve espiare siamo noi, mentre Cristo è innocente. Vogliamo essere così sfrontati da non dar nessun contributo nel pagare il nostro riscatto? Maria, benchè innocente, ha dato un contributo superiore a quello di tutti noi. E noi pensiamo di farla franca col pretesto che ha pagato Cristo, nonché della misericordia e della gratuità della sua grazia?

Non so chi oggi vada a pensare a cose orribili come quelle di cui sopra. Il problema di oggi semmai è che non si capisce più che cosa è il sacrificio e quindi è quello di saper apprezzare la giustizia per la quale il Padre ha voluto il sacrificio di Cristo e la misericordia che ha avuto il Padre che in Cristo ci ha resi capaci di pagare i nostri debiti. Cristo è l’Agnello di Dio e Maria è l’Agnella che ci aiuta ad offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.

Detto questo, occorre però ricordare alcune nozioni dogmatiche sulla delicata questione della natura della grazia, sul suo Autore, sulle differenti grazie, sui ministri e mediatori della grazia e sull’ottenimento della grazia.

Innanzitutto dobbiamo dire che la grazia è una partecipazione gratuita alla vita divina che ci è ottenuta dall’opera redentrice di Cristo, ossia dall’offerta che Egli ha fatto di Se stesso al Padre prendendo su di sé la pena drl peccato (Is 53) al fine di espiare e compensare in vece nostra all’offesa fatta da noi al Padre e di soddisfare per noi al Padre ottenendoci misericordia e la grazia della remissione dei peccati, nonchè elevandoci alla dignità di figli di Dio, eredi della vita eterna e collaboratori a vari gradi e in varia misura all’opera redentrice di Cristo, sicchè si può dire che se Cristo è l’unico divino Redentore, l’unico nome nel quale è dato agli uomini di avere la salvezza, il cristiano, in Cristo e con Cristo in questa collaborazione con Cristo, viene ad essere in vari modi e misure corredentore in vista della  salvezza propria e dei fratelli.

Maria in quest’opera salvifica non è corredentrice come se l’esser tale fosse un privilegio che spetta solo a lei, ma, in quanto piena di grazia, ed essendo salvata e prevenuta dalla grazia come tutti noi da suo Figlio, in quell’opera di collaborazione ha raggiunto un grado di perfezione e santità perfettissimo, unico, inarrivabile, insuperabile e da noi comuni fedeli inimitabile o imitabile solo molto imperfettamente. Privilegi esclusivi di Maria sono solo la pienezza di grazia, la maternità divina, l’immacolata concezione, la verginità prima durante e dopo il parto e l’assunzione in cielo anima e corpo.

Soltanto Cristo in quanto Dio può donare la grazia alle anime elevandole alla vita soprannaturale della grazia e della gloria celeste. Essendo infatti la grazia una vita divina, è evidente che solo Dio può crearla e donarla vivificando o rivificando l’anima morta a causa del peccato e rendendola figlia di Dio ad immagine di Cristo, mossa dallo Spirito Santo.

Cristo dona la sua grazia in molti modi e gradi alle anime o direttamente o indirettamente servendosi della creatura umana in grazia, che Egli investe del suo potere - doni gerarchici - e del potere dello Spirito - doni carismatici -. Egli solo in quanto Dio è il produttore della grazia. Tuttavia anche noi suoi fedeli possiamo e dobbiamo essere mediatori della grazia e strumenti della diffusione della grazia ai fratelli. In quest’opera di mediazione mediata da Cristo la Madonna è la suprema Mediatrice, alla quale pure, s’intende, Cristo ha mediato la salvezza.

Maria come Madre della Chiesa è Regina degli Apostoli e Madre del popolo fedele, il che vuol dire che ella, per la sua onnipotente intercessione, ottiene da Cristo il dono dello Spirito, ossia tutte le grazie per l’umanità, sia i doni gerarchici che quelli carismatici.

Il cristiano in grazia per intercessione di Maria ottiene dal Padre quella grazia che gli consente di diventare a sua volta annunciatore, mediatore, ministro e strumento della grazia. Dio Padre ha voluto che la creatura umana potesse essere in due modi fondamentali mediatrice della grazia: o in quanto investita del sacramento dell’Ordine così da avere da Cristo il potere di agire in persona di Cristo nella confezione ed amministrazione dei sacramenti, che sono i mezzi ordinari della grazia e che sono segni sacri che contengono, producono e trasmettono quella grazia che essi significano.

I protestanti negano che Maria sia corredentrice non per una sincera difesa dell’unicità dell’opera redentrice di Cristo, ma perché non capiscono quella che è l’opera di collaborazione del cristiano all’opera di Cristo. La vera apologia dell’opera divina di Cristo sta nel riconoscere che Cristo ha voluto per volontà del Padre render l’uomo partecipe della sua opera, così da poter meritare con le nostre opere in modo congruo quella salvezza che Egli ci ha meritato in modo degno.

I sacramenti conferiscono o infondono la grazia santificante nell’anima degnamente preparata operando in essa per il fatto stesso di essere confezionati validamente dal sacerdote (ex opere operato) ed hanno efficacia sia nel liberare l’anima dalla colpa mortale, sia nel far aumentare la grazia nell’anima già in grazia.

Ma esiste un’altra forma di mediazione della grazia nello Spirito Santo operata dalla creatura in grazia a favore delle anime, grazia concessa al comune fedele laico, uomo o donna. E qui troviamo Maria.  Qui il fedele con la preghiera, l’offerta di sacrifici, le elemosine, la pratica delle indulgenze, le buone opere e la sua intercessione ottiene da Dio grazia e misericordia, ottiene che faccia arrivare la grazia alle anime che ne hanno bisogno o la chiedono o che neppure la chiedono.

Quest’opera di mediazione non comporta conferimento o infusione della grazia come accade nel ministero del sacerdote, ma è un’opera provvidenziale di carità, un’opera di distribuzione o dispensazione delle grazie già esistenti o prodotte, al fine di farle giungere alle anime che ne hanno bisogno o le chiedono o anche neppure le chiedono, ma anzi si trovano in stato di peccato.

Quest’opera di distribuzione e di dispensazione è tanto più efficace, intelligente, oculata, ben dosata, benefica, e vasta quanto più l’anima si pone con docilità nell’ascolto dello Spirito Santo e al servizio di Dio, quanto più l’anima è umile, obbediente e animata dalla più ardente carità, da sentimenti e propositi di giustizia e di misericordia. E quale tra tutti noi fedeli di Cristo può essere la creatura che meglio di tutte risponde a questi requisiti se non la Vergine Maria?

Paragoni sbagliati

Padre Gronchi sbaglia a paragonare la decisione del DDF di abbandonare la predicazione del titolo di corredentrice all’abbandono della dottrina del limbo e al rifiuto attuale della Chiesa di riconoscere come atto di giustizia la pena di morte. 

Si tratta in realtà di cose imparagonabili. Infatti, per quanto riguarda il limbo, la Chiesa ha chiarito che il limbo non esiste, e che si trattava di una semplice opinione teologica. Per questo, la Chiesa non potrà mai più tornare su questa decisione.

Quanto alla pena di morte, il rifiuto che il Catechismo oppone oggi alla pena di morte, per quanto possa darsi un richiamo al Vangelo, non è una norma morale vincolante la coscienza del cattolico, ma è una semplice proposta che la Chiesa fa alle società civili affinchè vogliano togliere la pena di morte dalla loro legislazione.

Viceversa la sentenza del DDF che ha giudicato inappropriato il titolo di corredentrice non entra nel merito della questione dottrinale, se sia vero o falso che Maria sia corredentrice dal punto di vista concettuale ma ha un carattere squisitamente pastorale di regolazione del linguaggio, attesa la circolazione di un concetto errato di corredentrice, che mette l’opera di Maria alla pari di quella di Cristo.

Dichiarare che il titolo di corredentrice è inappropriato non vuol dire che è falso, ma che è inopportuno o inutilizzabile dal punto di vista del linguaggio. Benchè il DDF si prenda cura della dottrina, sa bene che la dottrina è veicolata dal linguaggio. Non basta che un termine sia giusto e sia già stato usato dal magistero pontificio, se oggi esiste un falso concetto che può essere veicolato con quel termine. Un modo per correggere un concetto o per impedire l’uso di un concetto sbagliato può essere quello di disapprovare il termine che lo designa. E questa è appunto la scelta fatta dal DDF, che peraltro non proibisce di usare il termine in forma privata.

Non si tratta di una questione di dottrina, ma pastorale.  Infatti la predicazione del Vangelo, come ogni tipo di insegnamento, deve badare sia a ciò che si insegna sia al modo col quale si esprime il contenuto dell’insegnamento. Un conto è il concetto di una cosa e un conto è il termine che si usa per esprimere il concetto di quella cosa. 

Il DDF col suo intervento suppone evidentemente che sia in circolazione un concetto sbagliato di corredenzione e piuttosto che correggerlo ha preferito rinunciare alla parola. Non può evidentemente riferirsi al concetto che ne hanno avuto i Papi del passato. Ed è impensabile che la Nota intenda disapprovare o correggere questo concetto. Occorrerebbe semmai chiarire in che senso questi Papi hanno inteso il concetto e quindi hanno usato il termine.

D’altra parte, nulla impedisce, come ho fatto io nei miei recenti scritti, di correggere il concetto. Dopodiché non c’è alcuna difficoltà ad usare il termine. Il concetto sbagliato di corredentrice sembra consistere nel credere che si tratti di un privilegio esclusivamente proprio della Madonna, mentre in realtà il corredimere non è altro che l’attività normale di ogni cristiano in quanto collabora o partecipa all’opera redentrice di Cristo. Ci accorgiamo allora di come il concetto di corredentrice è assolutamente irrinunciabile ed è di carattere dogmatico perché connesso col concetto stesso di Redenzione.

La decisione del DDF di abbandonare l’uso del termine corredentrice non è di carattere dottrinale quasi si riferisse ad una falsità e quindi non si tratta di decisione irrevocabile, come si è verificato per il limbo, ma va annoverata tra quelle decisioni che toccano materie o tematiche mutevoli o contingenti.

Pertanto, volendo fare un paragone pertinente, dovremmo piuttosto pensare alla questione del ripristino del diaconato femminile, che fu abolito nel sec. III oppure si può pensare al fatto che Papa Leone sia tornato ad abitare nel palazzo apostolico dopo che Papa Francesco era andato a risiedere a Santa Marta. Oppure possiamo pensare alla decisione dei Papi del sec. XIV di risiedere ad Avignone, decisione che fu revocata col loro ritorno a Roma.

Così la decisione del DDF di non usare il termine corredentrice non è una decisione dottrinale e quindi definitiva, come se la Chiesa abbandonasse un concetto che si è rivelato errato, come è successo per il limbo, dottrina che peraltro era semplice opinione di scuola e la Chiesa non aveva mai fatta sua.

Non è possibile neppure paragonare la questione della corredentrice alla questione del sacerdozio della donna. Infatti qui la Chiesa si è già espressa in modo definitivo per l’esclusine. Per questo è impensabile che un domani la Chiesa ritorni su questa decisione.

Si tratta infatti di una decisione temporanea e provvisoria, finchè non si sarà affermato il concetto giusto nel senso che ho spiegato nei miei scritti. Dopodiché non solo non ci saranno difficoltà ad usare il titolo, ma la cosa sarà molto utile, perché chiarisce come l’azione della Madonna non si pone su di un piano superiore a quello di ogni fedele, ma Maria non fa altro che fare in modo eccellentissimo, esemplare, ma insuperabile ed unico, ciò che ogni cristiano come cristiano deve fare per collaborare e partecipare all’opera della Redenzione. Corredenzione e redenzione sono due concetti inseparabili come Cristo ed essere cristiano. Affermare Cristo e negare la corredenzione è come affermare Cristo senza il cristiano.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 27 gennaio 2026 


 

 

Privilegi esclusivi di Maria sono solo la pienezza di grazia, la maternità divina, l’immacolata concezione, la verginità prima durante e dopo il parto e l’assunzione in cielo anima e corpo.

 

Immagine da Internet: Madonna del Belvedere, Raffaello

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