Il Dio Trinitario
Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia
Quarta Parte (4/7)
Seconda parte - Determinazioni ontologiche
La problematica che sorge dai due dogmi[1]
Che Dio sia uno non fa troppa difficoltà davanti alla ragione. Non è difficile confutare il politeismo o l’idolatria. Ma quello che ci fa difficoltà è come sia possibile che Dio o la persona divina ontologica o monadica (la singularis substantia della quale parla il Concilio Vaticano I, Denz. 3001) sia una sola natura divina in tre persone oggetto di rivelazione divina.
Il che vuol dire che quello stesso Dio, che, come insegna il Decreto Nostra aetate del Concilio Vaticano II, noi cristiani adoriamo insieme agli ebrei e a musulmani è Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Cristo ci ha rivelato che Dio non solo crea, ma è Padre che genera un Figlio, che è Dio, e spira uno Spirito che è Dio. Si pone allora la questione di sapere che cosa è e come sia possibile questa generazione e questa spirazione e quale differenza ci sia con la creazione. Dio genera un altro Dio e spira un altro Dio? No. È una persona divina, il Padre, che genera la persona del Figlio e spira la persona dello Spirito, anch’essa spirata dal Figlio.
Ora, che un padre generi un figlio non ci fa difficoltà. Che lo Spirito Santo sia una persona non fa difficoltà: tutte le religioni conoscono l’esistenza di puri spiriti. Tuttavia Maometto obietta: come fa un Dio puro spirito a generare? Non gli occorrerebbe una moglie? San Giovanni spiega allora che il generare in Dio non si deve spiegare con la categoria della sessualità, come nelle mitologie pagane, ma con la categoria del pensiero: il Figlio è il Logos, il Disegno, il Pensiero, l’Idea, il Progetto, il Piano, la Ragione, il Concetto, l’Autocoscienza, la Parola del Padre.
Ma questo generare e spirare che cosa è? Un’azione? Un produrre? Un causare? No. L’azione e il produrre comportano un effetto distinto dall’agente, un individuo distinto dal produttore, dalla causa. Invece Gesù, per indicare la sua origine dal Padre, dice «io sono uscito dal Padre». È ciò che la Chiesa chiama «processione» (ekpòreusis).
Ora, tra di noi effettivamente il figlio è della stessa natura sì, ma della stessa natura specifica del padre, non della stessa natura individuale. Invece l’unica singola sostanza divina del Figlio, ossia la divinità è la medesima e identica (omos) di quella del Padre: il Figlio è consostanziale (consubstantialis, omoùsios) al Padre. Il Figlio divino è la medesima unica singola sostanza o natura divina di quella del Padre.
Occorre allora formare un concetto di persona e di natura in modo tale che il contenuto del dogma non sembri un’assurdità e non dia scandalo. La Bibbia ci spinge alla giustizia e non al peccato. E chi si compiace di trovarvi un assurdo, dovrebbe rendersi conto che è un bestemmiatore e che crocifigge Cristo un’altra volta. Egli che ci ha detto che il nostro parlare dev’essere sì, sì, no, no.
In sostanza occorre capire meglio che cosa intende la Scrittura col concetto di persona o di natura o di sostanza. I Padri dei due Concili di Nicea e di Calcedonia non hanno affatto assoggettato le nozioni bibliche alla filosofia di Aristotele, come credono i protestanti, ma hanno utilizzato alcuni concetti di Aristotele adattandoli a quanto la Bibbia ci vuole insegnare circa il concetto di natura e di persona.
Il principio di non-contraddizione non vale solo per noi, come credeva il Cusano e come sembra credere Dionigi l’Areopagita, ma innanzitutto per Dio, perchè Egli stesso lo ha stabilito dall’eternità nel concepire il Logos, nel quale, come dice San Paolo, non c’è il sì e il no, ma solo il sì. Tertulliano ha quindi detto una enorme stoltezza col suo credo quia absurdum, mentre San Tommaso riflette la saggezza divina quando dice credo quia est credibile. Lo scandalo della Croce non è scandalo per chi si salva, ma per chi si perde. E scandalizzare i piccoli, cioè gli umili, gli onesti e i leali, come sappiamo, è punito da Cristo con la massima severità.
Il gran problema che si pose dopo Nicea non fu più quello della divinità di Cristo, ma come Cristo poteva essere uno se aveva due nature. Era il problema della persona di Cristo: divina o umana? Se quindi Nicea chiarisce in Cristo il concetto di sostanza (usìa), spettò a Calcedonia chiarire il concetto di persona (hypostasis).
Pio XII nell’enciclica Rex sempiternus del 1951, pubblicata per commemorare il XXV centenario del dogma calcedonese, notò come il dogma calcedonese fu contrastato da due eresie opposte e fondamentali: quella di Eutiche, che confonde le nature e quella di Nestorio che fa di Cristo due persone.
Così Eutiche riconosce che Cristo è una sola persona divina, ma la divinità si muta o si rimpicciolisce o materializza nell’umanità. Sembra di vedere quello che sarà il «Dio contratto» o «complicato» del Cusano. Il monofisismo eutichiano conduce al docetismo per il fatto che la natura umana di Cristo non è una sostanza distinta dalla sostanza divina, ma è un’apparizione finita della divinità. L’umanità di Cristo è come una teofanìa, come i raggi del sole divino o la trasparenza di Dio. Oppure il Logos diventa mondo, quasi precorrendo il Cristo cosmico di Teilhard de Chardin.
Nestorio riconosce la Persona del Verbo, ma essa non dà sussistenza alla natura umana di Cristo. Essa è insita nella persona umana di Cristo. Qualcosa del genere riapparirà in Schillebeeckx, il quale dice che Cristo è figlio di Dio come uomo, creato dal Verbo divino preesistente e in lui presente. Per questo, per Schillebeeckx non si deve dire che Cristo è Dio, ma che Dio è in Cristo.
L’eresia di Ario è stata la prima ad apparire e rappresenta la fatica che facciamo a credere che Gesù sia Dio. Questa fatica riappare oggi in Schillebeeckx, il quale nega la divinità di Cristo. Dice che è un titolo propagandistico inventato dalla comunità primitiva, ma che Cristo non si è mai attribuito. Schillebeeckx considera Cristo semplicemente come il «profeta escatologico» e martire della giustizia, qualcosa che si avvicina a quanto Maometto pensa di Cristo, con la nota differenza che Maometto considera Cristo semplicemente come un suo precursore.
L’arianesimo oggi è più che mai tornato e si configura come concezione dell’uomo inteso come autotrascendenza che, pur in un continuo sforzo (Trieb), non raggiunge l’identità con Dio, e tuttavia, come dice Rahner, tende a Dio «asintoticamente».
Qualcosa del genere c’è già in Fichte, volendo mantenere la trascendenza divina, che tiene a distinguere la finitezza umana dall’infinità divina. Tuttavia Fichte non si accorge che il suo «io» fondatore della scienza, io che pone sé stesso, di origine cartesiana, condotto alle estreme conseguenze, non poteva non condurre al panteismo.
Ed è appunto partendo dall’io fichtiano che Schelling ed Hegel toglieranno la differenza tra la natura umana e la natura divina, così che Schelling fonderà la cosiddetta «filosofia dell’identità» di soggetto ed oggetto, di ideale e reale, di natura e spirito, di pensiero ed essere, con riferimento a Bruno e a Spinoza, mentre Hegel, con riferimento alla cristologia tragica e kenotica di Böhme parla di unità della natura umana e della natura divina. Viceversa, la verità dell’Incarnazione comporta non l’unità, che è confusione, ma l’unione, che salva la distinzione.
L’unità si oppone a pluralità. Invece nel caso di Cristo c’è una pluralità e quindi l’unione di due distinti che restano distinti. Ossia le due nature non si mutano l’una nell’altra; non si confondono tra loro, come credeva Eutiche. La natura umana non è il semplice apparire della natura divina, come credevano i monofisiti docetisti.
Ario ha tentato di interpretare la divinità di Cristo contro gli ebioniti, che vedevano in Gesù solo l’uomo, amante dei poveri, martire della verità, maestro di giustizia, sommamente santo e gradito a Dio. Ma niente di più. Lo sbaglio di Ario fu quello di partire non da un concetto biblico, univoco, di divinità, ma dal concetto platonico-plotiniano che è analogico. Per questo diceva che Gesù è omoios al Padre, cioè simile, così come l’analogato inferiore è simile al sommo analogato. Il Concilio di Nicea dirà: no simile, ma della stessa sostanza del Padre: omos, lo stesso.
L’arianesimo non è morto. Esistono oggi varie forme di arianesimo che innalzano l’uomo al divino senza farlo diventare Dio: per esempio il superuomo di Nietzsche, l’antroposofia del «corpo astrale» di Rudolph Steiner, l’umanesimo metafisico gerarchizzato di René Guénon, l’umanesimo della grazia intrinseca come pienezza umana di Henri de Lubac.
Pio XII segnalò nell’enciclica che ho citato le due eresie fondamentali: quella di Eutiche, per il quale la natura divina soffre e muta divenendo natura umana, errore che riappare oggi nello storicismo di Hegel, Kasper e Forte e la concezione di Cristo come persona umana abitata da Dio, l’eresia di Nestorio, che riappare oggi in Schillebeeckx e nella teologia della liberazione. Abbiamo inoltre un risorgere di monofisismo docetista, che è quella cristologia che si ispira al monismo parmenideo, che si esprime in Giuseppe Barzaghi con la mediazione di Severino.
La persona[2] e la natura
Il dogma cristiano, nel rendere intellegibili e non-contradditori i misteri della Trinità e dell’Incarnazione nei due dogmi cristologici di Nicea e di Calcedonia ha utilizzato due nozioni, quella di persona (hypostasis, subsistentia) e di natura (usìa, fysis, natura, essentia, substantia).
Il problema era quello di come conciliare il fatto che Cristo è uno e due, mentre la Trinità è una e tre. Per evitare la contraddizione era evidentemente necessario utilizzare due concetti diversi, così da poter dire che Cristo è uno come persona e due dal punto di vista della natura e così similmente la Trinità è una dal punto di vista della natura e tre dal punto di vista della persona. Quale differenza dunque c’è tra la natura e la persona?
La Bibbia ci offre una nozione di persona e di natura di una elevatezza tale, quale la filosofia non era mai stata capace di raggiungere. Come diceva giustamente il mio docente di filosofia teoretica all’Università di Bologna, Teodorico Moretti-Costanzi, è il cristianesimo che ci rivela la dignità altissima della natura e della persona.
Pensiamo a che cos’è per la Scrittura la persona umana, la persona angelica e la Persona divina sia in senso monoteistico che in senso trinitario. Pensiamo a che cosa la Bibbia ci dice sulla natura umana di Cristo, la natura umana nell’Eden, la natura redenta da Cristo ed elevata alla gloria futura. Si dice spesso che la Chiesa ha utilizzato categorie fornite da Aristotele o da Platone.
È vero. Ma ha utilizzato maggiormente, e ciò è logico, le categorie fornite dalla stessa Scrittura. È una cosa penosa che i dizionari biblici o le enciclopedie della Bibbia, ricchi di un’infinità di dati e dettagli storici e positivi, terrorizzati dalle «categorie greche» e fanatici dei semitismi, non siano capaci di fornirci una spiegazione decente del significato biblico del concetto di natura e di persona, cose ben più importanti da sapere come erano le monete egiziane e quali sono gli idoli della Mesopotamia o le armi dei Fenici.
Il mistero più alto della persona è la Persona Trinitaria. Per la Scrittura la persona è uno soggetto - un supposito, come si dice nel linguaggio scolastico - spirituale che sta al vertice dell’essere. È l’essere alla sua più alta perfezione. Ma questa perfezione ha tre gradi ascendenti: partendo dal basso abbiamo la persona umana, che è una sostanza singola sussistente di fatto e non di diritto, individuo della specie o natura umana, animale razionale, composta di spirito e corpo, capace di intendere e volere, con atto d’essere contingente e creato. La persona umana è l’individuo di una specie, individuo che ha un’essenza in atto d’essere.
Persona più alta è quella dell’angelo, sostanza spirituale incorporea sussistente di fatto, individuo coincidente con la specie o natura angelica, sostanza intellettuale, capace di intendere e di volere, con atto d’essere creato. L’angelo è un’essenza in atto d’essere. Egli sussiste di fatto e contingentemente, non necessariamente o per essenza.
Ciò significa che ogni angelo non è l’individuo di una specie, come tutti gli enti inferiori, ma è una specie a sé, per cui tanti sono gli angeli, quante sono le nature angeliche, racchiuse sotto il genere angelo.
Persona suprema è la persona divina, una singola sostanza spirituale, la cui essenza o natura è quella di essere l’essere sussistente, nel quale l’essenza coincide col suo essere. Dio non è solo un’essenza sussistente, ma è lo stesso suo essere sussistente. In questa qualità di essere sussistente, non lo è solo di fatto, ma anche di diritto e per essenza, necessariamente.
La creatura, l’intero universo, la stessa umanità di Cristo, se Dio avesse voluto, avrebbero potuto non esistere. Dio invece non può non esistere, perché è l’essere assoluto, immenso, necessario ed infinito. Egli non esiste in modo contingente, non è causato come l’uomo e l’angelo, ma esiste necessariamente e per essenza.
Dio non esiste perché vuole o ha voluto esistere; il suo esistere non è effetto di una scelta, come credeva Schelling, giacchè per volere bisogna esistere e un ente, fosse Dio stesso, per volere deve prima esistere. Anche ammesso e non concesso che Egli non volesse esistere, non può perché Egli è l’essere assoluto ed eterno. Non si sceglie il necessario, si sceglie il contingente.
Non ha senso una volontà senza previo soggetto che voglia o una pura volontà che voglia il soggetto volente. Il soggetto dev’esistere prima e non dopo l’atto del volere. Che in Dio essere e volere s’identifichino, d’accordo, benchè si tratti di due nozioni distinte; che Dio nella sua volontà si compiaccia e goda di sé stesso è certo. Ma è assurdo pensare che abbia voluto il suo sé stesso essere o che il suo esistere sia l’effetto del suo volere.
Proseguendo nella nostra analisi, diciamo che, secondo la fede, la persona divina non è solo essere sussistente, ma anche relazione sussistente: la Persona trinitaria. Dio Padre emana da sé ovvero fa procedere da Sé in identità di natura ed uguaglianza di maestà, dignità e potenza, due Persone, Dio Figlio e Dio Spirito. Siccome le Persone si distinguono per l’origine, e Figlio e Spirito originano dal Padre, lo Spirito procede anche dal Figlio per essere distinto dal Figlio.
Una domanda che forse potremmo porci è la seguente: perché procedono dal Padre due Persone e non una o tre? Non lo sappiamo; è oggetto di fede, non di ragione; ma potremmo portare qualche motivo di convenienza tratto dal creato. La triade si trova anche nel creato: l’essere, il pensare e il volere nello spirito. Sempre nello spirito abbiamo la circolarità dl suo moto, che è l’autocoscienza: la triade posizione, uscita e ritorno. In logica abbiamo; la premessa maggiore, la minore, la conclusione. Nel moto abbiamo il principio, il mezzo e la fine.
Inoltre perché emanano due Persone? Perché possono essere rappresentate dall’intendere e dal volere. Ovviamente si tratta solo di convenienze, che nulla hanno a che vedere con una dimostrazione; però ci aiutano ad accettare il mistero.
Osserviamo inoltre che lo Spirito che procede dal Figlio è la fonte del carisma petrino. Per questo gli Ortodossi, che negano il Filioque, sono privi del benefcio che viene dal carisma petrino. I protestanti sono in una situazione ancora peggiore: siccome rifiutano anche i doni gerarchici che provengono dallo Spirito che procede dal Figlio, sono privati anche dei benefìci che provengono dal sacerdozio.
Chiediamoci adesso: in Dio che rapporto c’è fra la sostanza o la natura e la relazione? O in altre parole: che rapporto c’è fra la persona monadica, ossia il Dio uno e la Persona trinitaria? A tutta prima le Tre persone sembrerebbero essere tre modi di essere o di sussistere o proprietà dall’unica natura o sostanza, dell’unica persona monadica, ossia del Dio uno. Senonchè la sostanza o natura non è il soggetto delle Tre persone, quasi che esse si aggiungano come l’accidente si aggiunge alla sostanza, perché le Persone sono Dio e Dio è le Tre persone. Esse s’identificano con l’essere stesso di Dio, benchè tra di loro siano realmente distinte. Sono tre sussistenze identiche alla sussistenza della natura. Non hanno un essere distinto dalla natura, ma sono un unico essere, Dio, con la natura divina.
Nella Bibbia abbiamo un concetto di sostanza o natura di una densità ontologica che supera quanto la filosofia aveva concepito prima della rivelazione biblica. Il concetto di creazione ci porta a vedere nella sostanza creata ad un tempo la sua dignità, in quanto opera divina e il suo nulla in quanto creata dal nulla. Innanzitutto distinguiamo natura e sostanza. La natura o essenza è ciò per cui l’ente è tale ente. La sostanza è il soggetto della natura, ciò che ha un’essenza in atto d’essere. La sostanza è singolare. La natura è un universale, che si concretizza nella natura individuale. Sviluppiamo questa distinzione più sotto.
Qualità dello spirito e quindi della persona è quella di riflettere su sé stesso. L’autocoscienza è presente a tutti i tre gradi della personalità. Nell’uomo l’autocoscienza si attua dopo la conoscenza delle cose mediante i sensi. Compiuto quest’atto, prendiamo coscienza di ciò che abbiamo conosciuto e dell’atto stesso del nostro intelletto che è servito per conoscere quelle cose. Una volta presa coscienza di quest’atto, possiamo diventar coscienti del nostro io che ha compiuto quell’atto. L’io allora emerge alla coscienza. Gesù aveva due io: un io umano e un io divino. L’io umano, come la natura umana, sussisteva grazie all’unione ipostatica con la Persona divina. Gli idealisti, con la loro teoria dell’io empirico e dell’io trascendentale hanno scimmiottato il mistero dei due io di Cristo nell’unità della Persona divina.
Tre Persone e una sola natura
Come distinguere fra loro le Persone se sono un medesimo Dio? Se posseggono tutte e tre la medesima natura divina? Una risposta che potrebbe venire spontanea è quella di paragonarle a tre individui della stessa specie divina. Senonchè Dio non è una specie che abbia sotto di sé degli individui, ma è Egli stesso un individuo: «una singularis substantia», come insegna il Concilio Vaticano I.
La Chiesa allora, nel Concilio di Firenze del 1442, ha pensato di distinguerle non in base alla sostanza, perché altrimenti verrebbero fuori tre sostanze, ossia tre dèi, ma in base alle relazioni che intercorrono fra di loro, accorgendosi che ogni Persona non ha una relazione con l’altra, ma è una relazione sussistente. Il Padre è una Paternità sussistente. Il concreto coincide con l’astratto. Ciò è evidentemente impossibile in noi, perché ognuno di noi non è l’umanità, ma semplicemente un individuo umano, un individuo della specie.
Ma la prima cosa che la Chiesa ha sentito il dovere di fare riguardo ai dati della fede, prima ancora di come distinguere le Persone fra loro, è stata quella di definire l’identità di Cristo. Così è avvenuto che il Concilio di Nicea del 325 ha definito la divinità del Figlio e del Padre. Il Concilio di Costantinopoli del 381 ha definito la divinità anche dello Spirito Santo. Tale Concilio elabora il Credo o Simbolo Niceno-Costantinopolitano che tuttora proclamiamo nelle Messe festive. Nel 1014 Benedetto VIII introdusse il Filioque.
Altra considerazione da fare è che Dio sia persona in quanto sostanza spirituale è dimostrabile dalla ragione. Che in Dio ci siano tre persone lo sappiamo invece solo dalla fede sulla base di quanto Cristo ci rivela, soprattutto nel Vangelo di Giovanni. Cristo ci parla anche dell’inabitazione della Trinità nell’anima.
Riflettendo sull’insegnamento di Cristo sul Dio Trinitario, la Chiesa ha compreso che non poteva concepire le tre persone come sostanze, altrimenti sarebbero venuti fuori tre Dèi, ma si accorse che la Persona divina può essere concepita solo come relazione sussistente. L’essenza del Padre, per esempio, non sta nel fatto di avere una relazione col Figlio così come nella persona umana la persona è distinta dalla sua relazione col relazionato, ma l’esser Padre si risolve nella relazione di paternità.
Una difficoltà poi che incontriamo nell’analisi del mistero Trinitario è come sia possibile che tre Persone distinte abbiano lo stesso intelletto e la stessa volontà come potenze dell’unica natura o sostanza divina. Ci riesce difficile escludere che fra le tre Persone esista, come avviene fra noi, un dialogo, uno scambio e un confronto di idee e di volontà. Le due volontà le incontriamo solo nel Dio incarnato: la volontà umana di Gesù e la volontà del Verbo, che è la stessa della volontà del Padre, uno col Figlio nella sostanza divina. Il confronto allora è fra la volontà umana di Gesù e la volontà della Trinità.
Bisogna ricordare infatti che le Persone divine non sono persone come noi, che abbiamo tra noi relazioni volontarie che possono esserci o non esserci, ma le Persone divine sono semplicemente Relazioni che non dicono dinamismo spirituale, non suggeriscono l’idea di possibili scelte in un senso o nell’altro, ma sono relazioni ontologiche strutturali immutabili, simili a quanto avviene fra noi nella relazione naturale-biologica fra padre e figlio.
Certo, uno si domanda: che ne è dell’azione di tali Persone? Che cosa fa il Padre? Che cosa fa il Figlio? Che cosa fa lo Spirito? La loro azione è l’azione divina, giacchè il volere e l’agire è quello della divinità, che esse hanno in comune. Le Persone divine non sono persone nel senso nel quale intendiamo comunemente la persona, tanto che ci si potrebbe domandare come può la Chiesa parlare di persone? Eppure, si può forse dire che nel Vangelo non si danno notizia dell’azione del Padre, del Figlio e dello Spirito? Non c’è dubbio, solo che esse agiscono sempre insieme perché sono un solo Dio.
Ma - ci vien fatto di chiederci - come è possibile che esse non abbiano una condotta diversa l’una dall’altra? Il problema è che noi siamo portati ad intendere le Persone divine mettendole a confronto con la persona umana. D’altra parte un soggetto che parla e compie la sua volontà come lo chiamiamo se non persona? Ma d’altra parte sarà mai possibile che i Tre non intendano le stesse cose e non vogliano le stesse cose? Dio non è forse uno? Non sono tre Dei!
Il Concilio Vaticano I definisce Dio o la natura divina come «una singularis substantia». La persona è la sussistenza singola di una sostanza spirituale. Già dunque la ragione naturale scopre un Dio personale. Tuttavia la persona trinitaria non è una sostanza, sennò avremmo tre Dèi, ma una relazione sussistente. Quella relazione che nella nostra persona è accidente della nostra sostanza, in Dio è sussistente. Tema caratteristico della cristologia moderna è la questione dell’Io di Cristo[3].
Le tre persone divine sono distinte fra loro in base all’origine: Il Padre è originante, ma non originato; il Figlio è originato e dà origine allo Spirito. Lo Spirito è originato dal Padre e dal Figlio, ma non è originante.
Gli Orientali faticano nell’usare questo criterio di distinzione perchè non è sempre evidente nel Nuovo Testamento, soprattutto per quanto riguarda l’origine dello Spirito Santo, che origina evidentemente dal Padre, ma non altrettanto evidentemente origina dal Figlio. Per distinguere le Persone essi si basano soprattutto sulle diverse appropriazioni di ogni singola Persona, cose evidenti nel Nuovo Testamento.
Così finiscono per confondere le proprietà con le appropriazioni. Ma queste non sono sufficienti criteri di distinzione, perchè di per sé appartengono alla natura divina e non alla Persona. Per esempio, la Scrittura appropria al Padre l’onnipotenza e la provvidenza. Ma questi attributi appartengono anche al Figlio in quanto Dio, per cui non sono sufficienti per distinguere il Figlio dal Padre. Per distinguere occorrono le proprietà del Figlio in quanto tale, ossia l’essere generato dal Padre.
Così pure bisogna distinguere le processioni dalle missioni divine. Il Padre fa procedere da Sé il Figlio e lo Spirito. Il Figlio spira lo Spirito. Questi sono atti intratrinitari che definiscono la Trinità in sé stessa indipendentemente dal suo rapporto e dall’economia della salvezza. Questi atti essenziali ci sarebbero in Dio anche se non avesse creato il mondo. Invece le missioni sono relative al piano della salvezza e quindi all’Incarnazione del Verbo. Sotto questo punto di vista il Padre manda il Figlio nel mondo e il Figlio manda lo Spirito nell’intimo dei cuori a compiere ogni perfezione e ogni santificazione.
Nel creato esistono strutture triadiche che sono immagini della Trinità. Queste triadi sono fisse nel tre senza possibilità di aumento o diminuzione numerici. In metafisica abbiamo l’ente composto di soggetto, essenza ed essere. Nel moto dello spirito abbiamo la posizione, l’uscita e il ritorno. Nella logica formale l’affermazione, la negazione e la negazione della negazione. Nella logica materiale la premessa maggiore, la minore e la conclusione. Nella persona l’essere, il pensare e il volere; nel divenire il principio, il mezzo e la fine; nell’estensione, il triangolo equilatero; nello spazio, la lunghezza, l’altezza e la profondità; nel tempo, il passato, presente e futuro.
I teologi Klaus Hemmerle e Piero Coda[4] hanno ritenuto di poter fondare un’«ontologia trinitaria» utilizzando il dogma delle Tre Persone della Trinità. Ma non si sono accorti che il fatto che in Dio ci sono tre Persone è un dato divinamente rivelato, che supera i limiti della ragione metafisica, e che non può essere oggetto della metafisica. L’ente che è oggetto della metafisica è in certo qual modo trino in quanto composto di soggetto, essenza ed essere. Ma questa triade nulla ha a che vedere con le tre divine sussistenze della Santissima Trinità.
I concetti utilizzati dal dogma Trinitario, coniati apposta per il dogma, appartengono solo al dogma, sono di carattere sovrarazionale, e pertanto non possono servire per costruire una metafisica, che ha per oggetto solo ciò che entra nei limiti della nostra ragione, senza con ciò stesso falsificare i concetti dogmatici e quindi falsificare il dogma trattandolo come se fosse una verità razionale e metafisica.
La Chiesa ha scelto e utilizzato concetti metafisici come quello di ente, unità, essere, sostanza, sussistenza, essenza, natura, relazione, spirito, persona per spiegare il mistero trinitario e mostrare come esso non contraddica alle esigenze della ragione. Ma questa operazione condotta dalla Chiesa non autorizza i metafisici a utilizzare quei concetti adatti solo per esprimere il dogma, ad inventare una «ontologia trinitaria», che non è altro che una profanazione di ciò che è sacro e sacro deve restare.
Fine Quarta Parte (4/7)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato,12 dicembre 2025
Come distinguere fra loro le Persone se sono un medesimo Dio? Se posseggono tutte e tre la medesima natura divina? Una risposta che potrebbe venire spontanea è quella di paragonarle a tre individui della stessa specie divina. Senonchè Dio non è una specie che abbia sotto di sé degli individui, ma è Egli stesso un individuo: «una singularis substantia», come insegna il Concilio Vaticano I.
La Chiesa allora, nel Concilio di Firenze del 1442, ha pensato di distinguerle non in base alla sostanza, perché altrimenti verrebbero fuori tre sostanze, ossia tre dèi, ma in base alle relazioni che intercorrono fra di loro, accorgendosi che ogni Persona non ha una relazione con l’altra, ma è una relazione sussistente. Il Padre è una Paternità sussistente. Il concreto coincide con l’astratto. Ciò è evidentemente impossibile in noi, perché ognuno di noi non è l’umanità, ma semplicemente un individuo umano, un individuo della specie.
Ma la prima cosa che la Chiesa ha sentito il dovere di fare riguardo ai dati della fede, prima ancora di come distinguere le Persone fra loro, è stata quella di definire l’identità di Cristo. Così è avvenuto che il Concilio di Nicea del 325 ha definito la divinità del Figlio e del Padre. Il Concilio di Costantinopoli del 381 ha definito la divinità anche dello Spirito Santo. Tale Concilio elabora il Credo o Simbolo Niceno-Costantinopolitano che tuttora proclamiamo nelle Messe festive. Nel 1014 Benedetto VIII introdusse il Filioque.
Immagini da Internet:
- Il primo concilio di Nicea in una icona ortodossa
- Il Concilio di Nicea, manoscritto dell'Archivio capitolare di Vercelli (IX secolo)
[1] Ottima interpretazione teologica dei due dogmi nel trattato classico di Joseph Scheeben, I misteri del cristianesimo, Editrice Morcelliana, Brescia 1960.
[2] Umberto Degl’Innocenti, Il problema della persona nel pensiero di San Tommaso d’Aquino, Libreria Editrice della Pontificia Università Lateranense, Roma 1967.
[3] Vedi Pietro Parente, l’Io di Cristo, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1981.
[4] Antonio Livi, Vera e falsa teologia, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012, pp.236-247.


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