Il confronto del bene col male
La volontà umana e la volontà divina
Seconda Parte (2/6)
Il problema della sofferenza
Tutti avvertiamo che la pena è meritata dal peccatore. Ma perché mai l’innocente dovrebbe soffrire? E come mai il delinquente riesce a sfuggire alla giusta pena, anzi ha successo? Il fatto che tutti noi, giusti o ingiusti siamo soggetti in questa vita ad un’infinità di sofferenze, suscita inevitabilmente la domanda sul perchè e sul motivo di tale situazione.
Come mai nasciamo difettosi? Sentiamo un bisogno di felicità: è perché ci viene impedito di raggiungerla? Vorremmo fare il bene: e perché non ce la facciamo? Cerchiamo la verità: e perché ci sbagliamo o restiamo illusi o ingannati? Da che cosa dipende questa nostra situazione disgraziata? Perché la sofferenza è inevitabile, se essa ci ripugna? Come mai ci capita il male nonostante tutto l’impegno che ci mettiamo nell’evitarlo? Perché non riusciamo a raggiungere gli scopi che ci prefiggiamo? Come mai esistono problemi e guai che non riusciamo a risolvere? Perché lo spirito è contrastato dalla carne? Perché esiste la morte, mentre noi vorremmo vivere e godere per sempre? Ma chi c’è che governa il mondo? È un Dio saggio, buono e potente o è un dio che si diverte a farci soffrire? Che Dio è quello che ci ha creati in modo così difettoso?
Già sin dall’antichità i filosofi hanno tentato di dare una risposta a queste domande angosciose e hanno tentato di frenare la voglia che ci viene di rimproverare Dio reggitore del mondo, per accusarLo di ingiustizia, crudeltà e impotenza. Ma che cosa è successo? Che alla vista di questa situazione sconfortante e disperante i pagani non furono capaci di comprendere che la reggenza del mondo, nonostante e al di là di tutti i mali in esso presenti, non poteva essere in fin dei conti nelle mani di un Dio malvagio.
Un’eccezione è rappresentata da Aristotele e Platone. Il primo, con la sua dottrina di Dio Pensiero del Pensiero, causa prima, motore immobile e sommo bene; il secondo, con la sua visione di Dio come Idea del Bene che si diffonde, e attira a Sé le anime innamorate del Bene, insinua la possibilità che Dio possa togliere peccati e sofferenze. Ma anche Aristotele e Platone non compresero che la sofferenza ha origine da una disobbedienza a Dio.
Platone però si avvicinò alla verità più di Aristotele perché capì che l’umanità in questo mondo è nella schiavitù delle passioni, nelle tenebre e nelle ombre perché alle sue origini celesti si è separata dalla luce delle idee.
Escludendo Aristotele e Platone che prospettavano un cammino di speranza e di ascesa alle cose celesti, i pagani pensarono che non ci fosse niente da fare per rimediare alle miserie umane e alle ingiustizie, sicchè giunsero alla convinzione che il mondo non è retto da un Dio buono, ma da un Dio crudele, che chiamarono Fato o Destino, per cui qualunque lotta per la giustizia era inutile, gli empi avrebbero sempre trionfato e i giusti avrebbero sempre patito.
L’unica cosa da fare, allora, se vogliamo condurci convenientemente e avere successo era quella di accettare di buon grado questo stato di cose seguendo la condotta degli empi e perseguitando i giusti. Si trattava di giudicare bene il male e il male il bene. Era ciò che Nietzsche avrebbe chiamato la «trasvalutazione di tutti i valori».
In questa concezione tutto ciò che avviene, avviene di necessità in quanto deciso dal Fato, al quale niente e nessuno sfugge. Inutile cercare di cambiarlo o di sottrarglisi. Impossibile acquistare meriti se è prestabilita la condanna. Viceversa può permettersi qualunque licenza chi è stato prediletto dal destino.
Se uno è destinato all’inferno, per quanto operi il bene, andrà all’inferno. Se uno è destinato al paradiso, per quanto pecchi, andrà in paradiso. Nulla avviene per libero arbitrio, ma tutto avviene per necessità. Lutero abbracciò questa concezione.
È evidente, a questo punto, come questo Dio che fa trionfare il male e rende vano il bene non è altro che il demonio, colui che Cristo chiama «principe del mondo» e San Paolo «dio di questo mondo».
Questa concezione ha le sue antiche origini nello zoroastrismo persiano col dio Arimane, successivamente mitigata dal manicheismo. Nella prima il trionfo del dio maligno è incontrastato; nella seconda il Dio del bene alla fine vince il Dio del male.
Il culto di Arimane si trova anche nel Leopardi. Dopo la sua morte fu trovato tra le sue carte l’abbozzo di un «Inno ad Arimane», un componimento che pertanto il poeta non pubblicò mai, forse trattenuto da un vago richiamo della sua coscienza, che era stata di formazione cattolica. Dò qui alcuni stralci di questa bozza rimasta incompleta.
«Re delle cose, autor del mondo,
arcana malvagità, sommo potere e somma intelligenza,
eterno dator de' mali e reggitor del moto,
Te con diversi nomi il volgo appella Fato, Natura e Dio.
E il mondo delira cercando nuovi ordini e leggi e spera perfezione.
Ma l'opra tua rimane immutabile,
perché per natura dell'uomo sempre regneranno l'ardimento e l'inganno,
e la sincerità e la modestia resteranno indietro,
e la fortuna sarà nemica al valore,
e il merito non sarà buono a farsi largo,
e il giusto e il debole sarà oppresso.
Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? l'amore? per travagliarci col desiderio, con confronto degli altri e del tempo nostro passato».
È evidente come qui abbiamo un’orribile e sacrilega confusione di Dio col demonio. Leopardi accusa Dio di quella malvagità che è propria del demonio e il componimento termina con una perversa supplica ad Armane di farlo morire presto, mostrandosi spavaldamente pronto anzi desideroso della morte. Il componimento è del 1835. Leopardi morì due anni dopo, nel 1837. Ma morì con i sacramenti.
Questa visione blasfema del Fato ricompare in Nietzsche, che proclama l’«amor Fati», cioè la adesione cosciente e gioiosa alla crudeltà del destino, generatore necessario della figura abominevole del cosiddetto «superuomo», degno modello di guardiano dei campi di sterminio nazisti o delle prigioni di Stalin. Aggiungiamo che questa concezione fatalistica della realtà in chiave parmenidea - «l’essere non può non essere» - è stata ripresa di recente da Severino[1].
Il dramma di Giobbe
La risposta che viene dalla semplice ragione naturale si rispecchia nelle famose parole di Giobbe: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,10). Come a dire: dobbiamo fidarci di Lui. Egli è infinita bontà, sa quello che fa, conosce il nostro bene meglio di noi. Ogni giorno ci manda grazie e benefìci. Se ogni tanto ci manda una sofferenza o una sventura avrà un motivo, che noi non comprendiamo, ma che certamente è finalizzato al nostro bene.
Ma c’è di più. Una considerazione che non si trova in Giobbe, ma è presente in Platone e cioè che probabilmente noi su questa terra ci troviamo colpiti dalle sventure perché forse in una vita precedente alla nostra nascita abbiamo commesso qualche fallo verso Dio. Platone, certamente, si avvicina alla dottrina del peccato originale, senza però raggiungerla, perché basa la sua teoria non sulla trasmissione della colpa lungo le generazioni, ma sulla preesistenza delle anime. Giobbe viceversa si considera innocente e non ha per nulla consapevolezza delle conseguenze del peccato originale.
Il racconto di Giobbe dimostra che la ragione, considerando la bontà divina presiede a tutti gli eventi della storia. Comprende che il sopravvenire di una sofferenza, in quanto voluto da Dio, deve avere un motivo ragionevole, che a noi sfugge, ma che deve esser riposto nel segreto delle intenzioni divine.
Un passo avanti nella comprensione del perché della sofferenza è fatto da Isaia nel famoso canto del Servo del Signore ai cc. 52-53. Il profeta, facendo parlare Dio stesso, narra la vicenda di un misterioso Servo di Dio, il quale, benchè innocente, viene messo a morte come fosse un malfattore. Ma questa morte che subisce svolge una funzione salvifica per l’intero genere umano. Egli infatti
«si è caricato delle nostre sofferenze … È stato trafitto per i nostri delitti… Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; . … Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. … Per le sue piaghe noi siamo stati guariti. … Con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza, né vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà sé stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento, vedrà la luce. … Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato sé stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori» (52,13-15; 53, 1-12).
Questo brano di Isaia getta luce sulle parole di Giobbe: la sofferenza del giusto, che si offre in sacrificio di espiazione per i peccati del popolo, prendendo su di sé il peso dei suoi peccati, si procura fama, gloria e vita eterna. Questa profezia si realizzerà nell’opera redentrice di Gesù Cristo, che illumina ancor maggiormente il mistero del bene e del male rivelandoci i segreti del Padre.
Prima parte - I dati della filosofia morale
Le principali divisioni del bene e del male
La nozione del bene è strettamente congiunta con quella dell’ente e del vero. È impossibile capire che cosa è il bene, se non si comprende il gioco sottile che intercorre tra le tre nozioni di ens, verum e bonum, le quali a loro volta mettono in gioco l’intelletto e la volontà, perché mentre il vero è oggetto dell’intelletto, il bene è oggetto della volontà.
Ma la volontà vuole il bene sotto la ragione di vero, perché se la volontà si propone il bene senza questa mediazione, essa diventa cattiva, perché mette in opera il falso. Si ha infatti il volontarismo, che nella prassi si esprime col dispotismo, la tirannide e la violenza.
Non spetta alla volontà stabilire la verità, ma all’intelletto. La verità non dipende da un atto del volere, ma dall’intelletto, che si adegua alle cose come sono. La cura spirituale per l’ente e l’attenzione all’ente dev’essere al di sopra dell’interesse per il vero e per il bene, perché vero e bene sono fondati sull’ente. Il concetto di ente non dice ancora vero o bene, mentre il vero e il bene sono necessariamente ente. Lo spirito che non prende contatti con l’ente, cioè col reale, ruota su sé stesso e fallisce lo scopo della sua vita.
In base a ciò si deve dire che un’azione morale è buona se è basata sul vero bene; e non per il semplice fatto che è voluta. Infatti di per sé la volontà può volere anche il male. Per questo sta all’intelletto regolare l’azione della volontà presentandole ciò che è veramente bene e ciò che è veramente male.
Un’azione non è buona per il semplice fatto di essere voluta, ma dev’essere voluta perché è buona o perché è voluta da una buona volontà. Qualcosa è buono non perché è voluto da Dio, ma è voluto da Dio perché è buono, benché sappiamo che Dio non può che volere il bene. E per questo, se sappiamo che qualcosa è voluto da Dio, ma non sappiamo il perché, possiamo esser certi comunque che è buono, anche se non ci appare evidente il perchè. È qui che gioca la fede.
Non spetta alla volontà determinare il vero bene, ma all’intelletto, sia pur spinto dalla volontà. Prima di passare all’azione, al fine di agire con saggezza, occorre che l’intelletto si informi su quello che è il vero bene, conosciuto il quale, la volontà ha l’obbligo di metterlo in pratica.
L’intelletto interiorizza il reale nella rappresentazione, ma non ha la possibilità da solo di operare sul reale, di attuarlo, produrlo e trasformarlo. Viceversa, è la volontà che influisce sulla realtà. Se invece l’intelletto si chiude nella propria autocoscienza e non è attento alla realtà, ma considera il vero come fosse indipendente dall’essere o fa coincidere il pensiero con l’essere, si ha l’idealismo, che è illusione, fanatismo, menzogna ed inerzia morale. Nasce l’ipocrisia di coloro che, come dice Cristo, «dicono e non fanno», la fede senza le opere. L’idealista confonde l’agire col pensare di agire o l’azione reale con l’azione pensata.
Il concetto del bene è analogico e plurisenso e comporta molte divisioni e distinzioni. Ed in corrispondenza del bene, anche il male comporta simili distinzioni. Il bene ha valore in se stesso. Considerato come tale è il bene onesto o assoluto. In quanto è amabile o piace all’appetito o alla volontà è il bene dilettevole. In quanto via o mezzo per raggiungere un fine o un bene o può servirci per raggiungere un bene superiore, è il bene utile. Il bene utile non è amato per se stesso, ma in vista di un fine superiore.
Il bene, dice Aristotele, è ciò che tutti desiderano o appetiamo. Tuttavia il bene può attirare in due modi: o perché è onesto o perché è dilettevole. Il bene dilettevole non è necessariamente il bene onesto, ma può essere anche un bene falso o solo apparente o disonesto.
Il bene comporta la perfezione, la compiutezza. L’ente di per sé è buono, ma è buono in senso pieno e assoluto quando ha raggiunto il suo fine, la sua perfezione, quando non gli manca nulla e ha attuato tutte le sue potenzialità[2].
Il raggiungimento, conseguimento e possesso bene onesto o assoluto è il fine dell’agire umano o morale. Il bene utile è quel bene pratico od operativo che serve come mezzo per il conseguimento del sommo bene e fine ultimo.
Il bene inteso in questo modo, come voluto dalla volontà e possibile oggetto di scelta, ha a che fare con la possibilità del peccato, che è atto della cattiva volontà, per la quale il soggetto, pur conoscendo il vero bene, lo rifiuta e al suo posto appetisce un falso bene, deciso da lui. In tal modo un bene può essere connesso col male morale, ossia col peccato.
Il bene onesto è oggetto dell’amore disinteressato, per il quale l’amante ama il bene per sé stesso. Il bene utile può essere utile a sé stessi o a un altro. Tale bene è oggetto dell’amore interessato, per il quale l’amante bada al proprio interesse, a ciò che gli conviene e gli è di vantaggio.
Chiaramente l’interesse. per essere virtuoso, deve essere sano, cioè mirare al vero bene dell’agente, alla soddisfazione dei suoi diritti, altrimenti abbiamo l’interesse egoistico, che fonda un comportamento peccaminoso. Se l’altro al quale vogliamo bene è superiore a noi, come per esempio Dio, è più grande l’amore disinteressato per Dio che quello interessato al nostro bene, come per esempio l’amore per la nostra salvezza.
Tuttavia amare Dio è nostro supremo interesse, perché da Lui ci viene ogni bene. L’intuito della retribuzione o del premio che ci viene dall’osservanza dei divini comandamenti (cf Sal 118,112) non è egoismo o malsano interesse, se ciò implica l’amore disinteressato per Dio, come è insegnato dallo stesso Concilio di Trento (Denz.1539).
Secondo la fede cristiana il sommo bene o la beatitudine terrena che consiste nell’amore del prossimo e di Dio è meglio del semplice vedere o sapere ciò che è bene. In cielo invece il sommo bene ovvero la beatitudine sta nel vedere Dio e l’amore è solo conseguenza ed effetto della visione.
Il bene, secondo Platone, è al di sopra dell’essenza (usìa), ma è l’ente nel senso pieno (to pantelòs on). Invece per Aristotele l’ente è buono non per sé stesso, ma in quanto oggetto della volontà stimolata dal fatto che l’intelletto vede nell’ente il bene dello spirito conoscente e volente, cioè della persona.
La distinzione fra bene e male sorge in forza dell’esistenza della volontà della creatura, uomo o angelo. Se esistesse solo Dio ci sarebbe solo il bene, cioè Dio, ma il male non esisterebbe perché esso ha origine dalla volontà della creatura che non vuole ciò che per lei è veramente bene. In tal modo Dio creando la creatura spirituale, ha creato la condizione che rende possibile il male, male che si distingue in male di colpa, la cattiva azione volontaria, e male di pena, pena che può essere fisica, psichica o spirituale, così come c’è un bene fisico, psicologico e spirituale o morale.
Si distingue il male di colpa, cioè il peccato, atto della volontà, dal male di pena, subìto contrariamente alla volontà del soggetto, che è il dolore o sofferenza come castigo del peccato. Il male di colpa comporta la privazione della volontà della sua rettitudine, privazione voluta dalla stessa volontà, per cui essa diventa cattiva.
Il male di pena è invece la privazione nel soggetto di un bene del quale avrebbe bisogno, ma che gli è tolto o dal giudice o è perduto a causa della stoltezza dell’atto commesso, un bene del quale egli stesso si è privato o che ha perduto a causa del suo peccato. Si distinguono pene temporali e pene eterne.
Quelle temporali avvengono nella vita presente e in purgatorio e hanno uno scopo purificativo, rieducativo e correttivo. Le pene eterne avvengono dopo la morte e sono quelle puramente afflittive dell’inferno. Non possono avere uno scopo correttivo perchè il dannato è fermo per sempre nella sua decisione di rifiutare Dio. La pena è eterna, perché con questa sua scelta l’empio si è giocato il valore dell’eternità, che è quello a cui è orientata per essenza la persona.
Per questo essa non sceglie definitivamente o l’eterno o il temporale. Essa non può non scegliere l’eterno. La differenza fra giusti ed empi sta solo nel fatto che i primi scelgono la vita eterna, mentre i secondi, rifiutando Dio bene eterno, non possono che incorrere, benchè controvoglia, in una pena eterna.
Il bene può essere o trascendentale o categoriale. Trascendentale è la bontà dell’ente come tale: ogni ente come tale è buono o appetibile, sicchè l’ente e il bene si convertono l’uno nell’altro. L’ente è oggetto dell’intelletto, il bene è oggetto della volontà.
Notiamo ancora che non esiste il male trascendentale, perché mentre il bene riguarda l’ente come tale, il male riguarda solo una certa categoria di enti, appunto quelli colpiti dal male, il quale, essendo una particolare e determinata carenza di essere, si trova solo in quegli enti nei quali è data quella particolare o quella data carenza di essere. Il male necessita di esistere in quella data categoria o specie di enti o in quel dato ente per costituirne un difetto o una deficienza o una carenza.
Il bene categoriale, che abbraccia i generi, le specie e gl’individui può essere fisico, proprio delle sostanze fisiche, vegetale, proprio delle piante, psichico, proprio degli animali, spirituale, proprio dell’uomo, degli angeli e di Dio. Il bene morale riguarda la regolarità della condotta umana.
Il bene può essere naturale, soprannaturale e divino. Il male è solo nella natura, ma non esiste un male soprannaturale o divino, perché il soprannaturale e il divino appartengono un livello di bontà, appunto Dio e il divino, dove il male non esiste.
Bene spirituale è il bene proprio dello spirito, anima umana, angelo e Dio. Bene morale è il bene concernente la condotta o l’agire dell’uomo diretto al suo fine. In corrispondenza a queste categorie di beni abbiamo i mali. Soltanto Dio è personalmente estraneo al male di pena e al male di colpa, anche se ha voluto un mondo nel quale il peccato viene estinto, ma resta il male di pena nell’inferno. Tuttavia il castigo infernale è un bene secondo giustizia.
Le considerazioni precedenti portano all’importantissima distinzione fra bene morale e male morale. La qualifica di «morale» significa che riguarda gli atti umani, ossia dell’uomo in quanto uomo, in quanto agente ragionevole e dotato di libero arbitrio. Il bene morale quindi è il bene dell’uomo in quanto è l’effetto dell’obbedienza alla legge morale, la quale è l’ordine dell’agire umano voluto da Dio creatore dell’uomo e quindi conoscitore del suo fine ultimo, che è Egli stesso. Per questo la Scrittura ha codificato la legge morale naturale nei famosi dieci comandamenti.
La rivelazione cristiana aggiunge all’etica naturale un’etica soprannaturale dei figli di Dio, che non è altro che l’etica cristiana, i cui doveri sono oggetto dei comandi di Cristo, che si riassumono nell’amore di Dio e del prossimo, ossia nel precetto della carità, che l’uomo può praticare solo se sostenuto dalla sua grazia, imitando l’ esempio di Cristo e partecipando alla sua stessa opera redentrice.
L’abito morale a compiere il bene facilmente con piacere e senza errare è la virtù. Il compimento del bene nell’obbedienza alla legge divina produce la felicità. Per converso il male morale è il peccato e l’abito a fare il male con facilità, piacere e ostinazione è il vizio. La pratica del peccato è sorgente di conflitti interiori, frustrazioni ed infelicità, che però il peccatore, nel suo orgoglio, può nascondere sotto a sua sicumera e spavalderia. Invece il peccatore che si accorge di quanto è miserabile questa sua condotta e ne prende atto con dispiacere, è già sulla via della salvezza.
Nel campo dell’agire morale troviamo il lecito e l’illecito, il legittimo e l’illegittimo, il virtuoso e il vizioso, il comandato e il proibito, il permesso e il non permesso, il giusto e l’ingiusto, il saggio e lo stolto, il prudente e l’imprudente. Qui la posta in gioco sono il bene, il destino, la felicità, il fine, la perfezione dell’uomo e il senso della vita.
Lo spirito divino è assolutamente buono, totalmente estraneo alla malvagità. Lo spirito umano o angelico può essere buono o malvagio. La materia è sempre buona, perché non possiede una volontà, che è il principio della malvagità nella creatura spirituale. Si dice che una sostanza fisica è buona se fa bene all’organismo. Possono esistere sostanze dannose, ma ciò avviene solo perché sono incompatibili con le esigenze dell’organismo che viene a contatto con esse. Esse possono essere buone ed utili per altri fini.
Lo spirito malvagio induce in tentazione mediante proposizioni o proposte intellegibili di falsi beni. I corpi possono indurre in tentazione non per loro natura, ma per il fatto che attirano verso di sé l’inclinazione viziosa dell’uomo. Senonchè omnia munda mundis. Chi ha l’occhio puro non è indotto in tentazione perché vede solo il bene.
Per quanto invece riguarda il male di pena, ossia la sofferenza, essa propriamente è sperimentata solo dai viventi conoscenti, come gli animali, lo uomo e gli angeli, perché la sofferenza suppone la coscienza che ciò che affligge è nocivo. Le piante patiscono danni, ma non ne hanno coscienza e in tal senso si può dire che non soffrono. Esse però si irritano ed hanno reazioni di difesa.
Il bene può essere concepito anche senza il concetto del male, anche se è vero che per capire che cosa è il bene è utile sapere che cosa è il male. Quando si sta male, si apprezza che cosa è il bene. Ma quando stiamo bene, non c‘interessa affatto pensare al male. Per questo è vero che nel campo dei concetti i concetti di bene e di male s’illuminano a vicenda.
Si può dire che è bene che esista il male; ma se non ci fosse il male, non per questo ci sarebbero problemi per il bene perchè esso può esistere benissimo senza il male, anzi esiste meglio senza il male. I beati sono liberi da ogni male, anche se è vero che c’è l’inferno, dove però c’è il male di pena, la cui visione, secondo San Tommaso, dà ai beati una gioia, che però non è il piacere di vederli soffrire, ma quella di vedere realizzata la giustizia divina.
Se reifichiamo l’opposizione logica bene-male, succede che la coppia bene-male verrà a costituire l’essere come tale e verrà a trovarsi persino in Dio, finendo col concepire Dio come principio del bene e del male, della giustizia e del peccato. E avremo la visione manichea, cabalistica, bruniana e böhmiana, fino a Schelling e ad Hegel. Avremo la doppia predestinazione di Godescalco nel sec. IX (Denz.621) ripresa da Lutero e Calvino.
Il bene, ossia l’ente buono è essenzialmente inclinato a diffondere il bene, ad agire bene, a compiere o fare il bene. E però l’agente spirituale, dotato di libero arbitrio, ha, come sappiamo bene, anche la possibilità di scegliere e compiere il male, di peccare. Chi sceglie il male, però, non può scegliere il male come tale, che è una privazione; e la volontà ha per oggetto un ente; non può avere per oggetto il non-essere. L’azione cattiva comporta in certo modo un annullare, che però non può essere totale, perchè essa non ha potere sull’essere e il non-essere. Questo potere appartiene solo a Dio creatore dell’essere.
Male è ciò che ci è odioso, che siamo portati a rifiutare. Il bene può esser privo di male, un bene senza difetti, a cui non manca nulla. Il male è la privazione di un bene dovuto. È un male la mancanza della vista, un mancato saluto, una mancata risposta. Da qui vediamo che se il bene può esistere senza il male, il male non può esistere senza un soggetto buono.
Fine Seconda Parte (2/6)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 20 gennaio 2026
Bisogna fare attenzione a non trasferire nella realtà la necessità di questa dualità puramente logica. Se infatti in logica il concetto del bene (come non-male) è connesso con quello del male (come non-bene) e viceversa, nella realtà l’esistenza del bene non comporta affatto che debba esistere anche il male. Il bene può esistere da solo anche senza il male.
Si può dire che è bene che esista il male; ma se non ci fosse il male, non per questo ci sarebbero problemi per il bene perchè esso può esistere benissimo senza il male, anzi esiste meglio senza il male. I beati sono liberi da ogni male, anche se è vero che c’è l’inferno, dove però c’è il male di pena, la cui visione, secondo San Tommaso, dà ai beati una gioia, che però non è il piacere di vederli soffrire, ma quella di vedere realizzata la giustizia divina.
Se reifichiamo l’opposizione logica bene-male, succede che la coppia bene-male verrà a costituire l’essere come tale e verrà a trovarsi persino in Dio, finendo col concepire Dio come principio del bene e del male, della giustizia e del peccato. E avremo la visione manichea, cabalistica, bruniana e böhmiana, fino a Schelling e ad Hegel. Avremo la doppia predestinazione di Godescalco nel sec. IX (Denz.621) ripresa da Lutero e Calvino.
Il bene, ossia l’ente buono è essenzialmente inclinato a diffondere il bene, ad agire bene, a compiere o fare il bene. E però l’agente spirituale, dotato di libero arbitrio, ha, come sappiamo bene, anche la possibilità di scegliere e compiere il male, di peccare. Chi sceglie il male, però, non può scegliere il male come tale, che è una privazione; e la volontà ha per oggetto un ente; non può avere per oggetto il non-essere. L’azione cattiva comporta in certo modo un annullare, che però non può essere totale, perchè essa non ha potere sull’essere e il non-essere. Questo potere appartiene solo a Dio creatore dell’essere.
Male è ciò che ci è odioso, che siamo portati a rifiutare. Il bene può esser privo di male, un bene senza difetti, a cui non manca nulla. Il male è la privazione di un bene dovuto. È un male la mancanza della vista, un mancato saluto, una mancata risposta. Da qui vediamo che se il bene può esistere senza il male, il male non può esistere senza un soggetto buono.
Immagini da Internet:
- Niccolò di ser Sozzo, Il Caleffo dell'Assunta, Archivio di Stato di Siena


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