Santa Caterina da Siena e Meister Eckhart. L’apprezzamento dell’essere divino - Terza Parte (3/3)

 

Santa Caterina da Siena e Meister Eckhart

L’apprezzamento dell’essere divino

Terza Parte (3/3)

 

L’anima e Dio

Tanto Caterina quanto Eckhart hanno l’occhio fisso su Dio e insistono sulla necessità di rinunciare ad ogni attaccamento al proprio io per lasciarsi guidare da Dio e della sua grazia. Ma mentre Caterina mantiene una precisa coscienza della dignità del proprio io e dei doni da Dio ricevuti, un io creato ad immagine di Dio, riscattato dal sangue di Cristo, Eckhart, che non intende affatto negare la centralità di Cristo, calca in modo così esagerato su questo autospossessamento di sè, che sembra che  il compito del mistico sia quello di annullare se stesso per sostituire Dio al proprio io, un’operazione per la verità assurda, che rovescia l’umiltà in una divinizzazione dell’io.

Sia per Eckhart che per Caterina l’anima è evidentemente cosciente di sé. Ma mentre per Caterina il «cognoscimento di sè» fa comprendere all’anima la sua totale dipendenza da Dio nell’essere stata da Lui creata e istruita sui suoi doveri, per cui in questo conoscimento di sé l’anima si scopre e si riconosce peccatrice ed è stimolata alla penitenza e alla conversione, l’autocoscienza eckhartiana sembra  una semplice presa di coscienza della propria unione con Dio.

L’anima umana, per Caterina non ha affatto in sè qualcosa di increato, come crede Eckhart, ma è tutta semplice creatura, per quanto nel suo fondo essa sia mistero a se stessa, fatta per vedere Dio ed unirsi a Lui nella visione beatifica.  Come può - sono le parole d Eckhart - «l’occhio col quale Dio mi vede essere lo stesso occhio col quale io vedo Dio»? Dov’è la distinzione tra il mio occhio e quello di Dio?

Se ci fosse nell’anima qualcosa di increato, come distinguerla da Dio? Come potrebbe operare il male? Che senso avrebbe l’obbedienza a Dio? Che ne sarebbe della carità come conformità della volontà umana con la volontà divina? E la libertà non finirebbe per essere fondata su se stessa, anziché sull’umiltà e l’obbedienza a Dio? L’azione umana non diventerebbe fine a se stessa? E di fatti Eckhart, nelle sue opere, non ha forse espressioni che ci spingono a rispondere affermativamente a queste domande? Siamo trattenuti da ciò considerando la sua vita virtuosa, che suppone invece una risposta negativa, quella vera, a tutte quelle domande.

Aggiungiamo comunque che tanto Eckhart quanto Caterina manifestano con chiarezza la spiritualità domenicana[1] di impronta fortemente teologica, dove centrale appare il problema del rapporto dell’anima con Dio. Di conseguenza, il rapporto col prossimo si configura primariamente come predicazione e spiegazione della parola di Dio, stimolare e guidare le anime alla contemplazione divina e all’unione mistica con Dio. Nell’orizzonte di questo comune orientamento, notiamo però tra i due mistici profonde differenze. Eckhart sente molto il valore paolino della libertà; Caterina, quello giovanneo della carità.

Curiosamente in entrambi lo Spirito Santo, che pure è così importante nella vita mistica, sembra occupare uno spazio modesto. Entrambi comunque parlano molto della sapienza, dono dello Spirito. Direi che per l’accentuato interiorismo eckhartiano, lo Spirito Santo ha maggior parte in Eckhart che in Caterina.

Eckhart, per esprimere l’indipendenza alla quale giunge l’anima cristiana, arriva al punto di dire che occorre arrivare ad agire senza un perchè, ed essere liberi anche da Dio. Eckhart sottolinea talmente il dominio divino sul mondo, che sembra che per lui tutto sia bene così com’è. Così l’etica di Eckhart in alcuni luoghi assomiglia più a quella buddista che a quella cristiana, anche se pure qui occorre cercar di capire che cosa egli vuol dire. Egli intende perorare per la perfetta sottomissione alla volontà di Dio, ma le espressioni sono talmente audaci, che rischiano di ottenere il contrario dell’effetto desiderato.

Caterina invece si tiene lontana da questi estremismi che possono ingenerare pericolosi equivoci. Così la sua parola infiammata si pone sul solco del linguaggio tradizionale dei santi e della Scrittura. Essa pare inoltre opporsi radicalmente ad Eckhart sulla questione del desiderio come espressione della carità. Essa parla al riguardo di un «infocato desiderio». Essa è attratta da Dio in una risposta appassionata al suo amore preveniente crocifisso. Per Caterina occorre altresì motivare le proprie azioni, ed agire sempre per amore di Dio e in nome di Dio.

La testimonianza e l’insegnamento morali

 Caterina sottolinea l’importanza del dominio delle passioni, dello sforzo ascetico e delle osservanze regolari. Eckhart sottolinea la spontaneità dell’agire sotto l’impulso dello Spirito. In entrambi c’è piena consapevolezza dell’opera della grazia che previene, sostiene, corrobora, perfeziona e purifica l’opera della natura.

Ricordiamo altresì che il Domenicano, come ogni cristiano, si adopera anche nelle opere della misericordia, ama la vita liturgica e di preghiera, rivive in se stesso la passione di Cristo, pratica le opere della penitenza, dà il suo contributo al bene della società civile. È amante della vita comune e della condivisione fraterna ed amicale.

Dobbiamo osservare che in tutte queste opere Caterina, benchè non fosse una Religiosa come lo era Eckhart, è uno splendido esempio di santità, mentre Eckhart, dalle testimonianze che abbiamo dai suoi contemporanei, risplende assai di meno ed è lungi dall’averci lasciato gli esempi che ci dà Caterina.   

Essa certo in vita fu osteggiata anche da prelati e teologi, ma si è potuto appurare che nel suo caso si è trattato di ostilità occasionate dalla franchezza con la quale la Santa denunciava le ingiustizie commesse da prelati e teologi.  Si è potuto quindi capire, ad un attento esame, che le polemiche di Caterina erano anch’esse espressione della sua carità e del suo amore per la Chiesa e per gli stessi pastori, innanzitutto il Papa.

Invece nel caso di Eckhart le opposizioni che ricevette, per quanto da esse non sia stata assente l’invidia, si sono rivelate fondate e giustificate, ed hanno toccato temi così importanti della dottrina e della morale, da indurre il Papa stesso ad intervenire di persona, cosa molto rara nella storia del Papato, segno evidente che Eckhart destò preoccupazioni dottrinali molto serie.

Caterina indica agostinianamente nell’«amor proprio», inteso come ripiegamento dell’io su se stesso, effetto dell’orgoglio, il principio di ogni male dell’uomo.  E vi rimedia col pentimento, la penitenza, l’amore di Dio, l’«infocato desiderio» e l’«ardentissima carità». Invece per Eckhart sembra che l’autocoscienza condotta alle sue ultime conseguenze sia sufficiente a garantire all’anima beatitudine e libertà, senza che l’anima desideri alcunché, visto che essa possiede Dio.

Così, per quanto riguarda il campo della morale, nella concezione eckhartiana del «distacco» (Abegeschegenheit) della creatura da tutto il creato e da se stessa, affinchè Dio sia in lei, la creatura secondo Eckhart deve negare anche il suo stesso essere, considerandolo non come un qualcosa, ma come un nulla, col risultato che Dio si sostituisce al suo nulla. Ma allora diventa Dio?

Il distacco del quale parla San Paolo - il godere come se non godessimo (I Cor 7,31) - non è una visione ontologica per la quale l’io si considera nulla perchè solo Dio esiste, salvo poi a sostituirsi a Dio, ma è un atto della volontà e precisamente un  atto di umiltà e di carità, per il quale l’uomo non fa di questo mondo e di se stesso un idolo, ma ne gode con moderazione, padronanza di sé, pronto alle necessarie rinunce,  con spirito di servizio al prossimo, ad onore di Dio supremamente amato.

 Un’umiltà esagerata intesa come autodistruzione o annientamento di sé, come culto masochistico del dolore nell’idea che Dio stesso soffra, non è il rinnegamento cristiano del proprio io, ma è un orribile suicidio, che non corrisponde certamente alla volontà di Dio, che vuole in Cristo, come figli di Dio, la nostra felicità, la liberazione dal dolore e la glorificazione eterna, seppure per mezzo della croce.  Le proposizioni eckhartiane condannate dal Papa lasciano intendere oggettivamente questa falsa umiltà ed una nascosta superbia. Ma erano queste le intenzioni di Eckhart?

Meister Eckhart Beato?

Il lavoro che oggi si sta facendo di mettere in luce le virtù di Eckhart è certo lodevole, ma l’idea che oggi si è diffusa secondo la quale il Papa si sarebbe sbagliato nel condannare quelle proposizioni, avrebbe frainteso Eckhart e quindi le avrebbe condannate ingiustamente, non è difendibile, perché il Papa, nel giudicare in materia di fede o prossima alla fede, sia per insegnare che per condannare, dispone per volontà di Cristo e con l’autorità di Cristo, come Successore di Pietro, di uno speciale carisma di giudizio e di discernimento, per il quale egli ci mostra sempre quello che è il vero e quello che  è ol falso.

Come è noto, è anche di sua competenza dichiarare la santità esemplare di quei fedeli morti un concetto di santità, la cui testimonianza è stata debitamente accertata, proponendoli come intercessori, modelli di comportamento e di maestri di verità. Sulla questione di Eckhart, pertanto, non si può escludere che un giorno possa essere elevato all’onore degli altari. Ciò che invece si deve assolutamente escludere è che in futuro il Papa possa dichiarare vere le proposizioni eccartiane che Giovanni XXII condannò come false.

Giovanni Taulero, grande mistico discepolo di Eckhart, disse che il maestro non era stato capito perchè egli si poneva dal punto di vista divino dell’eternità, mentre hanno voluto giudicare il suo pensiero dal punto di vista del tempo. Ora, è vero che lo sguardo di fede ci consente di assumere e far nostro lo stesso pensiero divino, di metterci dal punto di vista di Dio e di giudicare il mondo e Dio da questo punto di vista. Ma con ciò non siamo autorizzati a confondere l’essere col pensiero per il fatto che in Dio l’essere coincide col pensiero.

Il Padre Giuseppe Barzaghi, docente domenicano nella Facoltà Teologica di Bologna, cita un’opera[2], che raccoglie gli esiti della ricognizione storica commissionata dall’Ordine Domenicano per postulare l’abrogazione della condanna del suo insigne figlio»[3] . Secondo Barzaghi, le proposizioni condannate da Giovanni XXII (Denz.951-978) sarebbero «estrapolate dalle sue opere e dalle sue prediche in modo maldestro»[4] .

Osservo che le censure pontificie in materia di fede sono un’espressione dell’autorità dottrinale del Papa, che non possono essere sbagliate o riformabili. E difatti non è mai accaduto che sentenze pontificie di condanna che toccano il suo servizio di verità nel campo della dottrina della fede vengano abrogate o rivedute.

Semmai il lavoro che si può fare può essere simile a quello che si è fatto nel caso del Beato Rosmini: senza smentire la condanna delle 40 proposizioni, la Chiesa ha salvato le sue intenzioni. Analogamente per Eckhart, la Chiesa potrà dichiarare che il contenuto delle proposizioni eccartiane, restando in se stesso condannato, non rispecchia le intenzioni dottrinali profonde dell’Autore, ossia ciò che veramente intendeva dire, in se stesso valido ed utile alla teologia e alla vita cristiana.

Come si è fatto con Rosmini, altrettanto si può fare con Eckhart: selezionare tra i loro scritti quelli che possono essere di edificazione per la teologia e la vita cristiana. Del resto, crediamo forse che gli scritti di un San Tommaso o di un Sant’Agostino siano esenti da qualunque errore? Si iniquitates observaveris, Domine, Domine, quis sustinebit?

Così similmente, invece di difendere Eckhart laddove non è difendibile o addirittura approvare le tesi di sapore idealistico, masochistico, manicheo o panteistico, senza nulla contribuire in ciò al suo onore, anzi offendendone la memoria, il lavoro utile da fare potrà essere quello di esporre quanto di veramente valido c’è nel suo pensiero, conforme alla dottrina della Chiesa e l’insegnamento tradizionale dei Santi.

Che il pensiero di Eckhart favorisca l’idealismo panteistico è comprovato dal favore che incontrò presso gli idealisti tedeschi, come Franz von Baader, Fichte, Schelling, Schopenhauer, Hegel ed Heidgger, come è indicato da uno storico della mistica tedesca, Ernst Benz[5] e da Alain de Libera[6].

Giuseppe Faggin, nel suo già citato libro su Eckhart, ha notato che continuatori di Eckhart e precursori dell’idealismo tedesco possono essere considerati il Cusano, Spinoza e lo stesso Lutero[7]. Non sarebbe difficile notare nel manicheismo kabbalistico di Jakob Böhme un continuatore del dualismo di bene e male divini di Eckhart, mentre è noto che Hegel a sua volta vede nel dualismo teologico di Böhme un precursore della sua visione dialettica del Dio che nega se stesso per tornare in sé dalla negazione.

Viceversa, nessuno dei mistici cattolici successivi ad Eckhart, approvati dalla Chiesa, tranne forse Susone e Taulero, si rifà ad Eckhart, mentre Caterina è rimasta mistagoga eminente fino ai nostri giorni, senza che il suo insegnamento desti alcun sospetto di eterodossia. 

Il vantaggio della mistica cateriniana su quella eckhartiana è dato dal fatto che Caterina, pur senza mancare di espressioni ardite, tipiche della mistica, sa esprimersi in modo che farci capire con chiarezza, senza ingenerare equivoci, la distinzione fra la creatura e il Creatore, fra l’anima e Dio, fra gli attributi della creatura limitata e peccatrice e quelli divini, immensi ed incomprensibili, sublimi ed ineffabili.

Invece, Meister Eckhart insiste troppo sul fatto dell’unione mistica, fino al punto che non si riesce più a distinguere l’anima da Dio, ciò che fa l’anima e ciò che fa Dio, l’essere umano dall’essere divino. Per questo sorge nel credente un moto di repulsione, perché gli sorge l’impressione che gli si voglia proporre un progetto empio di voler farsi uguali a Dio.

Oggi la situazione intellettuale presenta tre aspetti: primo, la Chiesa non è mai stata tanto ricca di verità e di sapienza. Lo Spirito Santo soffia abbondantemente. Secondo, il livello di intelligenza metafisica è ai suoi minimi storici: non è mai stato così basso. Per usare un linguaggio biblico, «non sappiamo più distinguere la destra dalla sinistra» (Gn4,11). Terzo, il demonio non è mai stato così astuto e seduttore come oggi nell’escogitare inganni efficaci e pericolosi per la fede e la salvezza.

Per far fronte a questa situazione la Chiesa ci indica tre linee di condotta corrispondenti ai suddetti tre punti: riguardo al primo, siamo caldamente invitati ad attingere abbondantemente a questa immensa ricchezza, nell’ascolto dello Spirito, tanto più che i nemici della verità non sono mai stati tanto forti ed astuti quanto oggi.

Riguardo al secondo punto, occorre raccogliere anche le briciole di verità, che si trovano sparse dovunque, spesso in mezzo all’immondizia dell’errore, dunque «non spezzare la canna fessa e non spegnere il lucignolo fumigante» (Mt 12,20).

I medioevali, che navigavano nella verità del Catechismo, si potevano permettere di giustiziare un eretico per una sola eresia. Oggi che ci troviamo nel deserto[8], dobbiamo considerare un tesoro anche una minima pozza d’acqua.  Se dobbiamo esser pronti a trovare il buono nei discorsi di Lenin, di Nietzsche, di Mussolini, di Hitler o di Hamas, a maggior ragione dobbiamo scusare ed apprezzare i teologi che inciampano in qualche passo.   

Per quanto riguarda il terzo punto, occorre esser molto vigilanti nello scoprire gli inganni del demonio, che è abile soprattutto nel proporci un falso concetto di Dio e quindi della mistica. Per questo, Papa Francesco, come nessun altro Papa prima di lui, ci ha lasciato preziosi insegnamenti su come smascherare le insidie del demonio e come difenderci dalle sue seduzioni e dalle sue minacce.

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 6 maggio 2026  

Nel caso di Eckhart le opposizioni che ricevette, per quanto da esse non sia stata assente l’invidia, si sono rivelate fondate e giustificate, ed hanno toccato temi così importanti della dottrina e della morale, da indurre il Papa stesso ad intervenire di persona, cosa molto rara nella storia del Papato, segno evidente che Eckhart destò preoccupazioni dottrinali molto serie.

Papa Giovanni XXII
Caterina indica agostinianamente nell’«amor proprio», inteso come ripiegamento dell’io su se stesso, effetto dell’orgoglio, il principio di ogni male dell’uomo.  E vi rimedia col pentimento, la penitenza, l’amore di Dio, l’«infocato desiderio» e l’«ardentissima carità». Invece per Eckhart sembra che l’autocoscienza condotta alle sue ultime conseguenze sia sufficiente a garantire all’anima beatitudine e libertà, senza che l’anima desideri alcunché, visto che essa possiede Dio. ... Per quanto riguarda il campo della morale, nella concezione eckhartiana del «distacco» (Abegeschegenheit) della creatura da tutto il creato e da se stessa, affinchè Dio sia in lei, la creatura secondo Eckhart deve negare anche il suo stesso essere, considerandolo non come un qualcosa, ma come un nulla, col risultato che Dio si sostituisce al suo nulla. Ma allora diventa Dio?

Osservo che le censure pontificie in materia di fede sono un’espressione dell’autorità dottrinale del Papa, che non possono essere sbagliate o riformabili. E difatti non è mai accaduto che sentenze pontificie di condanna che toccano il suo servizio di verità nel campo della dottrina della fede vengano abrogate o rivedute. Semmai il lavoro che si può fare può essere simile a quello che si è fatto nel caso del Beato Rosmini: senza smentire la condanna delle 40 proposizioni, la Chiesa ha salvato le sue intenzioni. Analogamente per Eckhart, la Chiesa potrà dichiarare che il contenuto delle proposizioni eccartiane, restando in se stesso condannato, non rispecchia le intenzioni dottrinali profonde dell’Autore, ossia ciò che veramente intendeva dire, in se stesso valido ed utile alla teologia e alla vita cristiana.                                      


[1] Cf Pietro Lippini, La spiritualità domenicana, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1987; cf anche Domenico Agostino Turcotte, L’ideale domenicano, Tamari Editori, Bologna 1961.

[2] H. Stirnimann- R. Imbach, Eckardus theutonicus, homo doctus et sanctus. Nachweise und Berichte zum Prozess gegen Meister Eckhart, Universitätsverlag, Freiburg (CH) 1992.

[3] Maestro Eckhart. Invito alla lettura, a cura di Giuseppe Barzaghi, Edizioni San Paolo, Torino 2002, p.17.

[4] Ibid.

[5] Vedi Les sources mystiques de la philosophie romantique allemande, Paris 1964. C’è una traduzione italiana a cura della Casa Editrice Spano di Milano, senza data.

[6] Meister Eckhart e la mistica renana, Jaca Book, Milano 1988.

[7] Meister Eckhart e la mistica tedesca preprotestante, Fratelli Bocca Editore, Milano 1946, c. VIII.

[8] Heidegger esprime a suo modo questa sconfortante situazione dicendo che «gli dèi sono fuggiti». Manca la parola e al suo posto c’è la «chiacchiera». Tuttavia esagera quando dice che oggi è meglio tacere su Dio. Mancano i predicatori, mancano i Domenicani. 

1 commento:

  1. Buongiorno Padre Cavalcoli,
    davvero un interessante articolo che fra l'altro coglie in pieno l'intelligenza teologica di santa Caterina, aspetto che nelle narrazioni mondane (anche di alto livello) sovente viene meno.
    Su Eckhart purtroppo sono a sfavore della sua beatificazione - e comunque prima avrebbe precedenza il Savonarola.
    Tempo fa lessi qualcuno dei suoi Sermoni, e certamente brillava la sua erudizione, ma... non sentio Cristo. Per nulla. Che per un teologo, come Eckhart, è il peggiore fallimento possibile. A pelle, nelle ossa, percepisco quel fastidio di leggere un uomo "non santo" che parla di cose sante. So di essere forse troppo duro e magari insensibile o ignorante, ma io davvero sento così. La stessa sensazione mi arriva da molte prediche o discorsi di G. Barzaghi; dopo cinque minuti, già penso: parli tanto di Dio, ma dov'è Cristo? "Non lo sai che chi non porta Lui, non parla nemmeno del Padre Suo?".
    Ed Eckhart, mi dispiace, ma era troppo intelligente e colto da non capire il significato di ciò che stava dicendo, o la portata di certe espressioni.
    Caterina parla sempre di Cristo, come Mosé parlava con Dio "faccia a faccia"; eppure sta coi piedi per terra, incoraggia il fragile, scuote il peccatore, ma ama tutti: e questa è vera sapienza.

    Ahimè esistono anime nobili, profonde, davvero sapienti, che però per ragioni oscure smarriscono la via. Accadde in modo brutto con l'apostasia di Tertulliano e di Felicité De Lamennais; accadde, in modo più subdolo, con i luminosissimi e santissimi Origene ed Evagrio Pontico; credo, sotto certi aspetti, che sia accaduto a Eckhart.

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