03 giugno, 2026

Giusti ed empi La prospettiva escatologica cristiana della pace Prima Parte (1/2)


Giusti ed empi

La prospettiva escatologica cristiana della pace

Prima Parte (1/2)


 Costruire la pace nel mondo d’oggi

La recente enciclica di Papa Leone Magnifica humanitas[1] tocca il delicato problema del buon uso dell’IA, in un contesto storico quale quello attuale, caratterizzato da una situazione dell’umanità mai prima verificatasi nella storia. Oggi l’umanità, che rischia da un momento all’altro l’autodistruzione, è messa più che mai davanti alle parole  che Cristo e San Paolo pronunciano circa  quella che sarà la conclusione della storia presente;  è illuminata  dalla prospettiva della separazione finale ad opera di Cristo giudice dei giusti dagli empi,  i primi, premiati per la loro fedeltà,  ammessi a fruire della pace celeste, eterna e perfetta nell’esercizio della comunione fraterna e con Dio; i secondi, puniti per la loro superbia e disobbedienza, eternamente schiavi del loro odio per Dio e per il prossimo, privi per sempre della pace di Cristo, fissi per sempre nella guerra contro Dio e contro il prossimo.

L’enciclica mette in gioco il concetto cristiano della pace. Esso ha origini veterotestamentarie, dove appare l’immensa ricchezza del concetto biblico della pace (shalom) come pienezza di tutti i beni, materiali e spirituali. Al limite la Pace è Dio stesso.

La pace per la Bibbia è l’effetto gratificante interiore ed esteriore, personale e sociale, del possesso di ogni vero bene, in unione con esso serena, tranquilla e imperturbabile, realizzata nel mondo dello spirito e dei corpi nella convergenza, corrispondenza, proporzione reciproche; è sommo bene, effetto della concordia degli spiriti e dell’armonica congiunzione dei corpi in coordinamento unitario dei beni materiali e di quelli spirituali sotto la suprema direzione ed ordinazione del governo divino.  

La pace nasce dall’intimo e si esprime all’esterno.  La pace sociale, tra i popoli o nelle relazioni esterne è frutto della pace nei cuori e nelle coscienze. Chi è inquieto o diviso interiormente inquieta e divide gli altri e suscita conflitti. Ma il giusto ha motivo di sdegnarsi e di combattere alla vista della menzogna e dell’ingiustizia e dell’oppressione del povero. L’uomo pacifico, costruttore di pace, sa mettere d’accordo i nemici, calma le passioni, sa trovare i punti comuni e quelli di contrasto, giudicando equamente tra le parti e riconoscendo i torti e le ragioni dei contendenti[2].

Come la pace ha origine nello spirito, altrettanto la guerra ha origine nello spirito. Secondo la Scrittura essa ha avuto origine dalla guerra fra gli angeli fedeli e gli angeli ribelli alle origini del mondo. Per questo, il combattimento per l’ottenimento della pace è anzitutto un combattimento spirituale (vedi Ef 6, 12-17), che può esprimersi nel conflitto bellico esteriore e materiale.

Anzi, si può dire che la vita cristiana comporta una scelta di campo tra due condottieri: o Cristo o il diavolo. Non possiamo astenerci dal combattere per uno dei due condottieri; dobbiamo scegliere, sicchè in questa vita o siamo vincitori o siamo vinti. Se combattiamo con Cristo, vinceremo; se combattiamo col diavolo, perderemo. Non possiamo evitare di avere dei nemici: o saranno gli amici di Cristo o saranno quelli del diavolo. Il dialogo non basta. I figli del demonio non si persuadono. Dobbiamo scegliere tra la proposta di Cristo e quella del demonio: o combattiamo con Cristo contro Satana o combattiamo con Satana contro Cristo[3]. La vita cristiana è sostanzialmente una «buona battaglia» contro Satana.[4]

I motivi profondi delle guerre, allora, non sono economici o materiali, e neanche strettamente politici, ma sono spirituali e religiosi: due opposte concezioni della vita, di Dio, della morale, dell’uomo, del mondo. La guerra tra persone umane è sempre in fondo una guerra di religione, anche se è vero che in certi casi la religione può essere solo un pretesto per celare motivi vergognosi e inconfessabili. Certo oggi le guerre di religione dei secc. XVI-XVII non esistono più, ma ciò non vuol dire che anche nelle guerre moderne, non ci sia nel fondo dell’animo dei belligeranti un rapporto positivo o negativo con Dio.

Il Dio biblico è un Dio pacifico non nel senso che non si adiri mai e non combatta nessuno, ma nel senso che Egli vince i suoi nemici costringendoli alla pace. Il Dio biblico è un Dio battagliero, promotore delle virtù militari, come la fortezza, il coraggio, la tenacia, la dedizione, la resistenza, la clemenza, l’obbedienza, la disciplina: ama la giustizia, ed odia l’ingiustizia; promuove il bene e combatte il male; premia i buoni e castiga i cattivi; trionfa dei suoi nemici con la potenza della sua bontà. Dona però la pace solo a coloro che lo amano e vogliono la pace. La Gerusalemme celeste è fatta solo per i pacifici. Tutti i ribelli a Dio sono esclusi: «fuori i cani, i fattucchieri, gli impudichi, gli omicidi e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,16).

Il dialogo ecumenico, interreligioso e con i non-credenti avviato dal Concilio, col mettere in luce i valori comuni, con lo stimolare la conoscenza, la carità, la comprensione, la collaborazione e il perdono reciproci, hanno reso in questi sessant’anni un prezioso servizio a favore della concordia fra i popoli, di una coesistenza e convivenza pacifiche, in ordine alla soluzione pacifica di molte controversie e di molti conflitti.

Ma l’analisi che la Gaudium et spes fa dell’attuale rapporto della Chiesa col mondo si ferma alla messa in luce di ciò che la Chiesa può offrire al mondo moderno e di ciò che essa da lui può ricevere. Certo il Concilio non manca di condannare certi gravi errori della modernità come l’ateismo, l’antropocentrismo, il materialismo, il soggettivismo, il secolarismo, il relativismo.

Ma il Concilio trascura l’altro atteggiamento che la Chiesa deve tenere nei confronti del mondo. Cristo chiede alla Chiesa anche di saper vincere il mondo, come Egli ha vinto il mondo. Il mondo è sotto il dominio del «principe del mondo», dev’essere da esso liberato e restituito a Dio, suo legittimo proprietario, perchè suo creatore. E questa non è altro che l’opera della Redenzione, il frutto della Croce.

Oggi il mondo si trova come non mai in una condizione che in caso di conflitto atomico, fa pensare ai termini drammatici con i quali San Pietro ha descritto la fine del mondo: «Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta» (II Pt 3,10).

Le parole di San Pietro corrispondono a quelle di Cristo: «Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte» (Mt 24,29). Che cosa significano questi sconvolgimenti? Come interpretarli? Di che si tratta?

Si tratta della conclusione finale di un rapporto disordinato e conflittuale dell’uomo con la natura, che è conseguente al peccato originale. Nel piano originario divino l’uomo doveva essere dominatore della natura ed essa era a suo servizio. Ma il peccato ha sconvolto l’ordine stabilito da Dio. La natura non ha cessato del tutto la funzione di servire l’uomo, ma per certi aspetti è diventata ribelle e nociva. Uno degli aspetti del castigo del peccato originale è stato questa ostilità della natura nei confronti dell’uomo: «spine e cardi produrrà per te» (Gen 3,19).

Papa Francesco ci ha lasciato molti insegnamenti sul nostro dovere di rispettare la natura, di non distruggerla, di utilizzarla sapientemente per il nostro bene, ma non ci ha spiegato per quale motivo la natura è con noi così ostile, pericolosa e dannosa, nonostante tutte le cure e il rispetto che per essa possiamo avere. Bastava che avesse ripreso l’insegnamento del Genesi concernente le conseguenze del peccato originale.

La questione della pace e della guerra non è estranea al mondo della natura e dell’universo fisico. La generazione e la corruzione, la trasformazione, la dissoluzione, la disintegrazione, la distruzione non riguardano solo il mondo della vita, ma anche la materia inanimata, il mondo della fisica e della chimica. Certo, tutto in natura avviene ordinatamente, regolarmente e matematicamente secondo leggi, ma ciò non toglie la possibilità e la realtà di sconvolgimenti o calamità, quali quelli dei quali parlano Cristo e San Pietro relativamente all’approssimarsi della fine del mondo e della Parusia del Signore. 

Questi sconvolgimenti cosmici sono descritti anche da Cristo come segno della sua parusìa (Mt 24, 29-30). Da ciò possiamo dedurre che, siccome Cristo ci ha detto che non conosciamo l’ora e il giorno della sua venuta, non è pensabile che la fine del mondo avvenga per colpa nostra. Per questo, per quanto l’esistenza di armi nucleari ci porti a pensare che la fine del mondo sia nelle nostre mani, dobbiamo dire invece, in base alla Rivelazione, che ciò non corrisponde a verità, perchè la fine del mondo in realtà è nelle mani di Dio, anche se non si può escludere che Dio decida della fine proprio servendosi della stoltezza incommensurabile di una guerra atomica.

Gli sconvolgimenti cosmici finali rappresentano l’ultima conseguenza del peccato originale, mentre preparano l’intervento divino di rifacimento totale dell’ordine e dell’organizzazione della natura, così da preparare quei «nuovi cieli e quella nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (II Pt 3,13), mentre, come insegna il Concilio Vaticano II,


«i beni, quali la dignità dell’uomo, la fraternità, la libertà e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale, “che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”. Qui sulla terra il regno è già presente in mistero; ma con la Venuta del Signore giungerà a perfezione» (Gaudium et spes 39).

La prospettiva cristiana concernente la pace è quella di edificare la pace interiore, che consiste nella conoscenza di Dio e nell’unione con Lui. Questa pace inizia quaggiù grazie alla contemplazione mistica e si compie in paradiso con la visione beatifica immediata dell’essenza del Dio Trinitario e nell’edificazione di un’umanità pacifica, basata sulla pratica della giustizia, che avrà il suo compimento finale nella Gerusalemme celeste, che corrisponde al regno di Dio e alla piena edificazione della Chiesa, popolo di Dio erede di Israele, popolo prescelto da Dio per portare la pace a tutti i popoli[5].

Gerusalemme è la città della pace, la casa del Signore. In essa non c’è più alcun tempio, perché

 

«il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio» (cf 21,22). «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perchè la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla di impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. … Vedranno la faccia di Dio e dell’Agnello e porteranno il suo nome sulla fronte. Non ci sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole perchè il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli» (Ap 21, 22-27 e 22, 1-5).

 

Per questo il Salmista così esprime la sua speranza: «abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni» (Sal 23,6). Abitare in questa casa vuol dire godere di una pace perfetta, non aver bisogno di nulla e vedere tutti i nostri desideri soddisfatti, dà sicurezza e ci si sente ben protetti, al riparo da qualunque pericolo o sventura, tra persone fidate che ci amano e che noi amiamo, con le quali c’è perfetto accordo e pace.

La Gerusalemme celeste è ad un tempo trasfigurazione della Gerusalemme terrena e dono di Dio, la Gerusalemme «che scende dal cielo» (Ap 22,2). Essa è l’unica città al mondo, della cui futura salvezza abbiamo certezza di fede, perchè oggetto della divina Rivelazione. Neppure Roma, che è la diocesi del Papa, riceve tanto onore dalla Scrittura. Anzi è possibile che il Successore di Pietro, all’approssimarsi della futura Venuta di Cristo, torni a Gerusalemme ad attendere il Signore, giacchè in fin dei conti Pietro è andato a Roma come missionario, per cui, terminata alla fine del mondo la sua missione, sembra logico che torni a quella Chiesa di Gerusalemme, dalla quale era partito.

 

La pace, conquista e dono

La vita cristiana ha un insopprimibile aspetto ascetico ed agonistico, mancando il quale il cristiano diventa un leone sdentato. Egli è dolce, mite, umile, paziente, misericordioso verso i fragili, i deboli, gli umili, gli umiliati, gli emarginati, i disprezzati, i pentiti, i sofferenti, i poveri. Ma è terribile contro gli empi, i superbi, gli arroganti, i protervi, gli odiatori, gli impostori, gli ipocriti, i doppi, i disonesti, i malvagi. La vita cristiana si potrebbe riassumere nella missione che Virgilio assegna al Romano: «parcere subiectis et debellare superbos». Il Dio cristiano è un Dio che «rovescia i potenti dai troni ed innalza gli umili» (Lc 1,52). Unisce la giustizia alla misericordia: ha avuto pietà di Israele nel momento in cui ha affogato i soldati del Faraone.

Che significa dunque il comando: Non uccidere? Non uccidere l’innocente. Ma il dovere di proteggere la vita impone il dovere di sopprimere ciò che si oppone alla vita. Da qui la liceità dell’uccisione del nemico o dell’omicida, anche se oggi la Chiesa, distinguendo meglio il peccato dal peccatore, raccomanda agli Stati di fare ogni sforzo per trovare il modo di proteggere il bene comune lasciando in vita il delinquente, così che gli si possa dare l’occasione per ravvedersi e riscattarsi.

Il Dio cristiano non è un Dio che sta a guardare quello che fa l’uomo e si limita a prender atto di ciò che succede, come il Dio di Bonhӧffer, ma interviene con mano potente in difesa degli oppressi per liberarli dalle mani degli oppressori. Abbatte i tiranni e innalza gli umili.  Il Dio cristiano promuove la pace riconciliando fra di loro i nemici, richiamando a sé l’uomo ribelle e peccatore, educandolo con castighi salutari e avvertimenti paterni, per quanto severi, come per esempio i flagelli dell’Apocalisse[6].

Cristo distingue una falsa pace, quella che dà il mondo, paciona e opportunista, dalla vera pace, conquistata nella lotta e nella sofferenza, che è quella che ci dona Lui (Gv 14,27).  Egli, principe della pace, è venuto a portare una spada (Mt 10,34), perchè l’obbligo di essergli fedeli divide tra di loro anche i familiari. Egli è «segno di contraddizione» nel senso che obbliga tutti a prender posizione davanti a Lui, sicchè inevitabilmente sorge un conflitto tra i cristiani, che lo seguono e gli anticristiani, che lo osteggiano. Nessun uomo può evitare di prender posizione davanti a Cristo: o Gli dice di sì e allora si apre per lui una prospettiva di eterna gloria; o Gli dice di no e allora è la dannazione eterna. Ne va per tutti del loro destino eterno.

Cristo c’insegna che il regno dei cieli con la sua pace è dono del Padre nello Spirito Santo, ma dev’essere anche meta del nostro lavoro, dei nostri sforzi, delle nostre fatiche, della nostra lotta: «Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12).

Dio offre a tutti la pace, ma non tutti l’accettano. Per questo, in fin dei conti Egli non vuole la pace di tutta l’umanità, ma solo quella tra gli eletti. I reprobi restano esclusi dalla pace per colpa loro e al Giudizio universale Cristo li separa dai giusti e li allontana da sé nell’inferno (Mt 25, 46).

La convivenza pacifica dei fedeli delle diverse religioni promossa dal Concilio Vaticano II è certo cosa buona, ma sarebbe illusorio credere che per assicurare la pace nel mondo sia sufficiente il richiamo ai valori umanistici che uniscono tutte le religioni. Esso va fatto ed è utile alla pace. Ma non dimentichiamo che dietro alla pluralità delle religioni, per quanto riguarda la distinzione tra il vero, agisce lo spirito dell’anticristo, che in ogni caso lavora più o meno apertamente o sotto finte apparenze per la distruzione della fede, della Chiesa e del cristianesimo e quindi dell’uomo stesso.

Rimane pertanto sempre reale, anche se non sempre chiaramente identificabile, l’opposizione tra i figli della luce e i figli delle tenebre (cf I Ts 5,5) in preparazione della futura battaglia, della quale parla l’Apocalisse ai cc.19-20, che preparerà l’avvento della Gerusalemme celeste. Papa Leone ha citato nella sua enciclica il futuro avvento della Gerusalemme celeste e ha fatto bene, ma penso che avrebbe fatto bene anche a ricordare quali saranno gli eventi che la prepareranno e a chi è riservata la cittadinanza della Gerusalemme celeste, perché temo che molti, oggi, col pretesto della gratuità della salvezza, illusi da falsi profeti, sperino di entrarvi troppo a buon mercato.

La prospettiva finale cristiana della pace si distingue pertanto da tutte le visioni razionalistiche, come quella russoiana, massonica, kantiana ed hegeliana, le quali, considerando come divina la ragione, l’intera umanità conseguirà un giorno la pace, senza che vi siano reprobi o esclusi, perchè costoro dovrebbero essere esclusi dalla ragione, il che li priverebbe della natura umana, cosa impensabile.

Fine Prima Parte (1/2)

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 31 maggio 2026



Come la pace ha origine nello spirito, altrettanto la guerra ha origine nello spirito. Secondo la Scrittura essa ha avuto origine dalla guerra fra gli angeli fedeli e gli angeli ribelli alle origini del mondo. Per questo, il combattimento per l’ottenimento della pace è anzitutto un combattimento spirituale (vedi Ef 6, 12-17), che può esprimersi nel conflitto bellico esteriore e materiale.

I motivi profondi delle guerre, allora, non sono economici o materiali, e neanche strettamente politici, ma sono spirituali e religiosi: due opposte concezioni della vita, di Dio, della morale, dell’uomo, del mondo. La guerra tra persone umane è sempre in fondo una guerra di religione, anche se è vero che in certi casi la religione può essere solo un pretesto per celare motivi vergognosi e inconfessabili. Certo oggi le guerre di religione dei secc. XVI-XVII non esistono più, ma ciò non vuol dire che anche nelle guerre moderne, non ci sia nel fondo dell’animo dei belligeranti un rapporto positivo o negativo con Dio.

 
 Immagine da Internet: 
- San Michele sconfigge Lucifero, Museo di Palazzo Reale, ambito piemontese
 

[1] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals.index.html

[2] Per ottenere la pace fra due belligeranti, come per esempio oggi fra l’Ucraina e la Russia, non basta parlare della crudele invasione russa e della «martoriata Ucraina», perché anche l’Ucraina ha i suoi torti e la Russia ha le sue ragioni, ma occorre fare una seria disamina storica della situazione, risalendo ai secoli passati, perché è lì che troviamo le cause prime della guerra. Ho studiato il problema nel mio libretto Dona a noi la pace. Il significato della presente guerra, Edizioni Chorabooks, Hong Kong 2022.

[3] Ho esposto questa alternativa nel mio libretto Il progetto del demonio. La proposta di Satana e quella di Gesù Cristo, Edizioni Chorabooks, Hong Kong 2021.

[4] Cf il mio libretto La buona battaglia, Edizioni ESD, Bologna 1986.

[5] Cf di Maritain, Il mistero di Israele ed altri saggi, Editrice Morcelliana, Brescia 1964.

[6] Era evidente che la calamità della pandemia di covid avvenuta negli anni 2019-2021, si poteva e doveva interpretare come un richiamo di Dio al pentimento e alla conversione. Eppure, tra i pastori, chi ha avuto l’accortezza di darci questo avvertimento salutare, del quale avremmo potuto approfittare per il bene della nostra anima e per la pace nella Chiesa? Vedi il mio libro Perché peccando ho meritato i tuoi castighi. Un teologo davanti al coronavirus, Editrice Chorabooks, Hong Kong 2020.

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