Religione e Cristianesimo
P. Tomas Tyn
Prima Parte (1/3)
Presento ai Lettori i primi tre capitoli di un Corso istituzionale di teologia di P. Tomas Tyn, ispirato a San Tommaso, che tratta del rapporto tra religione e cristianesimo con alcuni importanti riferimenti critici a tendenze erronee in questo campo, presenti nel pensiero moderno.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 2 febbraio 2026
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https://www.arpato.org/corso_religione.htm
https://www.arpato.org/testi/religione_corso/Tyn_La_religione_corso.pdf
P. Tomas Tyn, OP
Teologia Fondamentale
Introduzione di P. Giovanni Cavalcoli, OP
1. La religione
2. La rivelazione
3. Mistero e dogma
4. La soprannaturalità
5. Il razionalismo e il naturalismo in genere
6. L’evoluzionismo panteistico
7. L’Agnosticismo
8. Possibilità di rivelazione soprannaturale e specialmente quella delle verità naturali della religione
9. Possibilità della rivelazione dei misteri soprannaturali da parte dell’oggetto
10. La possibilità della rivelazione dei misteri soprannaturali da parte dell’agente e del soggetto
11. Convenienza e necessità della rivelazione
12. La credibilità dei misteri di fede. La conoscibilità del fatto della rivelazione
13. Il concetto di credibilità razionale e la sua necessità in vista dell’atto di fede
14. la dimostrabilità della credibilità partendo dai motivi di credibilità
INTRODUZIONE DI P. GIOVANNI CAVALCOLI
Tra le carte di P. Tyn che mi sono state consegnate c’è anche questo trattato che potremmo designare come Teologia Fondamentale. P. Tomas utilizzò una sua prima parte per la scuola e così doveva fare anche il resto, Senonchè egli fu raggiunto dalla morte. Tuttavia egli utilizzò questa prima parte anche in altre circostanze.
Per la verità in quest’opera di Padre Tyn non sono trattati tutti i temi della Teologia Fondamentale, ma manca quello che di solito è il capitolo finale, ossia una trattazione sulla Chiesa come Comunità di salvezza alla quale sono chiamati gli uomini una volta che hanno raggiunto la fede in Cristo, Comunità incaricata da Cristo per invitare tutti gli uomini ad entrarvi al fine di raggiungere la salvezza.
In questa breve trattazione Padre Tyn non si limita alla semplice definizione della virtù di religione dal punto di vista naturale, come essa viene descritta nel trattato tomistico della Summa Theologiae (II-II, qq. 81-100), ma estende l’esposizione alla religione soprannaturale rivelata, ovverosia alla religione cristiana.
Da qui la trattazione delle nozioni di rivelazione divina e delle varie forme del soprannaturale. Inoltre, poichè Dio si rivela all’uomo mediante la parola, ecco l’Autore passare a trattare della Parola di Dio che si esprime nel dogma. Da qui la funzione della Scrittura e del Magistero della Chiesa come mediatrici della divina rivelazione. Ciò conduce l’Autore ad estendere il discorso alla capacità della mente umana di cogliere il vero mediante la concettualizzazione.
Nel contempo, siccome la mente umana può accogliere la divina rivelazione solo nella fede teologale, superando le forze della ragione, sufficienti alla fondazione della semplice religione naturale, ecco allora l’Autore trattare della fede e dei motivi della fede: il motivo formale e determinate ovvero l’autorità di Dio che si rivela e il motivo introduttivo e preparatorio umano, la percezione del miracolo.
Avendo la religione la funzione di porre l’uomo in comunione con Dio e di condurlo alla salvezza, l’Autore non manca di illustrare il rapporto della religione con al morale, con la mistica e con la beatitudine dell’uomo: Dio come fine naturale e come fine soprannaturale.
All’esposizione del retto concetto di religione non poteva mancare la presentazione critica di alcune correnti di pensiero che in vari modi e sotto vari pretesti falsificano o negano la virtù di religione o a causa di una razionalità presuntuosa (razionalismo, naturalismo, idealismo, panteismo) o all’opposto a causa di una ristrettezza intellettuale che non consente alla mente di superare il livello dei fenomeni o dell’empirìa materiale (empirismo, agnosticismo, materialismo, positivismo, pragmatismo, fenomenismo, nominalismo) .
L’Autore accenna anche a una visione errata della religione cristiana (soprannaturalismo o fideismo protestante, giansenismo, baianesimo, kantismo, modernismo, hegelismo, ontologismo, esistenzialismo, rahnerismo).
L’Autore non si ferma sui singoli aspetti della religione, come per esempio la preghiera, il sacrificio, la liturgia, la sacramentaria, il voto, il giuramento e neppure esamina le forme tradizionali della superstizione. Appare invece con evidenza l’eccellenza del cristianesimo sulle altre religioni in forza della sua origine divina da Gesù Cristo rivelatore dei misteri divini strettamente soprannaturali, che si raccolgono attorno a quelli centrali dell’Incarnazione e della Santissima Trinità.
È notevole inoltre la maestria con la quale l’Autore tratta del rapporto fra il naturale e il soprannaturale, la grazia e il libero arbitrio, uno dei temi da lui maggiormente studiati, dove si rivela grande maestro.
Il Lettore non troverà in questo trattatello quello che probabilmente si attende, ossia la questione del dialogo interreligioso e quella del confronto del cristianesimo con le altre religioni. Per conseguenza non è trattata neppure una questione oggi assai viva: quella della salvezza di chi non conosce la religione cristiana. Da un Autore non possiamo pretendere di ricevere tutto.
Chiaramente Padre Tyn, come sa chi conosce il suo pensiero, operò una scelta teologica coscientemente e sistematicamente orientata a ricordarci valori della tradizione che rischiavano di essere dimenticati, e ciò senza il minimo disprezzo per le ricerche e le conquiste recenti ben fondate della Chiesa postconciliare.
D’altra parte la distinzione così chiara che ci offre Padre Tyn tra religione naturale e religione rivelata ci offre il criterio di fondo per un confronto e un dialogo fra le religioni che non sia improntato ad un illusorio relativismo e ad un ipocrita irenismo.
Oggi, dopo gli eccessi di un falso progressismo neomodernista, coloro che veramente vogliono seguire Cristo nella sua Chiesa, vedono nella lezione di Padre Tyn un patrimonio prezioso e perenne che non può essere dimenticato.
P. Giovanni Cavalcoli, OP
Bologna, 2012
Capitolo I
LA RELIGIONE
1. Il nesso tra rivelazione e religione
Il concetto del soprannaturale è molto più vasto di quello della rivelazione. Da parte sua la rivelazione non è propriamente e veramente tale, se non è, almeno ex parte Dei revelantis soprannaturale, ovvero di origine divina. Per cogliere appieno la nozione della rivelazione soprannaturale occorre premettere un esame della rivelazione in genere e, siccome la rivelazione costituisce il fondamento dell’unica vera religione, che è la religione cristiana, è bene prendere in considerazione anzitutto la nozione di religione in genere e poi in particolare nella sua elevazione soprannaturale in cui essa si configura anzitutto come fede teologale. Come in genere vale il principio che gratia naturam non tollit, sed supponit et perficit, così anche in questa particolare istanza rimane sempre valido che la fede soprannaturale, adesione intellettiva al mistero soprannaturalmente rivelato, non solo non può fare a meno della ragione umana ordinata a Dio come fine ultimo naturale già in virtù della sua stessa creazione, ma perentoriamente la esige come un presupposto necessario, come una conditio sine qua non.
2. L’etimologia della parola religione
S. Tommaso nella Summa Theologiae II-II, 81, 1 c. ne elenca tre:
a. “Religiosus ... a religione appellatus, (est) qui retractat et tamquam relegit ea quae ad cultum divinum pertinent”.[1]
b. “(Potest intelligi religio ex hoc dicta) quod Deum reeligere debemus, quem amiseramus negligentes”.[2]
c. “Potest intelligi religio a religando dicta ... Religet nos religio uni omnipotenti Deo”.[3].
Il primo significato esprime egregiamente l’atteggiamento squisitamente romano verso la religione intesa come esattezza nell’eseguire i sacri riti. Il rito è divino, è dato come una realtà superiore all’uomo di cui l’uomo diventa partecipe per assidua, continuata e soprattutto ogni volta del tutto precisa, pedissequa, ripetizione in parole e gesti. S. Tommaso, ben consapevole che questo significato naturale e persino “pagano” per nulla contraddice le esigenze della religione biblica, cita a conferma della validità della definizione ciceroniana Pro 3, 6a: “In tutti i tuoi passi pensa a lui (Dio )” e potrebbe anche aver fatto riferimento con buon diritto a Dt 6, 6-9: “Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”. Si tratta in qualche modo di rivestirsi del divino dirigendo ad esso le nostre intenzioni e le nostre scelte con reiterata frequenza. Le espressioni ebraiche aderire, cercare, confidare[4] e altre simili descrivono eccellentemente questa proprietà della religione naturale e, a fortiori, biblica.
Il secondo significato, quello di scegliere di nuovo Dio, risulta ovvio nella prospettiva della perdita dell’innocenza originale e per conseguenza di una natura piagata dal peccato e incline al male tramite la concupiscenza. La lontananza da Dio, che allontana l’uomo parimenti da se stesso e dalla sua vera dignità, conduce ad una irresistibile nostalgia della pace e della riconciliazione con Dio, nostalgia presente in tutte le religioni, anche naturali, in quanto la distanza tra cioè che l’uomo è e ciò che dovrebbe essere secondo verità risulta nota alla sola considerazione della ragione naturale, ma che viene di fatto appagata solo per gratuita iniziativa di Dio nella Religione rivelata e perciò soprannaturale.
Ci si può legittimamente chiedere se l’uomo abbia la tendenza a reeligere Deum anche indipendentemente dallo stato di peccato originale in cui egli amisit Deum, perdette Dio, moralmente. Ed è certo possibile intravvedere una qualche possibilità per rispondere positivamente in quanto anche in questo stato, quello ciò di innocenza originale, vi sarebbe comunque una distanza da Dio, non morale, certo, ma ontologica. A tal riguardo è interessante rileggere quanto dice l’Aquinate della misericordia divina e della carità dell’uomo per Dio. Si tratta, come è ovvio, di atteggiamenti morali, ma che nel contempo sono tutt’altro che privi di connotazioni ontologiche in quanto l’uomo ha un profondo bisogno ontologico di Dio, suo superiore, mentre Dio, secondo la stessa Sua natura di pienezza di essere, colma, per così dire, il “vuoto di essere” che si apre in un’essenza che è ontologicamente finita perché, lungi dall’esaurire tutto l’essere, essa si costituisce come potenza rispetto all’atto di essere suscettibile di averlo soltanto per partecipazione”[5]. La creatura razionale avverte dunque in sé la dipendenza non solo nel divenire (creazione), ma nell’essere stesso (conservazione) dalla sua trascendente origine e perciò il dovere naturale di volgere la propria intenzione e cognitiva e volitiva (scelta) a Colui Che E’ e grazie al Quale è tutto ciò che è.
Il terzo significato è indubbiamente il più profondo e il più sintetico di tutti. La religione significa nella sua essenza il legame di fatto e perciò di diritto, tale cioè da costituire un dovere della creatura razionale verso il Creatore, di radicale, entitativa, dipendenza dell’ente per partecipazione dall’Ente per essenza. Ed è proprio ciò che S. Tommaso afferma nella conclusione dell’articolo: “Sive autem religio dicatur a frequenti relectione, sive ex iterata electione eius quod negligenter amissum est, sive dicatur a religatione, religio proprie importat ordinem ad Deum”[6]. Egli è il primo principio al quale dobbiamo costantemente ricollegarci, il sommo bene sempre da scegliere e il fine ultimo al quale si deve dirigere la nostra intenzione.
In breve, la religione consiste in un certo vincolo morale dell’uomo rispetto a Dio.
3. Le nozioni eterodosse di religione
a. Empirismo e sensismo. La religione, come pure l’etica, si riconduce interamente all’ordine delle cose sensibili, dilettevoli e utili. La religiosità viene identificata con una certa emotività derivante:
- o dall’ignoranza delle leggi di natura esplorate dalla scienza,
- o dal subconscio o persino dall’inconscio vero e proprio,
- o infine dal senso di dipendenza del singolo dalla collettività (participation mystique), la quale viene concepita dai primitivi come un’Entità superiore cui tributare un culto religioso.
b. Idealismo panteistico (Spinoza, Fichte, Schelling, Haeckel, ecc.). La religione è una coscienza che l’uomo ha di Dio in quanto è consapevole di essere egli stesso in Dio. Ogni conoscenza religiosa rimane solo simbolica, immaginativa, pura metafora della vera conoscenza - concettuale e filosofica - del dato basilare dell’identità di Dio con il mondo e, in particolare con l’uomo.
c. Idealismo agnostico (Kant). La religione consiste nell’adempimento dei nostri doveri assoluti verso noi stessi e verso il nostro prossimo come se fossero stabiliti e sanciti da Dio, ma non vi sono dei doveri particolari riguardo a Dio (preghiere, culto ecc).
Alcuni deisti ammettono la necessità di un certo culto interiore, ma negano l’utilità, anzi professano la nocività, di ogni culto esteriore.
4. La nozione tradizionale, cattolica, della religione
Per analogia con la scienza, la religione può essere considerata in due modi: soggettivamente e oggettivamente.
a. Soggettivamente presa, la religione non è una certa emotività della parte sensitiva dell’anima, bensì una disposizione volontaria della mente e perciò una virtù. Tramite la religione l’uomo, riconoscendo l’esistenza di un Nume Supremo, si ordina a darGli il culto dovuto alla Sua grandezza a al Suo dominio.
b. Oggettivamente presa, la religione si definisce come “l’insieme delle verità e dei precetti morali per mezzo dei quali la nostra vita si ordina a Dio”.
La definizione qui esposta deriva dall’osservazione delle pratiche religiose presso diversi popoli e costituisce un’esplicitazione della definizione confusa comunemente ammessa dai più ovvero dal senso comune. In questa sua esplicitazione essa, certo, suppone la vera nozione e dell’anima umana e di Dio.
La religione si dice naturale se poggia esclusivamente su verità e precetti divini accessibili alla luce naturale dell’umana ragione, si dice invece soprannaturale là dove fa appello a verità divinamente rivelate.
5. Il posto del Cristianesimo tra le principali religioni mondiali
Il Cristianesimo ha trovato la sua massima diffusione in Europa e in America; in Africa e in Asia si è affermato l’Islam, ma le religioni più importanti dell’Asia (soprattutto orientale) sono l’Induismo, il Buddismo e il Confucianesimo.
Anche i razionalisti ammettono che il Cristianesimo gode di un’innegabile preminenza sia per quanto concerne la spiritualità della dottrina, sia per la potenza culturale dei suoi effetti, sia per la levatura intellettuale e morale dei suoi seguaci. Se dunque vi è Rivelazione, occorre cercarla nel Cristianesimo.
Tappe storiche dell’unica vera religione (Cristianesimo sensu lato):
a. Religione primeva rivelata al Protoparente e in seguito a tutta l’umanità, in particolare ai Patriarchi.
b. Religione mosaica rivelata da Dio tramite Mosè al solo popolo d’Israele, perfeziona la religione primeva e prepara l’avvento della Chiesa.
c. Religione cristiana propriamente detta rivelata all’umanità intera da Dio tramite il Figlio suo Unigenito Gesù Cristo - testamento eterno che durerà fino alla fine dei tempi.
Fine Prima Parte (1/3)
P. Tomas Tyn
a cura di P. Giovanni Cavalcoli
Immagine da Internet: Sacrificio di Abele, Sant'Apollinare in Classe, Ravenna
[1] M.T. CICERO, De natura deorum, l. II, c. 28; ed. C.F.W. MüLLER, Lipsiae 1890, p. 72, II 8-10 con rif. a S. ISIDORIUS, Etymologiae, l. X, ad litt. R, n. 234; MPL 82, 392 A.
[2] AUGUSTINUS, De Civ. Dei, X, c. 3, n. 2; MPL 34, 280.
[3] A. AUGUSTINUS, De vera religione, c. 55, n. 113; MPL 34, 172.
[4] Qui l’Autore ha posto i termini ebraici. Nota del Curatore.
[5] Summa Theologiae, II-II, 30, 4 c.
[6] Summa Theologiae, II- II, 81, 1 c.

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