Mons. Pozzo a proposito delle ordinazioni lefevriane.

 

Mons. Pozzo a proposito delle ordinazioni lefevriane.

 

Presento una intervista a Mons. Pozzo, ex segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, per il dialogo con i lefevriani, pubblicata da La Nuova Bussola Quotidiana il 7 luglio scorso, Mons. Pozzo: nel 2018 fu la Fraternità a rifiutare l’accordo, di Stefano Chiappalone.

Riporto alcuni brani tratti da questa intervista:

https://lanuovabq.it/it/mons-pozzo-nel-2018-fu-la-fraternita-a-rifiutare-laccordo?

In essa il lettore potrà trovare utili chiarimenti circa questa drammatica vicenda, che impegna noi tutti cattolici a cercare più che mai la concordia tra di noi nella comunione al Vicario di Cristo.

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Eccellenza, con quale stato d’animo ha vissuto l’annuncio delle consacrazioni episcopali compiute senza mandato papale il 1° luglio ad Écône?

Con animo triste e con molto dispiacere. È una grave ferita alla Chiesa, che si sarebbe potuto evitare se la FSSPX avesse accettato la Dichiarazione Dottrinale proposta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), cui avrebbe fatto seguito anche il riconoscimento canonico nella forma giuridica che sarebbe stata stabilita. S.E. mons. Fellay nell’incontro del 28 febbraio 2018 con il card. Ladaria, allora prefetto della Congregazione, e il sottoscritto presso il Dicastero disse che avrebbe portato alla considerazione del Capitolo della FSSPX, previsto nel luglio 2018, il testo della Dichiarazione. Nell’autunno del 2018, Il card. Ladaria ed io abbiamo incontrato il nuovo Superiore della FSSPX, p. Davide Pagliarani, eletto in luglio nella riunione del Capitolo, il quale comunicò che non avrebbe sottoscritto tale Dichiarazione, perché ritenuta insufficiente e non adeguata a rispondere alle difficoltà e alle criticità sollevate dalla FSSPX e che Roma avrebbe dovuto riconoscere i suoi errori. …


C’è una dimensione di cui pochi commentatori parlano, che è quella interiore: ovvero, quali sono gli effetti sulle anime del gesto rivendicato in nome della salus animarum ma che almeno sul piano oggettivo, resta di natura scismatica?

La salus animarum non è qualcosa di soggettivo che può essere disgiunto dalla obbedienza all’autorità formale e giuridica del Papa. Non esiste una “chiesa di emergenza”, che si possa sottrarre all’unità visibile della Chiesa per stabilire un ordinamento ecclesiale non in piena comunione con il Successore di Pietro. …

Anche se il rito è l’elemento più appariscente, sappiamo che la questione non è primariamente liturgica. Quali sono a suo avviso i “nodi” principali?

I nodi principali sono l’accettazione dell’insegnamento del Concilio Vaticano II e del Magistero posteriore. Quando parlo del Concilio, mi riferisco ai contenuti dei documenti, non al Concilio dei Media o al Concilio virtuale o para-concilio, o al fantasmagorico “spirito” del Concilio, che malauguratamente, ma realmente si è sovrapposto al vero Concilio nella opinione pubblica e in numerosi ambienti ecclesiali.

Al riguardo, i punti principali della Dichiarazione Dottrinale della CDF proposta all’accettazione della FSSPX affrontavano proprio questi nodi, e, a mio avviso, in modo soddisfacente.

a) Si chiedeva alla FSSPX di accettare la verità cattolica, che al Magistero «Cristo Signore ha affidato il deposito della fede – cioè la Sacra Scrittura e la “tradizione” divina – per essere custodito, difeso e interpretato» (Pio XII, Lettera Enciclica Humani generis, 18, Denz. 3884) e che «il Magistero non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso» (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 10). Il Magistero della Chiesa, a sua volta, ha l’autorità di esplicare o esplicitare anche i precedenti documenti del Magistero, inclusi quelli del Concilio Vaticano II, in conformità con le verità della fede cattolica e nella luce della perenne Tradizione che progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo, non con una novità contraria, ma con una migliore intelligenza del depositum fidei, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia (Cf. Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, 4, Denz. 3020; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 8).

b) Si chiedeva di riconoscere che il Concilio Vaticano II deve essere compreso alla luce di tutta la Tradizione e sulla base del Magistero costante della Chiesa, restando sempre la possibilità di una legittima discussione e di una chiarificazione sul piano teologico circa la formulazione di punti particolari dei Documenti conciliari o riguardanti le successive riforme della liturgia e del diritto.

c) Si chiedeva di riconoscere la validità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti legittimamente celebrati secondo i libri liturgici nella loro editio typica, promulgati da Papa Paolo VI e da Papa Giovanni Paolo II.

Non sarebbe, tuttavia, onesto trattare le questioni concernenti la FSSPX, senza riconoscere che dopo il Concilio Vaticano II e fino ad oggi il Cattolicesimo si trova nel pieno di una turbolenza, non dovuta certo all’insegnamento del Concilio e del Magistero successivo, ma a tanti fattori interni ed esterni alla comunità ecclesiale, …


Ma è possibile voler “salvare” il sacerdozio cattolico (come ha sempre dichiarato la Fraternità) trapiantandolo al di fuori della Chiesa visibile?

Non credo proprio. … La comunione con il Romano Pontefice è la condizione assolutamente necessaria per essere membro della Chiesa cattolica. Ciò vale a maggior ragione per il sacerdozio cattolico.

A questo proposto mi è sembrato inverosimile che da parte della FSSPX si affermi da un lato che si appartiene alla Chiesa per la professione integra della fede (che in realtà è solo uno degli elementi essenziali, ma non l’unico) e nel medesimo tempo si affermi (e si giudichi) che le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la Santa …


Le consacrazioni del 1° luglio ripetono quelle compiute da mons. Lefebvre nel 1988

Mai dire mai. Occorrerebbe ripartire dai contenuti della Dichiarazione Dottrinale della CDF, ma soprattutto è necessario modificare l’atteggiamento pregiudiziale della FSSPX, per cui si ritiene che Roma ha torto e la FSSPX ha certamente ragione.


Si sentirebbe di escludere la creazione di una struttura (proposta dal card. Mueller) come fu l’Ecclesia Dei

Non escluderei forme giuridiche di questo tipo, a patto che i problemi dottrinali vengano risolti e che si possa costituire un gruppo abbastanza consistente di sacerdoti che, come già accaduto per la Fraternità Sacerdotale San Pietro o per l’Istituto del Buon Pastore, intendano rientrare in piena comunione con il Romano Pontefice.


Naturalmente attorno alla FSSPX c’è molto clamore mediatico, ma ci sono “realtà tradizionali” che già
vivono sub Petro

Gli Istituti cui fa riferimento sono realtà vive e in continua crescita. Come ha insegnato e dichiarato Papa Benedetto XVI le due forme liturgiche, quella del Novus Ordo, che è la forma comune, abituale e universale della liturgia, e quella del Vetus Ordo, per gruppi particolari e speciali, sono entrambe un arricchimento reciproco, e non sono in opposizione tra loro. …

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Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 9 luglio 2026


  

La comunione con il Romano Pontefice è la condizione assolutamente necessaria per essere membro della Chiesa cattolica. Ciò vale a maggior ragione per il sacerdozio cattolico.

 

Immagine da Internet: Mons. Guido Pozzo

11 commenti:

  1. Caro padre Giovanni,
    in sostanza, posso essere d'accordo con quanto ha risposto mons. Pozzo alle domande dell'intervista, tranne nella sua risposta all'ultima, dove, a mio parere erroneamente (e capisco che anche a suo parere erroneamente) presuppone la possibilità di coesistenza de iure del novus ordo e del vetus ordo (e non solo de facto, o per indulto, come è oggi).

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    1. Caro Julio,
      concordo con lei nel fatto che Mons. Pozzo avrebbe dovuto fare riferimento a Papa Francesco e non a Benedetto XVI. Tenga presente però che Traditionis Custodes è un documento giuridico, che regola la celebrazione del Vetus Ordo.
      Quindi io non parlerei riguardo al Vetus Ordo di un semplice dato di fatto, dal momento stesso che Papa Francesco ne ha regolamentato la celebrazione.

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    2. Caro padre Giovanni,
      certamente Traditionis custodes implica un fatto giuridico del papa Francesco. Ora, vorrei precisare la portata che ho dato ai termini "de iure" e "de facto".
      Quando ho fatto riferimento a quegli esponenti che, come Pozzo, sostengono la possibilità di coesistenza "de iure" del novus ordo e del vetus ordo, con l’espressione "de iure" la mia intenzione era di riferirmi a CIÒ CHE DEVE ESSERE, cioè all’essenza delle cose, secondo la ragione teologica delle cose. Ebbene, proprio perché il novus ordo è venuto ad applicare le nuove dottrine che sul tema della liturgia ha insegnato il Concilio Vaticano II, il fatto che oggi si celebri il vetus ordo suppone un’applicazione dell’insegnamento tradizionale della Chiesa in uno stadio anteriore al Vaticano II e, pertanto, "de iure" (secondo la ragione teologica dell’essere delle cose) non corrisponde che ciò avvenga, non corrisponde che coesista con il novus ordo, che è venuto a sostituirlo.
      Naturalmente ciò non impedisce che "de facto", per ragioni pastorali, governative o di disciplina della Chiesa, un Romano Pontefice abbia, nel suo ambito di competenza, la possibilità di regolamentare il permesso o l’indulto per celebrare con il vetus ordo in casi particolari, in attenzione a coloro che ancora non accettano le nuove dottrine del Concilio e non vogliono vederle riflesse nella celebrazione della Messa. Comprendo che questa sia una situazione pastorale "de facto" e, come tale, dovrebbe essere transitoria e provvisoria.

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    3. Caro Julio,
      che il Novus debba sostituire il Vetus Ordo, questo è certamente richiesto dalla riforma liturgica promossa dal Concilio.
      Tuttavia, come sa bene anche lei, oggi abbiamo un aumento di fedeli, soprattutto giovani, che sono interessati al Vetus Ordo. Questa è una situazione de facto. Che cosa fare davanti a questo fatto? Ce lo ha detto Papa Francesco col Motu Proprio Traditionis Custodes.
      A questo punto potremmo domandarci: questo interesse per il Vetus Ordo è destinato a diminuire e a scomparire? San Paolo VI, quando promulgò il rito riformato credeva che entro poco tempo il Novus Ordo sarebbe stato universalmente accettato. Per questo concesse l’indulto ai sacerdoti anziani, pensando che morti questi, tutti avrebbero accettato il Novus Ordo. Invece, come sappiamo, le cose non sono andate come credeva il Santo Pontefice.
      Per questo io mi asterrei dall’esprimere opinioni circa il fatto che la frequenza al Vetus Ordo diminuirà. Non sappiamo che cosa ci preparerà la Provvidenza. Certamente Dio vuole che vada avanti la riforma del Concilio, ma non possiamo escludere che rimangano alcuni fedeli interessati al Vetus Ordo. Per questo anche qui c’è un dato de iure, che sarà la regolamentazione voluta da questo Papa o dai prossimi.
      A questo punto è utile ricordare la distinzione fatta dal Card. Fernandez: quei fedeli che amano il Vetus Ordo possono frequentarlo a patto che accettino le nuove dottrine del Concilio. Invece coloro che non le accettano non possono avanzare il diritto di fruire del Rito Vetus Ordo.
      Si potrebbe ipotizzare un moderato travaso di elementi tra i due riti. Per esempio qui in Santuario è stato ripreso l’uso del campanello alla Consacrazione. E così pure nulla impedisce che il Vetus Ordo possa acquisire qualche elemento del Novus Ordo, come per esempio nulla impedisce la celebrazione del Vetus Ordo in lingua volgare.
      Certamente col tempo il Novus Ordo potrà arricchirsi sempre più di elementi musicali, coreografici, simbolici, artistici che esprimano ancora meglio il senso del sacro e la dignità del culto, tenendo conto delle sensibilità liturgiche dei diversi popoli che formano la Chiesa Cattolica.

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    4. Caro padre Giovanni,
      mi sembra che, oltre alle nostre coincidenze dottrinali, esista tra noi anche un’altra coincidenza: mi pare infatti che entrambi ci sentiamo a disagio nel trattare e nell’esprimere opinioni su questioni pastorali, disciplinari o di governo della Chiesa, perché siamo estranei, nella nostra competenza, a tale ambito. Non è così?
      In ogni caso, desidero anzitutto ringraziarla per le sue osservazioni e per quello che mi sembra essere il suo consenso circa la distinzione che ho introdotto tra il dato "de iure" e il dato "de facto". Come già le ho detto, quando uso il termine "de iure" mi riferisco non all’aspetto giuridico positivo, bensì all’essenza teologica della liturgia come espressione (oggi) della dottrina del Concilio Vaticano II, nel rispetto – ovviamente – di tutto il Magistero precedente. In questo senso, il Novus Ordo Missae è venuto a sostituire il Vetus Ordo, e il fatto che oggi sussistano celebrazioni di quest’ultimo (almeno come indulti per casi molto particolari) è un dato "de facto", regolato dal Papa, ma che non corrisponde alla natura teologica delle cose che entrambi gli “usi” del Rito Romano coesistano.

      Ora, concordo con lei che esiste un fenomeno pastorale concreto: giovani che si avvicinano al Vetus Ordo. Tuttavia, ritengo che sia il suo sia il mio giudizio su questa realtà siano necessariamente parziali. In effetti, soltanto i Vescovi possiedono, ciascuno nella propria diocesi, una visione completa della situazione pastorale nel loro territorio, e il Papa, soprattutto, ha la visione generale della Chiesa universale. Per questo i nostri giudizi o diagnosi della realtà pastorale, pur legittimi, soffrono di una certa parzialità.
      Per esempio, nella mia esperienza concreta in Argentina, i gruppi di giovani che conosco legati al Vetus Ordo sono tutti (ripeto: tutti) di orientamento filolefebvriano. Questo mi fa pensare che il fenomeno giovanile che si avvicina al Vetus Ordo non rifletta sempre un semplice interesse spirituale o estetico, ma anche una posizione dottrinale critica nei confronti del Concilio Vaticano II. Questi gruppi di giovani si esprimono e si rispecchiano in siti web ben conosciuti da tutti, qui in Argentina e anche negli ambienti di lingua spagnola, e tutti sono contestatori dell’attuale Magistero della Chiesa nel postconcilio.
      È probabile che lei constati una realtà diversa nel suo Paese. E lo comprendo. Tuttavia, per quanto poco io conosca dei siti web italiani che danno voce a questi gruppi di giovani (una decina ne conosco in Italia), tutti sono riluttanti ad accettare l’attuale Magistero della Chiesa.
      Di conseguenza, al di là della regolamentazione giuridica e pastorale, il vero discernimento spetta all’autorità episcopale e pontificia, che hanno la grazia e la responsabilità di giudicare la situazione nel suo insieme. Mi chiedo, allora, se la permanenza dei giovani nel Vetus Ordo non rifletta piuttosto una difficoltà nella ricezione del Concilio, e se il compito pastorale non debba essere quello di accompagnarli verso la piena accettazione del Novus Ordo.
      Non esiste forse il rischio di consolidare una doppia Chiesa nella pratica? Riconosco la possibilità di un moderato travaso di elementi tra i due riti, ma temo che ciò possa confondere l’identità propria del Novus Ordo come frutto del Concilio. La ricchezza simbolica e artistica certamente può crescere, ma sempre nella fedeltà alla teologia conciliare.

      Come sempre, la ringrazio per il fatto che si degni di scendere a dialogare con me su queste questioni teologiche.
      Un cordiale e riconoscente saluto.

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    5. Caro padre Giovanni,
      rileggendo il messaggio che le ho scritto, constato che a volte le mie parole non si esprimono con la dovuta precisione teologica. Per esempio, parlo di "due riti", quando in realtà avrei dovuto dire "due usi" o "due modalità" o "due fasi storiche", dell'unico Rito Romano.

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    6. Caro Julio,
      certamente io e lei, non avendo responsabilità pastorale di alto livello, avvertiamo su questo campo la fragilità dei nostri pareri. Ciò tuttavia non ci impedisce di esprimere con modestia le nostre opinioni secondo le informazioni che abbiamo a disposizione.
      Per quanto riguarda il dato de jure in campo liturgico, esso copre tutte quelle che sono le disposizioni del Papa, si tratti di ordinazioni, costituzioni, leggi, norme, indulti, motu propri. Dunque nell’orizzonte di questa giuridicità abbiamo il Novus Ordo a livello privilegiato e a livello di indulto abbiamo il Vetus Ordo.
      La coesistenza dei due modi del Rito Romano è un dato di fatto, al quale corrisponde una regolamentazione pontificia. Al riguardo la consiglio di prendere visione di una interessante comunità religiosa, che è la Fraternità Sacerdotale di San Vincenzo Ferrer, la quale, pur avendo il permesso di celebrare secondo il Vetus Ordo, accoglie il Concilio e vive in comunione col Somma Pontefice (https://blog.messainlatino.it/2026/07/dopo-le-consacrazioni-della-fsspx-la-fraternita-san-vincenzo-ferrer-chiede-a-leone-xiv-di-proteggere-i-fedeli-legati-alla-tradizione.html).
      Per quanto riguarda le nostre conoscenze dei giovani che sono interessati al vetus Ordo convengo con lei la limitatezza e relatività delle nostre conoscenze. Al riguardo comprendo la sua preoccupazione per quei giovani argentini che simpatizzano per il Vetus in polemica col Concilio e con il Papa.

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    7. Caro padre Giovanni,
      sì, sono d’accordo con Lei su quanto dice.
      Per quanto riguarda il link che mi indica, non posso non manifestarLe le mie riserve. Ho letto il testo.
      Con franchezza e onestà, non posso non diffidare di coloro che dicono di essere “fedeli legati alla tradizione”, o che dicono di “celebrare la liturgia tradizionale”. Quale tradizione? Quale liturgia tradizionale? Quella della Chiesa, del Papa e del Collegio Episcopale, o quale?... Le considero una mancanza di rispetto verso coloro che sì siamo legati alla Tradizione, come Lei ed io, e coloro che, come Lei ed io, celebriamo la liturgia tradizionale del Rito Romano. O forse il Novus Ordo Missae non è liturgia tradizionale?
      E non posso neppure accettare il modo in cui si esprime il comunicato dell’Istituto di san Vincenzo Ferrer, che ha espressioni come queste: parlano di “carenze di alcuni testi” del Concilio. A quali testi si riferiscono? Dottrinali o pastorali? Purtroppo non lo chiariscono. Parlano di “fedeltà intatta alle discipline liturgiche e alle pedagogie tradizionali”. Loro? E dicono di “sentirsi obbligati a certe forme liturgiche e disciplinari anteriori della tradizione latina”.
      Sono espressioni chiaramente indietristiche. Alle quali, certamente, bisogna avere una tolleranza pastorale. Ma non nota Lei l’arroganza con cui usano il termine “tradizionale”, che manipolano apertamente?

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    8. Caro Julio,
      dalla documentazione che le invio lei può vedere chiaramente che la Fraternità è approvata dalla Santa Sede ed è addirittura di diritto pontificio.
      La Messa, che hanno il permesso di celebrare, è quella del Vetus Ordo, secondo il rito domenicano.
      Per quanto riguarda la loro posizione nei confronti del Concilio, parlano per la precisione di “critica costruttiva del Concilio”. Tenga presente che lo stesso Benedetto XVI concesse ai lefevriani la facoltà di discutere circa la parte pastorale del Concilio.
      Ora, considerando che la Fraternità è stata approvata dalla Santa Sede, evidentemente questa critica non può riferirsi alle nuove dottrine del Concilio, perché questo sarebbe un atteggiamento ereticale.
      È chiaro che il Novus Ordo rappresenta la Liturgia tradizionale, naturalmente secondo la concezione più progredita che risulta dalla Sacrosanctum Concilium.
      Per quanto riguarda l’accusa di arroganza, non sono d’accordo, perché si tratta di cattolici normali in comunione con il Papa, per quanto di orientamento tradizionalista, ma di un tradizionalismo sano e utile alla vita della Chiesa.

      Da Google:
      “La Fraternité Saint-Vincent-Ferrier, il cui unico convento è a Chémeré-le-Roi a MayenneMayenne, è una comunità religiosa cattolica tradizionalista di ispirazione domenicana ma non affiliata all'Ordine dei predicatori.
      È vicino alla Santa Sede ed è diventato un istituto religioso di diritto pontificio nel 1988.”

      https://fr.wikipedia.org/wiki/Fraternit%C3%A9_Saint-Vincent-Ferrier

      “Traditionis Custodes”:COMUNICATO DEI SUPERIORI GENERALI DEGLI ISTITUTI ECCLESIA DEI
      https://pellegrininellaverita.com/2021/09/03/traditionis-custodescomunicato-dei-superiori-generali-degli-istituti-ecclesia-dei/

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    9. Caro padre Giovanni,
      la ringrazio molto per la documentazione che mi invia e per le sue osservazioni. Comprendo la distinzione che lei fa tra una “critica costruttiva” del Concilio e un atteggiamento ereticale. Tuttavia, mi sembra importante precisare alcuni punti.
      Anzitutto, concordo con lei che il Novus Ordo Missae rappresenta la liturgia tradizionale della Chiesa, in quanto espressione fedele e aggiornata della dottrina della Sacrosanctum Concilium. Proprio per questo considero problematico che certi istituti, pur essendo in comunione giuridica con la Santa Sede, si permettano di parlare di “carenze” nei testi conciliari (senza chiarire se tali carenze siano pastorali o dottrinali) o di “obblighi” verso forme liturgiche anteriori. Tali espressioni, anche se si presentano come “critica costruttiva”, rischiano di indebolire la piena ricezione del Concilio e di seminare confusione sulla continuità del Magistero, se non si fanno le dovute precisazioni affinché il lettore non colto le comprenda correttamente.
      Come lei giustamente ricorda, Benedetto XVI concesse ai lefebvriani la possibilità di discutere aspetti pastorali del Concilio. Ma quella concessione si dava in un contesto di dialogo con un gruppo in situazione irregolare (o, per dirlo chiaramente, un gruppo scismatico), non come modello per comunità pienamente riconosciute. A mio parere, una comunità che gode di approvazione pontificia dovrebbe evitare qualsiasi formulazione ambigua che possa essere interpretata come riserva dottrinale nei confronti del Concilio.
      A questo riguardo, non sono d’accordo con lei nel ritenere che si debba supporre che un istituto con approvazione pontificia sia sempre conforme alla dottrina. Infatti, esistono istituti di approvazione pontificia che sono stati sottoposti a visita apostolica dalla Sede Apostolica (come è il caso, per esempio, dei Francescani dell’Immacolata, e altri di pubblico dominio), e persino soppressi.
      D’altra parte, insisto che alle mie orecchie suona arrogante che un gruppo affermi di “celebrare la liturgia tradizionale”, soprattutto perché dovrebbe guardarsi dal fatto che le sue espressioni non suonino come lefebvriane. Le ricordo che le ambigue o direttamente equivoche espressioni “Messa tradizionale”, “liturgia tradizionale” o “Messa di sempre” sono nate dal vescovo Lefebvre e continuano ad essere usate dai lefebvriani e filolefebvriani per la loro azione proselitistica. Pertanto, mi sembra che l’uso del termine “tradizionale” applicato esclusivamente al Vetus Ordo sia equivoco. La vera Tradizione è quella della Chiesa intera, che comprende sia il Magistero precedente sia il Concilio Vaticano II e i suoi frutti liturgici. Ridurre la “tradizione” a forme anteriori al Concilio può dare l’impressione che il Novus Ordo non appartenga alla Tradizione, il che sarebbe un grave errore teologico. Questo aspetto gliel’ho già segnalato nel mio messaggio precedente, sul quale lei non mi dice nulla.
      In definitiva, credo che la questione non sia tanto l’approvazione giuridica di queste comunità, quanto il discernimento sul linguaggio e sulle categorie che esse impiegano. Se si parla di “critica costruttiva”, conviene chiarire che essa non può riguardare le nuove dottrine conciliari, ma, al massimo, aspetti prudenziali o disciplinari. Altrimenti, si corre il rischio di consolidare una visione parziale della Tradizione e di favorire una doppia identità liturgica nella Chiesa.

      La ringrazio nuovamente per la sua pazienza e per la sua disponibilità al dialogo.
      Con stima e gratitudine

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    10. Caro Julio,
      lei mi cita delle affermazioni che apparterebbero agli istituti di orientamento tradizionalistico approvati dalla Santa Sede, senza per questo essere lefevriani. Che in questi istituti ci siano delle tesi che hanno sapore di lefevrismo posso anche crederlo. Del resto se guardiamo nel campo modernista sappiamo bene come molti teologi, che insegnano addirittura nelle Facoltà pontificie, cadono in eresie palesi.
      A questo punto che cosa dire? Io nell’interpretare il pensiero altrui ho l’abitudine di interpretare, per quanto possibile, in senso buono, salvo che l’espressione sia chiaramente sbagliata.
      Per questo, considerando che si tratta di istituti approvati dalla Santa Sede, penso che anche le espressioni che lei mi cita in linea di massima possano ricevere una interpretazione favorevole.
      Con questo comprendo il suo disagio che è anche il mio, perché effettivamente non è facile esprimere un giudizio su queste posizioni che spesso possono essere interpretate o in senso buono o in senso cattivo.

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