Il problema serio non sono i lefevriani, ma è Rahner. Come risolvere le divisioni nella Chiesa? - Prima Parte (1/5)

 

Il problema serio non sono i lefevriani, ma è Rahner

Come risolvere le divisioni nella Chiesa?

Prima Parte (1/5)

 

La devasta il cinghiale del bosco

E se ne pasce l’animale selvatico

Sal 80,14

 

 Introduzione

L’incontro di Don Pagliarani col Card. Fernandez

 

I contatti recentemente intercorsi fra Don Pagliarani, Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X e il Card. Fernandez facevano sperare in una prosecuzione del dialogo, soprattutto perché stavano emergendo i motivi di fondo della separazione dei lefevriani dalla piena comunione con la Chiesa: il loro rifiuto di accettare le nuove dottrine del Concilio Vaticano II a causa di un falso concetto della Tradizione e una falsa interpretazione dei suoi decreti conciliari. Si aggiunge, come è noto, il loro rifiuto del novus ordo Missae, falsamente da loro accusato di aver falsato l’essenza della Messa in senso luterano.

Il dialogo si è interrotto perché i lefevriani non intendono correggere i loro errori e insistono nell’accusare di eresia il Magistero della Chiesa. Certamente i loro Vescovi sono Successori degli Apostoli, ma che senso ha il loro ministero esercitato senza la comunione col Papa? Il Vescovo per volontà di Cristo è costituito per governare una comunità locale, porzione di Chiesa e quindi di territorio, che è la diocesi.

I Vescovi hanno il compito di dividersi tra di loro il territorio. Ma che senso ha un Vescovo che si limita a guidare priorati e cappellanìe, come fosse semplicemente il superiore di un istituto religioso? E come fa un semplice prete come Don Pagliarani ad essere superiore di una Fraternita della quale fanno parte dei Vescovi? Non dovrebbe essere il Vescovo a guidare i preti? Come intendono i lefevriani la gerarchia ecclesiastica? Non è il Papa che guida i Vescovi e non è il Vescovo che guida i preti?

Spetta al Papa regolare la distribuzione territoriale dei Vescovi affinchè tutto il territorio sia coperto. I Vescovi sono mandati dal Papa per coprire il territorio e il Papa è il referente ultimo in terra dei Vescovi per l’unità e l’organizzazione territoriale della Chiesa. Può governare il Papa senza i vescovi e i Vescovi senza il Papa?

Una domanda simile potremmo rivolgerla agli Ortodossi, per quanto essi da molti secoli abbiano organizzato una Chiesa, la quale, carente per alcuni aspetti essenziali, riprende sotto altri aspetti, i tratti della Chiesa cattolica. Con loro la Chiesa cattolica, come sappiamo, pratica un dialogo ecumenico a partire dalla conclusione del Concilio.

A differenza degli Ortodossi che non riconoscono il primato del Romano Pontefice, i lefevriani lo riconoscono in teoria, ma non sappiamo con quanta sincerità, visto che al lato pratico respingono l’autorità dei Pontefici succedutisi a Pio XII.

Osservo inoltre - e questa è una cosa sulla quale occorre fermarsi – che i lefevriani certamente devono correggere i loro errori e la loro condotta verso il Papa. Ma non sarà che Roma, proprio al fine di sanare lo scisma, e dar testimonianza d’imparzialità e di giustizia, dovrebbe dedicare maggiore attenzione e maggiori energie  nel togliere un fattore più grave di divisione ecclesiale, nel risolvere un problema ben più grave, risolto il quale,  non dico che la questione lefevriana sarebbe del tutto risolta, ma si otterrebbe  moltissimo e quasi in modo decisivo per la sua soluzione e una pace nella Chiesa, che oggi è drammaticamente assente per l’esasperante conflitto fra passatisti e modernisti, che si trascina da sessant’anni.

E qual è questo problema? È il problema del rahnerismo, rahnerismo che si è acquistato nella Chiesa un prestigio che non merita, e che, senza che molti se ne accorgano, è la vera causa profonda degli attuali conflitti intraecclesiali, del calo delle vocazioni e della pratica dei sacramenti, della chiusura delle case religiose, della diffusione delle eresie, dell’assenza di conversioni al cattolicesimo, della protestantizzazione dei cattolici, dell’inerzia delle missioni, del calo della fede e della decadenza dei costumi.

La questione della scomunica

Benedetto XVI tolse la scomunica ai quattro Vescovi lefevriani. Ma ciò purtroppo non è servito ai lefevriani per correggere i loro errori. Così similmente la reciproca abolizione della scomunica fra San Paolo VI e il Patriarca Atenagora non ha avuto l’effetto di condurre gli Ortodossi al riconoscimento del Filioque e del primato del Romano Pontefice.

Ciò non impedisce la prosecuzione dei dialoghi ecumenici con gli ortodossi. Così l’auspicio che formulo è che possa proseguire il dialogo fra Roma e i lefevriani. Come gli ortodossi per ora non intendono riconoscere il primato giurisdizionale del Papa, così pure i lefevriani.

Sia ai Vescovi degli uni che ai Vescovi degli altri Roma ha tolto la scomunica. È stato un po’ strano che i Papi abbiano tolto la scomunica agli ortodossi ed abbiano scomunicato sia pur solo temporaneamente i lefevriani, quando gli uni e gli altri continuano ugualmente a respingere l’obbedienza al Papa.

D’altra parte, come ho detto, la scomunica ferendae sententiae è un provvedimento amministrativo a discrezione dell’autorità, indipendente dalla reale condizione dello scismatico o dell’eretico, che può legalmente essere scomunicabile senza essere scomunicato.

Dovere del buon cattolico è quello di guardarsi da coloro che di fatto non sono in comunione con la Chiesa e fingono di obbedire al Papa, siano o non siano giuridicamente scomunicati, salvo che non si tratti di lata sententia, sia che essi governino una diocesi, sia che amministrino i sacramenti o sia che insegnino in una Facoltà pontificia, apprezzando nel contempo i loro lati buoni.

Aggiungiamo che la vera e somma arte del buon pastore, quando esistono problemi che toccano l’unità della Chiesa o fedeli che rifiutano la comunione ecclesiale nell’obbedienza al Papa o pretendono di esser loro e non il Papa il principio dell’unità della Chiesa, non sta solamente nell’uso o non uso della scomunica, la quale tutto sommato non è altro che la registrazione giuridica di una mancanza di comunione ecclesiale visibile.

Infatti il Papa che scomunica un fedele ribelle non lo espelle propriamente dalla Chiesa, come la parola «scomunica» potrebbe far pensare. Il Papa ha potere sulla Chiesa terrena, non su quella celeste; per cui può tutt’al più espellerlo dalla comunione visibile, ma non dalla Chiesa come tale, corpo mistico di Cristo, dalla quale lo scismatico si può separare solo se lo vuole lui. 

L’irrogare o non irrogare una scomunica è un semplice atto giuridico disciplinare a discrezione del prelato, e sotto la sua responsabilità, con giudizio di foro esterno, indipendente dallo stato effettivo interiore del fedele, che è quello che conta davanti a Dio, fedele che di fatto può essere in comunione o non in comunione, tenendo presente che una scomunica può essere anche ingiusta e quindi nulla.

Così esistono fedeli che, o per le loro eresie o per la loro disobbedienza, di fatto non sono in comunione e a norma di stretto diritto potrebbero essere scomunicati. Ma un pastore prudente può in certi casi giudicare a sua discrezione per gravi motivi, che non conviene scomunicarli, sempre per il bene della Chiesa e degli stessi eretici o scismatici.

D’altra parte, esistono diversi gradi di appartenenza alla Chiesa e quindi di carenza di comunione ecclesiale. La condizione minima, al di sotto della quale uno è del tutto fuori della Chiesa è quella di quando manca totalmente la buona volontà, ossia di colui che non cerca Dio neppure implicitamente, secondo quanto l’insegna il Concilio in Lumen Gentium 16.

Ricordiamo inoltre la scomunica lata sententia, che è quella che colpisce lo scismatico o l’eretico non a seguito di un giudizio dell’autorità (scomunica ferendae sententiae), ma per il fatto stesso di commettere un certo atto, per esempio di negare una data verità di fede definita dalla Chiesa, nei canoni del Concilio di Trento, sanzionati dal famoso anathema sit. Ma anche in questo caso l’eretico o lo scismatico che conserva altre verità di fede non è totalmente escluso dalla Chiesa visibile e può essere l’interlocutore di un dialogo ecumenico o il destinatario di un richiamo paterno o di un appello alla conversione o l’oggetto della correzione fraterna.

Il vero significato del Concilio Vaticano II

La questione lefevriana è strettamente collegata al chiarimento di che cosa è stato il Concilio, di che cosa intendeva fare e come lo ha fatto. È vero che esso ha avuto lo scopo di proporre agli uomini d’oggi il Vangelo meglio conosciuto in un linguaggio attraente e ad essi comprensibile. Ma una cosa che raramente si mette in luce è il motivo per il quale i Padri del Concilio vollero iniziare ad elaborare i documenti partendo dalla liturgia. Pochi si domandano il perché di questa scelta, comprendendo solamente il quale invece si capisce che senso e che scopo ha avuto il Concilio[1].

I Padri hanno voluto dire che tutta l’opera dell’evangelizzazione e dell’approfondimento teologico della divina Rivelazione deve partire dalla Messa e deve condurre alla Messa, come pregustazione della vita eterna. Da qui noi vediamo come la comprensione dell’essenza della Messa e quindi del sacerdozio e quindi del valore espiativo e soddisfattorio del Sacrificio di Cristo siano presupposti essenziali per sapere che cosa ha fatto e che cosa ha voluto fare il Concilio. Da qui vediamo lo stretto rapporto col Concilio di Trento, il quale appunto ha definito il significato del Sacrificio di Cristo, del sacrificio della Messa e del sacerdote come di colui che offre il sacrificio.

Per questo motivo le prime dichiarazioni dottrinali del Concilio riguardano l’essenza della liturgia e quindi, date per scontate le dottrine del Concilio di Trento sul Sacrificio redentore di Cristo, sul sacerdozio di Cristo e quindi sul sacerdozio cattolico, nonchè sull’essenza del sacrificio eucaristico, il Concilio Vaticano II ribadisce tutte queste verità con le seguenti parole:

 

«La liturgia, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell’Eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina» (n.2).

 

«Giustamente perciò la liturgia è ritenuta come l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo: in essa, con segni sensibili, viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale» (n.7).

 

Il Concilio precisa poi che la liturgia contribuisce con altre azioni a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa. Si tratta, come è spiegato al n.9, dell’attività evangelizzatrice e dell’azione pastorale, la cui responsabilità, insieme con l’attività liturgica e l’amministrazione dei sacramenti, è propria del diacono, del sacerdote e del Vescovo, sotto la guida del Papa.

Certamente la Chiesa del Vaticano II ha adottato un approccio al dato rivelato e un metodo pastorale diversi rispetto al passato, nel confronto con i protestanti, che purtroppo continuano a deformare il significato del mistero della Redenzione, il valore dei sacramenti, del sacerdozio e della Messa.

Infatti, mentre il Concilio di Trento è stato preoccupato di correggere gli errori di Lutero ed ha riservato pochissimo spazio al riconoscimento dei punti validi della sua riforma, il Vaticano II, senza smentire affatto la condanna tridentina degli errori luterani e quindi presupponendola come scontata, ha voluto mettere in maggior luce i lati buoni della teologia di Lutero.

Da qui è sorta una concezione del sacrificio di Cristo che evidenzia maggiormente la finalità della misericordia e del perdono, una presentazione della Messa nella quale si mette in maggior luce il memoriale dell’Ultima Cena e quindi l’aspetto conviviale come profezia del banchetto escatologico, una concezione del sacerdote che accentua maggiormente il dovere della predicazione.

Il sacerdote offre a Dio il pane e il vino, ma per dar da mangiare il corpo del Signore e da bere il suo sangue. L’altare resta altare, ma diventa mensa. I fedeli hanno certo un rapporto personale con Cristo, ma al contempo comunitario e vissuto assieme. Tutti si pongono in adorazione, ma per ottenere in abbondanza i doni dello Spirito. Tutti pregustano la visione celeste, ma per ottenere nuova forza per proseguire il cammino e crescere nella carità.

Senonchè disgraziatamente al Concilio ci fu una piccola minoranza che non riuscì a capire queste riforme ed alla quale esse apparvero una pericolosa concessione ai protestanti, mentre dall’altra parte i rahneriani organizzarono con impressionante rapidità e dispiego di mezzi pubblicitari  una presentazione del messaggio conciliare come se esso accogliesse effettivamente le idee di Lutero smentendo i giudizi che su di lui aveva dato il Tridentino: una mossa abbominevole, propria dei modernisti, per i quali il dogma non è immutabile, ma evolve a seconda delle idee del tempo.

Come sappiamo bene, queste due correnti dei lefevriani e dei rahneriani si danno battaglia da sessant’anni e ancora a tutt’oggi non sono giunte ad un accordo, perché l’una e l’altra crede di rappresentare, contro il Magistero della Chiesa, la vera realtà della Chiesa: i rahneriani, la Chiesa moderna, i lefevriani, la Chiesa della Tradizione, senza capire, come lo ripetono i Papi da sessant’anni, che tradizione e progresso devono andare insieme e non devono escludersi reciprocamente.

Il fatto di costituirsi di un gruppo di fedeli come area o ambiente culturale all’interno della Chiesa, è di per sé cosa del tutto naturale, come avviene anche nella società civile. Il difetto di lefevriani e rahneriani è quello di intendere il cattolicesimo non in sintonia col modo di intenderlo del Catechismo della Chiesa Cattolica, ma del Catechismo di San Pio X o del Concilio di Trento per i lefevriani e del Catechismo olandese o dal Corso fondamentale sulla fede di Rahner per i rahneriani e i modernisti.

Lefevriani e rahneriani, per quanto in posizione antitetica siano le loro idee, non vivono la loro realtà sociale considerandosi superati dalla più vasta area della cattolicità sotto la guida del Papa, ma si sostituiscono al Papa nella funzione di guida della Chiesa e relegano il Papa a loro rappresentante nella guida della Chiesa, convinti di essere guidati direttamente da Cristo e dallo Spirito Santo, i modernisti dalla Scrittura, i lefevriani dalla Tradizione.

Ora, i Papi del postconcilio si sono adoperati intensamente per rimediare allo scisma dei lefevriani, ma hanno trovato grande difficoltà a risolvere il problema del rahnerismo sia per il potere che aveva acquistato nella Chiesa e sia per il fatto che, avendo effettivamente Rahner dato un contributo al Concilio, hanno temuto che una condanna dei suoi errori, peraltro non nuovi nella storia della teologia, potesse recar danno alla buona fama del Concilio.

Tuttavia la vera, grande questione di oggi non sono i lefevriani, una piccolissima minoranza peraltro non priva di alcune ragioni, ma sono i rahneriani che, senza negare i loro meriti, hanno però formato nella Chiesa una specie  di lobby, o di gruppo di potere,  che si sostituisce, in qualche modo, per il prestigio che si è acquistato, alla funzione pastorale che spetta ai Vescovi, i quali in molti casi tacciono o si limitano a prender atto delle imprese di questo gruppo.

Il fatto che i Vescovi non correggano o non sappiano correggere e confutare gli errori induce molti fedeli a credere che abbiano ragione i modernisti. E sta sorgendo un modello di Chiesa, simile alla comunità protestante, dove la guida intellettuale e morale non spetta ai Vescovi, ma ai teologi, agli esegeti e ai moralisti.

Il problema principale allora per la Chiesa di oggi è come sopprimere questi abusi di potere che scoraggiano e mettono in crisi la fede dei cattolici e come riprendere in mano con efficacia la sua autorevolezza presso i fedeli, così da mostrare ad essi e al mondo che solo al Papa per mandato di Cristo spetta la guida della Chiesa e non a qualunque gruppo privato, soprattutto poi se ha tendenze ereticali.

Il ritorno di modernismo, dopo il Concilio chiaramente dovuto a Rahner, fu avvertito subito nel 1966 dal Card. Ottaviani, allora pro-Prefetto della CDF, che scrisse una illuminata Lettera ai Vescovi[2] avvertendoli con puntuale precisione, degli errori modernisti che stavano tornando sotto pretesto della riforma conciliare, mentre, con un opportuno richiamo alla Tradizione, fugava le preoccupazioni di coloro  che avevano l’impressione che le dottrine del Concilio fossero in contrasto con la Tradizione.

La grande questione da affrontare

Il grande compito della Chiesa di oggi è pertanto quello di mantenere le proposte riformatrici valide della teologia rahneriana evidenziando nel contempo l’anima panteistica del rahnerismo, correggere gli errori salvando gli aspetti positivi, che sono entrati, grazie al suo contributo, nei documenti del Concilio e costituiscono effettivamente le direttive obbliganti per il progresso attuale della Chiesa. 

Come spiegare l’enorme successo di Rahner? Col fatto che egli sembra essere il miglior interprete e passa per essere il maggior ispiratore della riforma conciliare e che nella sua immensa produzione ci fornisce effettivamente molte valide proposte di rinnovamento ecclesiale, teologico, morale e spirituale.

La produzione rahneriana, nella sua prodigiosa imponenza, evidentemente appoggiata, propagandata e finanziata da un potente ambiente di teologi, Vescovi permissivi e compiacenti e di stampo modernista, non sgraditi al potere politico, agli ambienti dello gnosticismo e dell’esoterismo, al mondo protestante e alla massoneria, indipendente dal Magistero della Chiesa, anche se interno alla Chiesa, tocca quasi tutti i grandi temi della teologia, della dogmatica, della morale e della spiritualità cattoliche.

In ciò egli parla indubbiamente da buon cattolico. Tuttavia questo atteggiamento di rispetto per le verità di fede, per il Magistero della Chiesa, per le istituzioni ecclesiastiche, per la Scrittura, per la Tradizione e per il tomismo, se osserviamo con attenzione, è in molti casi solo apparente. Esso nasconde in realtà un quadro di fondo sostanzialmente ispirato ad una metafisica, una gnoseologia, un’antropologia e una cristologia viziate e falsate da una concezione hegeliana.

L’ecumenismo di Rahner per un verso ha prodotto buoni frutti, ma per un altro ammicca a Lutero e denigra i cattolici, sicchè sta succedendo che invece di essere i luterani ad avvicinarsi a Roma, sono i cattolici che diventano senza accorgersene luterani. Papa Francesco ha certamente incontrato simpatie presso i luterani, ma solo perché si è astenuto dal ricordar loro i loro errori. Certo non esiste più in loro quell’odio contro il Papato che aveva Lutero e ciò è già un buon segno; tuttavia la confusine che creano i modernisti non è certo fatta per convertire i protestanti

Fine Prima Parte (1/4)

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 13 marzo 2025 

 

Spetta al Papa regolare la distribuzione territoriale dei Vescovi affinchè tutto il territorio sia coperto. 

I Vescovi sono mandati dal Papa per coprire il territorio e il Papa è il referente ultimo in terra dei Vescovi per l’unità e l’organizzazione territoriale della Chiesa. 

Può governare il Papa senza i vescovi e i Vescovi senza il Papa?


 

[1] Una buona sintesi di che cosa è stato e che cosa ha voluto essere il Concilio e di che cosa è successo nell’immediato postconcilio è data dal breve resoconto del Card. Pietro Parente, illustre cristologo dei tempi del Concilio: La crisi della verità e il Concilio Vaticano II, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo1983.

[2] Il testo è rintracciabile nei Documenta inde a Concilio Vaticano secundo expleto edita (1966-1985), a cura della CDF, Libreria Editrice Vaticana, 1985, pp.8-10.

CDF - Lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali circa alcune sentenze ed errori insorgenti sull’interpretazione dei decreti del Concilio Vaticano II  - 1966: https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19660724_epistula_it.html

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