Mors et vita duello conflixere mirando
Cristo principe della pace
Domandate pace per Gerusalemme"
Sal 122,6
All’approssimarsi della Pasqua mi è caro rivolgere ai miei lettori i più cordiali auguri e offrire loro questa meditazione che vuol fermarsi un momento su di un versetto del famoso e meraviglioso inno pasquale Victimae paschali laudes.
La gioia della Pasqua è la gioia della vittoria della verità, della pace e dell’amore sul nemico: il peccato, l’odio, la morte, il demonio e il mondo. Cristo ha tanto amato il mondo fino a dare la vita per la sua salvezza, ma nel contempo ha vinto quel mondo che è sotto l’impero del demonio.
Per il cristiano la pace non è un dato di fatto, non è un valore che si acquisti solo con mezzi pacifici, benchè Cristo dichiari beati i pacifici e i pacificatori, ma è anche ardua conquista mediante un’aspra battaglia, anche una lotta con se stessi, ed è soprattutto dono di Dio, il dono messianico futuro della fine dei tempi.
Esiste una falsa pace, che è quella che dà il mondo, mentre Cristo ci dona la vera pace, che è la sua pace, pace con Dio, con se stessi, col prossimo e con la natura. Quando Egli dice di non esser venuto a portar pace, ma una spada (Mt 10,34), si riferisce alla necessità di sforzarsi, di combattere e soffrire, accettando opposizioni e offese in suo nome per conquistare la pace.
Quando invece CRISTO dice di non darci la falsa o apparente pace del mondo, sempre precaria, parziale e rimessa in discussione, ma la sua pace, che è la vera pace, quella totale, assoluta, eterna e definitiva, vuol dire che la pace, in fin dei conti, pienezza di tutti i beni messianici, è dono di Dio.
Il Cristo che è vissuto su questa terra è apparentemente uno sconfitto, è vissuto nella mitezza, nella pazienza e nella misericordia e tra le umiliazioni, ma per preparare il Cristo futuro, il Cristo risorto e alla deStra del Padre, il terribile Cavaliere apocalittico, «che combatte con giustizia» (Ap19,11), strumento dell’ira divina, vincitore della battaglia finale contro i nemici di Dio e liberatore e rivendicatore degli oppressi ed umiliati.
Il segreto dell’etica cristiana è saper risolvere l’apparente contraddizione fra l’amore per il nemico e la vittoria sul nemico. L’esercizio della misericordia non esclude ma implica la giustizia e il castigo, altrimenti si ha una falsa misericordia e una falsa giustizia. Quando un sovrano non pratica la giustizia, ne approfittano i prepotenti. Il medico pietoso incancrenisce la piaga. Del resto l’uso della forza non è necessariamente violenza, ma può essere giustizia fautrice di pace.
Il nemico che non si persuade con la ragione, dev’essere costretto con la forza. Certo il cristiano non è nemico di nessuno, ma ama tutti. Sono i malvagi ad essergli nemici, e costoro, se non vogliono convertirsi, non possono essere tenuti a freno se non con la forza. In questo senso non è sbagliato il motto romano, citato anche dalla Meloni, secondo cui si vis pacem, para bellum.
L’essere imbelle e codardo sottraendosi alla lotta e al sacrificio per il bene comune non è una virtù cristiana, come credeva Nietzsche. La prospettiva cristiana non è neppure quella origenista e massonica di una pace universale dove tutti andranno d’accordo con tutti, ma quella della vittoria della Gerusalemme celeste dei giusti sugli empi, cacciati nelle tenebre e della Chiesa trionfante, grazie al sangue di Cristo, sulle forze dell’inferno.
Cristo in Mt 25 ci fa capire chiaramente che il destino finale dell’umanità non è la salvezza di tutti e la pace universale, come sognava Origene, ma la separazione definitiva tra chi vuole la pace e chi non la vuole. Qualcuno oggi obbietta: ma non sarebbe stata maggior misericordia salvare tutti? Io rispondo: se tu ti senti più misericordioso di Dio, è affar tuo. Io non me la sento.
Occorre fin da adesso ingaggiare la lotta non solo contro le nostre cattive passioni, ma anche contro i nemici di Dio che sono anche nemici dell’uomo e della verità, della giustizia e della pace. Si tratta della lotta spirituale della quale parla S.Paolo al cap.VI della Lettera agli Efesini.
L’etica cristiana mette in luce anzitutto la guerra spirituale contro le potenze del male, ma non esclude a certe condizioni estreme l’uso moderato delle forze armate, quella che tradizionalmente si chiama «guerra», se non fosse che oggi si preferisce intendere per «guerra» un conflitto tra eserciti segnato dall’odio reciproco, e allora si capisce perché venga rifiutata la tradizionale distinzione fra guerra giusta e guerra ingiusta. Sarebbe infatti come parlare di un peccato giusto. Senonchè non è sempre detto che in un conflitto armato abbiano torto entrambi gli avversari, ma uno può aver ragione. E allora perché non dovrebbe difendersi con la forza? Se il nemico è soverchiante, certo occorre sopportare; ma se può essere vinto, perché non vincerlo e così liberarsi dal male che ci fa?
Davanti a un conflitto armato fra due Stati è troppo semplicistico dir loro: smettetela! Ma occorre avere la saggezza, la pazienza e la carità di esaminare con attenzione ed imparzialità i termini della questione o della controversia e riconoscere i torti e le ragioni di ambo le parti, mettendo in luce i valori comuni e capire dove sta il punto della discordia.
Il problema allora non è quello di disapprovare o abolire qualunque uso delle forze armate , come sembrano volere certi pacifisti. Il problema semmai è quello di trovare un altro termine - come per esempio «operazione militare» - per designare il conflitto tra le forze armate di due Stati.
Il comandamento divino «non uccidere» significa non uccidere l’innocente. Ma è proprio la volontà di proteggere la vita che comanda di eliminare le forze contrarie alla vita. È proprio l’amore per la pace che induce a fermare coloro che si oppongono alla pace. Oggi c’è chi è contro la pena di morte per gli assassini di adulti - e possiamo anche essere d’accordo -, salvo poi a legittimare l’uccisione dell’innocente nell’aborto. Non è, questa, ipocrisia?
Credere di poter risolvere le controversie internazionali solo con la diplomazia e la persuasione nell’attuale stato di natura decaduta è un’utopia pericolosa che finisce per favorire proprio quello scatenarsi della violenza che si vorrebbe evitare.
Un’efficace promozione della pace chiede sì l’uso del dialogo e di mezzi pacifici, ma vi sodno circostanze nelle quali i la giustizia e quindi la pace si ottengono con un uso moderato e ragionevole della forza militare. Certo oggi occorre fare una netta distinzione fra armi atomiche ed armi da fuoco. È chiaro che occorre assolutamente abolire le armi atomiche, ma vanno mantenute le armi da fuoco, sotto controllo delle Nazioni Unite, alle quali sole spetta il diritto e il dovere di disporre di una forza militare non-nucleare sovranazionale d’intervento locale nei singoli Stati, mentre agli Stati, comprese le grandi potenze, spetta il possesso di forze armate solo per la conservazione l’ordine interno di polizia. Dovrà essere proibita una guerra tra due o più Stati, perché la soluzione delle vertenze o controversie tra Stato e Stato dovrà essere demandata all’ONU, mediante l’uso, se è necessario, di un intervento militare.
Nei primi secoli del cristianesimo certi militari che si convertivano si sentivano in dovere di abbandonante il servizio militare. Ma ben presto la Chiesa ha capito che può esistere un uso giusto delle forze armate e per questo esistono oggi i cappellani militari e l’Ordinariato militare.
Per questo l’etica cristiana non rifugge dal riconoscere la legittimità di una forza militare al servizio del Paese, di un codice militare, del valore o della virtù militare, né rifugge dal far uso, anche per la condotta del militare, di categorie come quella di disciplina, di obbedienza, di eroismo, di coraggio, di dedizione o di sacrificio.
La promozione della pace richiede la volontà, come lo Spirito Santo vuole, di sopportare o di convertire o di vincere i nemici della pace. Il mondo - lo sappiamo bene e ce lo ripetiamo ogni giorno - si trova sull’orlo di un conflitto nucleare capace di distruggere l’umanità. Questo evento sembrerebbe annunciato da San Pietro (II Pt 3,10). Tuttavia tale previsione va collegata con le profezie di Cristo e dell’Apocalisse sulla fine del mondo e sulla Parusia di Cristo.
Di recente infatti il Papa ha evocato l’eventualità di una catastrofe nucleare e lo stesso Concilio Vaticano II ne accenna, ma senza pronunciarsi se ciò voglia significare la fine del mondo e la Parusia di Cristo. Già San Giovanni XXIII nel discorso inaugurale del Concilio si era mostrato scettico circa le supposte profezie che annunciavano come imminente la fine del mondo. Ma oggi che l’eventualità di una catastrofe atomica è più forte che sessant’anni fa, che dire?
Prepariamo la venuta del Principe della pace nell’esercizio della misericordia, delle opere della pace e della giustizia, nel perdono e nella richiesta di perdono, nella penitenza, nel coraggio, nella mitezza, nella fratellanza, nella tolleranza, nella speranza, nella pazienza ed unione con Cristo crocifisso e risorto, per risorgere con lui nella gloria e trionfare per sempre con Lui sui nemici di Dio e nemici nostri.
Alla
vittima pasquale,
s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
L’agnello
ha redento il suo gregge,
l’Innocente ha riconciliato
noi peccatori col Padre.
Morte
e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il
Signore della vita era morto;
ma ora, vivo, trionfa.
«Raccontaci,
Maria:
che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente,
la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni,
il sudario e le sue vesti.
Cristo,
mia speranza, è risorto
e vi precede in Galilea».
Sì,
ne siamo certi:
Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso,
portaci la tua salvezza.
Amen. Alleluia.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, Giovedì Santo, 2 aprile 2026
La gioia della Pasqua è la gioia della vittoria della verità, della pace e dell’amore sul nemico: il peccato, l’odio, la morte, il demonio e il mondo.
Quando CRISTO dice di non darci la falsa o apparente pace del mondo, sempre precaria, parziale e rimessa in discussione, ma la sua pace, che è la vera pace, quella totale, assoluta, eterna e definitiva, vuol dire che la pace, in fin dei conti, pienezza di tutti i beni messianici, è dono di Dio.
Immagine da Internet:
- Cristo risorto che abbraccia la Croce, Giovan Battista Tinti, (Parma), Galleria Nazionale

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