Trascurando il comandamento di Dio,
voi osservate la tradizione degli uomini
Parte Prima (1/3)
Mantenete le tradizioni che avete appreso (II Ts 2,14)
Il senso della polemica di Gesù sulla tradizione
Sappiamo come oggi nella Chiesa soprattutto a partire dall’immediato postconcilio un movimento di cattolici cosiddetti «tradizionalisti», i quali, presentandosi come difensori di quella che chiamano «Tradizione», pretendono di respingere le nuove dottrine del Concilio Vaticano II e arrivano ad accusare di eresia l’insegnamento dei Papi del postconcilio, in quanto esegeti del Concilio.
Questo fenomeno scismatico mostra chiaramente che la questione della natura e del valore della tradizione cattolica è una questione molto seria. Il problema non è tanto quello di ammettere la legittimità di una tradizione cristiana. Anche i luterani a loro modo l’ammettono. Il problema è quello di chiarire qual è il concetto giusto di Tradizione cattolica e quali sono i suoi contenuti, i suoi monumenti, la sua autorità, le sue fonti, le sue funzioni e le sue ragioni.
Il problema è quello di chiarire che rapporto c’è tra Rivelazione, Scrittura, Tradizione e Magistero della Chiesa. Le verità di fede, ossia i contenuti della Rivelazione sono tutti nella Scrittura o ce ne sono anche altri che sono oggetto della Tradizione? Bibbia e Tradizione si distinguono come lo scritto si distingue dal non scritto o dall’orale, oppure come si distinguono le due parti di un complesso di verità?
Il Magistero della Chiesa è necessario per conoscere la verità della Rivelazione o il semplice fedele può farne a meno o può criticarlo? Per essere buoni cristiani basta seguire la Scrittura? Oppure basta seguire il Magistero della Chiesa? Basta seguire la Tradizione? Il cristiano, per sapere che cosa ha insegnato Cristo, ossia per conoscere i contenuti della Rivelazione o le verità di fede, deve accogliere Scrittura e Tradizione nell’interpretazione della Chiesa oppure, attingendo direttamente alla Bibbia o alla Tradizione, valendosi magari di un esegeta, può giudicare o criticare in base ad esse gli insegnamenti della Chiesa? L’infallibilità nella conoscenza della Parola di Dio appartiene alla Chiesa o al singolo credente? Inoltre è anche quello di chiedersi se non si debba distinguere un tradizionalismo scismatico e dissolvitore da un tradizionalismo legittimo e costruttivo. Proviamo in questo articolo a dire una parola su questi argomenti.
Concetto generale di tradizione
Cominciamo con lo spiegare la parola. Tradizione, in generale, come dice la parola latina trans-dicere, dire-attraverso, o trans-do, tradere, dò-attraverso, e similmente il termine greco parà-dosis, donare in successione, trasmettere significa ad un tempo l’atto del trasmettere, tradere e ciò che è trasmesso, traditum.
L’atto della tradizione è il lasciare o passare in consegna ad una persona fidata e capace un deposito, un lascito, un patrimonio, un’eredità, una collezione di valori permanenti soprattutto dottrinali, culturali, pratici o morali, affinchè, ben custoditi, siano trasmessi integri ed intatti ai posteri e alle generazioni future per il loro bene e il loro progresso culturale, morale e spirituale.
Ciò che è trasmesso, il contenuto o deposito della tradizione può essere, come nel caso della tradizione cristiana, un insieme di valori che si suppongono incorruttibili o quanto meno duraturi o permanenti, non consumabili dal tempo e diversificati nello spazio, ma immutabili ed universali, sempre attuali, (dottrine o costumi), che, una volta scoperti, fondati, istituiti, stabiliti, iniziati o avviati, restando questo patrimonio lo stesso, viene conservato integro, consegnato, comunicato, trasmesso o passato dall’uno all’altro in successione temporale, affinchè, col compito di conoscere ed utilizzare sempre meglio quei valori, le generazioni future possano godere e fruire di quei valori come lo hanno fatto quelle passate.
Il patrimonio di una tradizione, data la sua preziosità, dev’essere conservato e custodito integro, intatto ed intero; senza nulla aggiungere, mutare o togliere e, se occorre, anche difeso e rivendicato. Gli oggetti che sono nella casa di Carducci a Bologna non possono essere aumentati, salvo nuove scoperte o nuovi donativi, né possono essere diminuiti, e vanno conservati così come sono.
Ora, questo patrimonio o deposito o collezione di dati o di valori (nozioni e leggi pratiche), sistematicamente ordinati in un corpo dottrinale, può essere semplicemente un insieme di valori umani, quindi non necessariamente universali, imperituri o immutabili, oppure può essere un insieme di verità divine rivelate.
Se questo patrimonio è una dottrina scientifica, filosofica o sapienziale può essere arricchito ed aumentato con il dedurre conseguenze da quanto esso contiene, può essere sempre meglio conosciuto, può essere corretto nei suoi errori, può essere fatto fruttare, ma non va diminuito né accresciuto né arricchito nei suoi contenuti, supposto che si tratti di qualcosa di compiuto, di essenziale e perenne. La tradizione platonica può essere spiegata, esplicitata, sviluppata, arricchita, ma non se ne devono diminuire i valori essenziali, né se ne possono aggiungere altri a quelli stabiliti da Platone.
La tradizione, sotto due punti di vista diversi, è ad un tempo stabile e permanente o addirittura immutabile, come nel caso della tradizione cristiana, ma è in certo modo mutabile. Non cambia il traditum. Muta necessariamente e obbligatoriamente nel tempo e nella storia e nello spazio il tradere, proprio per assicurare la fedeltà al traditum, perché, soprattutto quando si tratta di un patrimonio di grande valore dottrinale e morale, come nel caso della tradizione cristiana, il tradere muta nel senso che, con l’avanzare delle ricerche e il passar del tempo, grazie ad una migliore conoscenza del traditum, vengono scoperti aspetti nuovi, che fino ad allora erano rimasti nascosti o solo impliciti. Ciò obbliga a mutare non certo gli oggetti ma il modo di farli conoscere.
Inoltre un’unica tradizione, come quella cristiana, col diffondersi del cristianesimo nel mondo, viene a diversificarsi nel suo modo di esprimersi in una pluralità di forme particolari, che assumono i valori propri delle regioni dove la comune tradizione si diffonde. È questo il fenomeno della cosiddetta inculturazione.
In questo senso si può dire che la tradizione cristiana di oggi non è più quella di ieri, non perchè sia mutato il senso del traditum, ma perché è mutato il modo del tradere, proprio al fine di esprimere meglio ciò che si è trovato nel traditum. Se il modo col quale la Chiesa presenta oggi il traditum fosse in contrasto con quello dei secoli passati, vorrebbe dire che la Chiesa ha tradito la Tradizione e non è più fedele a Cristo, una cosa evidentemente impossibile o se pensassimo una cosa del genere, vorrebbe dire che in noi è venuta meno la fede cattolica, anche se continuiamo a chiamarci cattolici. Ridicolo ed empio poi sarebbe, se noi, nell’idea di conoscere il traditum meglio della Chiesa, avanzassimo la pretesa di correggere la Chiesa e riportarla alla fedeltà al traditum.
Oggetto della tradizione cristiana
Oggetto della tradizione in generale sono anche contenuti di tipo religioso, morale o teologico. In tal modo tutte le culture e le religioni hanno le loro tradizioni. Così il popolo o comunità d’Israele (Qahal Israel), sotto la guida di Mosè, è depositario, grazie alla Sacra Scrittura, della Rivelazione che Dio ha fatto di Se stesso e della sua Legge a questo popolo, ma attraverso Israele, anche per tutta l’umanità.
Cristo, come afferma Egli stesso, non è venuto a smentire questa tradizione, ma a completarne i contenuti, fino a portarla a pienezza con l’annuncio del Vangelo, benchè con la sua venuta alcune pratiche o leggi positive ebraiche abbiano perduto ragion d’essere in quanto erano solo prefigurative o preparatorie della sua venuta.
Con la venuta di Cristo e la fondazione della Chiesa, la Tradizione veterotestamentaria si è quindi arricchita ed esplicitata con la fondazione apostolica della Tradizione neotestamentaria cristiana, registrata negli scritti del Nuovo Testamento, registrazione scritta della Rivelazione fatta da Cristo, Rivelazione i cui contenuti cominciarono ad essere oggetto, oltre che degli scritti neotestamentari, anche della Tradizione apostolica, continuata e spiegata a voce e per iscritto dagli insegnamenti dei Papi e dei Concili, nonché dei Vescovi a lui uniti nella comunione ecclesiale, fino ad oggi.
Nel corso dei secoli il patrimonio della Rivelazione consegnato a voce da Cristo alla predicazione apostolica ed ecclesiale è stato dalla Chiesa in parte messo per iscritto negli scritti del Nuovo Testamento e in parte è divenuto oggetto della Tradizione scritta ed orale della Chiesa, venendo successivamente esplicitato, chiarito, ordinato, precisato, dogmatizzato, sistematizzato e interpretato sotto la supervisione dei Papi e dei Concili, dalla grandiosa opera dei Santi Padri, dei Santi Dottori della Chiesa e infine dai teologi fino ai nostri giorni.
Se la parola tradizione significa ad un tempo il tradere e il traditum, la tradizione cristiana come traditum è la raccolta, collezione o patrimonio delle verità di fede o verità rivelate e, come tradere, è l’atto stesso col quale il credente trasmette o consegna ai catecumeni o ai posteri questo patrimonio o questa collezione di verità, detto «simbolo della fede» a colui che è disposto a credervi e a metterlo in pratica nella sua vita.
Questa raccolta di proposizioni o verità di fede costituisce la sintesi di tutte le principali verità che sono l’oggetto della fede cristiana. Questa raccolta sintetica e riassuntiva si chiama «simbolo della fede». La parola «simbolo» è molto significativa. Essa viene dal greco syn-ballo, metto assieme, faccio corrispondere o concordare, unisco, sintetizzo.
La parola implica l’unione, la comunione, il consenso, l’accordo e la concordia di tutti attorno a una medesima comprovata, precisa, immutabile e certissima raccolta di verità divine rivelate. Al termine della proclamazione del Credo nella Messa il popolo risponde con la parola «amen», che in ebraico è come dire: confermo, dò il mio assenso, acconsento, concordo, va bene così, questo è vero.
Il simbolo originariamente, all’epoca romana, è un contrassegno, un segno di riconoscimento, una tessera, diremmo noi. Successivamente, in clima ecclesiale, esso acquista il senso di raccolta o collezione breve, sistematica, completa ed ordinata delle principali verità di fede: Dio creatore, l’Incarnazione, la Trinità e la Chiesa.
Con successiva traslazione di significato - e raggiungiamo il significato odierno - il simbolo è qualcosa di artificiale, convenzionale ed intuitivo che rappresenta o rimanda a qualcos’altro di importante, significato dal simbolo, per esempio, il tricolore è il simbolo dell’Italia.
Il simbolo della fede è quello che comunemente il cattolico chiama Credo o Professione di fede, che viene proclamato dal popolo e dal sacerdote celebrante nelle Messe domenicali. Il numero degli articoli del Credo è aumentato nel corso dei secoli non perché aumentino le verità di fede, ma perché vengono meglio conosciute, per cui, anche per evitare equivoci o fraintendimenti, la Chiesa opera nuove precisazioni o distinzioni concettuali, che fanno capire meglio, in modo inequivocabile, il vero significato delle verità rivelate sia della Tradizione che della Scrittura.
Nel corso della storia della Chiesa ci sono sempre state o sono sorte, dottrine, credenze, usi o comportamenti comunemente accolti o accreditati presso teologi, pastori e fedeli, cose che sembravano tratte dalla Scrittura o dalla Tradizione, ma che la Chiesa non aveva confermato. Se però tali credenze si rivelavano ben fondate, la Chiesa le conferma con la sua infallibile autorità, tanto da poter farle assurgere al livello di dogmi definiti.
Congar[1] descrive con accuratezza e la sua solita enorme erudizione l’antica cerimonia liturgica della cosiddetta redditio symboli relativa alla celebrazione del Battesimo degli adulti, un rito solenne, nel quale e per il quale il catecumeno, ormai terminata la sua iniziazione o istruzione mistagogica ovvero catechetica circa i misteri della fede, s’impegnava solennemente ad accoglierli e a viverli con assoluta fedeltà per tutta la vita, davanti al sacerdote e alla comunità riunita nella Domenica di Passione precedente la Pasqua.
Vera e falsa tradizione divina
Gesù non rimprovera i farisei di seguire una tradizione, ma di seguire una tradizione sbagliata, ossia una tradizione semplicemente umana, inventata da loro per interessi economici e di prestigio, un raccogliticcio o imparaticcio di usi e idee arbitrari, magari presi da superstizioni pagane, incapace di capire ed accettare la vera tradizione divina, che già era espressa nell’Antico Testamento. Quello che Gesù chiama «comandamento di Dio» non è altro che il vero dato tradizionale rivelato nella Scrittura.
Da ciò noi comprendiamo come lo zelo per la tradizione divina possa essere frainteso e non essere illuminato e che possa far cadere in quello che con tono di biasimo chiamiamo conservatorismo, tradizionalismo, passatismo o indietrismo. Di ciò la Chiesa rimprovera i lefevriani, esortandoli a correggere il loro concetto di tradizione, accogliendo le sane novità che sono emerse dalla riforma conciliare[2]. In occasione del recente incontro del Card. Fernandez con Don Pagliarani, Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, credo possa essere di qualche utilità offrire ai lettori alcune considerazioni su questo tema non facile di fede cattolica.
Vedremo però più avanti come possa esistere legittimamente una speciale propensione per la Tradizione e per i costumi cattolici tradizionali, che nulla ha di riprovevole, ma che può costituire un valido contributo alla vita ecclesiale, a patto che non fuoriesca dalla sana dottrina e dalla comunione col Romano Pontefice.
Dalle parole di Nostro Signore che ho citato nel titolo di questo articolo, vediamo come può esistere un modo solo umano, un modo insincero e retrivo di considerare la Sacra Tradizione, associato a un’irragionevole opposizione alle sane novità, un modo che in quanto tale non è adeguato a comprenderla, perché per poter capire veramente i contenuti della Tradizione, bisogna accettare l’interpretazione e la spiegazione che ne dà il Magistero della Chiesa. I dati della Tradizione, infatti, sono verità di fede, sono contenuti della divina Rivelazione che sono ufficialmente e infallibilmente interpretati dalla dottrina della Chiesa e dal Magistero dei Papi[3].
I dati della Tradizione, quindi, non possono essere, senza la mediazione del Magistero vivo e attuale della Chiesa, come credono i lefevriani, delle verità divine accessibili immediatamente come punti di riferimento o criteri di giudizio alla luce dei quali sia possibile o lecito al semplice fedele giudicare o respingere come falsi gli insegnamenti dottrinali dei Papi o dei Concili ecumenici.
Certo, il dato rivelato in se stesso, cioè la parola di Cristo, sta al di sopra del Magistero, che quindi è solo interprete e mediatore del significato di questa parola. Tuttavia il semplice fedele o anche un singolo Vescovo o un’assemblea di Vescovi, non possono presumere di conoscere il dato tradizionale meglio del Magistero così da poter eventualmente rimproverare il Magistero di aver abbandonato o falsato il dato della Tradizione.
Questo è stato l’errore di Mons. Marcel Lefebvre. Fu una cosa strana perché evidentemente, benchè Vescovo, volle farsi paladino della Sacra Tradizione a suo dire tradita dal Concilio Vaticano II, mostrando con ciò stesso di non avere un’idea giusta della Sacra Tradizione nel suo rapporto col Magistero della Chiesa nel mutare dei tempi.
L’errore di Lefebvre assomiglia a quello di Michele Cerulario, che provocò lo scisma d’Occidente col rifiutare l’inserzione fatta dalla Chiesa del Filioque nel Credo accusando Roma di aver aggiunto nel sec. VIII successivamente al Concilio di Toledo III (Denz.470), col Credo Niceno-Costantinopolitano, qualcosa al contenuto della Rivelazione già sufficientemente espresso nel Credo Niceno, ovvero nel Simbolo degli Apostoli.
Cerulario non capì che il Filioque non era in opposizione alla Tradizione, ma una sua lecita esplicitazione. Del resto, o il Filioque era già stato definito, come ho detto, al Concilio Toletano III del 589 (Denz.470)[4]. In tal modo, come gli Ortodossi con la loro disobbedienza al Papa nel 1054 sono rimasti fermi a quella fase dell’esplicitazione della Tradizione che corrispondeva a quella data, così i lefevriani, ribellandosi a San Giovanni XXIII e alle dottrine del Concilio, sono rimasti fermi a quella fase dello sviluppo della Tradizione che corrisponde al termine del pontificato di Pio XII. A questo punto possiamo in qualche modo comprendere il gesto di Alessandro Gnocchi, il quale, lasciando i lefevriani, è passato addirittura all’Ortodossia.
Tradizione divina e tradizione umana
Sembra paradossale, ma occorre dire che Mons. Lefebvre, nonostante il suo zelo religioso, mostrò in fin di conti di relativizzare quella Tradizione che nel suo pensiero considerava assoluta. Egli infatti, per non aver percepito l’aspetto evolutivo della Tradizione divina, proprio facendo appello alla sua divinità, rimase privo della vera percezione di quell’aspetto e, contro le sue buone intenzioni, finì per desacralizzare la Tradizione con l’abbassarla, avrebbe detto Cristo, a «tradizione di uomini». Probabilmente senza volere e tuttavia oggettivamente introdusse la sua visione personale errata della Tradizione in quella che è la vera concezione cattolica della Tradizione. Per questo i suoi seguaci sono giustamente chiamati «lefevriani», benchè essi credano di essere più che mai cattolici, forse più del Papa.
Infatti nella Chiesa ci sono degli aspetti umani della Tradizione, in liturgia come in tutte le altre forme di vita cristiana, che prima o poi fanno il loro tempo, per cui, se ci attacchiamo a quelle forme e ne facciamo degli assoluti, diventano quelle «tradizioni di uomini», con le quali se la prende Gesù.
Chi infatti si ferma come a modello assoluto ad una fase storica superata della Tradizione indicataci dalla Chiesa - come quella, per intenderci, preconciliare, come fece Lefebvre - mostra in buona sostanza oggettivamente, anche se al di là delle sue intenzioni, di restare attaccato non ad un passato ancora vivo, ma ad un passato ormai morto. Infatti, il dato tradizionale vincolante non è quello che la Chiesa ci presentava ieri, ma quello che ci presenta oggi. E chi non sa comprendere questa identità nel divenire, non sa qual è veramente la Sacra Tradizione.
Ciò non toglie che sia la Chiesa stessa in certi tempi a rallentare lo slancio verso il nuovo o a impigrirsi in tradizioni superate. La Chiesa di Pio XII aveva bisogno di assumere quanto di valido esisteva nella modernità e il Concilio ha soddisfatto a questo bisogno[5]. Il marasma[6] che nella Chiesa è sorto dopo il Concilio è dato dal fatto che l’ammodernamento promosso dal Concilio è stato guastato da un impressionante rigurgito di modernismo, più fascinoso e seducente di quello dei tempi di San Pio X, un modernismo di tale astuzia, che è riuscito con le sue arti diaboliche a penetrare ed ottenere credito proprio laddove esso dovrebbe essere smascherato e confutato. Mi riferisco agli stessi organismi direttivi centrali della Chiesa, come l’Episcopato e le istituzioni scolastiche ed educative, culturali ed accademiche.
Questo successo dei modernisti era già stato in qualche modo preconizzato e previsto da Ernesto Buonaiuti, modernista dei tempi di San PioX, il quale ebbe a incitare i modernisti in questi termini: «noi dobbiamo persuadere Roma stessa della bontà delle nostre idee». Naturalmente non sono riusciti a persuadere il Papa, ma lo hanno isolato dai suoi collaboratori. Il caso più eclatante di questa trama diabolica sono state le dimissioni di Benedetto XVI, che si è trovato in una tale impotenza, da non sentirsi più in grado di governare la Chiesa.
Ciò che è stato in special modo corrotto da questo movimento nefasto è stata la formazione sacerdotale e quella teologica. I Papi si sono trovati privati del potere di rimediare a questa situazione per aver perduto la collaborazione di coloro stessi, che avrebbero dovuto aiutarli nell’opera della vera applicazione del Concilio, nonché nella correzione e purificazione dei costumi corrotti dai modernisti. Stando così le cose, è quindi in qualche modo comprensibile la reazione dei lefevriani.
Il loro difetto è stato quello di non capire il valore della riforma conciliare, di non capire che il vero rimedio al modernismo è proprio il Concilio, con quell’aver saputo sottrarre ai modernisti le loro stesse armi, accogliendo quanto di valido c’era nelle loro istanze, col dare ad esse la giusta soddisfazione senza acconsentire a quella falsa proposta da loro.
Tuttavia è accaduto che i modernisti, per nulla convinti da questa operazione della Chiesa nei loro confronti, hanno ostinatamente insistito nel loro programma, in modo tale che il dramma di oggi è da una parte il trovarci soggetti all’arroganza modernista - quella che Benedetto XVI chiamava «dittatura del relativismo» e Papa Francesco «il dominio del pensiero unico». Ci troviamo da una parte oppressi da un falso progresso che in realtà è modernismo e dall’altra di un richiamo alla tradizione, che, come quello dei lefevriani, in realtà è un passo indietro nel cammino da fare per raggiungere la meta.
Auguriamo ai lefevriani di ripetere l’esperienza di San Paolo, quando si accorse che la Tradizione inaugurata da Cristo, ossia la predicazione apostolica del Vangelo non era affatto in contrasto con quella che egli chiama la «tradizione dei padri», ma ne era il compimento. Possano i lefevriani capire un giorno che è la stessa saldezza dell’attaccamento alla Tradizione, è la fedeltà all’immutabile Tradizione, che obbligano a fare un passo avanti, quando, come è avvento col Concilio, la Tradizione stessa per autorità della Chiesa, ci manifesta un aspetto nuovo, più profondo e più illuminante della divina Rivelazione.
Fine Prima Parte (1/3)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 24 febbraio 2026
[1] La Tradizione e le tradizioni, Edizioni Paoline, Roma, 1965, 26-43.
[2] Un esempio delle idee dei lefevriani lo abbiamo nel libro dello stesso Mons. Lefebvre, Vi ho trasmesso quello che ho ricevuto. Tradizione perenne e futuro della Chiesa, Sugarco Edizioni, Milano 2010; vedi anche Alessandro Gnocchi-Mario Palmaro, Rapporto sulla Tradizione. A colloquio col successore di n Mons. Lefebvre, Edizioni Cantagalli, Siena 2010.
[3] Non solo nelle rarissime occasioni nelle quali il Papa definisce solennemente un nuovo dogma, ma tutte le volte che si riunisce un Concilio ecumenico o che un Papa insegna come Successore di Pietro («ex cathedra Petri») a tutta la Chiesa in materia di fede o di morale, anche se non intende definire. Ma ciò non vuol dire che ciò che dice non sia definitivo e irreformabile. È vero e sempre resterà vero. Vedi la Nota dottrinale illustrativa della CDF alla Lettera apostolica Ad tuendam fidem di S.Giovanni Paolo II del 18 maggio 1998. Il sottrarsi all’adesione alle dottrine del Concilio come fanno i lefevriani col pretesto che nel Concilio non ci sono definizioni dogmatiche è un vano espediente per rifiutare il Concilio. Non è affatto vero che il Concilio è solo pastorale, ma, come ha detto Benedetto XVI proprio ai lefevriani, esso è anche dottrinale. Basterebbe il fatto che ci sono due «Costituzioni dogmatiche», mentre S.Paolo VI ha detto che è stato un Concilio che ha trattato della natura della Chiesa. Ora è evidente che la dottrina della Chiesa tocca anche l’ecclesiologia.
[4] Del resto sappiamo come la Chiesa dispensa per un motivo prudenziale i cattolici di rito orientale dal citare il Filioque nel Credo. L’errore degli Ortodossi è il credere che il Filioque sia eretico. Per questo motivo essi tuttora rifiutano di assoggettarsi al Papa perché lo ritengono eretico. Il fatto, quindi, che S.Paolo VI e Atenagora abbiano tolto le rispettive scomuniche, non significa che Costantinopoli accolga il primato del Romano Pontefice. Di fatto i cattolici nei Paesi dove l’Ortodossia è religione di Stato, come in Russia, sono tuttora soggetti a discriminazione. Per questo c’è da pensare che l’attuale ostilità della Russia nei confronti dell’Ucraina abbia tra le sue cause non secondarie l’odio per il cattolicesimo. Come è noto gli ortodossi ucraini filorussi hanno approvato l’invasione russa interpretandola come affermazione dell’Ortodossia contro il corrotto cattolicesimo occidentale.
[5] Durante il pontificato di Pio XII sorse il movimento della cosiddetta «théologie nouvelle», che, similmente ai modernisti dei tempi di San Pio X, riconoscevano la necessità di un progresso, ma si lasciava influenzare dal protestantesimo e dall’idealismo. Pio XII giustamente intervenne con l’enciclica Humani Generis, ma non se la sentì di convocare un Concilio. Questo coraggio lo ebbe San Giovanni XXIII. D’altra parte neppure agli stessi riformatori, come per esempio de Lubac, Congar e Maritain venne in mente di chiedere al Papa che convocasse un Concilio. In quegli anni Rahner progettava un cattolicesimo di stampo addirittura hegeliano col suo libro Uditori della parola e sorprende come Pio XII abbia sottovalutato il pericolo. Egli aveva molta stima dei Gesuiti, ma i Gesuiti tedeschi probabilmente hanno approfittato della sua fiducia per nascondergli quanto stava accadendo. È interessante come il rahneriano Lehmann, poi Cardinale, membro della mafia di San Gallo, osservi compiaciuto come Rahner riuscì a nascondersi agli occhi di Pio XII.
[6] Molti studiosi di alto livello in questi sessant’anni hanno analizzato i danni fatti da una falsa applicazione del Concilio di stampo modernista, come per esempio Von Hildebrand, Maritain, Guitton, Daniélou, Von Balthasar, Fabro, i Cardd. Parente, Siri e Biffi.

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