Il problema serio non sono i lefevriani, ma è Rahner
Come risolvere le divisioni nella Chiesa?
Terza Parte (3/5)
L’episodio doloroso dell’«Humanae vitae»
L’inaspettato ritorno di modernismo si ebbe già dall’immediato postconcilio con l’amara sorpresa che questa volta non erano più soltanto i teologi, come ai tempi di San Pio X, ma addirittura certi Vescovi ad esserne infetti. Si tratta del famoso episodio del Catechismo olandese del 1966, che fu approvato dalla Conferenza episcopale olandese, e che San Paolo VI dovette far correggere da una commissione di Cardinali per il fatto che conteneva numerose eresie.
Similmente l’Episcopato tedesco il 22 settembre 1967 pubblicò una Lettera pastorale nella quale affermava che gli insegnamenti pontifici perennemente veri e quindi non rivedibili o irreformabili, che non possono essere sbagliati, sono solo quelli che hanno per materia nuovi dogmi, ossia verità di fede solennemente definita come tale[1].
Negavano quindi che potessero essere inerranti e irreformabili anche quegli insegnamenti che hanno per materia verità di ragione, negate le quali, viene negata una verità di fede. Di recente questi gradi di autorità, secondo i quali del resto i Papi hanno sempre insegnato, sono stati oggetto di una speciale codificazione da San Giovanni Paolo nella Lettera apostolica Ad tuendam fidem del 1998[2], che ho più volte commentata in questi ultimi anni.
Viceversa San Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae pubblicata nel 1968, in pieno periodo burrascoso della cosiddetta «contestazione», rivendica questa autorità del Magistero della Chiesa anche in materia di etica naturale in quanto essa è necessariamente connessa col dato rivelato. Se la Chiesa si sbagliasse nell’interpretare i contenuti dell’etica naturale, ne risulterebbe che si può sbagliare anche nel campo dell’etica cristiana, cosa che per il cattolico è inammissibile. Dice il Papa:
«Nessun fedele vorrà negare che al Magistero della Chiesa spetti di interpretare anche la legge naturale. È infatti incontestabile, come hanno più volte dichiarato i nostri predecessori, che Gesù Cristo, comunicando a Pietro e agli Apostoli la sua divina autorità ed inviandoli ad insegnare a tutte le genti i suoi comandamenti, li costituiva custodi ed interpreti autentici di tutta la legge morale, non solo cioè della legge evangelica, ma anche di quella naturale, essa pure espressione della volontà di Dio, l’adempimento fedele della quale è parimenti necessario alla salvezza» (n.5).
Si può mai pensare che gli Apostoli e quindi i loro successori sotto la guida di Pietro siano in questa materia fallibili? Si sbagliano nell’indicarci le vie del Vangelo?
Ma ecco che, a seguito della pubblicazione dell’enciclica, Rahner osa accusare il Papa di sbagliarsi negando la sua competenza nel campo della legge naturale, facendo eco all’errore dei Vescovi tedeschi ed aggiungendo di suo un concetto della legge naturale non come dato oggettivo voluto da Dio nel creare la natura umana, ma come legge stabilita dall’uomo, al quale in forza della sua natura sarebbe sua facoltà lecito «manipolare la natura»[3], così come si maneggia la pasta per fare il pane, una natura le cui finalità non sono presupposte all’agire dell’uomo e regola di tale agire, ma sta all’uomo stesso determinarla in forza della sua libertà.
Rahner compie questo atto di ribellione al Papa perché si sente appoggiato dai Vescovi tedeschi, i quali evidentemente sono stati sedotti da Rahner, che appare quindi un nuovo Lutero che sconvolge la Germania. Ma la reazione negativa nei confronti del Papa non fu solo dei tedeschi: altri Episcopati, sebbene non con la sfrontatezza dei tedeschi, lasciarono intendere di non essere in disaccordo con loro.
Cosa fece il Papa? In altri tempi Rahner sarebbe stato scomunicato. Ma questa volta il Papa si trova ad aver contro addirittura alcuni Episcopati che appoggiavano Rahner. Il Papa non se la sentì di censurare i Vescovi; continuò però ad affermare la suddetta competenza della Chiesa, che è un dato certo dell’apologetica, della tradizione e della stessa dottrina della Chiesa, così come in questa congiura deve avere avuto parte il mondo protestante e probabilmente la stessa massoneria. Ho a suo tempo mostrato, insieme col Padre Paolo Siano, studioso della massoneria, l’affinità del pensiero rahneriano con quello massonico[4].
Il Papa, non sentendosi in grado di prendere provvedimenti disciplinari, sopportò il terribile affronto e l’offesa fatta a Cristo nel suo Vicario, soffrendo sulla croce. Per questo la santità di Paolo VI non è stata quella di un Cristo trionfante, ma di un Cristo crocifisso. In ogni caso il Magistero di Paolo VI contiene di fatto molte cose contro Rahner, anche se egli non viene mai nominato. Ma anche questo silenzio su di un teologo dalla vastissima produzione è cosa molto significativa.
Successivamente a Paolo VI Ratzinger si era reso conto della gravissima situazione, per cui pubblicando nel 1982 Die grundlehre der katholische Theologie[5], I princìpi della teologia teologica, pronunciò questa gravissima accusa[6]:
«Rahner ha un concetto di libertà che conviene solo a Dio».
L’uomo, per Rahner è libertà. Come potrebbe riconoscere ed obbedire ad una legge morale naturale fissa ed immutabile impostagli da un Dio trascendente mediante un essere umano come il Papa? Siamo in pieno luteranesimo, anzi in pieno panteismo hegeliano.
La scandalosa ribellione all’Humanae vitae aprì una falla nell’edificio dell’etica sessuale, la quale nei decenni seguenti avrebbe provocato il crollo totale dell’etica sessuale, come ai nostri giorni, nei quali si sono diffusi vizi morali, che erano biasimati dagli stessi antichi pagani.
A San Paolo VI successe, come è noto, Giovanni Paolo I, del quale ricordiamo la misteriosa improvvisa morte dopo appena un mese di pontificato, mentre si apprestava a fare un severo richiamo ai Gesuiti, che di lì a poche settimane avrebbero avuto la loro XXXIII Congregazione. Egli era ben consapevole di come la Compagnia avesse ceduto agli errori di Rahner.
Come narra il Gesuita Malachi Martin[7], il Papa era orientato a sciogliere la Compagnia a causa della presenza in essa del rahnerismo. Il Gesuita Antonio Caruso[8], che fu collaboratore di Giovanni Paolo II in Segreteria di Stato, narra che la XXXIII Congregazione della Compagnia, che si tenne subito dopo la morte di Papa Luciani purtroppo non prese le dovute misure per evitare il rahnerismo. Solo la morte impedì a Papa Luciani di attuare il suo progetto. San Giovanni Paolo II - racconta sempre Martin - appena eletto Papa, aveva egli pure in animo la stessa cosa, se non fosse stato distolto dal Segretario di Stato Card. Casaroli.
Quanto a San Giovanni Paolo II, sappiamo con quanta energia abbia sostenuto l’assolutezza dei valori morali e in special modo abbia difeso la dottrina dell’Humanae vitae e l’assoluta obbedienza che si deve alla legge morale[9], che stabilisce ciò che è «intrinsecamente» bene e male per l’uomo, benchè l’uomo indubbiamente abbia un ampio spazio di libertà nella scelta dell’applicazione personale ed originale della legge[10] e facoltà di soprassedere in certi casi in nome dell’epichia[11].
San Giovanni Paolo II sostenne certamente il tomismo, come lo dimostrò nell’enciclica Fides et Ratio e nella lettera personale su Maritain che egli scrisse a Giuseppe Lazzati, Rettore dell’Università cattolica di Milano, in occasione di un convegno su Maritain nel 1982[12].
Prima di esser Papa, Wojtyla era stato discepolo di Roman Ingarden, un filosofo husserliano e tuttavia si addottorò in teologia all’Angelicum di Roma nel 1948 sotto la direzione del Garrigou-Lagrange. Wojtyla interpretò la fenomenologia husserliana non come sostituzione idealistica del realismo tomista, ma come esperienza o intuizione dell’apparire dell’essere alla coscienza, preparatoria e introduttiva alla intellezione dell’essere esterno alla coscienza, quindi posto da Dio e non dalla coscienza, come credeva Husserl.
Un’operazione di questo genere la fece Edith Stein, essa pure discepola di Husserl, ma successivamente passata al tomismo. Wojtyla seppe cogliere il concetto dell’intenzionalità comune al realismo e all’idealismo husserliano, ma nel contempo assunse il senso tomista di quel concetto, così da salvare il realismo della distinzione fra pensiero (intenzione) ed essere (la realtà), laddove l’idealista confonde l’uno con l’altro.
San Giovanni Paolo II pubblicò altresì con l’aiuto di Ratzinger contro il rahnerismo due poderose encicliche, la Veritatis Splendor, per affermare l’assolutezza e la fondazione teologica dei valori morali, contro il relativismo morale di Rahner, e la Fides et Ratio, per mostrare l’armonia tra fede e ragione, contro il fideismo, il razionalismo, lo scientismo, il fenomenismo, l’idealismo e a favore della validità del realismo, riproponendo San Tommaso.
Nel frattempo Ratzinger, come Prefetto della CDF, per tutto il corso del pontificato di Giovanni Paolo II, pubblicò numerosi interventi contro i rahneriani. La stessa teologia della liberazione, come aveva dimostrato Johann Baptist Metz, si poteva ricavare dall’etica sociale di Rahner, così come lo stesso Marx fondò il suo materialismo sull’idealismo hegeliano.
Il caso Severino[13]
Un confronto imprudente con la filosofia moderna può condurre non solo a un falso cristianesimo, ma anche alla perdita totale della fede. È ciò che capitò al noto filosofo Emanuele Severino, già docente dell’Università Cattolica di Milano, esonerato dall’insegnamento nel 1970 a seguito di una censura della CDF per essersi talmente lasciato influenzare dal monismo panteistico parmenideo, da finire col cadere nell’ateismo e con l’accusare il cristianesimo di nichilismo.
In tutto il pontificato di San Paolo VI è questo l’intervento disciplinare in campo dottrinale più importante e coraggioso con citazione dell’autore, intervento che dimostra i pericoli che si danno nell’accostare la filosofia moderna proveniente da Parmenide nella linea Cartesio-Kant-Hegel, senza far uso di un criterio tomista di valutazione. Anche il caso Severino va dunque catalogato come uno degli aspetti del rinato modernismo postconciliare. Il caso Severino è simile a quello di Rahner: entrambi si basano sull’idealismo tedesco in quanto corrompono l’autentico pensiero cristiano.
La differenza è data dal fatto che mentre il panteismo severiniano è di stampo eternalista (l’essere è necessario, eterno e immutabile), quello di Rahner è di forma storicista (l’essere è divenire, temporalità, storia e mutamento), provenendo da Hegel. Inoltre mentre Severino diventò un chiaro nemico del cristianesimo, Rahner riuscì a conservare la fede cristiana.
Tanto Severino quanto Hegel identificano l’essere col divenire, con la differenza che mentre Hegel dà il primato al divenire sull’essere, Severino dà il primato all’essere sul divenire. Per entrambi il divenire è contradditorio, con la differenza che mentre per Hegel il contradditorio prevale sull’identico secondo il famoso schema dialettico dell’identità dell’essere col non-essere, per Severino invece il contradditorio è l’apparire dell’essere.
Vicenda simile a quella di Severino è stata quella di Gustavo Bontadini[14], egli pure docente alla Cattolica, il quale, egli pure attratto dal parmenidismo e dall’idealismo gentiliano, ma, come cattolico, attento anche a San Tommaso, pensò di poter trovare un fondamento idealista al realismo tomista: un progetto tipicamente modernista, giacchè è alla luce di San Tommaso che bisogna vagliare l’idealismo e non viceversa. In ogni caso Bontadini è rimasto cattolico, ma, come Rahner, propone un progresso del pensiero cattolico non nella linea del Concilio Vaticano II, ma di orientamento modernista.
Ratzinger e Rahner
Interessante è stato il rapporto di Rahner con Ratzinger. Inizialmente amici e collaboratori durante i lavori del Concilio, terminato il Concilio sorse la famosa rivista Concilium, che si presentava come intenzionata a promuovere la riforma conciliare, ma in realtà ispirata al modernismo rahneriano, che ormai si manifestava apertamente dopo che nel corso dei lavori conciliari Rahner lo aveva tenuto nascosto, per cui aveva potuto godere della stima di molti, anche nemici del modernismo.
Ratzinger in un primo tempo si unì ai fondatori della rivista, ma presto, accortosi dell’orientamento che stava prendendo il periodico, se ne discostò e fondò assieme a Von Balthasar la rivista Communio. Ratzinger, accortosi del retroterra hegeliano della teologia di Rahner, gli mosse una critica severissima accusandolo, come abbiamo già visto, di panteismo[15].
A quel punto Ratzinger entrò nella stima di San Giovanni Paolo II, che, fattolo Cardinale, lo promosse Prefetto della CDF. Ciò gli consentì di censurare diversi rahneriani. Ma questi se la legarono al dito, organizzarono una campagna denigratoria nei suoi confronti per tutto il corso del suo pontificato, fino a causarne le dimissioni per opera della mafia di San Gallo capeggiata dai rahneriani Cardd. Martini e Lehmann[16], i quali orchestrarono l’elezione di Papa Francesco sperando che raccomandasse Rahner, ma ebbero una cocente delusione quando Papa Francesco, nel 2024, presentò invece San Tommaso come modello di teologo.
Per quale motivo la mafia di San Gallo promosse il pontificato di Francesco? Probabilmente perchè sperò di strumentalizzarlo approfittando della sua scarsa attitudine alla teologia che, a loro avviso, avrebbe consentito il diffondersi delle idee di Rahner, ed inoltre nella speranza che avrebbe acconsentito al diffondersi di un rahnerismo popolare fatto di buonismo, dialogismo, misericordismo, lassismo morale, indifferentismo religioso, scarso senso liturgico, manìa del progresso, antipatia per la tradizione, relativismo e storicismo dogmatico, svalutazione dell’autorità pontificia, abbattimento della gerarchia, populismo ecclesiale, secolarizzazione della Chiesa, culto della diversità.
Invece Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato, grazie al carisma petrino, dette prova di non essere così sprovveduto come i martiniani credevano: fin dalla sua prima enciclica, l’Evangelii gaudium[17], mise ben in chiaro che egli era per il realismo contro l’idealismo, sebbene qualche sua frase abbia potuto essere accostata al rahnerismo e la Civiltà cattolica si sia vanamente sforzata di presentarlo come filorahneriano.
Del resto Papa Francesco ha dato prova di essere benissimo all’altezza del suo ufficio anche dal punto di vista dottrinale con alcuni atti importantissimi, come la condanna dello gnosticismo[18], del pelagianesimo, del nichilismo, gli insegnamenti sul demonio, e l’accordo cristiano-islamico di Abu-Dhabi e la rinnovata raccomandazione della dottrina di San Tommaso nel 2024. Inoltre, anche i suoi insegnamenti in campo ecologico e sociale posseggono a tutto diritto il carattere dottrinale che impegna l’inerranza del Magistero pontificio.
Gravissima opposizione rahneriana venne a Papa Benedetto in occasione del suo progetto di parlare all’Università di Roma, progetto che, come è noto, fu bloccato da un gruppo di docenti capeggiati dal prof. Marcello Cini, il quale, nella motivazione del rifiuto, usò delle parole che probabilmente provengono dalla massoneria, ma che riflettono a puntino la concezione rahneriana immanentista, di ispirazione hegeliana, estrema conseguenza del luteranesimo.
Egli accusa il Papa di
«aver tentato di espropriare la sfera del sacro “immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano, da parte di un’istituzione che rivendica l’esclusività della mediazione tra l’umano e il divino».
Queste false asserzioni avrebbero meritato dal Papa una puntuale confutazione, che avrebbe messo in luce l’ispirazione rahneriana di quella dichiarazione. Dispiace che il Papa non l’abbia fatto, forse per non provocare i potenti rahneriani. Ma purtroppo le delicatezze non servirono ad attenuare l’ostilità dei rahneriani, finchè essa non ebbe soddisfazione allorchè mise il Pontefice nelle condizioni di non sentirsi più in grado di governare. Né ho notizia che qualche teologo cattolico di rilievo abbia preso le difese del Papa.
L’opposizione modernista a Benedetto XVI venne soprattutto dai seguaci del Card. Martini, il quale, pochi mesi prima della morte, ancora regnante Benedetto, ebbe la sfrontatezza di scrivere sul Corriere della Sera che la Chiesa non è mai stata così bene come oggi, che abbiamo grandi teologi come Rahner, mentre «la Chiesa di Benedetto XVI è rimasta indietro di due secoli».
San Giovanni Paolo II, trovò invece un valido collaboratore in Ratzinger nella lotta al modernismo. A fianco di Ratzinger scrisse le due poderose encicliche Fides et Ratio e Veritatis Splendor. Ratzinger gli fu a fianco nella preparazione del Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992. Testimone di questa grande fiducia del santo Pontefice in Ratzinger è una sua lettera personale dell’8 aprile 1988 al Cardinale, con la quale lo incita o incoraggia nella difficile e coraggiosa opera di purificazione intellettuale della Chiesa. Ecco le parole del Santo Pontefice:
«In questo periodo liturgico, in cui abbiamo rivissuto, nelle celebrazioni della Settimana santa, gli eventi pasquali, acquistano per noi una peculiare attualità le parole con le quali Cristo Signore ha dato agli Apostoli la promessa della venuta dello Spirito Santo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità ... che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 16-17. 26).
La Chiesa in tutti i tempi è stata guidata dalla fede in queste parole del suo Maestro e Signore, nella certezza che grazie all'aiuto e all'assistenza dello Spirito Santo rimarrà per sempre nella Verità divina conservando la successione apostolica mediante il Collegio dei Vescovi unito con il suo Capo Successore di san Pietro.
La Chiesa ha manifestato tale convinzione di fede anche nell'ultimo Concilio, che si è riunito per riconfermare e rafforzare la dottrina della Chiesa ereditata dalla Tradizione esistente già da quasi venti secoli, come realtà vivente che progredisce, in rapporto ai problemi e ai bisogni di ogni tempo, facendo più profonda la comprensione di quanto già contenuto nella fede trasmessa una volta per sempre (Cf. Gd 3). Nutriamo la profonda convinzione che lo Spirito di verità, «che dice alla Chiesa» (Cf. Ap 2, 7. 11. 17 e altri), ha parlato, in modo particolarmente solenne ed autorevole mediante il Concilio Vaticano II, preparando la Chiesa ad entrare nel terzo millennio dopo Cristo. Dato che l'opera del Concilio nel suo insieme costituisce una riconferma della stessa verità vissuta dalla Chiesa sin dall'inizio, essa è, nello stesso tempo, «rinnovamento» della stessa verità (un «aggiornamento» secondo la nota espressione di Papa Giovanni XXIII), per avvicinare sia il modo di insegnare la fede e la morale, sia anche l'intera attività apostolica e pastorale della Chiesa, alla grande famiglia umana nel mondo contemporaneo. Ed è noto quanto questo «mondo» sia diversificato e perfino diviso.
Mediante il servizio dottrinale e pastorale dell'intero Collegio dei Vescovi in unione con il Papa, la Chiesa assume i compiti riguardanti l'attuazione di tutto ciò che è diventato eredità specifica del Vaticano II. Questa sollecitudine collegiale trova la sua espressione, tra l'altro, nelle riunioni del Sinodo dei Vescovi. Un particolare ricordo merita in questo contesto l'Assemblea straordinaria del Sinodo del 1985, svolta in occasione del 20° anniversario della conclusione del Concilio, la quale ha messo in rilievo i compiti più importanti collegati con l'attuazione del Vaticano II, constatando che l'insegnamento di tale Concilio rimane la via sulla quale la Chiesa deve camminare per l'avvenire affidando i suoi sforzi allo Spirito di verità. In riferimento poi a tali sforzi assumono particolare rilevanza i doveri della Santa Sede in favore della Chiesa universale, sia mediante il «ministerium petrinum» del Vescovo di Roma, come anche mediante gli organismi della Curia romana, dei quali Egli si avvale per l'attuazione del Suo ministero universale. Tra questi la Congregazione per la Dottrina delle Fede guidata da Lei, Signor Cardinale, ha una importanza particolarmente rilevante.
Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l'insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio.
Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.
La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo» , si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell'opera del Vaticano II. Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l'altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l'«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa.
Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico (Cf. Lumen gentium, 25).
La posizione, che assumono le persone, i gruppi o gli ambienti collegati con l'una o l'altra tendenza, può essere comprensibile in una certa misura, particolarmente dopo un avvenimento così importante quale è stato nella storia della Chiesa l'ultimo Concilio. Se da una parte esso ha sprigionato una aspirazione al rinnovamento (e in questo è contenuto anche un elemento di «novità»), dall'altra, alcuni abusi sulla via di quest'aspirazione, in quanto dimenticano gli essenziali valori della dottrina cattolica sulla fede e sulla morale e in altri campi della vita ecclesiale, per esempio in quello liturgico, possono e perfino devono suscitare una giusta obiezione.
Tuttavia se a causa di tali eccessi si rifiuta ogni sano «rinnovamento» conforme all'insegnamento e allo spirito del Concilio, allora un tale atteggiamento può portare ad un'altra deviazione che è anch'essa in contrasto con il principio della viva Tradizione della Chiesa obbediente allo Spirito di verità.
I doveri che, in questa situazione concreta, si pongono alla Sede Apostolica richiedono una particolare perspicacia, prudenza e lungimiranza. La necessità, di distinguere ciò che autenticamente «edifica» la Chiesa, da ciò che la distrugge, diventa in questo periodo un particolare bisogno del nostro servizio nei riguardi dell'intera comunità dei credenti.
La Congregazione per la Dottrina della Fede ha nell'ambito di questo ministero un'importanza chiave, come stanno a dimostrarlo i documenti che in questa materia di fede e di morale ha pubblicato il vostro Dicastero negli ultimi anni. Fra i temi di cui ha dovuto occuparsi la Congregazione per la Dottrina della Fede negli ultimi tempi figurano anche i problemi collegati alla «Fraternité di Pio X», fondata e guidata dall'Arcivescovo M. Lefebvre.
Vostra Eminenza sa benissimo quanti sforzi abbia compiuto la Sede Apostolica sin dall'inizio dell'esistenza della «Fraternité», per assicurare l'unità ecclesiale in relazione all'attività di questa. L'ultimo di tali sforzi è stata la visita canonica fatta dal Cardinale E. Gagnon. Ella, Signor Cardinale, si occupa di questo caso in modo particolare, così come se ne è occupato il suo Predecessore di venerata memoria il Cardinale F. Šeper.
Tutto ciò che fa la Sede Apostolica, che è in continuo contatto con i Vescovi e le Conferenze episcopali interessate, mira allo stesso scopo: che si compiano anche in questo caso le parole dette dal Signore nella preghiera sacerdotale per l'unità di tutti i suoi discepoli e seguaci. Tutti i Vescovi della Chiesa cattolica, in quanto per mandato divino solleciti dell'unita della Chiesa universale, sono tenuti a collaborare con la Sede Apostolica al bene di tutto il Corpo mistico che è pure il Corpo delle Chiese» (Cfr. Lumen Gentium, 23).
Per tutto ciò, vorrei confermarLe, Signor Cardinale, la mia volontà affinché tali sforzi proseguano: non cessiamo di sperare che – sotto la protezione della Madre della Chiesa – portino il loro frutto per la gloria di Dio e la salvezza degli uomini. In caritate fraterna»[20].
È vero che i rahneriani con i vari Grillo, Bruni, Mancuso, Faggin, Sanna, Neufeld, Sequeri, Forte, Kasper ed altri sembrano a tutt’oggi non demordere. Difficilmente però troveranno comprensione nell’agostiniano Papa Leone, successore del grande Leone XIII, promotore della rinascita tomista del sec. XIX.
Fine Terza Parte (3/5)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 14-18 marzo 2026
Immagine da Internet:
[1] Questo intervento infausto dei Vescovi tedeschi sembra potersi collegare con la famosa Nota Previa del Segretario del Concilio del 16 novembre 1964, Mons. Pericle Felici, il quale notificò che «conformemente al costume dei Concili e alla finalità pastorale del presente Concilio, questo santo sinodo definisce come vincolante la Chiesa solo ciò che in materia di fede e di costumi, esso avrà esplicitamente dichiarato tale». Da notare che qui ci si riferisce all’insegnamento pastorale, non a quello dottrinale. Nella pastorale la Chiesa può sbagliarsi - da qui la necessità delle riforme -, ma non nella dottrina, quale che sia il grado di autorità. Quindi non vale appellarsi a questa Nota per respingere come errate le dottrine nuove del Concilio. In materia di fede e di costumi la Chiesa non può sbagliare. D’altra parte il «vincolo» del quale la Nota parla si riferisce solo al primo grado di autorità - il dogma definito oggetto di fede divina e cattolica -, ma non a quello relativo ai gradi inferiori. Indubbiamente questa Nota non brilla per chiarezza e si presta a credere che la Chiesa in fatto di dottrina della fede possa sbagliare. A qualunque grado, se la Chiesa insegna in materia di fede, non sbaglia. II lefevriani e i modernisti strumentalizzano le parole di Mons. Felici per rifiutare le dottrine nuove del Concilio col pretesto che esse non contengono nuovi dogmi definiti.
[2] https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_1998_professio-fidei_it.html
[3] Insieme con B. Häring Riflessioni sull’enciclica «Humanae vitae», Edizioni Paoline 1968, p.12.
[4] Vedi il suo articolo Karl Rahner «massonico»? Il pensiero di Karl Rahner e la cultura massonica messi a confronto, in Fides catholica, 2,2007, pp.315-360.
[5] Trad. Francese: Les principes de la théologie catholique, Téqui, Paris 1982,
[6]Ibid., p.188.
[7] Vedi I Gesuiti, Edizioni Sugarco, Milano 1988, pp.37-38.
[8] Vedi Tra grandezze e squallori, Edizioni Vivere in, Monopoli (BA),2008, pp.200-204.
[9] Papa Wojtyla, prima dell’elezione al soglio pontificio, fu docente di teologia morale. Egli ci ha lasciato un prezioso libro, Persona ed atto, dove mostra come l’universalità, obbligatorietà ed immutabilità della legge morale si congiunge con l’atto morale concreto della singola persona nel variare delle situazioni ed esigenze storiche. Consultare gli studi di Rocco Buttiglione sul pensiero del Papa. Anche il Card. Caffarra è stato un ottimo interprete del pensiero morale di San Giovanni Paolo II.
[10] Qui ha spazio quella che oggi vien chiamata «creatività», espressione che però può dar luogo all’equivoco, perché l’agire morale non va confuso con l’operare artistico. Ci fideremmo di un medico creativo o di un ingegnere creativo? Così allo stesso modo la morale non è un’arte ma una scienza, che detta le regole dell’agire, mancando dalle quali si produce il fallimento e l’infelicità.
[11] Detta altrimenti equità, ne ha parlato anche Papa Francesco. Si tratta di una superiore forma di giustizia già nota ad Aristotele, per la quale, quando un valore superiore è messo in difficoltà da uno inferiore, questi deve cedere il passo al superiore, secondo l’antico motto ubi maior, minor cessat. Non si tratta di un’eccezione alla legge, lecita nel caso della legge positiva, ma di una sospensione dell’esecuzione di una legge. Infatti alla legge naturale o si obbedisce o la si sospende, ma non è ma lecito disobbedirle.
[13] Edi la critica che fa Fabro in L’alienazione dell’Occidente, Edizioni Quadrivium, Genova 1981.
[14] Per un ritratto della personalità filosofica di Bontadini, vedi: Leonardo Messinese, Il filosofo e la fede. Il cristianesimo «moderno» di Gustavo Bontadini, Edizioni Vita e Pensiero, Milano 2022.
[15] In Les principes de la théologie catholique, Téqui, Paris 1982, p.188.
[16] Vedi lo studio su questo conturbante fenomeno fatto da Julia Meloni, in La mafia di San Gallo. Un gruppo riformista segreto all’interno della Chiesa, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2023.
[17] Ho commentato il realismo bergogliano nel mio articolo La dipendenza dell’idea dalla realtà nell’Evangelii gaudium dui papa Francesco, in PATH,2014/2, pp.287-316.
[18] Che cosa sono l’idealismo, il modernismo e il rahnerismo se non gnosticismo?
[19] Giovanni Paolo II, 8 Aprile 1988

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