Trascurando il comandamento di Dio,
voi osservate la tradizione degli uomini
Parte Seconda (2/3)
La Sacra Tradizione[1]
Quella che la Chiesa cattolica chiama «Sacra Tradizione» è una dottrina divina, rivelata, che contiene verità uscite dalla bocca di Cristo, che Egli chiama le sue «parole» o la sua «dottrina», verità sovrarazionali e soprannaturali, attinenti al mistero di Dio e al suo piano di salvezza dell’uomo, verità che non sono sperimentabili, comprensibili e dimostrabili dalla semplice ragione, come avviene nelle tradizioni umane storiche, scientifiche, filosofiche o morali.
Essa è chiamata anche Tradizione Apostolica, perchè è la dottrina divina da Lui rivelata, che Cristo ha affidato agli Apostoli da custodire, interpretare, spiegare, predicare a tutto il mondo fino alla fine del mondo. Di questa dottrina le verità principali gli Apostoli hanno pensato subito di farle trasmettere per iscritto per mezzo degli Evangelisti e per mezzo di San Paolo e di San Giuda.
Molto presto sono sorti i Padri Apostolici. che col primo Papa San Pietro e i suoi Successori fino ad oggi ci hanno comunicato il tesoro della Tradizione insieme col Nuovo Testamento, altro contenitore divino del dato rivelato, che si aggiunge e completa l’Antico Testamento e supera le tradizioni veterotestamentarie ebraiche.
Oltre alla dottrina biblica, anche la dottrina contenuta nella Tradizione può essere sempre meglio indagata, esplicitata, interpretata e conosciuta, spiegata, interpretata e sviluppata, come insegna il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum (n.8), ma non certo mutata, perfezionata o corretta, data la sua assoluta perfezione e completezza divine. Non può essere né mutata, né accresciuta, né arricchita, nè perfezionata, né integrata, né aumentata. Non solo non c’è nulla da togliere, ma neanche nulla da aggiungere. Che cosa si può togliere, cambiare o aggiungere alla parola di Dio?
Anche la redazione della Scrittura è dovuta in parte alla messa per iscritto di precedenti tradizioni. Essa trasmette dei dati di fede tradizionali. L’agiografo ha in più occasioni utilizzato del materiale tradizionale. La redazione del racconto della creazione dell’uomo, ci dicono gli esegeti, è dovuta alla messa per iscritto di tre diverse tradizioni.
Nella storia della Chiesa nascono, evolvono e si estinguono o muoiono tradizioni liturgiche, linguistiche, comportamentali, dottrinali, letterarie, legate all’evoluzione delle idee, delle opinioni, delle leggi positive, delle consuetudini, dei costumi, della mentalità, delle scienze e delle arti.
Sono queste le tradizioni ecclesiastiche, da distinguere accuratamente dalla Sacra Tradizione. È qui che Lutero ha fatto confusione, confondendo la Sacra Tradizione, Parola di Dio, con queste tradizioni magari approvate o tollerate dalla Chiesa, ma in fondo solo umane mutevoli e caduche e a volte non prive di difetti ed errori umani. Tali tradizioni, finchè sono vive, utili e all’altezza dei tempi, possono anche ricevere un’approvazione ecclesiastica, ma mai quella che fa riferimento alla vera e propria Parola di Dio. Sono tradizioni di questo tipo, elevate all’assoluto, quelle dei farisei rimproverati da Cristo. I lefevriani purtroppo soffrono di questa mentalità farisaica, per la quale non riescono a vedere l’immutabile Tradizione al fondo delle forme o formulazioni nuove che la Chiesa decreta per andare incontro alle necessità dei tempi esplicitandone le virtualità.
La conservazione della Sacra Tradizione presenta una difficoltà che non è presente nelle semplici tradizioni umane. Tale difficoltà è data dal fatto che, mentre le tradizioni umane sono sufficientemente mantenute in essere dalla semplice diligenza od operosità umana, né d’altra parte si pretende in questo lavoro l’infallibilità, la conservazione, la custodia e la trasmissione del deposito rivelato, il funzionamento, insomma, della tradizione divina, non può essere assicurato dalle semplici forze umane, affette come sono da quella fallibilità che tutti conosciamo e richiedono una cura di tale perfezione, che non può essere garantita senza uno speciale conforto della grazia. Da qui appare evidente che la conservazione di una tradizione così sublime e sovraumana non può essere che l’effetto di una speciale assistenza divina, che sostiene i custodi, depositari e trasmettitori di tale tradizione.
L’origine della Rivelazione
I dati della divina Rivelazione si trovano indubbiamente nella Scrittura e nella Tradizione. Ma queste non sono due fonti della rivelazione se non per la loro derivazione da un’unica sorgente, che sono le labbra stesse del nostro divin Salvatore. La fonte unica originaria è quella parola che Gesù non ha mai messo per iscritto e che non ha neppur mai ordinato - che si sappia - di mettere per iscritto[2], ma semplicemente di predicare.
Per spiegare questo comportamento di Cristo, osserviamo e ricordiamo che la potenza comunicativa della parola è superiore a quella dello scritto. La parola esce dal parlante in modo più diretto ed espressivo che lo scritto. La parola è espressione immediata dello spirito del parlante. Lo scritto è una cosa materiale fatta di segni grafici, certo espressivi di concetti. Ma siamo sempre sicuri di capire le intenzioni dell’Autore? E invece nel dialogo con l’Autore è sempre possibile interloquire e ottenere spiegazioni di ciò che intende dire o chiarimenti su ciò che ha detto. Gli possiamo rivolgere delle domande. A un libro non possiamo rivolgere delle domande. Uno scritto certo possiamo indagarlo e chiederci che cosa vuol dire. Ma la risposta è solo sotto la nostra responsabilità. Invece se abbiamo l’Autore davanti, può egli stesso dirci che cosa intendeva dire.
Certo, dalla Scrittura e dalla Tradizione noi traiamo il dato rivelato. Ma resta sempre il fatto che il metodo migliore per sapere che cosa ha inteso dire Cristo, è quello di interrogare il Magistero della Chiesa, costituito da uomini viventi, contattabili, successori di quella cerchia di discepoli - gli Apostoli - che lo conobbe personalmente e con Lui visse, mandati e autorizzati da Cristo stesso ad essere annunciatori ed interpreti del suo Vangelo.
Distinzione fra Sacra Scrittura e Tradizione
Sacra Scrittura e Tradizione ci trasmettono entrambe i contenuti della Rivelazione dividendoseli tra di loro: in parte essi si trovano nella Scrittura e parte sono nella Tradizione. Limitarsi a dire, pertanto, come fa il CCC che si tratta di «modi di trasmettere la stessa Parola di Dio» (n.81) non chiarisce abbastanza la distinzione a suo tempo fatta dal Concilio di Trento e dal Vaticano II, e parlare solo di scritto e di orale non basta, perché, come ho già detto, anche la Sacra Tradizione è stata in passato messa per iscritto, mentre resta quella che oggi è annunciata a viva voce dal Magistero della Chiesa.
Infatti i Concili di Trento e il Vaticano II fanno capire che la totalità delle verità di fede è data solo dalla somma di quelli contenuti nella Bibbia con quelli che si trovano nella Tradizione, altrimenti, se, come credono i luterani, tutti i contenuti di fede sono già nella sola Bibbia, quei Concili non avrebbero fatto un richiamo alla Tradizione.
Se l’hanno fatto non è solo per ricordarci che esiste anche una Tradizione orale, che non è altro che la predicazione e la trasmissione della Parola. Questo, al limite, lo riconosceva anche Lutero, al quale appunto stava sommamente a cuore la predicazione della Parola. Se quei due Concili hanno fatto un richiamo alla Tradizione, lo hanno fatto per rimproverare i luterani di trascurare quelle verità di fede che sono contenute solo nella Tradizione, per dirci che la Bibbia non contiene tutte le verità di fede, ma ce ne sono anche nella Tradizione. E infatti, guarda caso, le eresie di Lutero comportano proprio la negazione di quelle verità che si trovano nella Tradizione.
La distinzione tra Scrittura e Tradizione non è quindi sufficientemente fondata se ci limitiamo a dire che la Scrittura è il dato rivelato messo per iscritto e la Tradizione è il dato rivelato predicato oralmente, perché esiste, come ho detto, anche una parte di Tradizione che la Chiesa ha esplicitato, messa per iscritto e addirittura dogmatizzata, come per esempio il canone dei libri della Scrittura, l’autorità del Romano Pontefice, l’essenza della Chiesa, la definizione dell’essenza della Rivelazione, il concetto di Dio, la definizione della creazione, la definizione della natura umana, il rapporto tra fede e ragione, la distinzione fra la grazia e il libero arbitrio, la definizione del peccato originale, i sette doni dello Spirito Santo, la resurrezione dell’uomo e della donna, il rapporto fra la giustizia e la misericordia, il mistero dell’Incarnazione, la funzione di sostituzione vicaria di Cristo nell’opera della Redenzione, la definizione del dogma della Redenzione, il purgatorio, la visione beatifica, il numero sette per i sacramenti e la definizione di ciascun sacramento, il concetto di sacramento, i tre gradi del sacramento dell’Ordine, la definizione dell’essenza della Messa, la transustanziazione, l’esclusione della donna dal sacerdozio, il dogma trinitario, l’Immacolata Concezione, la Maternità di Maria, la sua Assunzione al cielo.
La distinzione sta nel fatto che nella Scrittura non si trovano né implicitamente né si trovino affatto certi dati che pure sono oggetto della Rivelazione. Gli Autori del Nuovo Testamento non hanno pensato di mettere per iscritto tutte le parole o le cose insegnate da Cristo, ma solo alcune che hanno ritenuto più urgenti o importanti, lasciando alla predicazione e quindi alla tradizione orale le altre. Ma con l’andar del tempo anche queste verità che venivano predicate hanno cominciato ad essere messe per iscritto. Inoltre Cristo, come è noto, inviò lo Spirito Santo col compito di guidare la Chiesa lungo i secoli fino alla fine del mondo alla piena comprensione della sua dottrina.
Ancor oggi esistono dati della Tradizione che non sono ancora stati messi per iscritto. Sono quei dati che sentiamo proclamare dalla viva voce del Papa e dal Collegio Episcopale, verità che essi ci presentano come verità di fede e che eventualmente sentiamo per la prima volta, ma che sono un’esplicitazione di verità tradizionali già annunciate dalla Chiesa. Per esempio, quando sentimmo da Papa Francesco che le diverse religioni possono essere assimilate alle diverse lingue o che noi cattolici e i musulmani siamo fratelli nella fede in Dio o da San Giovanni Paolo II che la nudità edenica rappresenta la giustizia originaria, nessun Papa aveva mai detto queste cose; eppure, se riflettiamo, esse si possono ricavare dalla Tradizione o dalla Scrittura.
Il rifiuto luterano dei dati della Tradizione dipende dal rifiuto dell’autorità dottrinale della Chiesa, perché è lei ci chiarisce quali sono le verità contenute nella Tradizione. E così similmente la pretesa di Lutero di interpretare infallibilmente lui al posto del Papa il senso della Scrittura è conseguenza del rifiuto dell’autorità del Papa. Ma perchè questa ribellione al Papa? Perchè Papa Leone non solo non aveva accettato l’interpretazione che Lutero aveva dato della dottrina paolina della giustificazione, ma anzi l’aveva condannata.
Ora, Lutero credeva di aver scoperto una verità fondamentale alla quale nessuno fino ad allora aveva pensato, era convinto di aver trovato luce, pace, consolazione, sicurezza e speranza per sé e per ogni credente nella sua famosa visione di Cristo che aveva avuto[3], visione che poi collegò con la sua altrettanto famosa interpretazione del passo di Rm 3,21-22.
Per questo, al vedere il Papa contrario a queste sue idee, alle quali teneva incondizionatamente sentì ribollire in lui una tale ira, che lo spinse a scagliarsi con odio inestinguibile non solo contro Papa Leone, ma in sèguito contro il papato come tale e pertanto contro il Magistero della Chiesa e quindi contro la Tradizione, che è interpretata come dato rivelato dal Magistero della Chiesa: insomma una specie di tremendo processo a catena, dopo il quale alla fine che cosa rimaneva del cristianesimo? Ben poco. Ciò tuttavia non tolse che Lutero abbia proposto delle riforme di tipo liturgico, pastorale e disciplinare, che sarebbero state accolte dal Concilio Vaticano II.
Tuttavia è da questo poco di carattere dogmatico rimasto, che sarebbe stato possibile avviare col Concilio Vaticano II il movimento ecumenico, il quale però potrà far frutti solo se i fratelli luterani, come ordina l’Unitatis redintegratio, colmeranno la lacune e supereranno gli ostacoli che tuttora impediscono loro di raggiungere la piena comunione con Roma.
Aggiungiamo infine che nella concezione luterana della giustificazione, dove la citazione dell’interpretazione tradizionale è del tutto assente[4], non abbiamo il riflesso di una gnoseologia realistica e del vero realismo biblico, ma abbiamo un retroterra occamista, del quale d’altra parte Lutero non faceva mistero, un retroterra per il quale non è l’universale oggettivo che è segno della cosa, né il significato del nome, ma la cosa è significata dal solo termine, in modo tale che una cosa può essere chiamata con quel dato termine, anche se nella realtà nulla o nessuna essenza universale reale corrisponde a questo termine.
Così è diventata possibile la concezione luterana della giustificazione[5], con quel tipico aspetto di ipocrisia che la caratterizza, dove il giusto è giusto non in realtà ma solo in apparenza, perché Dio, un Dio bugiardo, dichiara giusto il colpevole che comunque resta colpevole. Questa è un’applicazione della logica di Ockham, del quale Lutero era seguace, logica per la quale il nome della cosa non significa l’essenza universale della cosa, universale che non ha nessun fondamento reale, ma sta per un gruppo o insieme o collezione di singole cose simili fra di loro, sicchè non è il nome che dipende dall’essenza della cosa, ma è l’essenza della cosa che dipende dal nome della cosa, nome che imponiamo alla cosa. Per questo, se Dio dichiara giusto il peccatore, il peccatore è giusto, anche se in realtà resta peccatore[6].
La Scrittura non contiene tutto il dato della Rivelazione
Come è noto, Cristo ha dato agli apostoli il mandato di predicare a tutto il mondo fino alla fine dei secoli tutto ciò che aveva loro insegnato. Non ha dato loro l’ordine di mettere per iscritto la sua dottrina. Esistevano comunque già scritti dell’Antico Testamento e Cristo, fondando la sua Chiesa sul fondamento degli apostoli, li nominò, sotto la guida di Pietro e dei suoi Successori, custodi, interpreti, commentatori e diffusori sia del Vangelo che degli scritti dell’Antico Testamento, il quale profetizzava e annunciava la venuta del Messia Salvatore.
Ben presto, però, gli apostoli si accorsero dell’utilità di mettere per iscritto le parole del Signore per gli evidenti vantaggi che tale operazione arreca in ordine alla conservazione delle dottrine. Allora non esistevano apparecchi di registrazione come oggi, per cui di grande utilità per non dire necessità - come del resto lo è ancor oggi - era che la parola fosse fissata nello scritto.
La parola scritta poteva essere oggetto di attento studio e prolungata attenzione, che poteva alimentare la meditazione e la contemplazione, e nel contempo servire come espressione permanente delle ammonizioni, memorie, patti, testamenti, esortazioni, avvisi, decisioni, sentenze, comandi e leggi della morale e della condotta umana.
Tuttavia, gli Evangelisti, al momento di mettere per iscritto la dottrina di Cristo, di concerto con la Chiesa, decisero di narrare della vita di Gesù e di esporre della sua dottrina solo una scelta o di episodi o di cose da loro ritenute particolarmente importanti e che avevano notato e che stavano particolarmente a cuore a Gesù, il Quale da parte sua, aveva assicurato di aver detto agli apostoli tutto quello che il Padre lo aveva incaricato di dire.
Gesù quindi non aggiunse più nulla a quanto disse agli Apostoli. Essi, dal canto loro, si trovarono nella necessità di sistemare e mettere in ordine quanto loro aveva insegnato Gesù, il Quale, benchè nell’insegnar loro la sua dottrina, avesse seguìto un certo ordine didattico ed anagogico, tuttavia molti suoi insegnamenti avevano un carattere estemporaneo ed occasionale ed occorreva coordinarli fra di loro. Quest’opera fu iniziata dagli Apostoli sotto la presidenza di Pietro e proseguita dalle generazioni successive fino al sec. III e IV, quando cominciarono a sorgere i primi Catechismi, come per esempio le Catechesi di San Cirillo di Gerusalemme[7].
Le cose che Gesù aveva detto e che in un primo tempo gli Apostoli non registrarono nel Nuovo Testamento per il momento si limitarono a predicarle e a volte anche a tenerle a memoria. Ma evidentemente col passar del tempo, capirono bene che occorreva mettere per iscritto anche quelle. Ad ogni modo è chiaro che da allora ad oggi esiste una predicazione del dato tradizionale fatta della Chiesa a viva voce. È quella che il Concilio chiama «Tradizione vivente»[8], che non è altro che il Magistero vivente. Questi insegnamenti che gli Autori del Nuovo Testamento ritennero bene per il momento non inserire in esso, ma che pur facevano parte del dato rivelato, andarono a costituire il patrimonio della Sacra Tradizione.
Con i Padri della Chiesa e i primi Concili, la dottrina della fede comincia a ricevere una certa sistemazione e si formano i primi Simboli della Fede e i primi Catechismi. Nascono i primi trattati monografici, per esempio sulla Santissima Trinità. Nascono le prime confutazioni delle eresie.
Osserviamo ancora che il traditum, il contenuto della Tradizione, è anzitutto nel parlato più che uno scritto, sia la Scrittura sia la Sacra Tradizione messe per iscritto. È, questa Tradizione, quella che San Giovanni Paolo II chiamò «Tradizione vivente» in un indirizzo rivolto a Mons. Lefebvre, nel quale lo rimproverava di mancare di questo concetto di Tradizione[9].
Osserviamo infine che il concetto di tradizione suppone una gnoseologia realista, che ammetta l’esistenza di una realtà extramentale, oggettiva, indipendente dal pensante umano. Infatti è chiaro che in una gnoseologia idealista come quella di Cartesio, per la quale è l’io che decide sull’essenza della realtà, parlare di tradizione, ossia di trasmettere ad altri qualcosa che abbiamo trovato già esistente e non abbiamo deciso o fatto noi, non ha senso. Se in clima cartesiano si può parlare di tradizione, la tradizione per il cartesiano è ciò che l’io decide essere tradizionale a seconda del mutare delle sue voglie e del mutare dei tempi.
Un’ultima osservazione. È chiaro che tutte le verità rivelate formano un unico corpo di dottrina contenente tutti gli articoli di fede, per cui ogni articolo è in relazione con tutti gli altri. Ed è anche chiaro che dagli articoli originari, per deduzione o esplicitazione si possono ottenere, grazie alla meditazione e all’indagine teologica ed esegetica, degli sviluppi e delle conclusioni, che, se approvati dalla Chiesa, diventano dogmi.
In questo senso si può dire che le verità che si ricavano dalla Scrittura sono le stesse di quelle che si possono ricavare dalla Tradizione e viceversa. Ma ciò non toglie che le une non siano esplicitamente o formalmente le altre. Lo sono solo virtualmente o potenzialmente. È quello che si chiama il virtualiter revelatum.
Per questo. si può dire che Lutero, disprezzando la Tradizione, ha dato prova di disprezzare anche la Scrittura. E disprezzando il Magistero della Chiesa, ha dato prova di disprezzare l’una e l’altra. Per questo, nonostante la possibilità della suddetta deduzione o esplicitazione, si deve sempre dire che, almeno formalmente, quelle verità che sono nella Scrittura sono diverse da quelle che si trovano nella Tradizione, per cui la totalità delle verità rivelate risulta dalla somma delle une e delle altre.
Fine Seconda Parte (2/3)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 24 febbraio 2026
[1] Alcune esposizioni dell’essenza della Sacra Tradizione: Reginaldus-Maria Schultes, De Ecclesia Catholica, Lethielleux, Paris 1931, pp.566-595; Arialdo Beni-Settimio Cipriani, La vera Chiesa. Le fonti della rivelazione, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1958; J.V.de Groot, Summa apologetica de Ecclesia Catholica ad mentem S.Thomae Aquinatis, Ratisbonae 1906, pp.625-655.
[2] Nell’Antico Testamento avviene che Dio ordini al profeta di scrivere. Lo scritto ha il vantaggio della sua fissità ed una sua inequivocabile, controllabile e verificabile precisione. La parola, magari accompagnata dal gesto e dalle espressioni del volto, può essere meglio espressiva e più facilmente interpretata chiedendo spiegazioni al parlante, mentre nello scritto l’interpretazione dipende solo dall’acribia dl lettore e dalla sua capacità critica. La trasmissione dello scritto è sicura: se ben conservato, è sempre quello. La trasmissione della parola è meno sicura, perché possono accadere malintesi e fraintendimenti.
[3] Si tratta della famosa Turmerlrebnis «esperienza della torre», avvenuta, dopo indicibili angosce, all’incirca nel 1515, nella quale Lutero, come narra, ebbe la visione di Cristo che gli assicurava come verità di fede che si sarebbe salvato alla sola condizione che credesse fermamente di ssere salvato. Questa è la sola fides luterana. Il sola Scriptura sorge successivamente, come conferma categoriale o concettuale di quella che Rahner chiamerebbe esperienza trascendentale. Il sola gratia è la grazia di questa sola fides. Per Lutero certamente la fede suppone un’esperienza ecclesiale, ma solo come presupposto materiale, non come mediatrice della Parola di Dio, perché per Lutero la fede nasce da un incontro diretto con Cristo senza la mediazione del Magistero della Chiesa, fallibile e a volte anche fuorviante.
[4] Già nella tradizione esegetica dei Padri si sapeva che in quel passo col termine «giustizia» Paolo intende «misericordia». Ma in altri passi egli distingue con chiarezza giustizia e misericordia.
[5] La Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione a cura del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani del 1999, come ho già detto nei miei scritti, riconosce il valore delle buone opere, l’esistenza del libero arbitrio, i lati buoni della natura umana, ma non corregge la tesi secondo la quale il peccato non è tolto ma rimane (peccatum permanens) e il peccatore si salva lo stesso.
[6] Sulla teologia di Ockham, che da questa logica discende, vedi Pierre Alféri, Guillaume d’Ockham. Le singulier, Les Éditions de minuit Paris 1989, pp.429-454.
[7] Berthold Altaner, Patrologia, Casa Editrice Marietti, Torino 1968, p.321.
[8] Mons. Brunero Gherardini sembra essere infastidito di questa espressione e sospettare un recondito retroterra vitalistico o esistenzialista nel suo libro dedicato alla Tradizione peraltro molto informato e ben fatto, se non fosse per il tono troppo critico nei confronti del Concilio. Vedi nota 14.
[9] Questa espressione del Papa è ricavata da quanto il Concilio stesso dice sulla natura della Tradizione, come vedremo più avanti. Qui basterà notare, come ho detto nella nota precedente, che questa espressione ha messo a disagio Mons. Brunero Gherardini, Autore di un notevole trattato su questo tema: La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa (Casa Mariana Editrice, Frigento, 2010). Egli, come ho detto nella nota precedente, vede, a quanto sembra, in questa espressione, un retroterra vitalistico, esistenzialistico o modernista. Ma basta chiarire che cosa esattamente il Concilio intende dire per fugare timori o sospetti, che non si possono avere verso un Concilio in questa materia, che è materia di fede.

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