La questione del valore dell’episcopato
Penso di fare cosa gradita ai Lettori, pubblicare la mia conferenza Episcopato e angeli: quale relazione?, che tenni nel 2012 ad un Convegno teologico organizzato da Don Marcello Stanzioni, noto esperto di angelologia.
Questa conferenza può aiutarci a comprendere che l’iniziativa dei Lefevriani di ordinare nuovi Vescovi da una parte denota in loro l’apprezzamento di quello che è il potere del Vescovo nell’ordine della grazia per la salvezza delle anime. Quindi viene alla luce in modo particolare quella che è la dignità del carisma episcopale. Però, detto questo, i Lefevriani dimostrano di non sapere apprezzare quella che è la giurisdizione del Vescovo.
Infatti il Vescovo, come Successore degli Apostoli, che furono a suo tempo mandati da Cristo a fondare delle Comunità, che oggi chiameremmo Diocesi o Chiese locali, ha bisogno anche lui di un mandato. E chi è che oggi lo manda? Evidentemente è il Successore di Cristo, cioè il Papa.
Ora, i Lefevriani dal punto di vista dottrinale difettano di una adeguata adesione alle dottrine nuove del Concilio Vaticano II, fino al punto da considerare filoluterano il rito del Novus Ordo Missae. Ora è evidente che questa loro posizione li pone oggettivamente in una insufficiente comunione con il Papa e con la Chiesa.
Questo fatto ci fa capire il motivo per cui Don Pagliarani si è limitato ad informare il Card. Fernandez circa l’intenzione della Fraternità di ordinare prossimamente nuovi Vescovi. Comprendiamo il perché Don Pagliarani non ha chiesto al Papa l’autorizzazione per l’ordinazione di questi Vescovi.
Il motivo è perché i Lefevriani si rendono conto che le loro idee sono in contrasto con le nuove dottrine del Concilio. Il loro guaio è che credono di avere ragione loro, mentre non si rendono conto che sbagliano volendo accusare il Concilio Vaticano II di neomodernismo.
Essi hanno la pretesa di correggere la Chiesa dal punto di vista dottrinale, ma è evidente che questa pretesa è indegna di un vero cattolico. Per questo non possono aspettarsi che il Papa approvi la prossima ordinazione.
Che cosa deciderà Papa Leone XIV? Preghiamo per lui affinché lo Spirito Santo lo illumini in questa circostanza molto delicata riguardante la pace nella Chiesa.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato 26 marzo 2026
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Episcopato e angeli: quale relazione?
Conferenza di P. Giovanni Cavalcoli per il VII Meeting sugli Angeli
Campagna (SA) - 1 giugno 2012 – Don Stanzione
Il dono gerarchico
Come dice il Concilio Vaticano II, lo Spirito Santo provvede la Chiesa di diversi doni gerarchici e carismatici, coi quali la dirige e la abbellisce dei suoi frutti (cf Ef 4,11-12; I Cor 12,4; Gal 5,22) (LG, 4). Si tratta qui, come insegna San Paolo, di doni di servizio o ministeri, ossia doni finalizzati al bene del prossimo e all’edificazione della Chiesa (I Cor 12). Tra tutti i doni dello Spirito, come sempre insegna l’Apostolo, il più grande è il dono santificante della carità (c.13).
I doni gerarchici sono costituiti dai tre gradi del sacramento dell’Ordine: episcopato, presbiterato, diaconato, riservati alle persone di sesso maschile. Questi doni permangono per tutta la durata della Chiesa, ossia sono eterni: tu es sacerdos in aeternum. Sono deputati al governo della Chiesa, all’insegnamento pubblico della divina Rivelazione ed all’amministrazione dei sacramenti. Sono conferiti dal vescovo mediante ordinazione sulla base dell’attitudine del candidato. Qui il dono, che è un mandato, è conferito dal vescovo, sia pur per virtù divina. San Tommaso parla a tal riguardo di missio a praelato.
I doni carismatici, invece, ordinari o straordinari, comuni o miracolosi (c.14), destinabili a uomini e donne, sono invece di numero indefinito o indeterminato, con finalità e durata diverse a seconda delle necessità dei tempi e dei luoghi.
Questi doni sono conferiti al candidato direttamente da Dio: missio a Deo. Il vescovo ha semmai il compito di discernerli e verificarne l’autenticità. Tuttavia non li conferisce lui, ma ha il compito, quando è opportuno o necessario, di riconoscerne l’esistenza, di confermarli, regolamentarli, dar loro una veste giuridica, promuoverli e proteggerli.
Le parole gerarca, gerarchia sono di origine greca, rispettivamente hierarches, hierarchìa. Si tratta di parole composte: da hieròs, sacro o santo o hiereus, sacerdote, e archè, principio, ciò che è capitale, principale o principiale. Hieròs, dalla radice sanscrita isirah, implica l’idea di fortezza, vigore, solidità, eccellenza, mirabilità. Abbiamo l’idea del principato, della direzione, della guida.
Il gerarca è il capo, il comandante, il presidente, il principe, il sommo sacerdote. La gerarchia è l’insieme o l’ordine o il ceto dei capi, dei sacerdoti, dei gerarchi. Come dice San Tommaso, la gerarchia è un “sacro principato” (Summa Theologiae, I, q.108, a.1).
Il termine gerarca, gerarchia non esistono nella Scrittura. Tuttavia certamente esiste il concetto. In ebraico il sacerdote è il kohèn. Nel Nuovo Testamento abbiamo l’epìskopos, che letteralmente vuol dire: colui-che-sorveglia-dall’alto, il sovraintendente, il sorvegliante, colui che vigila, la sentinella. Inoltre, soprattutto in Matteo, abbiamo il sommo sacerdote, l’archierèus. Tuttavia, nel passaggio dal sacerdozio dell’Antica Alleanza a quello della Nuova la terminologia cambia: il gerarca sacerdotale non è più l’archiereus, ma l’episkopos.
Oggi è frequente l’uso del termine “pastore” per designare il vescovo. È un uso diffuso dal recente Concilio, anche per motivi ecumenici (il “pastore protestante”). Il concetto è certamente ottimo, dato che richiama Cristo “buon pastore”. Tuttavia, se non inteso bene, rischia di avere un significato riduttivo, mentre il termine “vescovo” esprime maggiormente il ministero del capo della gerarchia.
La gerarchia ecclesiastica
Come spiega Dionigi l’Areopagita ne La gerarchia ecclesiastica, da Cristo Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza, discende il conferimento dei poteri sacerdotali ai gradi inferiori della gerarchia, in modo tale che
“il capo dell’ordine gerarchico” a livello umano, ossia il Vescovo, come si esprime Dionigi l’Areopagita, “conformemente alla sua essenza, alla sua capacità proporzionata e al suo posto, da una parte viene iniziato alle cose divine e deificato, dall’altra trasmette ai suoi sottoposti, secondo i meriti di ciascuno, la santa deificazione ricevuta da Dio; i membri sottoposti, a loro volta, da una parte seguono i superiori, dall’altra indirizzano i membri inferiori verso l’alto; questi ultimi, infine, progrediscono e per quanto è possibile guidano gli altri”, ossia il popolo di Dio[1].
Secondo San Paolo, Cristo è il capo della gerarchia ecclesiastica ed anzi il capo di ogni gerarchia ontologica, spirituale, materiale e cosmica. Infatti, come dice Paolo, il Padre celeste “Lo fece sedere alla sua destra nei cieli al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e Lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di Colui che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1, 21-23).
Si suppone che colui che, partecipando del potere di Cristo, svolge questo importante e delicato ufficio di guida e pastore sia un uomo istruito nella Parola di Dio, prudente, saggio e di esperienza, quindi un anziano. Da qui il termine neotestamentario presbýteros, “più anziano”. Mentre notoriamente da episkopos viene vescovo, da presbýteros viene presbitero e quindi prete.
Come si sa, nel Nuovo testamento episkopos e presbyteros non hanno mansioni chiaramente distinte e si accompagnano anche ad apostolos, apostolo. Gli apostoli dei Vangeli, istituiti da Cristo, sono però virtualmente vescovi. Ma la chiara distinzione tra apostoli, vescovi e presbiteri si ha solo con gli scritti dei Padri apostolici, per esempio Sant’Ignazio di Antiochia o S.Clemente. A questo punto si aggiungono anche i diaconi come grado infimo del sacramento dell’Ordine, mentre nel Nuovo Testamento il diaconato non appare con chiarezza legato al sacramento dell’Ordine.
Quelli che il Concilio chiama “doni gerarchici” appaiono dunque già delineati dai primissimi tempi del cristianesimo come i tre gradi del sacramento dell’Ordine: diaconato, presbiterato ed episcopato. Ecco costituita la gerarchia ecclesiastica. Quanto al sacerdozio, il Concilio proibisce di chiamare “sacerdote” il diacono, mentre questo nome è riservato al presbitero e soprattutto al vescovo, che ha la pienezza del sacerdozio.
Come insegna Dionigi l’Areopagita, dalla Scrittura ricaviamo che esiste un nesso tra la gerarchia degli angeli e la gerarchia sacerdotale. Dice infatti:
“grazie a quest’armonia divina propria della gerarchia ciascun membro è partecipe, per quanto può, della vera bellezza, della vera sapienza e del vero bene. Ma le essenze e le schiere a noi superiori, che ho già santamente ricordato” - ossia quelle degli angeli -, “sono incorporee, così come intellegibile e superiore al mondo è la loro gerarchia; la nostra gerarchia, invece,” - ossia i gradi del sacramento dell’Ordine - “conformemente alle nostre capacità, la vediamo moltiplicata nella varietà dei simboli sensibili, dai quali veniamo elevati per via gerarchica alla deificazione simile all’Uno” - ossia a Dio - “secondo la misura adatta a noi” [2].
Il Vescovo
Il capo della gerarchia ecclesiastica, il Vescovo, secondo questa comparazione con la gerarchia angelica, trova il suo modello in tale gerarchia, della quale Cristo stesso è il capo. Quindi il Vescovo, prendendo a modello Cristo buon pastore, partecipa con ciò stesso della santità e della sapienza degli angeli. Così Dionigi delinea l’ideale del Vescovo sulla base del modello angelico:
“Il divino ordine dei vescovi è il primo degli ordini che contemplano Dio, ed insieme il più alto e anche l’ultimo: proprio con esso infatti si conclude e si completa tutta la struttura della nostra gerarchia. Noi vediamo che come tutta gerarchia culmina in Gesù, così ciascun insieme gerarchico culmina nel suo vescovo animato da Dio.
“La potenza dell’ordine dei vescovi penetra in tutte sacre collettività e tramite tutti i sacri ordini mette in atto i poteri sacramentali che sono propri del suo grado gerarchico. Ad esso specialmente, più che ai rimanenti ordini, la legge divina ha attribuito le funzioni sacramentali più divine, perché le possa esercitare autonomamente; queste funzioni sono le immagini consacranti della potenza divina, quelle cioè che consacrano tutti i divinissimi simboli e tutti i sacri ordini.
“In effetti, anche se alcuni venerandi riti simbolici vengono celebrati dai sacerdoti, il sacerdote non può mai celebrare la sacra nascita divina” - ossia il battesimo - “senza il divinissimo unguento,” - conferitogli dal vescovo nell’ordinazione - “né il rito sacramentale della divina comunione,” - ossia la Santa Messa - “se sul divinissimo altare non sono stati posti i suoi simboli sensibili” - potere che gli deriva dall’ordinazione sacerdotale -.
“Ma neanche lo stesso sacerdote può essere tale, se non è stato ordinato dall’atto consacratorio compiuto dal vescovo. Per queste ragioni la legge divina ha assegnato insieme la santificazione degli ordini sacerdotali, la consacrazione del sacro unguento e la sacra celebrazione dei riti compiuti sull’altare al potere consacratorio dei vescovi animati da Dio”[3].
Gli angeli
Già l’Antico Testamento pone il sacerdozio in relazione con l’angelo (ebr. maleàk, ambasciatore, inviato o messo del re, mentre il greco viene dal verbo anghello: annuncio). Dice infatti il profeta Malachia: “le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si riceve l’istruzione, perché egli è il messaggero (maleàk) del Signore degli eserciti” (2,7). E già nell’Antico Testamento esiste una gerarchia sacerdotale, che Dionigi chiama “gerarchia legale” per distinguerla da quella cristiana.
Ed il detto compito di annunciatore dei messaggi divini è appunto assegnato all’angelo dalla Lettera agli Ebrei, che riprende il salmo 104,4: “Egli fa i suoi angeli pari ai venti e i suoi ministri come una fiamma di fuoco” (1,7). E più avanti: “non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?” (1,14). Essi sono inoltre esecutori degli ordini divini, ministri sia di misericordia come di giustizia, come appare chiaramente dall’Apocalisse e si trova nelle profezie del Signore nei Vangeli.
Per questo la Lettera agli Ebrei ricorda che la Parola di Dio “è stata trasmessa ad Israele per mezzo degli angeli” (2,2) e parimenti Stefano ricorda che Israele ha ricevuto la Legge “per mano degli angeli” (At 7,5) e che “Mosè fu mediatore tra l’angelo che gli parlava e i nostri padri” (At 7,38). Così Paolo ricorda che “la Legge fu promulgata per mezzo di angeli” (Gal 3,19).
In questo quadro di manifestazione della parola e della volontà di Dio, Cristo stesso appare come l’Angelo per eccellenza, chiamato appunto dal profeta Malachia “Angelo dell’Alleanza” (Ml 3,1). E Cristo stesso, secondo i Vangeli, si presenta come Signore degli angeli, mentre questi diventano suoi ministri così come prima erano ministri di Jahvè.
Nello stesso tempo Gesù, nella sua umanità, ci insegna a confidare nel soccorso degli angeli, come per esempio quando si trova nell’orto del Gethsemani, poco prima del supremo sacrificio, allorchè viene consolato da loro o dopo le tentazioni nel deserto, allorchè gli angeli gli si avvicinano e lo confortano.
L’angelo è mediatore ed annunciatore della Parola di Dio diversamente nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Nell’Antico ha una parte più importante: qui la rivelazione divina è in divenire, per cui essa giunge al popolo di Dio mediante lo “spirito del Signore”, ossia appunto l’angelo che investe il profeta. Invece con la Nuova Alleanza la Rivelazione è completata grazie all’opera di Cristo e dello Spirito Santo. All’angelo adesso resta la funzione, pur sempre importante, di guidare le anime alla conoscenza ed all’applicazione del dato rivelato ormai completo.
L’angelo, secondo la Scrittura, paragonato al “vento”, è anche uno spirito (rùach: Ez 3,12;11,1; 43,5; Tb 12,19; Eb 12,9; I Re 22,21; At 23,9; Ap 1,4; Sap 7,20.23; I Cor 12,10), ossia una sostanza immateriale, definita dal Concilio Lateranense IV come “creatura spirituale”, distinta dalla “creatura corporale”, mentre l’uomo, sempre secondo quel Concilio, è composto di spirito e corpo (Denz. 800). Anche il vento, che “non si sa da dove viene e dove va” (cf Gv 3,8), moto veloce ed impulsivo, ben rappresenta la misteriosità e la forza propulsiva dello spirito.
Nel Salmo 104, come abbiamo visto, l’angelo è paragonato anche al fuoco, simbolo, nella Scrittura, di potenza divina illuminante, purificante e riscaldante. Il fuoco con la sua veloce motilità, ben rappresenta la veloce attività dello spirito. Il fuoco agisce ma non patisce: anche in ciò rappresenta bene lo spirito. Come osserva San Tommaso, il fuoco tende verso l’alto, azione questa tipica dello spirito. Il fuoco infervora il cuore ma anche brucia le immondizie. L’angelo santo ha da Dio anche questi compiti a favore degli uomini.
San Tommaso d’Aquino, utilizzando le categorie aristoteliche di materia e forma, dirà che l’angelo è una pura forma sussistente senza soggetto materiale, diversamente dall’uomo e da tutte le altre sostanze infraumane, le quali sono forme che informano un soggetto materiale e sono limitate da questo soggetto.
Tuttavia, mentre la forma umana è spirituale ed immortale, simile quindi alla forma angelica, le forme inferiori sono corruttibili come lo sono i composti materiali che esse informano. Mentre però la forma angelica è un’essenza completa, la forma umana ovvero l’anima umana è un’essenza solo parziale, inquantochè l’essenza umana completa è solo quella data dal composto anima-corpo.
L’angelo, per la Scrittura, è un’entità personale, dotata di intelletto e volontà, in grado di intendere i misteri divini, i pensieri e l’agire dell’uomo e i segreti dell’universo. Questo è tanto vero che alcuni angeli nella Scrittura sono chiamati con un loro nome proprio, come Michele, Gabriele e Raffaele.
Nel rispetto delle leggi poste da Dio nel mondo, l’angelo possiede un grande potere sulla natura e capacità di influire sulla condotta dell’uomo. In quanto ente personale, l’angelo può parlare sia con Dio che con l’uomo, può ascoltare l’uno e l’altro e quindi farsi latore di messaggi da Dio all’uomo e dall’uomo a Dio.
L’angelo tuttavia non può leggere nell’intimo dell’uomo, non può scrutare il sacrario della nostra coscienza, dove invece solo Dio può entrare e sapere. Quindi non può neppure muovere la nostra volontà, se noi non lo vogliamo, a differenza di Dio che invece, in quanto Causa prima e Motore primo di tutto l’universo, causa anche i nostri atti volontari proprio in quanto volontari, nonchè la grazia che ci conduce alla salvezza. Al contrario, l’atto peccaminoso è causato solo da noi e solo noi pertanto ne portiamo la responsabilità.
Essendo l’angelo puro spirito e dovendo invece noi trarre le nostre conoscenze dalle cose materiali, la Bibbia mostra come le comunicazioni angeliche, come del resto anche quelle divine, avvengono mediante segni, immagini, figure, oggetti, apparizioni o simboli sensibili, dai quali possiamo risalire, per analogia, per capire i messaggi e le rivelazioni angeliche o divine.
Tuttavia le manifestazioni visibili degli angeli, come insegna la Scrittura, sono eventi molto rari. Normalmente l’angelo ci si manifesta nell’intimo della nostra coscienza suggerendoci determinati immagini, pensieri, giudizi, azioni, stimoli, finalità o ispirazioni, a volte con insistenza ed in modo argomentativo. Occorre, come dice Giovanni, esaminare con attenzione, vagliare e valutare questi fenomeni interiori, sulla base di buoni criteri, per verificare se sono da Dio (I Gv 4,1), giacchè - ci avverte San Paolo (II Cor 11,14) - “anche Satana si maschera da angelo di luce”.
L’Antico Testamento, a proposito dell’angelo, ha una tipica espressione molte volte ripetuta: “l’angelo di Jahvè”. Per comprendere questa espressione, occorre vedere caso per caso: a volte si tratta di vera e propria creatura angelica distinta da Dio, come per esempio a proposito dell’“angelo del Signore” (Lc 1,11), che appare a Zaccaria per annunciargli la nascita di Giovanni, tanto è vero che questo angelo dà anche il proprio nome: “Gabriele” (v.19).
Invece in altri casi l’espressione “angelo del Signore” equivale al Signore stesso in quanto parla e si mostra, come a dire: il messaggio del Signore. Un caso del genere è l’episodio della lotta di Giacobbe contro l’“angelo del Signore”. Si comprende che si tratta del Signore stesso, sia pur rivelatosi attraverso qualche segno, giacchè poi Giacobbe alla fine della lotta non dice “ho visto l’angelo”, ma “ho visto Dio faccia a faccia” (Gen 32,31).
Dalla Bibbia risulta altresì che gli angeli, oltre a costituire la corte celeste attorno al trono di Dio, sono radunati in schiere (shèbaoth) alle dipendenze di Dio, sicchè Dio è il Dio delle schiere, espressione spesso tradotta con Dio degli eserciti, termine che forse troppo richiama l’idea di uno schieramento guerresco, anche se indubbiamente le schiere celesti sono potenti contro le schiere degli angeli ribelli.
La spiritualità angelica rappresenta per la Bibbia un’alta perfezione, di per sé superiore a quella dell’uomo. Per questo il Salmo 8, senza smentire la grandezza dell’uomo creato ad immagine di Dio, insegna tuttavia che l’uomo è “di poco inferiore agli angeli” (v.6). E pertanto Gesù prospetta come ideale di perfezione una vita angelica (Mt 22,30), il che non significa ovviamente che l’ultima perfezione comporti, come crede Platone, la sussistenza della sola anima, giacchè il cristiano crede nella risurrezione della carne, ma significa il pieno dominio dello spirito sul corpo.
La Bibbia, poi, come è noto, conosce due collettività o ceti di angeli: angeli santi ed angeli malvagi. Questi ultimi ricevono diversi nomi: Satana, demonio, diavolo, spirito impuro o spirito immondo. Nel Genesi il demonio è rappresentato sotto le sembianze di un serpente. I primi, ossia gli angeli santi, guidano l’uomo verso la salvezza - emerge qui l’angelo custode -, mentre i secondi tentano di indurlo al peccato. Mentre l’angelo santo è indefettibilmente santo e nulla può distoglierlo dalla via del bene, al contrario dell’uomo in questa vita, nella quale purtroppo oscilla tra il bene e il male, il demonio è irrimediabilmente fisso nel male e nulla può persuaderlo a cercare il bene. Per questo la Chiesa ha condannato la tesi di Origene circa il “perdono” al demonio.
Come osserva l’Aquinate (q.109, a.1), non solo la città celeste ma anche quella infernale è soggetta al governo divino. Mentre la prima è il regno della beatitudine e il trionfo della misericordia, nella seconda si attua la giustizia punitrice, benchè anche lì non manchi la misericordia.
L’angelo modello del Vescovo
Secondo l’Apocalisse il Vescovo è l’angelo della propria Chiesa. Per questo Giovanni all’inizio dell’Apocalisse invia pace e grazia alle sette Chiese di Asia da parte di Cristo e dei “sette spiriti che stanno davanti al trono di Dio”. Ciò non vuol dire che il trono divino sia circondato solo da sette spiriti, ma con ogni probabilità quei sette spiriti sono gli angeli protettori delle sette chiese e in particolare sono gli angeli guida o protettori dei rispettivi sette vescovi, i quali pure sono detti “angeli” della loro Chiesa.
Sorge così una tradizione ecclesiastica che non solo vede nel vescovo l’angelo della sua Chiesa, ma, considerando la gerarchia angelica, associa o quanto meno paragona questa gerarchia alla gerarchia ecclesiastica. Nasce così, come osserva San Tommaso (ibid., q.108, a.4, ob.3), la convinzione che “la gerarchia ecclesiastica è modellata su quella angelica”.
San Tommaso, sulla scorta di Dionigi, rintraccia nella Scrittura nove cori angelici, raggruppati in tre differenti gerarchie, ognuna delle quali modella i tre gradi del sacerdozio. I nove cori sono i seguenti, partendo dall’alto: “i Serafini, citati da Is 6,2; i Cherubini, citati in Ez 1; i troni in Col 1,16; le Dominazioni, le Virtù, le Potestà e i Principati in Ef 1,21; gli Arcangeli in Gd 9 e gli Angeli in molti luoghi della Scrittura” (ibid., a.5).
La triade delle gerarchie e all’interno di ogni gerarchia, è data da tre atti anagogici che sono, partendo dal basso, il purgare, l’illuminare e il perfezionare, sicchè abbiamo, come insegna Tommaso, che “l’ordine dei Diaconi è purgativo, quello dei Sacerdoti è illuminativo, quello dei Vescovi, perfettivo” (ibid., a.2).
Questa tripartizione è poi divenuta classica nei maestri spirituali come via o tracciato del cammino di perfezione, in collegamento ad un’altra triade che comporta la successione dei gradi di incipiente, progrediente e perfetto. Un trattato classico su questo argomento è l’opera del Padre Reginaldo Garigou-Lagrange, OP, Le tre età della vita interiore.
L’atto purgativo introduce alla vita di grazia - si tratta del battesimo - togliendo la colpa del peccato originale ed istruendo il catecumeno con la Parola di Dio. L’atto illuminativo nutre l’anima con il cibo eucaristico, che contiene la luce della verità, caccia le tenebre dell’inganno diabolico e dell’empietà e rafforza la grazia battesimale col sacramento della riconciliazione e l’unzione degli infermi.
L’atto perfettivo porta a compimento la santità cristiana conferendo la forza dello Spirito mediante il sacro crisma, riconosce, conferma e promuove i doni carismatici e conferisce i doni gerarchici, destinati a formare e guidare la Chiesa verso il Regno di Dio e l’eterna beatitudine.
Secondo Dionigi, come si è detto, questi tre atti trovano il loro modello spirituale negli uffici delle tre suddette gerarchie angeliche, benchè ovviamente, nel caso dell’uomo, questi atti comportino un elemento materiale e corporeo, che non esiste negli atti angelici. Dunque il modello angelico non va inteso come una vanificazione gnostica di quegli atti fisici, ma semplicemente la loro nobilitazione grazie ad una loro più elevata spiritualizzazione.
Così gli atti anagogici dei gradi del sacerdozio comportano, partendo dal basso, l’amministrazione del Battesimo da parte del Diacono, il ministero dell’Eucaristia, della Penitenza e dell’Unzione degli infermi da parte del Presbitero, e l’amministrazione della Cresima e l’Ordinazione Sacerdotale da parte del Vescovo. Il sacramento del Matrimonio non comporta un elemento gerarchico, perché è il sacramento del popolo di Dio governato dalla gerarchia ecclesiastica.
Nella gerarchia celeste come in quella ecclesiastica il grado superiore può fare quello che fa l’inferiore, ma non viceversa. L’inferiore partecipa del superiore, il quale pertanto ha in pienezza ciò che l’inferiore ha solo per partecipazione. Il grado supremo è il sommo analogato di un valore - il ministero angelico e quello sacerdotale - connesso con una pluralità di analogati inferiori, per cui come ad un gradino della scala di valori corrisponde la sua propria azione, così proporzionatamente al gradino inferiore o a quello superiore corrisponde la propria azione. In tal modo, sia nella gerarchia angelica che in quella ecclesiastica si ha un insieme di elementi coordinato ed unificato in perfetta armonia e divina bellezza.
Il compito perfettivo del Vescovo è così indicato dal Concilio Vaticano II:
“Come incaricati di condurre alla perfezione, i vescovi si studino di fare avanzare nella via della santità i loro sacerdoti, i religiosi e i laici secondo la particolare vocazione di ciascuno; persuasi di essere tenuti a dare l’esempio della santità, della carità, nell’umiltà e nella semplicità della vita. Conducano le chiese loro affidate a tal punto di santità che in esse risplenda pienamente il senso della Chiesa universale di Cristo” (Decreto Christus Dominus, n.15).
“Nell’esercizio del loro dovere di padri e di pastori, i vescovi in mezzo ai loro fedeli si comportino come coloro che prestano servizio, come buoni pastori che conducono le loro pecore e sono da esse conosciuti, come veri padri che eccellono per il loro spirito di carità e di zelo verso tutti e alla cui autorità, ricevuta invero da Dio, tutti con animo grato si sottomettono. Raccolgano attorno a sé l’intera famiglia del loro gregge e diano ad essa una tale formazione che tutti, consapevoli dei loro doveri, vivano ed operino nella comunione della carità” (ibid. n.16).
Il Vescovo, secondo il Concilio, possiede la pienezza del sacerdozio, è sacerdote per essenza, mentre nei gradi inferiori abbiamo il sacerdozio per partecipazione. Possiede il sommo analogato del sacerdozio, mentre gli altri gradi costituiscono gli analogati inferiori. Dal punto di vista del sacerdozio, è il capo e il vertice della gerarchia ecclesiastica, in ciò alla pari del Papa, mentre considerando la gerarchia cattolica dal punto di vista giurisdizionale, è chiaro che il vescovo per istituzione divina è sottomesso al Papa.
Solo a Pietro infatti Cristo ha detto pasce oves meas e confirma fratres tuos. Ma a prescindere da ciò il potere magisteriale, pastorale e sacramentale del vescovo è del tutto uguale a quello del Papa. Per questo i vescovi scismatici orientali, benchè non sottomessi al Papa, sono veri vescovi come i cattolici.
Dice il Concilio:
“Con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’Ordine, quella cioè che nella consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata il sommo sacerdozio, il vertice del sacro ministero” (Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n.21).
Il modello angelico e il modello pastorale
Volendo confrontare il modello di vescovo presentato dal Concilio con quello tradizionale dell’insegnamento dionisiano, che enorme influsso ha esercitato per secoli nell’Europa cristiana, potremmo notare che mentre Dionigi presenta un modello angelico, che sottolinea la sacralità e la nobiltà dell’ufficio episcopale, divino e divinizzante, il Concilio offre un modello pastorale, improntato soprattutto alla carità, all’umiltà, all’accoglienza ed al servizio fraterno. I due modelli non si escludono, ma al contrario si integrano a vicenda, per cui, nella comprensibile attuale diffusione del modello conciliare, non sarebbe male recuperare con saggezza l’ideale dionisiano.
Infatti il pericolo o l’equivoco di oggi è quello di una concezione troppo umana e secolaristica del vescovo, la cui autorità gerarchica rischia di svilirsi ed appiattirsi in un falso egualitarismo. Per la verità queste cose sono sempre state una tentazione dell’episcopato, per ufficio in relazione con i poteri di questo mondo, politici, economici, culturali e sociali, col rischio però del temporalismo e dell’attaccamento al potere e della timidezza nei confronti dei potenti di questo mondo, anche se indubbiamente i buoni e santi vescovi hanno sempre saputo utilizzare ricchezze e potere per numerose opere di carità e di misericordia a favore dei poveri e dei bisognosi o proteggendo istituti dediti a questa missione o comunque interponendosi presso forze politiche, economiche o sociali, per favorire il conseguimento di questi fini.
Viceversa Dionigi ci ricorda l’elevatezza spirituale e soprannaturale dell’ufficio pastorale, che ha per primo compito quello di condurre il popolo di Dio alla salvezza e alla visione beatifica del cielo, associandolo a sé nel culto liturgico e nella lode di Dio, purificandolo dai propri peccati, illuminandolo con la sana dottrina, cacciando il lupo dal gregge e confutando gli errori, specie le “dottrine diaboliche” (I Tm 4,1), che si frappongono alla conoscenza del Vangelo e alla perfezione della cammino cristiano.
In tal senso il vescovo è un uomo dello spirito, è un angelo, è un uomo di Dio, esperto dei divini misteri ed iniziatore alla contemplazione mistica. Se dunque egli imita gli angeli santi, è ministro di benedizione e di salvezza, ma solo che in qualche modo si lasci sedurre, magari inconsapevolmente, dallo spirito delle tenebre, diventa un ostacolo alla salvezza del gregge e merita quel nome terribile di “demonio incarnato” che la Santa Senese non si peritava di assegnare ai cattivi pastori, che non pascono il gregge ma pascono se stessi.
P. Giovanni Cavalcoli, OP
Bologna, 13 febbraio 2012
L’angelo, per la Scrittura, è un’entità personale, dotata di intelletto e volontà, in grado di intendere i misteri divini, i pensieri e l’agire dell’uomo e i segreti dell’universo. Questo è tanto vero che alcuni angeli nella Scrittura sono chiamati con un loro nome proprio, come Michele, Gabriele e Raffaele.
Dalla Bibbia risulta altresì che gli angeli, oltre a costituire la corte celeste attorno al trono di Dio, sono radunati in schiere (shèbaoth) alle dipendenze di Dio, sicchè Dio è il Dio delle schiere, espressione spesso tradotta con Dio degli eserciti,
Come osserva l’Aquinate (q.109, a.1), non solo la città celeste ma anche quella infernale è soggetta al governo divino. Mentre la prima è il regno della beatitudine e il trionfo della misericordia, nella seconda si attua la giustizia punitrice, benchè anche lì non manchi la misericordia.
Secondo l’Apocalisse il Vescovo è l’angelo della propria Chiesa. Per questo Giovanni all’inizio dell’Apocalisse invia pace e grazia alle sette Chiese di Asia da parte di Cristo e dei “sette spiriti che stanno davanti al trono di Dio”. Ciò non vuol dire che il trono divino sia circondato solo da sette spiriti, ma con ogni probabilità quei sette spiriti sono gli angeli protettori delle sette chiese e in particolare sono gli angeli guida o protettori dei rispettivi sette vescovi, i quali pure sono detti “angeli” della loro Chiesa.
[1] La Gerarchia ecclesiastica, c.I, n.2, a cura di Salvatore Lilla, Città Nuova Editrice, Roma 2002, p.46.
[2] Ibid., pp.46-47.
[3] Ibid., c.V, n.5, pp.122-123.


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