16 gennaio, 2023

Rigidità e fedeltà - Due Papi a confronto - Seconda Parte (2/2)

 Rigidità e fedeltà

Due Papi a confronto

 

Seconda Parte (2/2) 

 La questione della verità

Troppo preoccupato di evitare l’ideologia e l’astrattezza, Francesco possiede una forte sensibilità ed attenzione alle singole persone, al concreto, alla storicità della salvezza, mentre par di notare in lui una certa antipatia per la dottrina e per la teoria.  Ciò potrebbe far sospettare una certa antipatia per la speculazione o per il dogma, mentre invece sono chiari in Benedetto la sensibilità e il rispetto per tutti questi valori. 

 

Sorge allora la questione serissima della verità e di quello che è lo stesso ufficio petrino. Al riguardo sappiamo come tutto il pontificato di Francesco sia stato oggetto di periodici attacchi collettivi da parte di cattolici anticonciliari, che lo hanno accusato di eresia, un fenomeno inaudito nella storia del Papato, dato che accuse di eresia sono sempre venute da elementi dichiaratamente contrari al cattolicesimo e in nome di princìpi eretici. Ora bisogna dire che se i lefevriani non possano dirsi eretici, ci chiediamo però se si può considerare ortodossia integrale quella che esclude il Magistero della Chiesa da San Giovanni XXIII ai nostri giorni. 

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Benedetto e Francesco hanno dato sagge indicazioni circa i doveri dei cattolici in politica e hanno saputo mantenere il prestigio morale della Santa Sede sul piano internazionale emanando saggi suggerimenti alle Nazioni Unite per ottenere un rafforzamento della loro autorità nella comunità internazionale, cosa urgentissima, considerando come oggi la pace nel mondo sia più che mai in pericolo a causa dello scontro fra Stati Uniti e Russia per il dominio sull’Ucraina.

Il papato di Francesco ha ancora delle chances.E gli auguriamo ancora molti anni di attività. 

 

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15 gennaio, 2023

Rigidità e fedeltà - Due Papi a confronto - Prima Parte (1/2)

 Rigidità e fedeltà

Due Papi a confronto

Prima Parte (1/2)

 

Dimentico del passato e proteso verso il futuro

Fil 3,13

Custodisci il deposito

Tm 6,20

Due modi di fare il Papa

Due Papi nel loro operato essenziale non possono che riflettere il volto del divino Maestro e Redentore, del quale sono vicari in terra, e però come creature umane ferite dal peccato originale e risanate dalla grazia non possono non presentare i segni dell’umana fragilità e grandezza, sempre diversi per ogni Papa.

Sia quindi Benedetto che Francesco, in quanto Sommi Pontefici Successori di Pietro e Vescovi di Roma, pastori universali della Chiesa, sono stati i sommi custodi del culto al vero ed unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, hanno mantenuto integro il deposito della fede basato sulla Tradizione e la Sacra Scrittura, respingendo gli errori, e quindi hanno insegnato la verità sulla Chiesa, la sacramentaria, l’etica evangelica, l’escatologia, l’angelologia e la mariologia.

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La Chiesa ha dovuto affrontare l’inaudita prova dello sdoppiamento del Papato, che è parso essere ad alcuni un tradimento dell’istituzione di Cristo dell’unica guida della Chiesa.

Si è chiarita la differente posizione di Benedetto e Francesco: entrambi fruenti del munus petrino, ma solo Francesco ha aggiunto al munus il ministerium, come a dire l’esser Papa (munus) è appartenuto ad entrambi; il fare il Papa (ministerium), ossia il governare effettivamente la Chiesa, è stata proprietà esclusiva di Francesco.

Benedetto si è autonominato Papa «emerito», sul modello dei vescovi emeriti. Il che significa che, stanti queste spiegazioni, abbiamo avuto secondo la volontà di Cristo un solo Papa al governo della Chiesa.

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13 gennaio, 2023

La creazione divina secondo Gustavo Bontadini - Quinta Parte (5/5)

 La creazione divina secondo Gustavo Bontadini

 Quinta Parte (5/5)

Per Hegel la contradditorietà del divenire

non infirma il principio di identità

Hegel, dopo aver notato che «il puro essere degli Eleati e la loro dialettica distrugge tutti i rapporti finiti» e che per loro «il mondo è in se stesso parvenza e soltanto il puro essere è vero»,

«il progresso necessario, afferma, consiste nell’essere Eraclito passato dall’essere come primo pensiero immediato alla determinazione del divenire, come secondo termine; abbiamo così il primo concreto, l’Assoluto, in quanto in esso si realizza l’unità degli opposti. Mentre dunque il ragionare di Parmenide e di Zenone era puro intelletto astratto, in Eraclito incontriamo per la prima volta l’Idea filosofica nella sua forma speculativa; perciò egli fu sempre ritenuto, e talora anche denigrato, come filosofo profondo. Qui vediamo finalmente terra: non v’è proposizione d’Eraclito ch’io non abbia accolto nella mia Logica».

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È encomiabile l’acutezza di giudizio di Hegel circa il panteismo parmenideo. Tuttavia ciò non impedisce ad Hegel di essere egli stesso panteista per un altro verso; se egli rifiuta giustamente del panteismo parmenideo dell’essere, non disdegna affatto, anzi è il sommo sostenitore del panteismo del divenire.

Hegel viene a combaciare con Parmenide nel principio idealistico parmenideo: «la stessa cosa è il pensare e l’essere». Importa poco che l’oggetto del pensare sia eterno come temporale o temporale come eterno.

Nel sistema di Hegel l’essere può identificarsi col nulla perché Hegel si pone sul piano dell’ente di ragione, che per lui s’identifica con l’essere reale («il razionale è il reale»).

Nell’orizzonte dell’ente di ragione gli opposti si collocano sempre nell’orizzonte dell’ente di ragione e si richiamano a vicenda. Infatti per definire il nulla occorre il concetto dell’essere, ma anche per definire l’essere occorre il concetto del nulla.

Come in Hegel, il tanto bistrattato divenire, scandalo della ragione e stoltezza del dogma cristiano, ricompare in Severino più che mai nelle vesti dell’Assoluto e all’interno dello stesso Assoluto, sulle orme di Hegel. Non abbiamo più adesso il puro essere di Parmenide, opposto al non-essere. Abbiamo un essere talmente comprensivo da includere in sé anche il non-essere.

Il Dio di Severino ha nella sua essenza la coesistenza dell’essere col nulla, del bene col male, della vita con la morte.

Dunque in Severino, tutto è uno, tutto è eterno, tutto è adesso, tutto è immutabile, tutto è bene.

Immagini da Internet: Hegel e E. Severino

12 gennaio, 2023

La creazione divina secondo Gustavo Bontadini - Quarta Parte (4/5)

 La creazione divina secondo Gustavo Bontadini

 Quarta Parte (4/5)

La metafisica di Bontadini

Bontadini fa oggetto della metafisica l’essere inteso alla maniera di Parmenide, come uno, unico, univoco, atto d’essere, necessario, sussistente, eterno, totale, infinito, immutabile, immediatamente intuìto dal pensiero, anzi essere coincidente col pensiero secondo il principio parmenideo to autò to noèin kai to einai, il pensare e l’essere sono la stessa cosa, il principio dell’idealismo.

La metafisica bontadiniana si riassume nella sua nozione fondamentale di «unità dell’esperienza». Unità perchè l’essere è uno e perché essa è unità di esperienza sensibile e intellettuale, di scienza e di coscienza. 

Per questo la metafisica per Bontadini non è una scienza, ma un’esperienza. Si tratta sì di cogliere un valore primario qual è l’essere, universale, immutabile e necessario come nella scienza, ma in modo immediato e per esperienza, non in forza di un atto astrattivo e giudicativo dell’intelletto a partire dall’esperienza sensibile dell’ente materiale e mutevole, non un reale esterno e trascendente al pensiero, meramente intellegibile, ma intellegibile e sensibile ad un tempo, immanente alla coscienza, aperto all’orizzonte sconfinato dello spirito. Si tratta di quella che egli chiama «unità dell’esperienza», una perché il suo oggetto è uno, appunto l’essere uno di Parmenide, e quindi essere tutto o, come lo chiama Bontadini, «intero», «implesso originario», «struttura originaria», un unico ordine di originario ed originato, un tutto organico, le cui parti, ossia gli enti, stanno all’interno di questo tutto, perché al di fuori non c’è che il nulla.

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La metafisica bontadiniana si riassume nella sua nozione fondamentale di «unità dell’esperienza». Unità perchè l’essere è uno e perché essa è unità di esperienza sensibile e intellettuale, di scienza e di coscienza. 

Per questo la metafisica per Bontadini non è una scienza, ma un’esperienza. 

Si tratta di quella che egli chiama «unità dell’esperienza», una perché il suo oggetto è uno, appunto l’essere uno di Parmenide, e quindi essere tutto o, come lo chiama Bontadini, «intero», «implesso originario», «struttura originaria», un unico ordine di originario ed originato, un tutto organico, le cui parti, ossia gli enti, stanno all’interno di questo tutto, perché al di fuori non c’è che il nulla.


Che rapporto ha questa metafisica col mondo fisico degli enti materiali, particolari, determinati e mutevoli? Non vi trova in esso l’essere, non vi trova la verità e la certezza, ma solo fenomeni, apparenze, parvenze, probabilità. 

È il mondo dell’essere che non è, che resiste all’esigenza di identità propria della ragione. È mondo reale, che non può essere contradditorio; eppure sembra tale e la ragione ha il compito di dissolvere o risolvere questa apparente contradditorietà appunto con l’affermazione della creazione, che per Bontadini è precisamente atto del Pensiero divino, identità assoluta.

Pensiero che è autocoscienza. Si comprende allora l’ammirazione che Bontadini ha per Cartesio come iniziatore della metafisica critica, non fondata su di un ente fisico esterno alla coscienza, ma sulla coscienza di esistere.

Ma l’oggetto della metafisica è l’essere; non sono io. Il parlare di sé non spetta alla scienza ma all’autobiografia.

Immagini da Internet:
- Gustavo Bontadini
-Platone e Ariatotele, la scuola di Atene, Raffaello Sanzio

11 gennaio, 2023

La creazione divina secondo Gustavo Bontadini - Terza Parte (3/5)

 La creazione divina secondo Gustavo Bontadini

 Terza Parte (3/5)

Una concezione insufficiente del principio di identità

La proposta parmenidea ha il fascino di un filosofo che ci esorta ad una fedeltà assoluta alla verità, in totale sincerità, onestà, lealtà, limpidezza e trasparenza, nel totale rifiuto di ogni diminuzione, cedimento, incoerenza, contraddizione, compromesso, doppiezza, opportunismo, accomodamento, ambiguità. Siamo posti davanti ad una scelta: o per l’essere o contro l’essere. Un animo cristiano come Bontadini lesse in questa proposta: o per Dio o contro Dio. Tertium non datur.

Si notano inoltre nel suo animo le tracce di un’educazione cristiana ricevuta con forte accentuazione ascetica: il mondo è vano, infido, falso, ammaliatore, pericoloso, ingannevole, ribelle alla verità. È un non-essere che pretende di essere e vorrebbe addirittura presentarsi come l’Assoluto, come Dio. Per raggiungere Dio bisogna rifiutare le insidie, le vane apparenze e le illusioni del mondo, smascherarne la sua vuotezza e la sua nullità. Occorre negare il mondo se vogliamo affermare Dio.

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Bontadini, sviato da Parmenide, interpretò il principio di identità non nella formula giusta che si ricava da Aristotele – non è possibile che l’ente sia e non sia simultaneamente e sotto il medesimo rapporto –, ma nel modo parmenideo: esiste un solo l’essere, l’essere che non può non essere; il non essere non esiste.

Parmenide, come è noto, intende l’essere come uno, sicchè tutto è uno. Le distinzioni, il divenire e il tempo sono mere apparenze. Parmenide ha quindi lasciato il divenire fuori dell’identità e quindi fuori dell’essere, nella mera apparenza. Non è riuscito, come invece riuscirà Aristotele, a farsi una nozione analogica dell’essere; non ha saputo riconoscere l’identità del divenire.

Certamente il nulla è il non-essere, ma non si può dire che non esista, altrimenti come potremmo parlarne e comprenderci fra noi quando ne parliamo? In realtà il concetto del nulla è un concetto originario come quello dell’essere. Basta negare l’essere per avere il nulla, sicchè nessuno confonde l’essere col nulla.

Il nulla entra dunque nell’orizzonte degli enti di ragione.

Se infatti il nulla non esistesse, la creazione sarebbe impossibile e si potrebbe essere indotti a concepire la creatura sul modello dell’emanazione divina o addirittura della processione divina sul modello delle Persone divine e saremmo nel panteismo. Dio ovviamente non crea il nulla, dal quale estrae le creature come da un serbatoio; tuttavia si deve dire che il nulla esiste nel momento in cui Dio crea la creatura, nulla inteso come non-essere della creatura che Egli va a creare, nulla precedente l’esistere della creatura.

Immagini da Internet: Raffigurazioni del nulla e del Big Bang

10 gennaio, 2023

La creazione divina secondo Gustavo Bontadini - Seconda Parte (2/5)

 La creazione divina secondo Gustavo Bontadini

 Seconda Parte (2/5)

La nozione di creazione va cercata nella linea dell’atto d’essere,

non della attività dialettica

Ora, Bontadini sembra trovarsi su questa linea concettualista ed essenzialista, che per un eccessivo bisogno di precisione e formalità, perde di vista la causalità efficiente dell’atto d’essere, che invece è necessario tener presente per formarsi il concetto giusto di creazione, che è la risposta radicale al problema del perché dell’effetto creato, ossia dell’ente mondano, una causa sufficientemente esplicativa.

Bontadini allora, in questa visuale esclusivamente formale ed essenzialista, ritiene che la prova più rigorosa per la dimostrazione di Dio creatore non debba basarsi sul principio di causalità, ma su quello di non contraddizione, che è quello che maggiormente soddisfa la forma del pensare. 

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Parmenide

 

Bontadini ritiene che la prova più rigorosa per la dimostrazione di Dio creatore non debba basarsi sul principio di causalità, ma su quello di non contraddizione, che è quello che maggiormente soddisfa la forma del pensare.

Non si tratta allora in questa visuale di badare alla realtà, anche se oscura e misteriosa, ma di operare sui concetti. Così il reale non gli appare un gradino ontologico esterno al pensiero – le cose sensibili - per salire a Dio, ma un ostacolo, perché gli pare, con gli occhi di Parmenide, contradditorio.


Eppure la nostra ragione, ci fa notare Aristotele, se fa attenzione alla realtà, si accorge che essa, come già aveva intuìto Platone con la distinzione fra il sensibile e l’intellegibile, è posta su due piani ontologici, uno (cielo) sull’altro (terra), e non si lascia penetrare e scrutare dal nostro intelletto, perché sul piano della materia, dell’ypokèimenon, come lo chiamava Aristotele, il reale ci appare ostico e troppo poco intellegibile.

Quel soggetto che prima aveva la forma del legno, successivamente, bruciato dal fuoco, è divenuto cenere. Aristotele comprese che non è il caso di supporre che qui sia violato il principio d’identità, perché il legno è e non è e la cenere non è ed è, a patto che si abbia il buon senso di riconoscere il prima e il dopo e che non c’è confusione fra l’essere e il non-essere, ma passaggio dal non-essere all’essere e viceversa.

Immagini da Internet
 

09 gennaio, 2023

La creazione divina secondo Gustavo Bontadini - Prima Parte (1/5)

 La creazione divina secondo Gustavo Bontadini

Prima Parte (1/5)

Invisibilia Dei a creatura mundi

per ea quae facta sunt, intellecta conspiciuntur.

Rm 1,20

Una disputa sul concetto di creazione

Tra la fine degli anni ’50 del secolo scorso e gli inizi degli anni ’70 il dibattito filosofico italiano fu dominato da una disputa fra Bontadini e il suo ex-allievo Severino all’Università Cattolica di Milano circa la questione del valore ontologico del divenire in rapporto alla metafisica di Parmenide, che Bontadini aveva rilanciato e che Severino aveva accolto.

Bontadini però intendeva rifarsi a Parmenide perché riteneva che il suo pensiero potesse servire per rendere più rigoroso il concetto di creazione e per proporre una prova dell’esistenza di Dio più diretta dei procedimenti tomistici, mentre Severino si lasciò entusiasmare talmente da Parmenide, da abbracciare incondizionatamente il suo pensiero, al punto  di perdere addirittura la fede e da cadere in una metafisica monista, con esiti da una parte ateistici, come l’eternalizzazione del divenire e dall’altra panteisti, come risoluzione dell’apparire nell’essere.

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Appoggiandosi a Parmenide, Bontadini pensa di aver trovato una via per la dimostrazione dell’esistenza del Creatore più breve, più rigorosa e più rispettosa del principio di non contraddizione che non quella che San Tommaso ricava dalla fisica e dalla metafisica di Aristotele, perfezionate dal concetto dell’essere (esse, einai).

Tommaso riprende il concetto aristotelico di causa efficiente e lo porta al massimo della sua radicalità. Occorre una causa che non si limiti a produrre una nuova forma in una materia presupposta e indipendente dall’agente, ma bisogna ammettere un agente di tale potenza da produrre anche la materia dell’ente e quindi da non presupporre nulla al suo atto produttivo. Questa è appunto la creazione dal nulla insegnata dalla Bibbia, ma che di per sé è una verità che può essere scoperta dalla sola ragione metafisica.

Tommaso in altri luoghi mostra come queste vie possono abbreviarsi e ridursi ad una sola: è quella metafisica, che ragiona solo sull’essere, per la quale la ragione, accorgendosi dell’esistenza dell’ente contingente, esistente da altro e per partecipazione, si accorge altresì che esso non potrebbe esistere, se non fosse causato da un ente necessario, esistente da sè e per essenza.

Ma Bontadini ritiene che il procedere di Tommaso non osservi pienamente il principio di non-contraddizione e quindi che occorra elaborare un concetto di creazione che non offra alcun appiglio alle esigenze più rigorose del rispetto di quel principio. Senonchè Bontadini, invece di appoggiarsi sulla formulazione aristotelico-tomista del principio di identità e di non-contraddizione, si appoggia su quella parmenidea, che ritiene sottratta ad ogni possibile critica. E invece non spetta a quella parmenidea, ma a quella aristotelico-tomista, essere inattaccabile dalle più rigorose esigenze della non-contraddizione.

Immagini da Internet:
- Gustavo Bontadini
- San Tommaso d'Aquino, pala del Guercino, Bologna

07 gennaio, 2023

Il messaggio di Benedetto XVI

 Il messaggio di Benedetto XVI

Vero promotore della riforma conciliare

La Chiesa soffre da sessant’anni di una grave divisione interna tra due partiti che si combattono fra di loro in relazione al giudizio da dare alle dottrine del Concilio Vaticano II. L’attenzione della Chiesa si è polarizzata attorno a due partiti contrapposti, che fanno capo a due personaggi dalla potente e avvincente personalità, i quali hanno interpretato le dottrine del Concilio come fossero favorevoli al modernismo, gli uni per accoglierle, e sono i seguaci di Karl Rahner, i sedicenti progressisti, ma in realtà modernisti, e gli altri per rifiutarle, e sono i seguaci di Marcel Lefebvre, sedicenti difensori della Tradizione, ma in realtà passatisti.

I Papi del postconcilio a partire da S.Paolo VI si accorsero subito dello scoppio di questa crisi interna alla Chiesa stessa e non provocata da attacchi esterni, tanto che Paolo VI nel 1975 parlò di «autodemolizione», e di «magistero parallelo». Essi reagirono contro i lefevriani, facile bersaglio data la scarsità del loro numero e l’evidente opposizione al Concilio, ma, presi in contropiede dai rahneriani, che si presentavano come protagonisti del Concilio ed ottennero subito un immenso successo, restarono interdetti e quasi increduli, limitandosi ad accuse giuste ma generiche e non mirate, e quindi assai poco efficaci, perché i colpiti avevano sempre la scappatoia di dire: io non c’entro, dato che non mi ha nominato.

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03 gennaio, 2023

Lettera di P. Tyn al Card. Ratzinger e relativa risposta (1985)

  Lettera di P. Tyn al Card. Ratzinger e relativa risposta

    Pubblico una corrispondenza avuta tra Padre Tomas Tyn e il Cardinale Ratzinger nel 1985, nella quale il Lettore potrà riscontrare una profonda convergenza di vedute circa l’importanza del fondamento metafisico della morale, ai fini di un risanamento dei costumi morali, per un progresso del cammino storico della Chiesa e dell’umanità verso il Regno di Dio.

Questo testo è già stato pubblicato nel mio libro “Padre Tomas Tyn, un tradizionalista post-conciliari, ed. Fede&Cultura, Verona, 2007, pp. 122-139.

    Aggiungo una nota che può aiutare il Lettore a comprendere questa corrispondenza alla luce dell’attuale Pontificato di Papa Francesco. Il punto più importante da mettere in luce è la questione del rapporto tra Vetus Ordo e Novus Ordo. 

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31 dicembre, 2022

Padre Tomas Tyn luce della Chiesa

 Padre Tomas Tyn luce della Chiesa

Il prossimo 1° gennaio ricorrerà il 33° anniversario della morte del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, ben noto ai Lettori. Padre Tomas è una di quelle luci, delle quali la Chiesa si avvale per avanzare, tra le tenebre della vita presente, verso la pienezza della luce, che è Cristo luce del mondo.

La breve vita di Padre Tomas, morto a 39 anni, intensissima di attività intellettuale e pratica, è l’esempio di quanto intelligentemente e fruttuosamente si può spendere quel breve tempo che Dio mette a nostra disposizione, utilizzando ogni attimo per crescere nella carità e nella ricerca della santità, utilizzando al massimo le proprie risorse, e Padre Tomas ne aveva parecchie, e servendosi di quei metodi ascetici, che ci sono insegnati dal Vangelo e dai maestri spirituali. 

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Servo di Dio
Padre Tomas Tyn, OP


30 dicembre, 2022

Che cosa è il realismo - Quarta Parte (4/4)

 Che cosa è il realismo

Quarta Parte (4/4) 

L’idealismo hegeliano

L’idealismo colpito dalla Chiesa è certamente quell’idealismo tedesco, il cosiddetto «idealismo trascendentale»[1], che così, soprattutto con Hegel, definì se stesso, quell’idealismo che concepisce l’Idea divina come assolutizzazione dell’idea umana, sicchè, dato che in Dio l’idea coincide con l’essere, l’ideale viene a coincidere col reale o, secondo la famosa formula hegeliana, il «razionale», ossia l’idea, il concetto, il logico «è il reale».

Hegel dichiara apertamente la sua ascendenza cartesiana con queste parole:

«La semplice inseparabilità del pensiero dall’essere è data dal cogito, ergo sum: è del tutto il medesimo che a me nella coscienza si sia immediatamente rivelato l’essere, la realtà, l’esistenza dell’io (Cartesio dichiara espressamente, Princ.Phil.,I, 9 che egli, con la parola pensiero intende coscienza in genere come tale) e che quella inseparabilità sia senz’altro la prima (non mediata, provata) e più certa conoscenza»[2].

Hegel tuttavia ha potuto valersi di una felice triplice distinzione terminologica, propria della lingua tedesca, per esprimere ciò che in italiano chiamiamo realtà: Realitât, Wirklichkeit e Sachlichkeit, che danno al suo idealismo un sapore di realismo, in quanto mentre Realitât dice essenza, quindi l’astratto, semplice idea, e Sachlichkeit, dice cosa nel senso di affare, vedi la res o il reus nel senso giuridico,  Wirklichkeit è la realtà effettiva, efficiente, efficace, produttiva, è la causalità, realtà in senso pieno e concreto. Vedi la voce corrispondente in inglese, work, che vuol dire lavoro.  

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 Severino si può qualificare come idealista in quanto egli non è solo univocista in gnoseologia, ma monista in metafisica. 

 Per lui il concetto dell’essere è uno perché identico all’essere che è uno. In questo senso per lui il pensiero s’identifica con l’essere. Per Severino ogni essere è l’Essere.

È chiaro, osserva l’Aquinate, che Dio è infinito. Ma da dove nasce questa infinità? Che cosa significa? 

Significa appunto che Dio è puro essere, non è altro che essere non limitato da una data e determinata essenza (poter-essere Giovanni e non Francesco), come avviene in noi, essenza limitata che restringe l’illimitata vastità della ratio essendi, secchiello, che, per così dire, non può contenere tutta l’acqua del mare, ma solo quanta ne è capace di contenere.

 

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29 dicembre, 2022

Che cosa è il realismo - Terza Parte (3/4)

 Che cosa è il realismo

Terza Parte (3/4) 

I prodromi dell’idealismo: Scoto, Ockham e Suarez

La più antica testimonianza dell’idealismo in Occidente, a parte il più antico, l’idealismo indiano, che qui non prendiamo in considerazione, è quella di Parmenide nel sec.VI a.C.. col suo famoso principio: to autò to noein kai to einai, il pensiero e l’essere sono la stessa cosa. Esso è connesso con l’altro: l’essere è, il non-essere non è.

Si tratta di due princìpi basilari che possono avere un senso valido: il primo può voler dire che la verità è data dalla corrispondenza del pensare con l’essere: quando io sono nel vero, ciò che intendo è quello stesso che esiste. Diversamente, sarei nell’errore. Il secondo è il principio di identità: l’essere non può essere e non-essere ad un tempo e sotto il medesimo aspetto. 

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La decadenza della metafisica comporta che il pensare, inteso come semplice produrre idee o formare concetti, tende a separarsi dal reale e a chiudersi in se stesso. Il concettualizzare viene preferito all’intuire il reale. Si preferisce un concetto più perfetto, cioè univoco, a uno più perspicuo, benché imperfetto, qual è quello analogico.

In metafisica ciò che conta è cogliere concettualmente l’ente, non importa se questo concetto è impreciso, confuso, indeterminato, non del tutto uno, complicato. Esso è comunque certo e verace. Di più non possiamo ottenere e perciò ci deve bastare e dobbiamo accontentarcene. Voler semplificare, precisare o unificare non ci avvicina meglio all’ente, ma ce lo fa vedere peggio, sicchè invece di vedere l’ente, vediamo il nostro misero concetto dell’ente. È come quando tentiamo ci accendere i fari dell’auto nella nebbia, nella speranza di vederci meglio, e invece ci vediamo peggio.

Dobbiamo accettare questa imperfezione del concetto. Altrimenti succede che invece di cogliere il reale, ossia l’ente o la cosa così com’è, lo ospitiamo nella nostra mente sì in un bell’alloggio, ma troppo stretto per le sue dimensioni infinite.

 

Invece il concetto analogo, mentre da una parte ha una certa unità e coerenza sufficiente ad evitare l’equivoco, grazie alla sua sconfinata potenziale diversificazione e pluriformità interna, è capace di raggiungere, ospitare e rappresentare veracemente benché imperfettamente tutto ed ogni cosa, reale o possibile, sia Dio che la creatura.

Mancando questo concetto, che può succedere? Che non si riesce più a concepire l’ente in quanto ente, nella sua unità proporzionale ed diversificata, ma lo si scambia con l’ente comune.

Si tratta qui di carenze o errori gnoseologici o metafisici, che non suppongono nessuna superbia, ma che anzi riscontriamo in menti elette, anche di santa vita, a significare che l’idealismo è fatto anche di errori o equivoci teoretici involontari e comprensibili in un campo di indagine, qual è l’attività dell’intelletto, che è di assai difficile comprensione.

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28 dicembre, 2022

Che cosa è il realismo - Seconda Parte (2/4)

 Che cosa è il realismo

Seconda Parte (2/4) 

Caratteri dell’idealismo

Che cosa intende il Magistero della Chiesa quando condanna l’«idealismo»? Fino a Papa Francesco non ce lo aveva spiegato, supponendo che lo sapessimo già, data l’esistenza di ottime critiche tomiste all’idealismo, che si sono succedute soprattutto nel secolo scorso[1]. Invece l’attuale Pontefice ne dà una definizione tanto chiara quanto semplice e profonda: «il primato dell’idea sulla realtà». E lo definisce più diffusamente quando parla dello gnosticismo, benché non usi il termine «idealismo», facendo riferimento alla sua pretesa di essere un sapere che pareggia quello divino, e l’accusa di fare abuso del pensiero astratto con la conseguenza di trascurare l’attenzione alle esigenze concrete dell’amore del prossimo.   

L’idealista non è un rozzo sensista, materialista, positivista o empirista chiuso nei limiti della sensazione o dell’immaginazione. Non sembra a tutta prima essere quell’uomo carnale, del quale parla San Paolo, ma un uomo spirituale, forse un’asceta, comunque una mente elevatissima di altissima qualità, un genio o un gigante del pensiero, superiore a San Tommaso e a Cristo stesso col loro ingenuo realismo. 

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Il pensiero umano per sua natura è orientato al reale e, se si pone per oggetto l’ideale, è perchè esso suppone che abbia relazione alla realtà. Anche quando il pensiero è nell’errore, il pensante crede pur sempre di essere nella verità, ossia nell’adeguazione al reale.

Anche quando mente vuol dare all’altro l’illusione di dire una verità, ossia qualcosa di aderente al reale. 

È nel dubitare che la mente è separata dalla realtà, ma per il semplice fatto che il dubitare non è un vero pensare, ma una semplice oscillazione del pensiero che non sa o non vuole decidere dove fermarsi.




La differenza dunque fra realista ed idealista non sta nel fatto che il primo contatta la realtà, mentre l’altro si chiude nelle sue idee, perché la mente di entrambi per natura è inclinata alla realtà. La differenza sta nel fatto che mentre il realista volontariamente acconsente al moto naturale del pensiero, l’idealista lo muove contro natura, lo contorce e lo distrae dalla sua naturale destinazione e lo ripiega forzatamente su stesso, sulla propria falsa idea.

Ma così facendo l’idealista scinde, sdoppia e mette il pensiero contro se stesso, perché obbligato a servire il reale, vorrebbe ad un tempo servire se stesso. Ma, come ci avverte Cristo, non possiamo servire a due padroni e il nostro parlare non può essere ad un tempo sì e no. Questo principio logico ed etico è espresso nel principio del cosiddetto «terzo escluso».

Immagini da Internet:
- Il pensatore, Giorgio De Chirico
- Aristotele, XVII secolo