La speranza cristiana
Et iterum venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos
Da un quotidiano cattolico dobbiamo aspettarci che prestando attenzione alle idee che sono in circolazione e riscuotono successo, sappia segnalare quelle che, se da una parte indicano la via della verità, dall’altra però possono trarre in inganno facendo apparire in materia di fede vero il falso e falso il vero.
Ora, il quotidiano Avvenire è l’unico quotidiano nazionale che dichiara di ispirarsi al cattolicesimo ed è appoggiato dai Vescovi italiani, per cui è evidente la sua responsabilità nel rappresentare e stimolare il pensiero cattolico nel campo del giornalismo in fedeltà all’attuale Magistero della Chiesa.
Leggo tutti i giorni con piacere e profitto questo giornale, ma mi capita ogni tanto o addirittura spesso di accorgermi che esso, invece di segnalare e correggere certi errori contrari alla fede, propri soprattutto dei modernisti, si lascia da essi ingannare col risultato di scandalizzare o allontanare i fedeli dal sentiero della verità recando danno alle loro anime.
Come cattolico e docente emerito di teologia, mi sento dunque in dovere tutte le volte che Avvenire devìa dal buon cammino del Vangelo, di significargli con carità e franchezza queste deviazioni ed indicare il rimedio che ci viene offerto dal Magistero della Chiesa. Mi riferisco questa volta all’articolo di Luciano Floridi, «Se “Dio è morto”, dobbiamo trovare il coraggio di costruire», apparso nel numero del 18 aprile u.s.[1].
L’Autore riprende la ben nota tesi di Nietzsche, secondo cui Dio è «morto», ossia ci siamo accorti che la sua immagine non vive più nella nostra mente, perché si trattava di una costruzione mentale priva di fondamento, e quindi abbiamo capito che Dio non esiste, e che quindi non c’è da aspettarsi che in un giorno futuro decisivo per le sorti dell’umanità Egli, similmente a un giudice di alta corte di giustizia, con sentenze inappellabili faccia chiarezza e giustizia definitive di tutti i torti subìti e ripari a tutte le ingiustizie commesse, risarcendo danni, restituendo merci rubate, dando soddisfazione a chi ha patito ingiustizia.
L’Autre dice invece che occorre che siamo noi stessi ad essere operatori e costruttori di giustizia. Da qui il termine «costruttivismo». Il che vuol dire che possiamo e dobbiamo arrangiarci da soli.
Questa tesi sembra presupporre due possibili concezioni della situazione umana entrambe nichiliste: o l’idea che l’uomo possa risolvere da solo i propri problemi e soddisfare da solo ai propri bisogni, idea prometeica, illusione e delirio di onnipotenza che riappare in Marx e che conduce alla catastrofe; oppure l’idea che l’uomo deve accettarsi nella sua frustrazione e incapacità, squallido pessimismo che appare in Leopardi e in Nietzsche, cosa che ugualmente conduce alla catastrofe.
Ora, osserviamo che, come è ben noto, nel linguaggio di Cristo troviamo una serie di coppie terminologiche che ci fanno chiaramente capire che Cristo divide l’umanità in due categorie: eletti e non eletti, figli di questo mondo e figli della luce, figli del regno e figli del maligno, pecore e capri, grano e loglio, pesci buoni e pesci cattivi, benedetti e maledetti, figli di Dio e figli di questo mondo, giusti ed empi, salvati e condannati.
Oggi viceversa si è diffusa una mentalità buonistica[2] di tipo russoiano, negatrice delle conseguenze del peccato originale e dell’utilità e della giustizia dei castighi o dell’uso della forza, per la quale tutti in fondo sono buoni, e amici di Dio. L’uso delle forze armate è sempre illecito. Si devono costruire solo ponti e mai muri. In tal modo diventerebbe illecito costruire un muro di recinzione attorno a una villa o un monastero.
Tutti sono in buona fede, hanno buona volontà, per cui tutti si salvano. All’inferno non c’èè nessuno. Per ottenere la pace nei conflitti basta il dialogo. Non si parla più di vittoria sulla carne, sul mondo e su Satana. Si è smarrito il senso agonistico ed ascetico della vita cristiana. Il sacrificio è visto come masochismo. Non ci sono più nemici da vincere. Non si cita più l’Apocalisse con la sua caratteristica battaglia di Cristo contro i suoi nemici. Non c’è più la Chiesa militante, ma solo la Chiesa pellegrina.
Si crede ingenuamente con Rahner che tutti siano orientati a Dio, siano in grazia e cerchino Dio, per cui tutto il problema del rapporto col mondo sarebbe quello di saper annunciare il Vangelo in modo comprensibile e attraente. Il cattolico non ha nemici, ma ha davanti a sé solo uomini diversi. Non si crede più che la comunione ecclesiale, la concordia e la pace siano fondate sulla verità ad esclusione del falso, ma solo sull’affettività, sulla libera scelta e sull’empatia. Ma l’insegnamento di Cristo è ben diverso. Cristo ci insegna che non ci può essere amore e pace senza la preoccupazione di distinguere il vero dal falso.
Se infatti circa il senso dell’esistenza e della vita è vero per me ciò che è falso per te, se non ci sono valori morali e teoretici assoluti, comuni, universali, immutabili, da tutti condivisibili, intellegibili ed oggettivi, su che cosa baseremo il dialogo, l’unità, la concordia, la collaborazione, la comunione e la pace? Sull’imposizione del più forte? Che cos’è che può unirci? Il comando del duce? Non saremo in uno stato irresolubile di guerra permanente? Non saremo costretti a imporre e a subire l’unità con la violenza? Non saremo costretti o a esser violenti o a essere violentati? Se, come credeva Fichte, l’altro dell’io e un «non-io», che ne sarà nella pacifica convivenza umana? Che ne sarà del pluralismo?
D’altra parte, che senso ha un ecumenismo dove si tergiversa e si gira sempre attorno al problema senza mettere mai le carte in tavola? Non è certo questo il vero ecumenismo voluto dal Concilio. Il rimedio al pensiero debole di Vattimo non è il pensiero assolutista di Severino, ma il realismo tomista, come i Papi ci insegnano.
Tuttavia, una verità oggi da tutti accolta - e ciò è una cosa molto bella - è che Dio vuol salvare tutti, vuol render tutti figli di Dio, che a tutti è inviata la buona novella, che il Vangelo dev’essere predicato in tutto il mondo, che tutti sono chiamati al pentimento ed alla conversione ed è offerta la remissione dei peccati, che Dio illumina ogni uomo, che tutti sono chiamati ad entrare nella Chiesa, che a tutti sono offerti perdono e misericordia, che Cristo ha dato la sua vita per tutti, che la salvezza è offerta a tutti, che tutti possono salvarsi ed hanno i mezzi per salvarsi.
Resta però il fatto che oggi a chi interessa Dio? Io come teologo da decenni predico sul mistero di Dio. Ma quanti sono quelli che mi seguono e mi ascoltano? Esistono poi diversi concetti di Dio, alcuni falsi, come il concetto panteistico, quello idealista, quello luterano, quello evoluzionista. Per salvarsi occorre il concetto giusto di Dio, altrimenti si incappa in un idolo che non salva. Alcuni probabilmente incontrano Cristo senza accorgersene, nel servire i poveri e gli oppressi.
Dio certo Si offre a tutti; ma ognuno di noi ha la facoltà di accoglierLo o non accoglierLo. Dio certo sceglie i suoi eletti, ma fa sì che gli stessi eletti a loro volta Lo scelgano. E poi si parla molto di salvezza. Ma quanti di noi sanno che essa consiste nella visione di Dio? E a chi interessa la visione di Dio? Dunque vediamo perché non tutti si salvano.
Gesù infatti, quando parla dei salvati non dice «tutti», ma gli «eletti». Dunque non tutti. Chi sono? Perchè Gesù dice che molti resteranno fuori del regno? Perchè allontana da sé alcuni? Perchè ad alcuni dice di non riconoscerli? Perché alcuni saranno cacciati fuori nelle tenebre? Perché ad alcuni è riservato il fuoco della geenna?
Dobbiamo ricordare che il cristianesimo concepisce la storia dell’uomo come un dramma nel quale l’uomo alle origini distrugge col peccato un ordine originariamente istituito da Dio. Ma Dio vuole ricostituire quest’ordine. Il Dio giudice e misericordioso sorge da questa volontà divina. Nell’umanità peccatrice si costituiscono allora due partiti: quello di coloro che riconoscono il proprio peccato, sono pentiti e vogliono ricostituire con l’aiuto di Dio l’ordine distrutto. E quello di coloro che non intendono convertirsi, ma ostinati nel loro peccato, si compiacciono del disordine che hanno causato e lo vogliono sostituire con un ordine proprio contrario all’ordine voluto da Dio.
Si capisce allora a questo punto come Dio accolga coloro che vogliono la ricostituzione dell’ordine originario e allontani da Sé coloro che invece si rifiutano di adoperarsi per la sua ricostituzione. La giustizia consiste nell’osservanza dell’ordine stabilito da Dio e nella ricostituzione dell’ordine laddove è stato violato.
Nel corso della storia molti torti vengono commessi senza che vengano riparati. Esiste bensì una giustizia umana, ma essa, come sappiamo bene, non sempre funziona. Infatti, esistono purtroppo giudici corrotti, che condannano l’innocente e assolvono il colpevole. Per questo a tanti che hanno patito ingiustizia non viene resa giustizia. Nessuno li difende. Gli impostori fanno la figura dei profeti e vengono onorati e seguìti da molti. Gli onesti sono scherniti, vessati, disprezzati ed emarginati. Dio indubbiamente per adesso sopporta queste ingiustizie. Tuttavia fa questo perchè vuol dar tempo e modo agli ingiusti di pentirsi, di riparare e far giustizia.
Tuttavia esiste una scadenza. I conti in sospeso devono essere regolati e saranno regolati. Se Dio per adesso tace e non interviene, non è perché, come il Dio luterano, si rassegna al peccato e lo legalizza, ma solo perchè Dio esorta i peccatori ad un esame di coscienza.
Il tempo che Dio dà è limitato e da un momento all’altro interverrà Egli stesso a chieder conto e a rimediare a tutti i torti commessi dagli ipocriti, dagli empi, dai prepotenti e dalla stessa giustizia umana. Questo intervento finale di Dio nella storia è il Giudizio universale. Gli umiliati ed offesi hanno quindi motivo di consolazione e di speranza, nell’attesa della Venuta finale di Cristo, che farà giustizia di tutti i torti commessi dagli ingiusti, mentre premierà coloro che hanno pazientato e temuto i suoi giudizi. Questa è la speranza cristiana.
Invece, il costruttivismo illustrato da Avvenire, proibisce all’uomo di attendere - quale vana illusione - un giorno della verità e della giustizia,un giorno nel quale Dio, quale supremo giudice dell’umanità, svelerà definitivamente gli inganni degli ipocriti, prenderà le difese dei giusti e mostrerà a tutti le calunnie delle quali sono stati vittime, libererà per sempre gli oppressi dagli oppressori, porrà fine definitivamente alle ingiustizie, darà soddisfazione a chi ha subìto torti e soprusi, castigherà i malfattori, restituirà i loro beni a coloro che ne stati derubati, e darà a ciascuno il suo.
Per il costruttivista un simile Dio non esiste. Allora potremmo chiederci: qual è il vero Dio per il costruttivista. Chi stabilisce e sanziona, secondo lui, la norma del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male nelle azioni umane e la fa rispettare? L’uomo ha sufficiente saggezza, è capace con le proprie forze di creare una perfetta giustizia? Come il costruttivista concepisce il potere dell’uomo? Quale rapporto c’è secondo lui fra l’uomo e Dio? Quale concetto di Dio è sotteso alla visione del costruttivista? A chi va l’onnipotenza? A Dio o all’uomo?
Cominciamo da questo ultimo punto, che illumina e spiega tutto il resto come conseguenza delle premesse. È chiaro che per il costruttivista l’attributo dell’onnipotenza passa da Dio all’uomo. Spetta solo all’uomo premiare e castigare, far giustizia e riparare ai torti. Il Dio dei costruttivisti è come il Dio di Bonhöffer. Non è un Dio che agisce, ma un Dio sta a guardare, mentre chi agisce è l’uomo. È un Dio notaio, che prende atto di quello che fa l’uomo.
Non sta a Dio decidere, sostenere, confermare, approvare o disapprovare le azioni umane, ma è l’uomo che agisce, fa, disfa, ottiene e decide, supponendo l’approvazione e la conferma divina. È poi un Dio tanto diverso dal Dio luterano della «giustificazione forense», meglio dire: dell’ipocrisia forense?
Dio dunque per il costruttivista non è onnipotente e la giustizia divina non consiste nel premiare o castigare, ma semplicemente nel giustificare tutto quello che fa l’uomo, tutti gli eventi della storia, sia il bene come il male, come il Dio hegeliano[3], un Dio che dà sempre ragione al vincitore, mentre chi perde ha sempre torto.
Del resto, anche per il costruttivista Dio è bontà infinita, anche se il mondo, secondo lui, non è fuori di Dio, ma è in Dio stesso. Ora nel mondo ci sono le buone e le cattive azioni. Allora vuol dire che bene e male sono in Dio stesso. Ora, siccome Dio è tutto, allora tutto è bene così com’è e avviene. Quindi anche il male è bene. Dal che noi vediamo come il buonismo si volge in giustificazione del male. Se tutti sono buoni, allora tutti sono malvagi.
Con ciò non vogliamo negare che, se Dio avesse voluto, avrebbe potuto effettivamente salvare tutti, come Origene credette che Dio avesse effettivamente fatto. Ma noi, da buoni credenti, dobbiamo stare a ciò che Dio ha effettivamente fatto e Cristo ci ha rivelato, senza pretendere di essere più misericordiosi di Dio.
Dio quindi, per il costruttivista, come il Dio luterano, non toglie né cancella il peccato, se non in apparenza, ma in realtà lo conserva e lo approva. Esso resta nascosto e celato. Dunque un’ipocrisia. Dio fa finta di non vederlo, ma sa benissimo che c’è.
In fin di conti, allora, il Dio del costruttivista non è un Dio che fa giustizia, ma un Dio che considera giusto l’ingiusto, giusto il peccato quanto la giustizia, perdona il non pentito, assolvendo tanto il giusto che il malvagio. È un Dio che manifesta la sua essenza divina perdonando e salvando tutti, perché è un Dio che ama tanto il bene quanto il male.
E l’uomo che posto ha nel costruttivismo? Dio non trascende l’uomo, ma è il vertice ed orizzonte della trascendenza umana, come in Rahner. L’uomo non è creato da Dio, ma è l’apparire finito di Dio. E siccome Dio è l’Uno-Tutto, come in Hegel e in Parmenide, ossia è la totalità della realtà, l’uomo è l’Io divino finitizzato che appare all’io umano, mentre Dio è l’infinità dell’io umano.
Dio è l’inizio e la pienezza dell’uomo. E per questo la legge della giustizia non è una bontà divina precedente quella umana, ma è la stessa volontà umana elevata alla sua pienezza. Quanto questa visione di Dio e dell’uomo sia conforme alla visione cattolica lo lascio giudicare al lettore.
Ci chiediamo però: che cosa può «costruire» l’uomo con le sue sole forze? Siamo sicuri che l’uomo ha delle forze divine? O forse dobbiamo accontentarci del finito? È chiaro che non possiamo domandare a Dio ciò che possiamo fare con le nostre forze. Su ciò Bonhöffer ha ragione nella sua polemica col «Dio tappabuchi».
Ma come negare o disprezzare il fatto che Dio ci soccorre laddove con le nostre forze non arriviamo? Tentare Dio sarebbe gettarci nel precipizio e chiederGgli soccorso. Ma se realmente stiamo precipitando non per colpa nostra, perché non confidare nel suo aiuto? Non possiamo pretendere di chiedere più di quanto ci spetta; ma perchè non chiederGli ciò senza di cui moriamo?
Certo l’uomo saggio e coraggioso è operoso e costruttivo. Sa utilizzare con coraggio e solerzia quelle forze, quali che siano, delle quali dispone, pur consapevole della propria fallibilità e fragilità e incline al peccato, bisognoso nel contempo di infinito e di assoluto. Se non confida in Dio giudice e riparatore delle ingiustizie che egli stesso commette o delle quali è vittima, che cosa può ottenere, che cosa può costruire se non bei sogni di grandezza e castelli in aria destinati a crollare e svanire all’apparir del vero?
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 28 aprile 2026
Dobbiamo ricordare che il cristianesimo concepisce la storia dell’uomo come un dramma nel quale l’uomo alle origini distrugge col peccato un ordine originariamente istituito da Dio. Ma Dio vuole ricostituire quest’ordine. Il Dio giudice e misericordioso sorge da questa volontà divina. Nell’umanità peccatrice si costituiscono allora due partiti: quello di coloro che riconoscono il proprio peccato, sono pentiti e vogliono ricostituire con l’aiuto di Dio l’ordine distrutto. E quello di coloro che non intendono convertirsi, ma ostinati nel loro peccato, si compiacciono del disordine che hanno causato e lo vogliono sostituire con un ordine proprio contrario all’ordine voluto da Dio.
l’uomo saggio e coraggioso è operoso e costruttivo. Sa utilizzare con coraggio e solerzia quelle forze, quali che siano, delle quali dispone, pur consapevole della propria fallibilità e fragilità e incline al peccato, bisognoso nel contempo di infinito e di assoluto. Se non confida in Dio giudice e riparatore delle ingiustizie che egli stesso commette o delle quali è vittima, che cosa può ottenere, che cosa può costruire se non bei sogni di grandezza e castelli in aria destinati a crollare e svanire all’apparir del vero?
Immagine da Internet: Prometeo, Arnold Böcklin
[1] Se «Dio è morto», dobbiamo trovare il coraggio di costruire, di Luciano Floridi, Avvenire del 18 aprile 2026
[2] L’eresia del buonismo. Il buonismo e i suoi rimedi, Edizioni Chora Books, Hong Kong 2017.
[3] Vedi Il Dio di Hegel, in J. Maritain, La filosofia morale, Editrice Morcelliana, Brescia 1971, pp.215-248.

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