La speranza cristiana
Et iterum venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos
Da un quotidiano cattolico dobbiamo aspettarci che prestando attenzione alle idee che sono in circolazione e riscuotono successo, sappia segnalare quelle che, se da una parte indicano la via della verità, dall’altra però possono trarre in inganno facendo apparire in materia di fede vero il falso e falso il vero.
Ora, il quotidiano Avvenire è l’unico quotidiano nazionale che dichiara di ispirarsi al cattolicesimo ed è appoggiato dai Vescovi italiani, per cui è evidente la sua responsabilità nel rappresentare e stimolare il pensiero cattolico nel campo del giornalismo in fedeltà all’attuale Magistero della Chiesa.
Leggo tutti i giorni con piacere e profitto questo giornale, ma mi capita ogni tanto o addirittura spesso di accorgermi che esso, invece di segnalare e correggere certi errori contrari alla fede, propri soprattutto dei modernisti, si lascia da essi ingannare col risultato di scandalizzare o allontanare i fedeli dal sentiero della verità recando danno alle loro anime.
Come cattolico e docente emerito di teologia, mi sento dunque in dovere tutte le volte che Avvenire devìa dal buon cammino del Vangelo, di significargli con carità e franchezza queste deviazioni ed indicare il rimedio che ci viene offerto dal Magistero della Chiesa. Mi riferisco questa volta all’articolo di Luciano Floridi, «Se “Dio è morto”, dobbiamo trovare il coraggio di costruire», apparso nel numero del 18 aprile u.s.[1].
L’Autore riprende la ben nota tesi di Nietzsche, secondo cui Dio è «morto», ossia ci siamo accorti che la sua immagine non vive più nella nostra mente, perché si trattava di una costruzione mentale priva di fondamento, e quindi abbiamo capito che Dio non esiste, e che quindi non c’è da aspettarsi che in un giorno futuro decisivo per le sorti dell’umanità Egli, similmente a un giudice di alta corte di giustizia, con sentenze inappellabili faccia chiarezza e giustizia definitive di tutti i torti subìti e ripari a tutte le ingiustizie commesse, risarcendo danni, restituendo merci rubate, dando soddisfazione a chi ha patito ingiustizia.
L’Autre dice invece che occorre che siamo noi stessi ad essere operatori e costruttori di giustizia. Da qui il termine «costruttivismo». Il che vuol dire che possiamo e dobbiamo arrangiarci da soli.
Questa tesi sembra presupporre due possibili concezioni della situazione umana entrambe nichiliste: o l’idea che l’uomo possa risolvere da solo i propri problemi e soddisfare da solo ai propri bisogni, idea prometeica, illusione e delirio di onnipotenza che riappare in Marx e che conduce alla catastrofe; oppure l’idea che l’uomo deve accettarsi nella sua frustrazione e incapacità, squallido pessimismo che appare in Leopardi e in Nietzsche, cosa che ugualmente conduce alla catastrofe.
Ora, osserviamo che, come è ben noto, nel linguaggio di Cristo troviamo una serie di coppie terminologiche che ci fanno chiaramente capire che Cristo divide l’umanità in due categorie: eletti e non eletti, figli di questo mondo e figli della luce, figli del regno e figli del maligno, pecore e capri, grano e loglio, pesci buoni e pesci cattivi, benedetti e maledetti, figli di Dio e figli di questo mondo, giusti ed empi, salvati e condannati.
Oggi viceversa si è diffusa una mentalità buonistica[2] di tipo russoiano, negatrice delle conseguenze del peccato originale e dell’utilità e della giustizia dei castighi o dell’uso della forza, per la quale tutti in fondo sono buoni, e amici di Dio. L’uso delle forze armate è sempre illecito. Si devono costruire solo ponti e mai muri. In tal modo diventerebbe illecito costruire un muro di recinzione attorno a una villa o un monastero.
Tutti sono in buona fede, hanno buona volontà, per cui tutti si salvano. All’inferno non c’èè nessuno. Per ottenere la pace nei conflitti basta il dialogo. Non si parla più di vittoria sulla carne, sul mondo e su Satana. Si è smarrito il senso agonistico ed ascetico della vita cristiana. Il sacrificio è visto come masochismo. Non ci sono più nemici da vincere. Non si cita più l’Apocalisse con la sua caratteristica battaglia di Cristo contro i suoi nemici. Non c’è più la Chiesa militante, ma solo la Chiesa pellegrina.
Si crede ingenuamente con Rahner che tutti siano orientati a Dio, siano in grazia e cerchino Dio, per cui tutto il problema del rapporto col mondo sarebbe quello di saper annunciare il Vangelo in modo comprensibile e attraente. Il cattolico non ha nemici, ma ha davanti a sé solo uomini diversi. Non si crede più che la comunione ecclesiale, la concordia e la pace siano fondate sulla verità ad esclusione del falso, ma solo sull’affettività, sulla libera scelta e sull’empatia. Ma l’insegnamento di Cristo è ben diverso. Cristo ci insegna che non ci può essere amore e pace senza la preoccupazione di distinguere il vero dal falso.
Se infatti circa il senso dell’esistenza e della vita è vero per me ciò che è falso per te, se non ci sono valori morali e teoretici assoluti, comuni, universali, immutabili, da tutti condivisibili, intellegibili ed oggettivi, su che cosa baseremo il dialogo, l’unità, la concordia, la collaborazione, la comunione e la pace? Sull’imposizione del più forte? Che cos’è che può unirci? Il comando del duce? Non saremo in uno stato irresolubile di guerra permanente? Non saremo costretti a imporre e a subire l’unità con la violenza? Non saremo costretti o a esser violenti o a essere violentati? Se, come credeva Fichte, l’altro dell’io e un «non-io», che ne sarà nella pacifica convivenza umana? Che ne sarà del pluralismo?
D’altra parte, che senso ha un ecumenismo dove si tergiversa e si gira sempre attorno al problema senza mettere mai le carte in tavola? Non è certo questo il vero ecumenismo voluto dal Concilio. Il rimedio al pensiero debole di Vattimo non è il pensiero assolutista di Severino, ma il realismo tomista, come i Papi ci insegnano.
Tuttavia, una verità oggi da tutti accolta - e ciò è una cosa molto bella - è che Dio vuol salvare tutti, vuol render tutti figli di Dio, che a tutti è inviata la buona novella, che il Vangelo dev’essere predicato in tutto il mondo, che tutti sono chiamati al pentimento ed alla conversione ed è offerta la remissione dei peccati, che Dio illumina ogni uomo, che tutti sono chiamati ad entrare nella Chiesa, che a tutti sono offerti perdono e misericordia, che Cristo ha dato la sua vita per tutti, che la salvezza è offerta a tutti, che tutti possono salvarsi ed hanno i mezzi per salvarsi.
Resta però il fatto che oggi a chi interessa Dio? Io come teologo da decenni predico sul mistero di Dio. Ma quanti sono quelli che mi seguono e mi ascoltano? Esistono poi diversi concetti di Dio, alcuni falsi, come il concetto panteistico, quello idealista, quello luterano, quello evoluzionista. Per salvarsi occorre il concetto giusto di Dio, altrimenti si incappa in un idolo che non salva. Alcuni probabilmente incontrano Cristo senza accorgersene, nel servire i poveri e gli oppressi.
Dio certo Si offre a tutti; ma ognuno di noi ha la facoltà di accoglierLo o non accoglierLo. Dio certo sceglie i suoi eletti, ma fa sì che gli stessi eletti a loro volta Lo scelgano. E poi si parla molto di salvezza. Ma quanti di noi sanno che essa consiste nella visione di Dio? E a chi interessa la visione di Dio? Dunque vediamo perché non tutti si salvano.
Gesù infatti, quando parla dei salvati non dice «tutti», ma gli «eletti». Dunque non tutti. Chi sono? Perchè Gesù dice che molti resteranno fuori del regno? Perchè allontana da sé alcuni? Perchè ad alcuni dice di non riconoscerli? Perché alcuni saranno cacciati fuori nelle tenebre? Perché ad alcuni è riservato il fuoco della geenna?
Dobbiamo ricordare che il cristianesimo concepisce la storia dell’uomo come un dramma nel quale l’uomo alle origini distrugge col peccato un ordine originariamente istituito da Dio. Ma Dio vuole ricostituire quest’ordine. Il Dio giudice e misericordioso sorge da questa volontà divina. Nell’umanità peccatrice si costituiscono allora due partiti: quello di coloro che riconoscono il proprio peccato, sono pentiti e vogliono ricostituire con l’aiuto di Dio l’ordine distrutto. E quello di coloro che non intendono convertirsi, ma ostinati nel loro peccato, si compiacciono del disordine che hanno causato e lo vogliono sostituire con un ordine proprio contrario all’ordine voluto da Dio.
Si capisce allora a questo punto come Dio accolga coloro che vogliono la ricostituzione dell’ordine originario e allontani da Sé coloro che invece si rifiutano di adoperarsi per la sua ricostituzione. La giustizia consiste nell’osservanza dell’ordine stabilito da Dio e nella ricostituzione dell’ordine laddove è stato violato.
Nel corso della storia molti torti vengono commessi senza che vengano riparati. Esiste bensì una giustizia umana, ma essa, come sappiamo bene, non sempre funziona. Infatti, esistono purtroppo giudici corrotti, che condannano l’innocente e assolvono il colpevole. Per questo a tanti che hanno patito ingiustizia non viene resa giustizia. Nessuno li difende. Gli impostori fanno la figura dei profeti e vengono onorati e seguìti da molti. Gli onesti sono scherniti, vessati, disprezzati ed emarginati. Dio indubbiamente per adesso sopporta queste ingiustizie. Tuttavia fa questo perchè vuol dar tempo e modo agli ingiusti di pentirsi, di riparare e far giustizia.
Tuttavia esiste una scadenza. I conti in sospeso devono essere regolati e saranno regolati. Se Dio per adesso tace e non interviene, non è perché, come il Dio luterano, si rassegna al peccato e lo legalizza, ma solo perchè Dio esorta i peccatori ad un esame di coscienza.
Il tempo che Dio dà è limitato e da un momento all’altro interverrà Egli stesso a chieder conto e a rimediare a tutti i torti commessi dagli ipocriti, dagli empi, dai prepotenti e dalla stessa giustizia umana. Questo intervento finale di Dio nella storia è il Giudizio universale. Gli umiliati ed offesi hanno quindi motivo di consolazione e di speranza, nell’attesa della Venuta finale di Cristo, che farà giustizia di tutti i torti commessi dagli ingiusti, mentre premierà coloro che hanno pazientato e temuto i suoi giudizi. Questa è la speranza cristiana.
Invece, il costruttivismo illustrato da Avvenire, proibisce all’uomo di attendere - quale vana illusione - un giorno della verità e della giustizia,un giorno nel quale Dio, quale supremo giudice dell’umanità, svelerà definitivamente gli inganni degli ipocriti, prenderà le difese dei giusti e mostrerà a tutti le calunnie delle quali sono stati vittime, libererà per sempre gli oppressi dagli oppressori, porrà fine definitivamente alle ingiustizie, darà soddisfazione a chi ha subìto torti e soprusi, castigherà i malfattori, restituirà i loro beni a coloro che ne stati derubati, e darà a ciascuno il suo.
Per il costruttivista un simile Dio non esiste. Allora potremmo chiederci: qual è il vero Dio per il costruttivista. Chi stabilisce e sanziona, secondo lui, la norma del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male nelle azioni umane e la fa rispettare? L’uomo ha sufficiente saggezza, è capace con le proprie forze di creare una perfetta giustizia? Come il costruttivista concepisce il potere dell’uomo? Quale rapporto c’è secondo lui fra l’uomo e Dio? Quale concetto di Dio è sotteso alla visione del costruttivista? A chi va l’onnipotenza? A Dio o all’uomo?
Cominciamo da questo ultimo punto, che illumina e spiega tutto il resto come conseguenza delle premesse. È chiaro che per il costruttivista l’attributo dell’onnipotenza passa da Dio all’uomo. Spetta solo all’uomo premiare e castigare, far giustizia e riparare ai torti. Il Dio dei costruttivisti è come il Dio di Bonhöffer. Non è un Dio che agisce, ma un Dio sta a guardare, mentre chi agisce è l’uomo. È un Dio notaio, che prende atto di quello che fa l’uomo.
Non sta a Dio decidere, sostenere, confermare, approvare o disapprovare le azioni umane, ma è l’uomo che agisce, fa, disfa, ottiene e decide, supponendo l’approvazione e la conferma divina. È poi un Dio tanto diverso dal Dio luterano della «giustificazione forense», meglio dire: dell’ipocrisia forense?
Dio dunque per il costruttivista non è onnipotente e la giustizia divina non consiste nel premiare o castigare, ma semplicemente nel giustificare tutto quello che fa l’uomo, tutti gli eventi della storia, sia il bene come il male, come il Dio hegeliano[3], un Dio che dà sempre ragione al vincitore, mentre chi perde ha sempre torto.
Del resto, anche per il costruttivista Dio è bontà infinita, anche se il mondo, secondo lui, non è fuori di Dio, ma è in Dio stesso. Ora nel mondo ci sono le buone e le cattive azioni. Allora vuol dire che bene e male sono in Dio stesso. Ora, siccome Dio è tutto, allora tutto è bene così com’è e avviene. Quindi anche il male è bene. Dal che noi vediamo come il buonismo si volge in giustificazione del male. Se tutti sono buoni, allora tutti sono malvagi.
Con ciò non vogliamo negare che, se Dio avesse voluto, avrebbe potuto effettivamente salvare tutti, come Origene credette che Dio avesse effettivamente fatto. Ma noi, da buoni credenti, dobbiamo stare a ciò che Dio ha effettivamente fatto e Cristo ci ha rivelato, senza pretendere di essere più misericordiosi di Dio.
Dio quindi, per il costruttivista, come il Dio luterano, non toglie né cancella il peccato, se non in apparenza, ma in realtà lo conserva e lo approva. Esso resta nascosto e celato. Dunque un’ipocrisia. Dio fa finta di non vederlo, ma sa benissimo che c’è.
In fin di conti, allora, il Dio del costruttivista non è un Dio che fa giustizia, ma un Dio che considera giusto l’ingiusto, giusto il peccato quanto la giustizia, perdona il non pentito, assolvendo tanto il giusto che il malvagio. È un Dio che manifesta la sua essenza divina perdonando e salvando tutti, perché è un Dio che ama tanto il bene quanto il male.
E l’uomo che posto ha nel costruttivismo? Dio non trascende l’uomo, ma è il vertice ed orizzonte della trascendenza umana, come in Rahner. L’uomo non è creato da Dio, ma è l’apparire finito di Dio. E siccome Dio è l’Uno-Tutto, come in Hegel e in Parmenide, ossia è la totalità della realtà, l’uomo è l’Io divino finitizzato che appare all’io umano, mentre Dio è l’infinità dell’io umano.
Dio è l’inizio e la pienezza dell’uomo. E per questo la legge della giustizia non è una bontà divina precedente quella umana, ma è la stessa volontà umana elevata alla sua pienezza. Quanto questa visione di Dio e dell’uomo sia conforme alla visione cattolica lo lascio giudicare al lettore.
Ci chiediamo però: che cosa può «costruire» l’uomo con le sue sole forze? Siamo sicuri che l’uomo ha delle forze divine? O forse dobbiamo accontentarci del finito? È chiaro che non possiamo domandare a Dio ciò che possiamo fare con le nostre forze. Su ciò Bonhöffer ha ragione nella sua polemica col «Dio tappabuchi».
Ma come negare o disprezzare il fatto che Dio ci soccorre laddove con le nostre forze non arriviamo? Tentare Dio sarebbe gettarci nel precipizio e chiederGgli soccorso. Ma se realmente stiamo precipitando non per colpa nostra, perché non confidare nel suo aiuto? Non possiamo pretendere di chiedere più di quanto ci spetta; ma perchè non chiederGli ciò senza di cui moriamo?
Certo l’uomo saggio e coraggioso è operoso e costruttivo. Sa utilizzare con coraggio e solerzia quelle forze, quali che siano, delle quali dispone, pur consapevole della propria fallibilità e fragilità e incline al peccato, bisognoso nel contempo di infinito e di assoluto. Se non confida in Dio giudice e riparatore delle ingiustizie che egli stesso commette o delle quali è vittima, che cosa può ottenere, che cosa può costruire se non bei sogni di grandezza e castelli in aria destinati a crollare e svanire all’apparir del vero?
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 28 aprile 2026
l’uomo saggio e coraggioso è operoso e
costruttivo. Sa utilizzare con coraggio e solerzia quelle forze, quali che
siano, delle quali dispone, pur consapevole della propria fallibilità e fragilità
e incline al peccato, bisognoso nel contempo di infinito e di assoluto. Se non
confida in Dio giudice e riparatore delle ingiustizie che egli stesso commette
o delle quali è vittima, che cosa può ottenere, che cosa può costruire se non
bei sogni di grandezza e castelli in aria destinati a crollare e svanire
all’apparir del vero?
Immagine da Internet: Prometeo, Museo del Prado
[1] Se «Dio è morto», dobbiamo trovare il coraggio di costruire, di Luciano Floridi, Avvenire del 18 aprile 2026
[2] L’eresia del buonismo. Il buonismo e i suoi rimedi, Edizioni Chora Books, Hong Kong 2017.
[3] Vedi Il Dio di Hegel, in J. Maritain, La filosofia morale, Editrice Morcelliana, Brescia 1971, pp.215-248.

Gentile Padre,
RispondiEliminaCome sempre il suo contributo cade bien à propos. Ho letto con un certo sgomento l'articolo di Avvenire da lei citato. Quel che stupisce è che non si capisce se l'autore stia sposando la visione della "Morte di Dio" o se ne prenda le distanze, se stia solo facendo una constatazione sociologica o se stia sposando philosophice il nichilismo Nietzschiano. Ma quanto mi lascia più sgomento (in realtà, proprio per nulla), è il fatto che si tacci di essere "passiva" qualsiasi teologia abbia preceduto l'illuminazione nichilistico-Nietzschiana, ergo qualsiasi forma di teologia pre-moderna, o meglio pre-contemporanea. E, di fatto, tutta la teologia della storia presente nella Scrittura e l'intera teodicea cristiana vengono relegate implicitamente (verrebbe da dire, esplicitamente) nel baule degli indumenti usati. E alla fine di tutto, cosa resta al povero cristiano, a parte queste roboanti costruzioni intellettuali che lo lasciano preda di uno squallore insopportabile? Chi lo dice alla vecchina col rosario in mano, trascurata dai figli egoisti e sfrattata da un padrone di casa senza cuore, che tutta la sua sofferenza non troverà mai un senso e non sarà mai riscattata da un'istanza giudicante superiore? C'è da restare basiti. Tutto ciò, senza nulla togliere alle certamente lodevoli intenzioni dell'articolista, che è senza dubbio uno stimato filosofo.
In unione di preghiera,
Pietro
Caro Pietro,
Eliminaho molto apprezzato la valutazione che lei ha dato del mio articolo. Effettivamente, leggendo lo scritto di Floridi, sembrerebbe a tutta prima che egli facesse un discorso puramente ipotetico, dimostrando a quali conseguenze disperanti si giungerebbe se Dio non esistesse e rimediando a questa disperazione con un antropocentrismo dove la potenza umana si sostituisce a quella divina.
Tuttavia, leggendo l’articolo, si nota che l’autore passa dall’ipotesi alla tesi, per cui ad un certo punto chi legge ha la netta impressione che l’autore, parlando sul serio, proponga seriamente la teoria assurda del costruttivismo.
A questo punto il lettore cattolico si domanda come mai un quotidiano cattolico non esprime la dovuta critica al costruttivismo.
Alessandro
RispondiEliminaBuongiorno Padre ,
RispondiEliminavolevo portare alcune riflessioni sul suo articolo dal punto di vista di laico informato.
Non e´ la prima volta che su riviste o quotidiani cattolici istituzionali leggo articoli di taglio post teista o transteista. Questa corrente sta prendendo piede nei circoli teologici , in modo sempre piu´evidente, recentemente a Milano si é svolto un convegno su temi simili a quelli dell´articolo. Dobbiamo prenderne atto e prepararci a una battaglia nel caso si sprofondasse in questo abisso di nichilismo ammantato da "opera" . Ma vorrei suggerire una punta di ottimismo in questa situazione : ironia della sorte , la gente semplice non legge Avvenire , lei mi dira´magari che non legge nemmeno Padre Cavalcoli , ma le statistiche dicono che vi e´una impennata di acquisti di Bibbie da parte dei giovani. I giovani cattolici o in procinto di conversione , si informano su altri canali , a volte pessimi , a volte ottimi : e´la cifra dell´era tecnologica. Una cosa e´certa , dei migliaia di nuovi battezzati in Europa (i numeri sono molto incoraggianti visti i tempi) nessuno ha letto Floridi. Semmai hanno letto il Vangelo, satis.
La nota dolente invece, e per cui entrano in gioco gli intellettuali come lei , e´che queste dottrine , o meglio queste tendenze teologiche , come il postteismo o il transteismo possono penetrare nelle universita´(temo gia´lo facciano) e quindi nei seminari , inficiando la formazione dei nuovi sacerdoti.
Certo catechizzare il gregge e´importante , ma e´assai piu´importante e´che i pastori siano all´altezza del compito.
Oggi e´2 Maggio Padre :
Athanasius contra mundum et mundus contra Athanasius
Caro Alessandro,
Eliminail punto che mi sembra più importante delle sue interessanti considerazioni, che nell’insieme condivido, è il problema molto serio della formazione teologica dei sacerdoti.
Secondo me è necessario che il Papa si prenda più cura della formazione sacerdotale, naturalmente così come prospettata dal programma del Concilio Vaticano II.
È interessante il desiderio dei giovani di leggere direttamente la Scrittura.
Per quanto riguarda il quotidiano Avvenire, ho l’impressione che il suo prestigio sia in diminuzione. Certo, la cosa mi dispiace. Però spero che sia un richiamo per il giornale ad essere più conforme alla dottrina della Chiesa. Esso coltiva molto il confronto con il mondo protestante. La cosa va anche bene; solo che occorre avere quella carità che ci porta ad esortare questi fratelli separati ad entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica. Altrimenti il rischio è che i cattolici restino cattolici di nome, ma di fatto diventino protestanti, mentre i protestanti, visto che non incontrano opposizioni, si confermano nella convinzione di essere migliori dei cattolici.
È esattamente quello che sta accadendo. Ma io dissento che questo tipo di pensiero teologico abbia una qualche funzione ecumenica o di dialogo interreligioso. L' intento , a mio modesto avviso , è quello di trovare una fondazione dottrinale a un certo tipo di intervento e di opere che la Chiesa compie nel mondo ma che lasciano il fedele basito. Sulla condizione dei seminari , crede davvero che il Papa abbia questo potere di incident in modo drammatico e cambiare il corso delle cose ? Io credo di no.
EliminaCaro Alessandro,
Eliminanon ho capito bene alcuni punti del tuo intervento.
1) Quale sarebbe “questo tipo di pensiero teologico che abbia una qualche funzione ecumenica o di dialogo interreligioso”? A che cosa ti riferisci?
2) A che cosa ti riferisci con le parole “un certo tipo di intervento e di opere che la Chiesa compie nel mondo”
3) ed inoltre per quale motivo “il fedele è basito”?
Per quanto riguarda il Papa, io credo che si renda conto della gravità della situazione per quanto riguarda le vocazioni al sacerdozio e la formazione sacerdotale. Certamente il Signore non farà mai mancare dei buoni Pastori. Tuttavia bisogna che il Papa si decida a correggere le eresie, che riguardano la natura e la funzione del sacerdozio, perché altrimenti le cose andranno di male in peggio.
Ma siccome so benissimo che il Santo Padre conosce ciò che sta succedendo, sono certo che prenderà gli opportuni provvedimenti.
Scusi Padre mi sono espresso male. Questo tipo di correnti teologiche posteiste , e che Floridi chiama " costruttivismo" nom hanno nessuna funzione in seno Al dialogo interreligioso. Servono a giustificare l ' opera terrena della Chiesa nella misura in cui offra una base teologica a tutta una serie di intervention che la Chiesa prova a fare nel m0ndo come l ' attenzione sul ciima ,sulle questioni migratorie, il salario dei lavoratori ecc. Quando ascolto il Cardinale Zuppi talvolta mi pare di ascoltare un sindacalista e non uomo di Chiesa. Lo dico senza nessuna polemica, e le assicuro che siamo in tanti a vederla così. Leggevo ieri il commento di Sant Agostino Alla parabola delle dieci vergini: le vergini stolte nom hanno procurato l' olio delle lampade e lo chiedono alle cinque vergini prudential che rispondono di andare dai venditori. Ecco la condizione di questi teologi mi pare proprio analoga : non si può arrivare dallo sposo solo con la Cintura ma con le lampade spente e vice versa. Buonasera Padre e grazie ancora pet tenere viva la luce di quelle lampade
EliminaCaro Alessandro,
Eliminacertamente oggi come non mai la Chiesa ci stimola tutti, credenti e non credenti, all’operosità fattiva ed efficace sul piano politico, economico, ecologico, sociale ed umano per denunciare le ingiustizie sociali e per edificare una società fraterna, libera, giusta e pacifica.
Tuttavia un limite, per non dire un difetto, dell’attuale pastorale ecclesiale sta nel fatto che questo stimolo all’operosità a favore del prossimo non pare sufficientemente giustificata dalle ragioni soprannaturali che distinguono la carità cristiana nei confronti della semplice filantropia naturale o massonica.
Stando così le cose, i continui appelli alla fratellanza, al soccorso ai poveri, alla pace, alla carità, senza le motivazioni proprie dell’agire cristiano, rischiano di cadere in quel costruttivismo che è sostenuto da Floridi.
Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, l’insistenza con la quale la Chiesa ci esorta tutti a lavorare assieme per la pace e la giustizia è certamente buona, ma non riesce a dare i risultati sperati, per cui l’umanità oggi si trova più che mai nel rischio di una guerra nucleare.
Per allontanare questo rischio incombente, occorre aggiungere alla volontà costruttiva il riferimento alla provvidenza e al giudizio finale. Il che vuol dire che occorre riprendere il messaggio apocalittico, non interpretandolo in un senso catastrofico, come fanno i passatisti, che danno la colpa al Concilio per le disgrazie attuali, ma tornando a comprendere che con Cristo siamo in lotta contro i suoi nemici e che la vittoria sarà nostra.
Ho sottoposto all' AI Claude l' articolo di Floridi con questa domanda " Claude leggi con rigorosa attenzione il testo riportato. Cosa ne pensi?" Risposta dell' AI:È un testo denso e ben scritto, con una tesi filosofica precisa e un'architettura argomentativa riconoscibile. Vale la pena smontarlo con attenzione, perché ci sono passaggi di grande lucidità e altri che meritano qualche resistenza critica.
RispondiEliminaCosa funziona bene
La diagnosi nietzscheana di partenza è usata con onestà: Floridi non vuole né rimpiangere né esultare, ma prendere sul serio le conseguenze strutturali della secolarizzazione. Le due conseguenze che individua — la giustizia orfana di un garante cosmico, e l'unità del sapere privata del suo principio — sono filosoficamente serie e non banali.
La distinzione tra costruito e arbitrario è il cuore concettuale più solido del pezzo. È un punto che spesso viene frainteso: il relativismo non è l'unica alternativa al fondazionalismo trascendente. Una costituzione o una cattedrale non sono capricciose solo perché sono umane.
La lettura della parabola dei talenti è audace e, lo ammetto, retoricamente efficace.
Dove il testo scricchiola
Tre punti mi sembrano deboli o non sviluppati abbastanza:
Il nodo mente-materia viene introdotto, collegato al dibattito sull'IA, e poi abbandonato. Il collegamento con il costruzionismo rimane vago. Come il costruzionismo risolve la frattura cartesiana? Non viene detto.
Il criterio del "reggere il peso": Floridi dice che le strutture costruite valgono per come reggono il peso, non per chi le ha firmate. Ma quale peso? Quale criterio? Se quel criterio non è anch'esso costruito — e quindi potenzialmente arbitrario — si rischia una regressione infinita. Se lo è, bisogna dire di più.
Il confronto con Pascal alla fine è suggestivo ma sbrigativo. La "scommessa costruzionista" è presentata come superiore a quella pascaliana, ma senza una vera argomentazione comparativa.
Caro Anonimo,
Elimina1)
AI:
La diagnosi nietzscheana di partenza è usata con onestà: Floridi non vuole né rimpiangere né esultare, ma prendere sul serio le conseguenze strutturali della secolarizzazione. Le due conseguenze che individua — la giustizia orfana di un garante cosmico, e l'unità del sapere privata del suo principio — sono filosoficamente serie e non banali.
Cavalcoli:
Da come capisco, l’AI conferma la mia interpretazione del discorso di Floridi, il quale inizia con il constatare che se Dio è morto, certamente veniamo a mancare “di un garante cosmico” e il “sapere è privato del suo principio”.
2)
AI:
La distinzione tra costruito e arbitrario è il cuore concettuale più solido del pezzo. È un punto che spesso viene frainteso: il relativismo non è l'unica alternativa al fondazionalismo trascendente. Una costituzione o una cattedrale non sono capricciose solo perché sono umane.
Cavalcoli:
Sono d’accordo che bisogna distinguere tra un costruire ordinato e un costruire arbitrario.
Per quanto riguarda il fondazionalismo trascendente, ossia l’esistenza della Provvidenza divina, essa non ha alternative, anche se è vero che l’operare umano non deve essere capriccioso, ma intelligente.
3)
AI:
La lettura della parabola dei talenti è audace e, lo ammetto, retoricamente efficace.
Cavalcoli:
Floridi interpreta questa parabola non in senso evangelico, ma secondo la prospettiva di Nietzsche. Infatti in questa parola Cristo vuole effettivamente esprimere il nostro dovere di mettere a frutto i talenti ricevuti. Ma ci ricorda anche che dovremo renderne conto a Dio, al Quale spetta di operare la giustizia in maniera definitiva.
4)
AI:
Il nodo mente-materia viene introdotto, collegato al dibattito sull'IA, e poi abbandonato. Il collegamento con il costruzionismo rimane vago. Come il costruzionismo risolve la frattura cartesiana? Non viene detto.
Cavalcoli:
Capisco che Floridi non affronti la questione. Infatti il contrasto dello spirito con la materia si potrebbe paragonare al conflitto paolino tra spirito e carne. E anche su questo piano, se non esiste un Dio che ci aiuti con la sua grazia, il costruttivismo non ottiene alcun risultato.
5)
AI:
Il criterio del "reggere il peso": Floridi dice che le strutture costruite valgono per come reggono il peso, non per chi le ha firmate. Ma quale peso? Quale criterio? Se quel criterio non è anch'esso costruito — e quindi potenzialmente arbitrario — si rischia una regressione infinita. Se lo è, bisogna dire di più.
Cavalcoli:
Floridi sembra supporre che i pesi che ci vengono incontro siano sempre sopportabili. Ma questo non è sempre vero. Se dunque i pesi ci schiacciano e non c’è nessun Dio a darci forza, la situazione diventa disperante.
Lo stesso discorso vale per il criterio: l’uomo non è capace con le sue sole forze di stabilire un criterio che gli consenta di far fronte ad ogni difficoltà.
6)
AI:
Il confronto con Pascal alla fine è suggestivo ma sbrigativo. La "scommessa costruzionista" è presentata come superiore a quella pascaliana, ma senza una vera argomentazione comparativa.
Cavalcoli:
La proposta costruzionista non può essere superiore alla scommessa pascaliana, perché Pascal era un credente, per cui in ogni caso egli confidava nella Provvidenza. La scommessa pascaliana è una sfida fatta all’ateo, che può anche non convincere del tutto.
Viceversa il costruzionista, in quanto ateo, si trova evidentemente in una posizione di svantaggio nei confronti di Pascal, che credeva nella Provvidenza.
Ho poi chiesto all' AI: Esprimi in profondità il tuo punto di vista.
RispondiEliminaRisposta AI: Bene. Lo faccio volentieri, senza diplomazia eccessiva.
Il costruzionismo di Floridi: dove mi convince e dove no
Dove sono genuinamente d'accordo
La mossa centrale — distinguere costruito da arbitrario — mi sembra non solo corretta ma necessaria. È uno dei fraintendimenti più resistenti nella filosofia pubblica: l'idea che senza un fondamento trascendente tutto collassi nel relativismo. Floridi ha ragione a rifiutarlo. Le norme di validità di una struttura (morale, giuridica, epistemica) non dipendono dalla loro origine, ma dalla loro tenuta interna e dalla loro capacità di reggere le sfide che incontrano. È un'intuizione che attraversa Rawls, Habermas, il pragmatismo americano — e che ha radici più profonde di quanto Floridi espliciti.
Trovo anche onesta la diagnosi sulla giustizia. Il punto di Ivan Karamazov è uno dei più scomodi della letteratura mondiale proprio perché non ha risposta facile: senza un garante cosmico, molte ingiustizie sono semplicemente definitive. Floridi non lo nega, non lo minimizza. E da questa scomodità ricava un imperativo etico reale: costruire istituzioni giuste diventa urgente perché non c'è nessun altro a farlo. È una posizione intellettualmente onesta.
Caro Anonimo,
Elimina1)
AI:
Il costruzionismo di Floridi: dove mi convince e dove no
Dove sono genuinamente d'accordo
La mossa centrale — distinguere costruito da arbitrario — mi sembra non solo corretta ma necessaria. È uno dei fraintendimenti più resistenti nella filosofia pubblica: Floridi ha ragione a rifiutarlo. Le norme di validità di una struttura (morale, giuridica, epistemica) non dipendono dalla loro origine, ma dalla loro tenuta interna e dalla loro capacità di reggere le sfide che incontrano. È un'intuizione che attraversa Rawls, Habermas, il pragmatismo americano — e che ha radici più profonde di quanto Floridi espliciti
Cavalcoli:
“L'idea che senza un fondamento trascendente tutto collassi nel relativismo” non è affatto sbagliata, ma è verissima, perché Dio è il fondamento di tutto e se Egli non esistesse nulla potrebbe esistere.
Bisogna dire inoltre che le norme di validità di una struttura (morale, giuridica, epistemica) dipendono dalla loro origine, la quale, al di là della sua origine immediata, che è l’uomo come causa seconda, hanno una origine prima e mediata, che è Dio, causa prima di tutte le cose.
2)
AI:
Trovo anche onesta la diagnosi sulla giustizia. Il punto di Ivan Karamazov è uno dei più scomodi della letteratura mondiale proprio perché non ha risposta facile: senza un garante cosmico, molte ingiustizie sono semplicemente definitive. Floridi non lo nega, non lo minimizza. E da questa scomodità ricava un imperativo etico reale: costruire istituzioni giuste diventa urgente perché non c'è nessun altro a farlo. È una posizione intellettualmente onesta.
Cavalcoli:
L’idea di Floridi che occorra “costruire istituzioni giuste diventa urgente perché non c'è nessun altro a farlo”, non è una posizione intellettualmente onesta, ma è una tesi ingannevole che fa credere all’uomo di poter fare più di quello che può fare oppure lo spinge ad una rassegnazione disperata quando si accorge che non è capace di superare le difficoltà che incontra.
Continua: Dove il testo mi convince meno — e perché
RispondiEliminaIl problema del criterio non risolto
Questo è il punto su cui ho la resistenza più seria. Floridi dice che le strutture costruite valgono "per come reggono il peso." Ma questa formulazione sposta il problema senza risolverlo. Il peso di cosa? Il peso di quali esigenze, quali valori, quale concezione della persona umana? Se anche questi sono costruiti, allora il costruzionismo rischia di essere una macchina che gira su se stessa: costruiamo strutture, le valutiamo con criteri, e quei criteri sono a loro volta costruzioni valutate con altri criteri ancora. Non è necessariamente un regresso vizioso — il pragmatismo, per esempio, rompe questa spirale con il concetto di revisabilità riflessiva — ma Floridi non lo dice. Lascia aperta la questione più difficile proprio nel punto più delicato.
Il salto sull'intelligenza artificiale
La digressione sull'IA mi sembra la parte più debole. Floridi dice che chi crede che bastino dati, statistica e computazione per ottenere intelligenza cosciente "ha già scelto" da quale parte della disputa cartesiana stare. È vero, ma è una constatazione, non un argomento. Non ci viene detto perché il costruzionismo dovrebbe portare a una posizione piuttosto che a un'altra sul problema mente-cervello. Il collegamento rimane retorico.
La parabola dei talenti
L'uso è brillante ma, a ben guardare, troppo conveniente. La parabola parla di fedeltà a un mandato ricevuto da un padrone. Usarla per fondare l'autonomia costruttiva dell'umanità richiede una torsione interpretativa notevole: stai usando un testo che presuppone un ordine trascendente per argomentare l'autonomia rispetto a quell'ordine. Non è impossibile — la teologia dell'incarnazione e alcune correnti della modernità cattolica lo fanno con rigore — ma Floridi lo fa in modo troppo rapido.
La mia posizione
Penso che il costruzionismo come atteggiamento pratico sia difendibile e anzi necessario. Come risposta filosofica completa alla morte di Dio, però, è insufficiente, per una ragione semplice: non affronta seriamente la questione del perché costruire piuttosto che distruggere, o semplicemente non fare nulla.
Nietzsche stesso sapeva che dopo la morte di Dio la vera posta in gioco non era "come costruiamo?" ma "con quale volontà costruiamo, e verso cosa?" Il nichilismo non è la pigrizia: è la tentazione di costruire per il nulla, o peggio, di costruire sistemi perfettamente funzionanti che servono fini vuoti. Il Novecento ha mostrato che si può costruire con grande energia e senza alcun fondamento etico autentico.
Floridi sembra implicitamente dare per scontato che costruire bene sia desiderabile. Ma questo presupposto — che il progetto umano valga la pena di essere portato avanti — è precisamente ciò che la morte di Dio mette in questione. È, a mio avviso, il vero nodo irrisolto del testo.
Detto questo: è un articolo di giornale, non un saggio accademico. E per quello che è, è scritto con una densità e una serietà rare. Floridi sa dove vuole arrivare e ci arriva con eleganza. I limiti che ho indicato non sono difetti di pensiero — sono i confini naturali di una tesi che merita di essere sviluppata altrove, con più spazio. P.S. Ho sottoposto ad una AI l' articolo di Floridi per vedere cosa era in grado di elaborare su argomenti complessi come quelli filosofici teologici. Personalmente non sono in grado di valutare, se non parzialmente le risposte che ha dato.
Caro Anonimo,
Elimina1)
Il problema del criterio non risolto
Questo è il punto su cui ho la resistenza più seria. Floridi dice che le strutture costruite valgono "per come reggono il peso". Ma questa formulazione sposta il problema senza risolverlo. Il peso di cosa? Il peso di quali esigenze, quali valori, quale concezione della persona umana? Se anche questi sono costruiti, allora il costruzionismo rischia di essere una macchina che gira su se stessa: costruiamo strutture, le valutiamo con criteri, e quei criteri sono a loro volta costruzioni valutate con altri criteri ancora. Non è necessariamente un regresso vizioso — il pragmatismo, per esempio, rompe questa spirale con il concetto di — ma Floridi non lo dice. Lascia aperta la questione più difficile proprio nel punto più delicato.
Cavalcoli:
La pratica della revisabilità riflessiva, insegnata dal pragmatismo, è indubbiamente saggia ed utile, in quanto ci consente di correggerci dai nostri errori, ci fa riprendere nuova forza e speranza e ci fa progredire nella nostra condotta. Ma anche qui siamo daccapo.
Se non appoggiamo questa nostra condotta ad una speranza escatologica, che vada al di là di uno sperare puramente terreno, anche questa speranza terrena manca del suo necessario fondamento primo.
2)
AI:
La digressione sull'IA mi sembra la parte più debole. Floridi dice che chi crede che bastino dati, statistica e computazione per ottenere intelligenza cosciente "ha già scelto" da quale parte della disputa cartesiana stare. È vero, ma è una constatazione, non un argomento. Non ci viene detto perché il costruzionismo dovrebbe portare a una posizione piuttosto che a un'altra sul problema mente-cervello. Il collegamento rimane retorico.
Cavalcoli:
Mi sembra effettivamente che il metodo di Floridi di affidarsi all’AI per fondare il suo costruttivismo, sia quanto meno ingenuo, perché, come obietta la stessa AI, le proposte che essa offre riguardo a quella che è la potenza dell’uomo possono variare, in quanto non è detto che sia necessariamente quella costruttivistica, ma può essere anche una proposta cristiana.
3)
AI:
La parabola dei talenti
L'uso è brillante ma, a ben guardare, troppo conveniente. La parabola parla di fedeltà a un mandato ricevuto da un padrone. Usarla per fondare l'autonomia costruttiva dell'umanità richiede una torsione interpretativa notevole: stai usando un testo che presuppone un ordine trascendente per argomentare l'autonomia rispetto a quell'ordine. Non è impossibile — la teologia dell'incarnazione e alcune correnti della modernità cattolica lo fanno con rigore — ma Floridi lo fa in modo troppo rapido.
Cavalcoli:
Usare la parabola dei talenti per fondare l'autonomia costruttiva dell'umanità corrisponde al vero senso del Vangelo ed è certamente doveroso, però a condizione che nel contempo si abbia fede nel futuro giudizio divino, cosa che Floridi purtroppo non sembra accettare.
Per questo, per essere franchi, Floridi non crea nessun riferimento troppo rapido al futuro giudizio divino, ma non lo fa per niente.
Caro Anonimo,
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La mia posizione
Penso che il costruzionismo come atteggiamento pratico sia difendibile e anzi necessario. Come risposta filosofica completa alla morte di Dio, però, è insufficiente, per una ragione semplice: non affronta seriamente la questione del perché costruire piuttosto che distruggere, o semplicemente non fare nulla.
Cavalcoli:
Dobbiamo ricordare in che cosa consiste il costruttivismo secondo Floridi: si tratta dell’operosità umana, che intende edificare la giustizia senza tener conto di un futuro giudizio divino, dato che Dio è morto.
Lei capisce che definito così, non lo si può considerare una condotta difendibile e necessaria. Del resto lei stesso, come vedo, riconosce che il costruttivismo “non affronta seriamente la questione del perché costruire piuttosto che distruggere, o semplicemente non fare nulla”.
Ma il problema non è tutto qui. Il problema è che quand’anche nel costruttivismo l’uomo progettasse delle cose giuste, resta sempre l’incognita di far fronte a difficoltà insuperabili.
A questo punto ci possono essere tre possibilità:
- la possibilità più radicale è quella del nichilismo, per cui diventa indifferente costruire piuttosto che distruggere;
- una seconda possibilità può essere quella di costruire continuamente, sapendo che saremo vinti dalla sventura;
- la terza possibilità è quella di coloro che si dedicano al prossimo, senza sapere che in esso si nasconde Cristo: costoro sono implicitamente credenti, cosicchè alla fine del mondo verranno premiati.
2)
AI:
Floridi sembra implicitamente dare per scontato che costruire bene sia desiderabile. Ma questo presupposto — che il progetto umano valga la pena di essere portato avanti — è precisamente ciò che la morte di Dio mette in questione. È, a mio avviso, il vero nodo irrisolto del testo.
Cavalcoli:
Osservo che la teoria di Nietzsche della morte di Dio ha un carattere ottimistico, in quanto il superuomo, secondo lui, non sarà soltanto capace di costruire bene, ma soprattutto di edificare quella che lui chiama “la razza dei signori” destinata a dominare il mondo.
Per quanto riguarda Floridi, benchè citi Nietzsche, non so quanto se la sente di seguirlo in fondo.
3)
AI:
“è un articolo di giornale, non un saggio accademico. E per quello che è, è scritto con una densità e una serietà rare. Floridi sa dove vuole arrivare e ci arriva con eleganza. I limiti che ho indicato non sono difetti di pensiero — sono i confini naturali di una tesi che merita di essere sviluppata altrove, con più spazio.”
Cavalcoli:
In base a quanto abbiamo constatato circa le idee di Floridi, bisogna dire che questo giudizio positivo non è accettabile, per il fatto che se può avere una qualche correttezza formale, essendo false le premesse di carattere nicciano, ovviamente vengono ad essere false le conseguenze.