Sulla questione del castigo divino
Terza Parte (3/4)
Il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento
La Bibbia concepisce Dio sul modello di un sovrano sapiente e provvidente, che si prende cura del suo popolo educandolo a livelli sempre maggiori di virtù, promovendo il suo progresso morale e civile per condurlo a una sempre maggiore felicità.
Dio, in un primo tempo, sdegnato per la disobbedienza dei progenitori, decide di non lasciare per sempre l’umanità nelle condizioni di miseria che si meritava, ma in Cristo la risolleva da quella condizione e le offre uno stato glorioso di vita, quella dei figli di Dio, superiore a quello che ci sarebbe stato se Adamo non avesse peccato. Ecco perché la Chiesa canta paradossalmente: o felice colpa, che meritasti un simile redentore!
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L’etica evangelica è più delicata, più esigente e quindi più perfetta ed elevata di quella mosaica.
Occorre che la Chiesa, guardandosi dal ripetere gli eccessi di severità del passato e mantenendo e sviluppando le conquiste dottrinali del Concilio e gli stessi lati buoni della sua pastorale, recuperi quanto di giusto c’è nella via giusta precedente.
Si tratta di una pastorale che necessita di tornare ad usare in pienezza il concetto biblico di Dio e della sua provvidenza a beneficio dell’uomo.
Occorre innanzitutto chiarire per sempre una buona volta, dando fine a nefasti equivoci, inutili e pretestuose polemiche e proteste, come verità di ragione e di fede, che il castigo divino non implica in Dio nessuna cattiveria o crudeltà o ingiustizia o mancanza di misericordia o accezione di persona o arbitrarismo volontarista o, peggio che peggio, predestinazione all’inferno, ma al contrario, è effetto di un atto della sua bontà e del suo amore ed è sempre attenuato dalla misericordia.
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