Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Seconda (2/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

 

Parte Seconda (2/7)

 

Il confronto con l’idealismo

 

Schiaccerai leoni e draghi

Sal 91,13

Tanto Maritain quanto Bontadini si sono confrontati col pensiero moderno nella volontà di valutarlo alla luce della ragione e della fede, per assumere il buono e respingere il cattivo ed in ciò hanno precorso il programma teologico proposto dal Concilio Vaticano II, che ha ribadito la necessità di prender come maestro, degno rappresentante di Cristo Maestro, San Tommaso.

Tuttavia bisogna notare che mentre Maritain seppe fornirsi saggiamente di un buon criterio di valutazione imparando da Tommaso e dalla sua scuola (la «filosofia scolastica» raccomandata dai Pontefici) fino a suoi giorni, stupisce come un Bontadini, pur formato in un’Università Cattolica e in seguito docente in essa, abbia di gran lunga preferito il dialogo con gli idealisti[1] che non con i tomisti, impelagandosi in molti problemi, che avrebbe potuto facilmente risolvere, se avesse ascoltato i tomisti, come il suo stesso maestro Masnovo.

Fra i grandi nemici della verità cristiana il Concilio nomina l’ateismo, il fenomenismo, il secolarismo, lo scientismo, l’antropocentrismo, l’individualismo, il liberalismo. Ma non nomina l’idealismo e la dottrina teologica che ne consegue, cioè il panteismo. Questo era già stato condannato dal Beato Pio IX nell’800, quello era stato condannato da Pio XII nell’enciclica Humani Generis del 1950, condanna ribadita anche da Papa Francesco assieme allo gnosticismo, stretto parente dell’idealismo. È interessante come Leone XIV abbia ribadito la condanna dello gnosticismo nel suo recente viaggio in Africa.

Che cosa intende Pio XII per «idealismo» in quanto errore da respingere? I filosofi cattolici lo avevano già mostrato con chiarezza, come per esempio lo Zacchi, il Cordovani, il Gilson, il Garrigou-Lagrange, il Kuiper, il de Tonquédec e soprattutto il Maritain. Essi hanno chiarito sulla base delle dichiarazioni degli stessi idealisti, l’assioma, la formula fondamentale e l’essenza dell’idealismo nell’affermazione dell’identità del pensiero con l’essere[2]. Dobbiamo quindi pensare che Pio XII intenda per «idealismo» quanto dai suddetti teologi era stato chiarito. Esiste infatti in significato corrente del termine «idealismo», che non ha nulla di spregevole, in quanto significa amore per l’ideale. Non è certo questo l’idealismo condannato da Pio XII, ma è quello che in filosofia si chiama idealismo trascendentale o idealismo tedesco[3].

La condanna di Pio XII non colpisce neppure l’idealismo platonico, forma nobilissima di pensare adottata da Sant’Agostino, il quale, non conoscendo Aristotele, affermò che solo i platonici erano i veri filosofi. Perché questa ammirazione per Platone? Perché Agostino seppe vedere nelle idee platoniche niente meno che le stesse idee divine che sono i modelli e gli esemplari delle cose create, luci della mente, princìpi della conoscenza e della verità e regole supreme della condotta umana.  

Più di recente l’essenza dell’idealismo tedesco, nato da Cartesio, è stata esposta magistralmente dal dottissimo e acutissimo Padre Cornelio Fabro con speciale riferimento ad Hegel, che ne è il compiuto sostenitore: l’idealismo si assomma, per dichiarazione stessa degli idealisti, nei seguenti punti:  

 

1.    nella tesi della intrascendibilità del pensiero;

2.    nella negazione di presupposti al pensiero;

3.    nella identità o coincidenza del pensiero con l’essere;

4.    nell’identificazione dell’essere con l’essere pensato;

5.    nella negazione del primato dell’essere sul pensiero;

6.    nella negazione di un essere fuori del pensiero, presupposto al pensiero e indipendente dal pensiero o, come si esprime San Tommaso al seguito di Aristotele, la res extra animam.

Altra cosa da notare è che la condanna dell’idealismo è strettamente collegata con la condanna del panteismo contenuta nel Sillabo del Beato Pio IX del 1864 (Denz.2901), giacchè l’idealismo è quella concezione della conoscenza che fonda una metafisica nella quale il mondo e l’uomo s’identificano con Dio. Quindi, anche se la parola «Dio» è conservata, è chiaro che non siamo più davanti al vero Dio, ma è l’uomo che si autonomina Dio.

A questo punto il panteismo svela il suo volto nascostamente ateistico[4]: se è chiamato «Dio» l’uomo, questi ha soppiantato il Dio trascendente del cristianesimo. E siccome questo Marx lo sa, farà aperta professione di ateismo, rifiutando il Dio trascendente e affermando che «l’uomo è Dio per l’uomo». Questo svelamento del volto ateo dl panteismo hegeliano lo fece dunque Marx, partendo, come è noto, da premesse hegeliane[5].

Possiamo immaginare il motivo per il quale Bontadini non si ferma mai ad indagare le cause e i rimedi dell’ateismo. In una visuale idealista dove Dio stesso è la luce del pensiero, è evidente che, salvo il fatto di non pensare, il rifiuto di Dio che caratterizza l’ateismo è impossibile. Invece l’ateismo è possibile in una gnoseologia realista, dove l’uomo, che ha il reale, e quindi Dio, fuori di sé (extra animam) ha la possibilità di scegliere o per Dio o contro Dio, perché, anche se la sua volontà rifiuta Dio, non per questo gli è impedito di cogliere comunque molte verità.

Oggi l’idealismo panteista presenta due aspetti: uno, di carattere eternalista, di origine parmenidea, la corrente di Severino, per cui tutto è uno, eterno ed immutabile. Questa ontologia dà alimento alla teologia di Bontadini, di Sequeri e di Barzaghi, i quali però, essendo cattolici, non intendono rinunciare al tomismo, che credono anzi illusoriamente di poter rigorizzare, semplificare e fondare sulla struttura ontologica severiniana. 

L’altra corrente, priva di vera intelligenza metafisica e più in linea con Hegel, prende da lui alcuni spunti di panteismo storicista, mitigati dal tomismo. Essa è rappresentata da cristologi della cosiddetta «teologia narrativa» di Küng, Kasper, Forte, Rahner e Bordoni.

Per quanto riguarda l’enorme questione dell’ateismo è strano che ad esso sia Maritain che Bontadini dedichino pochissima attenzione, soprattutto per indagare le sue cause e le sue forme. Maritain ne parla in Umanesimo Integrale e in un opuscolo Il significato dell’ateismo contemporaneo[6].

Un’ultima annotazione. L’idealismo del quale parla Pio XII non è tanto l’idealismo così come lo troviamo storicamente negli idealisti, dove è possibile trovare cose ragionevoli, e punti di contatto col realismo e con la dottrina della fede, ma è sostanzialmente un atteggiamento morale riprovevole[7], dove la superbia si sostituisce all’umiltà, l’ambiguità e la doppiezza nel pensare stanno al posto dell’onestà e della limpidezza; l’egocentrismo sostituisce il teocentrismo, l’opportunismo e la sete del successo stanno al posto del servizio e della dedizione, l’ipocrisia e la finzione stanno al posto della sincerità  e della semplicità,  il desiderio di primeggiare prevale su quello dell’ascoltare, la critica corrosiva sta al posto di quella costruttiva, il soggettivismo sta al posto della oggettività, la presunzione esclude la modestia, il sentirsi infallibili sta al posto  della coscienza della propria fallibilità, l’atteggiamento impositivo  sta al posto di quello propositivo e persuasivo.

L’iter spirituale dei due maestri

Bontadini studiò il tomismo all’Università Cattolica. La sua era un’intelligenza audace, vigorosa, esigente e dalle grandi vedute, ma tendente all’autoreferenzialità e all’esibizionismo, insofferente e restia ad accettare l’umiltà ed oscurità dell’esperienza sensibile, e portata più alla dialettica che allo sguardo semplice del realista. Così, senza abbandonare Tommaso, volle tentare una ardita sintesi con l’idealismo gentiliano.

Sia Maritain che Bontadini hanno avvertito profondamente la dignità della filosofia e il suo rapporto con la teologia e con la fede. Essi hanno sentito profondamente la questione della verità, hanno profondamente apprezzato la dignità del pensiero, l’obbligo di esporre un pensiero ben fondato e dimostrativo, l’oggettività, l’universalità e perennità del sapere filosofico.

Maritain e Bontadini si sono interrogati a fondo e a lungo sulla questione dell’essere, hanno apprezzato la metafisica e la teologia, sono stati attenti all’antica sapienza greca, hanno avuto un grande bisogno di certezza, sono stati animati da una grande attitudine critica, hanno avuto un forte intento di mostrare come l’avversario si contraddica; nel contempo sono stati pronti a riconoscere la parte di verità contenuta nell’avversario.

Essi hanno fortemente avvertito le esigenze della ragione, hanno riflettuto sulla fede cristiana, hanno avvertito l’importanza della realtà, hanno cercato di comprendere lo sviluppo storico della filosofia, sono stati attenti ai dati dell’esperienza, hanno compreso a fondo il valore dello spirito e della coscienza, hanno cercato di chiarire il rapporto dell’uomo con Dio, hanno sentito vivissimo il problema dell’esistenza di Dio, si sono chiesti chi è Dio e quali sono i suoi attributi.

Un difetto di Bontadini, invece, laddove troviamo in Maritain grande pregio, è stato quello di  prestare scarsa attenzione alla dogmatica cattolica e al Magistero della Chiesa, in particolare agli insegnamenti dl Concilio Vaticano II,  concernenti il primato di San Tommaso, le nozioni metafisiche impiegate dalla Chiesa nella spiegazione dei dati rivelati, la condanna dell’idealismo da parte di Pio XII e del modernismo da parte di San Pio X, mentre il Maritain  ha prodotto delle ottime confutazioni dell’idealismo soprattutto quello cartesiano, kantiano, hegeliano ed husserliano.   

 

Il mito della modernità

 

Non conformatevi alla mentalità di questo secolo

Rm 12,2

Maritain e Bontadini hanno inteso per «filosofia moderna» la filosofia idealista, che, nata da Cartesio si conclude con Hegel. Essi, dopo la disavventura del modernismo dei tempi di San Pio X, ebbero la sagacia e l’ardimento di ritentare l’impresa nella quale i modernisti avevano fallito, perché impigliati negli errori della modernità.

L’istanza dei modernisti dei tempio di San Pio X era quella di ammodernare e far progredire  la filosofia cattolica e la teologia scolastica con l’utilizzazione delle conquiste del pensiero moderno: idea ottima e progetto doveroso ed indilazionabile, che però i modernisti  avevano realizzato in un modo sbagliato perchè, anzichè utilizzare un criterio di giudizio tomista, come aveva richiesto Leone XIII nell’enciclica Aeterni Patris, per separare e distinguere nella modernità il positivo dal negativo, si erano lasciati sedurre dall’utilizzo degli stessi criteri di valutazione degli idealisti.

Diverso è il concetto di filosofia moderna in Maritain e in Bontadini.  Per Maritain la filosofia moderna è semplicemente la filosofia di oggi, quella che è praticata nel nostro tempo, così come si esprimerebbe uno storico della filosofia. Non comporta un giudizio di valore nei confronti di quella antica, salvo a supporre che il moderno sia migliore, così come la medicina o la tecnica moderne sono migliori di quelle antiche, giacchè si suppone che il moderno abbia segnato un progresso rispetto all’antico, o che il nuovo sostituisca il vecchio ormai fuori uso.

Invece per Bontadini la filosofia moderna sic et simpliciter è quella, fondata da Cartesio[8] su di un principio finalmente sicuro, senza presupposti indimostrati, principio che fino ad allora era stato ignorato, il principio del cogito, che comporta l’identità dell’essere col pensiero e che era già stato intravisto da Parmenide.

Tanto Maritain quanto Bontadini hanno voluto misurarsi con la filosofia moderna nella luce della fede cristiana. L’intervento severo di San Pio X contro il modernismo poteva dar l’impressione che il Papa vedesse nel modernismo niente più che un cumulo di eresie.  Ma alcuni filosofi cattolici, tra cui appunto Maritain e Bontadini, si accorsero che l’istanza dei modernisti di far avanzare la teologia assumendo i valori della modernità non era in se stessa sbagliata, anche se il Papa non aveva fatto cenno di questa cosa.

Tuttavia di fatto l’Università Cattolica di Milano e quella di Lovanio, fondata dal Card. Mercier, non nascosero questo intento di recupero dei valori della modernità, né i Papi successori di San Pio X ebbero da eccepire in ciò.

Fu così che sia a Milano che a Lovanio si cominciò un confronto con la modernità, come per esempio Mons. Olgiati a Milano con Cartesio e il Padre Joseph Maréchal a Lovanio con Kant, benchè nel contempo si moltiplicassero gli attacchi contro la filosofia moderna come per esempio quello del Padre Guido Mattiussi col suo libro «Il veleno kantiano».

Intanto in Italia aveva un grande successo l’idealismo di Croce e Gentile e i filosofi cattolici si sentivano in dovere di confutarlo, come fecero i Domenicani Mariano Cordovani, Maestro del Sacro Palazzo, Angelo Zacchi, Eugenio Toccafondi e Vincenzo Kuiper, nonché il Padre Emilio Chiocchetti, il Padre Joseph de Tonquédec, Étienne Gilson ed altri.

Maritain prese una posizione di grande equilibrio e saggezza, che attuò in anticipo quelle che sarebbero state le direttive del Concilio Vaticano II circa il discepolato tomista e il modo di valutare il pensiero moderno alla luce dell’Aquinate. Questo programma di lavoro Maritain lo espose fin dal 1914 in Antimoderne[9], dove egli dimostra che Tommaso è «L’apostolo dei tempi moderni».

Maritain svolse questo programma indefessamente e coerentemente per tutta la sua lunga vita - nato nel 1883, morì nel 1974 -, assumendo ed integrando via via nella sintesi tomista un’enorme quantità di temi, di spunti, di stimoli e di sollecitazioni che apparivano nel corso degli anni e nel susseguirsi degli eventi storici. Questa esemplare testimonianza e straordinaria avventura di filosofo cattolico gli valse di esser presentato come modello di filosofo cattolico sia da parte di San Paolo VI che di San Giovanni Paolo II.

Viceversa Bontadini, benchè avesse ricevuto alla Cattolica una formazione tomista, non riuscì come Maritain ad immunizzarsi del tutto dagli errori della modernità. Seppe tuttavia attraverso Gentile, vederne un aspetto di verità, che egli pensò poi di congiungere col tomismo o, come lo chiamava, con la «filosofia classica». Ma l’operazione non è del tutto riuscita, perchè Bontadini si formò la convinzione, studiando Parmenide, che l’idealismo gentiliano, purificato  del suo panteismo, fornisse un filosofare più radicale, rigoroso ed originario del realismo, che egli comunque non volle rifiutare, ma anzi pensò  erroneamente che esso potesse basarsi e rafforzarsi proprio su di una base parmenideo-gentiliana consistente nell’affermazione della unità e necessità dell’essere, oggetto di quella che volle chiamare «unità dell’esperienza» come principio della sua filosofia. 

Ma occorre dire con franchezza che questa operazione di Bontadini è fallita, per cui gli è venuto a ritrovarsi tra le più significative figure, come Rahner ed altri, di quel risorto modernismo, del quale oggi abbiamo nella Chiesa una manifestazione imponente, un modernismo al quale occorre porre rimedio con quel tomismo «vivente», come lo chiamava Maritain, aperto ed ecumenico del quale Maritain ha dato splendida prova, per cui egli, senza misconoscere gli apporti positivi di Rahner e Bontadini, emerge come il grande ed insuperato maestro per il nostro tempo.

Tanto Maritain quanto Bontadini sono due grandi maestri nel porre i problemi radicali della filosofia, quello del conoscere, dell’essere, di Dio. La differenza è data da fatto che mentre il Maritain, dopo un primo periodo d’incertezza giovanile nel quale fu tentato di disperare di trovare la verità, incontrato San Tommaso per opera del Garrigou-Lagrange e di altri Domenicani e con l’aiuto della moglie Raissa, prese una decisione netta ed assoluta di seguire il Dottore Angelico[10], Dottore comune della Chiesa[11]  di confrontarsi alla sua luce con i temi e i problemi del pensiero moderno[12].

In tal modo egli fece propria la metafisica tomista e, in base ad essa, edificò il suo sapere teologico in una profonda comunione ed adesione al Magistero della Chiesa, sicchè, quando il Concilio dette direttive per il modo di essere tomisti oggi, egli si trovò in perfetta sintonia con le disposizioni conciliari in merito[13]. Questa base metafisica gli consentì poi di produrre un lavoro immenso nel corso della sua lunga vita - morì a 91 anni in piena lucidità - nel campo di tutte le discipline filosofiche e in parte anche quelle teologiche, logica, psicologia, gnoseologia, antropologia, l’etica, la filosofia della natura, dell’arte e della storia, l’ecclesiologia, la cristologia, l’angelologia, la liturgia, la mistica.

Bontadini, invece, si arrovellò per tutta la vita attorno al problema di Dio e della metafisica, con indagini di storia della filosofia, alla ricerca di un sapere rigoroso, dibattendo con i realisti e gli idealisti ed esponenti di altre tendenze del suo tempo, soprattutto con Severino, il cui granitico monismo parmenideo lo attraeva per il suo apparente rigore speculativo e gli ripugnava ad un tempo nella sua coscienza di cattolico.

Severino, col pretesto della fedele interpretazione dell’amato Parmenide, tentò a lungo con capziosi ma seducenti argomenti apparentemente apodittici, facendo leva sull’idealismo di Bontadini, di spingerlo all’ateismo, finchè egli, nei primi degli anni ’80, ormai esausto ma vincitore, si sottrasse definitivamente all’influsso malefico di Severino che già fin dal 1970 era stato espulso dalla Cattolica a seguito di un intervento della CDF a causa della sua empietà.

Severino tentava di trascinare Bontadini verso il suo parmenidismo ateo e anticristiano approfittando del legame di Bontadini con Gentile, dal quale Bontadini non riuscì mai a liberarsi del tutto. Lo respingeva come respingeva Severino in forza della sua fede cattolica e della sua ammirazione mai smentita per Tommaso, al cui pensiero si lusingava di dare un maggior rigore proprio utilizzando l’idealismo parmenideo, progetto per la verità insensato, perché il parmenidismo non è sufficiente a spiegare il divenire e il molteplice, ma probabilmente Bontadini lo portò avanti in buona fede, affascinato dall’univocità dell’essere, per cui ai suoi occhi esisteva soltanto l’assoluto o, come lo chiamava, l’«Intero», che per lui era l’«immediato», il punto di partenza della filosofia e l’oggetto dell’ «unità dell’esperienza», che è esperienza dell’Uno come uno-tutto, come totalità dell’essere.  Dice Bontadini: 

 

«Occorre naturalmente, ad evitare fraintendimenti, … non confondere l’Intero con la Totalità del reale. L’Intero è l’ambito entro cui si indaga intorno alla totalità del reale, in cui si pone l’idea di questa totalità e il relativo problema. … Ad evitare l’inganno della sinonimia, giova riportare altre espressioni, che possono ridare il concetto dell’intero, come implesso originario, struttura originaria, orizzonte circonfondente, ordine teoretico ed altre.»[14].

Possiamo pensare a quella che Bontadini chiamava «protologia»[15]. L’opera di breve mole contiene la sintesi del pensiero metafisico di Bontadini, così come risulta da dispense da lui rilasciate nel corso di filosofia teoretica dell’anno accademico 1963-1964. La pubblicazione dell’ESD contiene anche una Postfazione del Padre Giuseppe Barzaghi, il quale, in base allo stimolo offertogli da Bontadini, presenta ed espone a sua volta una sua visione sintetica e schematica complessiva della sua visione dell’«Intero», che si avvale di categorie provenienti dal tomismo, ma adattate alla visione eternalista e monistica bontadiniana.

L’Intero è quindi in Bontadini l’ambito od orizzonte di pensiero entro il quale la ragione dimostra l’esistenza di Dio. Bontadini non rifiuta le prove tomistiche che partono da una considerazione positiva del divenire, e del moto, e si basano sul principio di causalità. Ma ritiene che una via più breve per affermare l’esistenza di Dio sia fornita dallo stesso quadro dell’intero, che ci pone davanti al tutto, come unità dell’essere, senza che occorra mettere in gioco il principio di causalità, ma basandosi esclusivamente sul principio di non-contraddizione.

Bontadini, continuamente impelagato nel tentativo sempre risorgente di districarsi dalle contraddizioni nelle quali per il suo univocismo s’impigliava e nel contempo desideroso di identità e non-contraddizione nei problemi della metafisica, ci ha lasciato certamente degli stimoli profondi e interessanti nel campo metafisico, ma, non essendo riuscito dopo ripetuti tentativi, ad organizzare un pensiero produttivo nelle scienze, è rimasto intrappolato in una tormentata ed aggrovigliata ricerca metafisica sotto l’attrattiva contrastante del realismo e dell’idealismo. Egli non riuscì mai ad accantonare l’indagine metafisica per cimentarsi nel campo delle discipline filosofiche, come invece riuscì abbondantemente a fare il Maritain, il quale, una volta ben costruita la navicella della metafisica, poté intraprendere a bordo di essa lunghe esplorazioni e fare importanti scoperte nel vasto e periglioso mare delle scienze.

Fine Seconda Parte (2/7)


Padre Giovanni Cavalcoli 

Fontanellato, 17 aprile 2026

 

Fra i grandi nemici della verità cristiana il Concilio nomina l’ateismo, il fenomenismo, il secolarismo, lo scientismo, l’antropocentrismo, l’individualismo, il liberalismo. Ma non nomina l’idealismo e la dottrina teologica che ne consegue, cioè il panteismo. Questo era già stato condannato dal Beato Pio IX nell’800, quello era stato condannato da Pio XII nell’enciclica Humani Generis del 1950, condanna ribadita anche da Papa Francesco assieme allo gnosticismo, stretto parente dell’idealismo. È interessante come Leone XIV abbia ribadito la condanna dello gnosticismo nel suo recente viaggio in Africa.

Che cosa intende Pio XII per «idealismo» in quanto errore da respingere? I filosofi cattolici lo avevano già mostrato con chiarezza. Essi hanno chiarito sulla base delle dichiarazioni degli stessi idealisti, l’assioma, la formula fondamentale e l’essenza dell’idealismo nell’affermazione dell’identità del pensiero con l’essere. Dobbiamo quindi pensare che Pio XII intenda per «idealismo» quanto dai suddetti teologi era stato chiarito. Esiste infatti in significato corrente del termine «idealismo», che non ha nulla di spregevole, in quanto significa amore per l’ideale. Non è certo questo l’idealismo condannato da Pio XII, ma è quello che in filosofia si chiama idealismo trascendentale o idealismo tedesco.

La condanna di Pio XII non colpisce neppure l’idealismo platonico, forma nobilissima di pensare adottata da Sant’Agostino, il quale, non conoscendo Aristotele, affermò che solo i platonici erano i veri filosofi. Perché questa ammirazione per Platone? Perché Agostino seppe vedere nelle idee platoniche niente meno che le stesse idee divine che sono i modelli e gli esemplari delle cose create, luci della mente, princìpi della conoscenza e della verità e regole supreme della condotta umana.  


Immagine da Internet: Statua di Amleto, nei Giardini Bancroft, Regno Unito

[1] Vedi Antonio Michele Cappuccio, Gustavo Bontadini tra gli idealisti, Editore Rubbettino, 88049 - Soveria Mannelli 2015; di Bontadini: Conversazioni di metafisica, Edizioni Vita e Pensiero, Milano 1995, due tomi; Studi sull’idealismo, Edizioni Vita e Pensiero, Milano 1995.

[2] Alcuni tomisti ritengono che la confutazione dell’idealismo, e quindi la sua definizione, benchè non fosse ancora sorto, si trovi già nella Summa Theologiae di San Tommaso, I, q.85, a.2 dove l’Aquinate si chiede se oggetto della conoscenza è la res, ossia la cosa o realtà o l’ente oppure sia la species, ossia il concetto o idea e conclude dicendo che è la res, perché se fosse la species, si cadrebbe nell’assurdo. Tommaso fa poi derivare l’errore idealistico dal principio protagoreo già confutato da Aristotele, verum est quod videtur: il vero è ciò che sembra o appare.  Occorre osservare tuttavia che se il principio protagoreo è il punto di partenza dell’idealismo, la mira degli idealisti è attribuire all’uomo il pensiero divino. Se per l’idealista l’oggetto del pensiero è lo stesso pensiero, è perché secondo lui, come si ricaverà da Cartesio, è il pensiero a porre l’essere e non è il pensiero ad essere regolato dall’essere, proprio come fa il pensiero divino. Tommaso si riferisce ai fenomeni allucinatori. L’idealista propriamente, non patisce illusione dei sensi, ma quella ben più grave che è quella dell’intelletto.

[3] Vedi, per esempio, di Schelling, Sistema dell’idealismo trascendentale, Edizioni Laterza, Bari 1990; Nicolai Hartmann, La filosofia dell’idealismo tedesco, Mursia Editore, Milano 1983.

[4] Il Padre Fabro in un’opera monumentale di 1200 pagine, ricchissima di documentazione, fa una dottissima analisi storica dello sviluppo dell’ateismo moderno mostrando come esso abbia radici idealistiche fino ad arrivare allo stesso Cartesio: Introduzione all’ateismo moderno, Editrice del Verbo Incarnato, Segni 2013.

[5] Vedi Georges M.-M. Cottier, L’athéisme du jeune Marx et ses origines hégéliennes, Vrin, Paris 1959.

[6]Morcelliana, Brescia 1954.  

[7] Ricordiamoci che il Papa è sì maestro, ma per essere pastore. Non è un insegnante di teologia, ma una guida alla santità. Questa è la chiave di lettura per capire il senso delle condanne dottrinali della Chiesa.

[8] Questo concetto di filosofia moderna in riferimento a Cartesio è stato inaugurato da Hegel: «nella forma dell’immediatezza è stata espressa dal fondatore della filosofia moderna quella proposizione, intorno alla quale può dirsi si aggiri tutto l’interesse della moderna filosofia: Cogito, ergo sum», Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Edizioni Laterza, Bari 1963, p.72.

[9] Vedi Antimoderno, Edizioni Logos, Roma 1979.

[10] Le Docteur Angélique, Desclée de Brouwer, Paris 1930.

[11] Come lo aveva chiamato Benedetto XV e come è tornato a chiamarlo Papa Francesco nel Discorso su San Tommaso tenuto nel 1224.

[12] La storia è narrata da Raissa Maritain in I grandi amici, Edizioni Vita e Pensiero, Milano 1956; vedi anche Jean-Luc Barré, Jacques e Raissa Maritain. Da intellettuali anarchici a testimoni di Dio, Edizioni Paoline Milano 2000.

[13] Vedi Le paysan de la Garonne, Desclée de Brouwer, Bruges 1967.

[14] Conversazioni di metafisica, Edizioni Vita e Pensiero, Milano1995, p.269.

[15] Vedi Protologia, Edizioni ESD, Bologna 2023.

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