Non uccidere
Dio libera Israele dal giogo del Faraone
Seconda Parte (2/4)
L’uccisione della fede
San Giacomo distingue una fede viva da una fede morta (2,17.26). La fede viva è la fede tradotta nelle opere. Cioè è una fede coltivata con la buona volontà. Fede morta non vuol dire necessariamente fede falsa, ma vuol dire quella fede che resta semplice conoscenza e non si traduce nella prassi, così come il cadavere di Socrate non rispecchia un altro uomo, ma rispecchia Socrate, solo che è Socrate senza vita. Ciò vuol dire che la fede può essere senza la carità per il fatto che sono le opere della carità che danno vita alla fede. Quindi fede morta non vuol dire necessariamente fede falsa o fede finta. Si può essere credenti autentici, si può essere perfettamente ortodossi, si possono accettare tutte le verità di fede e avere una fede morta, non salvifica.
La fede, una volta raggiunta, dev’essere fatta fruttificare nelle buone opere, dev’esser mantenuta in vita con l’esercizio della carità. Se viceversa il soggetto non ha questa cura, se è pigro e negligente o se addirittura pecca contro la carità, la fede rimane come semplice adesione intellettuale alla verità, ma non gli serve a nulla ai fini della salvezza, che richiede le opere, così come un’automobile può essere perfettamente funzionante, ma se rimane chiusa nel garage non serve a nulla. Inoltre, rimasta senza le opere, una fede puramente teorica, rischia di corrompersi anche come fede, perché il soggetto, nel compiere azioni che contraddicono quelle che sono richieste dalla fede, siccome questi peccati gli piacciono, e non vi vuol rinunciare, è portato a cercare altre motivazioni teoriche del suo agire peccaminoso, motivazioni disoneste e contrarie alla fede, per cui, pur di seguire queste motivazioni che danno una parvenza di giustizia a quello che fa, finisce per abbandonare le convinzioni di fede, tirando fuori ogni genere di sofisma e falso ragionamento – e qui purtroppo le false filosofie ne forniscono molti - per rendere odiose le verità di fede.
Il Quinto Comandamento, nel momento in cui promuove la vita, proibisce di uccidere ciò che promuove la vita e comanda di uccidere ciò che la ostacola o la uccide. Per questo nel comandamento di non uccidere è incluso in certi casi, per quanto questo possa sembrare paradossale, proprio il dovere di uccidere: del soldato di uccidere il nemico, il dovere del giudice di condannare a morte il criminale e il permesso dato al privato di uccidere l’ingiusto aggressore per legittima difesa[1].
I peccati particolarmente odiosi nel campo dei peccati che sopprimono la vita sono quelli che si commettono laddove l’amore del prossimo raggiunge i massimi livelli, come nei rapporti familiari, nell’amicizia e nella comunità religiosa, come il tradimento, l’infedeltà, l’ingratitudine, e nel campo degli affetti familiari il divorzio, i rapporti extraconiugali, la poligamia, l’uxoricidio, il parricidio, l’aborto, la pedofilia, la sodomia.
Certamente al di sopra di questo amore fraterno c’è l’amor di Dio, che è l’amore supremo per avere come oggetto il sommo Bene e il Fine ultimo, per cui i peccati contro questo amore, come l’odio per Dio, l’incredulità, il dubbio volontario, la superbia, l’empietà, l’ateismo deliberato, la bestemmia, l’eresia e l’apostasia, sono i più gravi in senso assoluto, supponendo l’avvertenza della loro gravità, cosa che, data l’enorme ignoranza metafisica oggi diffusa, può essere rara. In ogni caso, sia coscientemente, sia inconsapevolmente, tutti sanno che Dio esiste e che a Lui devono render conto delle loro azioni.
La questione della pena di morte
Per quanto riguarda la questione della pena di morte, nel passato la Chiesa ha sempre sostenuto la liceità della pena di morte nelle dovute circostanze e per sufficienti motivi, tanto da condannare addirittura nel 1208 una sentenza contraria dei Valdesi. Leone X condannò una tesi di Lutero secondo il quale la pena di morte è «contraria alla volontà dello Spirito Santo» (Denz 1483). Sappiamo come per secoli è esistita la pena di morte per gli eretici.
San Tommaso paragona il criminale a un membro putrido di un organismo. Per salvare l’organismo è cosa saggia asportare questo membro. Nell’età moderna tuttavia si è approfondita la dignità della singola persona e della coscienza personale, per cui si è compreso che questa dignità, che si rapporta con Dio, supera quella del bene comune temporale. Da qui la tendenza a diminuire i casi della pena di morte, fino ad arrivare ad oggi, dove per esempio nella legislazione italiana la pena di morte è assente.
Papa Francesco ha affermato che «la pena di morte è inadeguata sul piano morale e non è più necessaria sul piano penale. … La pena di morte è inamissibile»[2]. Ciò forse vuol dire che il giudice, che a norma di legge, irriga una pena di morte fa peccato? È un assassino? La pena di morte è un atto di ingiustizia? Va contro il Quinto Comandamento? Va contro il Vangelo? Il Papa non dice questo e non può dirlo, almeno come dottore nella fede, ma parla solo dal punto di vista pastorale.
Osserviamo che la pena di morte non è né richiesta né proibita dalla legge naturale e divina, ma dipende dalle circostanze[3]. Per questo al buon cattolico è consentito sia ammetterla come non ammetterla. Pertanto qui il Papa esprime un suo parere pastorale, che è vincolante non in modo assoluto, ma per coloro che condividono le sue considerazioni e motivazioni.
Per questo, il cattolico che sostiene la legittimità della pena di morte non può esser soggetto a censura o pena ecclesiastica, né è un eretico né prossimo all’eresia. La dottrina della pena di morte non è materia del magistero morale della Chiesa, ma neanche la tesi della sua inammissibilità ne fa parte.
Il tema della pena di morte è di competenza della teologia morale, della pastorale della Chiesa e del diritto penale civile. È estraneo alla competenza del diritto canonico. Il Papa quindi non può imporre nulla su questa materia né contro né a favore, né ai cattolici, né tanto meno agli Stati, evidentemente estranei alla sua giurisdizione. Egli pertanto non può ad essi impartire alcun ordine, ma solo rivolgere una semplice esortazione, che essi sono liberi di accogliere o meno a seconda dei princìpi della loro Costituzione.
Con tutto ciò nessuno nega la nobiltà di sentimenti che hanno mosso il Papa nella sua calda perorazione, certamente conforme allo spirito del Vangelo. Tuttavia anche qui dobbiamo fare un discorso simile a quello della guerra.
La questione del martirio
Per quanto riguarda la questione del martirio come scelta di morire, la cosa può far sorgere la domanda se con questa scelta il martire non va per caso contro al Quinto Comandamento. Rispondiamo dicendo che la scelta che fa il martire di lasciarsi uccidere dai suoi persecutori o dal suo carnefice, pur potendosi a volte difendere, non è una violazione del dovere di legittima difesa e non è neppure un suicidio, come a tutta prima potrebbe apparire. Infatti, mentre il suicida si toglie la vita per un suo atto volontario positivo, il martire lascia che siano i suoi persecutori o i suoi carnefici o assassini ad ucciderlo, sicchè l’omicidio lo compiono loro e non il martire.
Certo, nelle espressioni di certi martiri, come per esempio Sant’Ignazio di Antiochia, a tutta prima non fa una bella impressione la sua dichiarata volontà di voler morire e lo scongiurare che fa i suoi amici a non aiutarlo a sfuggire alla morte, come gli avevano proposto. Afferma paradossalmente che se lo avessero aiutato, lo avrebbero ucciso, mentre, se se ne astenevano, lo avrebbero fatto vivere. In realtà davanti all’eventualità di essere uccisi per Cristo, non esiste in linea di principio né il dovere di consentirlo né quello di sottrarsi. Nella vita di Gesù troviamo in momenti diversi della sua vita entrambe le scelte, finchè a un certo punto Gesù opta per la seconda. Bisogna regolarsi a seconda delle circostanze facendo ciò che maggiormente può edificare gli astanti, sia che si tratti di difendersi, sia che si tratti di non difendersi.
È vero che sia il suicida che il martire vanno incontro alla morte deliberatamente e volontariamente, quando avrebbero potuto evitarla. L’atto fisico materialmente è il medesimo; ma formalmente o moralmente è molto diverso nei due casi o sotto il profilo del motivo dell’atto: il suicida muore perché ha preso disgusto della vita o per non subìre ignominia o per non essere disonorato o umiliato o perché non sopporta o non accetta la sofferenza o per altri biasimevoli motivi. Il martire rinuncia alla vita per dimostrare che ama Cristo più di se stesso.
Il problema della guerra[4]
Così oggi i buonisti evitano tutti i passi della Scrittura dove si parla del rapporto di Dio con la guerra e ci spingono ad ignorare che la storia dell’umanità secondo la Scrittura si apre e si chiude con una guerra. La guerra tra gli uomini ha il suo precedente in un conflitto fra gli angeli, che dette luogo alla distinzione fra angeli santi e demòni («scoppiò una guerra in cielo», Ap 12,7) e si concluderà con la vittoria di Cristo e dei suoi discepoli contro le schiere dell’anticristo (Ap 19, 11; 20,10). È questa vittoria finale che creerà un’umanità di salvati definitivamente e perfettamente pacifica, mentre invece gli sconfitti, ossia i dannati, resteranno in eterno in uno stato di irrimediabile conflittualità, simile al meccanismo della dialettica hegeliana.
«Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno, la zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l’ha seminato è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13, 37-43).
Alla narrazione apocalittica della vittoria finale dei giusti sugli empi, corrisponde in Matteo la separazione finale degli uni dagli altri. Nell’Apocalisse i giusti sono i vincitori, mentre gli empi sono gli sconfitti. In Matteo i giusti sono gli inclusi, mentre gli empi sono gli esclusi. Per i buonisti non c’è nessuna battaglia finale e tutti sono accolti nel regno. Dunque correggono le parole della Scrittura.
Un serio problema di oggi è quello del buonismo, che condanna qualunque uso della forza e in particolare delle forze armate, qualificandolo come violenza, ostacolo alla pace, ingiustizia, odio, crudeltà. Per il buonismo non esiste la colpa, non esiste il peccato di malizia, ma solo quello di fragilità, per cui tutti sono sostanzialmente buoni e scusabili. Semmai, meritano comprensione, misericordia, tolleranza, indulgenza. Non si tratta di subire castighi, di espiare o di far sacrifici, ma semplicemente di vivere tranquilli perchè Dio ha già perdonato gratuitamente. Occorre eliminare i sensi di colpa non con la penitenza, ma con la psicanalisi. Tutti si salvano e sono perdonati.
Dobbiamo invece dire che una polemica indiscriminata contro la guerra, senza le dovute distinzioni, è un discorso demagogico, che ha solo l’apparenza della saggezza, ma in realtà non favorisce affatto la pace, dà spazio all’oppressore e al prepotente. La pace, di norma, dev’essere un clima o un orizzonte di pensiero, un metodo e un mezzo per conseguire la pace. Ma quando c’è un giusto obbiettivo che non è si riesce a raggiungere pacificamente mediante la persuasione, in casi estremi e favorevoli si può e si deve raggiungerlo con l’uso ragionevole della forza.
La convinzione che le controversie si possono risolvere sempre e solo con mezzi pacifici è un’utopia illusoria che nasce dalla ignoranza delle conseguenze del peccato originale, per le quali la ragione e la volontà umane non sempre sono capaci o disposte a dominare le passioni obbedendo agli imperativi della virtù e della giustizia. La sistematica e sicura soluzione pacifica delle controversie, sempre che ci fossero state, sarebbe stata possibile nello stato edenico e solo in paradiso godremo non solo dell’assenza totale delle guerre, ma anche delle ragioni che potrebbero indurre a prendere le armi, considerando il fatto che i beati saranno in piena comunione e concordia tra di loro.
C’è da aggiungere che è falsa la tesi secondo la quale gli interessi che muovono a far guerra o che sono in gioco nelle guerre sono sempre e solo di carattere economico o politico, mentre i motivi religiosi rappresenterebbero una finta nobiltà di intenzione, ma sarebbero solo pretesti che nascondono quegli interessi.
Che ciò possa avvenire, nessun dubbio, ma nessuno negherà la retta intenzione religiosa delle guerre di un San Luigi IX o Sant’Alessandro Nesvky o di Sant’Enrico II Imperatore di Germania o di Carlo Magno o di Carlo V o di Flippo II di Spagna. Nessuno negherà l’entusiasmo autenticamente religioso di San Pio V alla notizia della vittoria di Lepanto.
Vedere nelle guerre solo dei motivi materiali è un grossolano materialismo travestito da realismo. Ciò significa degradare i motivi dei conflitti agli scontri che avvengono nel mondo degli animali. Nessuno nega che certe guerre avvengono per motivi vitali come per il possesso delle fonti di energia o per impadronirsi di propri territori, che sono sotto il dominio dello straniero.
Per capire invece il significato delle guerre tra cattolici e protestanti dei sec. XVI-XVII, occorre mettersi nella mentalità di qui tempi: l’Europa era abituata ad avere sovrani cattolici per una popolazione cattolica. Come si ammetteva la pena di morte per gli eretici, così i cattolici non ammettevano la liceità di un sovrano eretico che governasse una nazione eretica.
D’altra parte anche gli eretici, convinti di aver ragione loro, ragionavano allo stesso modo, convinti di opporsi a un sovrano e un popolo eretici. Da qui lo scontro bellico, finchè con i primi del’600, cominciò ad affacciarsi il principio giuridico del diritto alla libertà religiosa. Ci sono voluti però almeno tre secoli perchè nei paesi cattolici, col consenso della Chiesa, si affermasse questo diritto come riconosciuto dallo Stato, che perciò stesso non era più cattolico ma semplicemente laico.
Bisogna allora comprendere che la condanna assoluta della guerra, come fanno i buonisti, contro le loro intenzioni, ben lungi dal creare la pace, non fa in realtà che mantenere ed attizzare la guerra, perché, proibendo di usare le armi che servono garantire e a difendere la pace, si permette la vittoria del nemico della pace.
Con troppa e imprudente facilità e incompetenza i buonisti catalogano la guerra e di ogni guerra sotto la categoria dell’immorale e dell’orrido, come se si trattasse inesorabilmente per entrambi i belligeranti di puro sfogo di odio, di passioni, di ingiustizie, distruzioni, di crudeltà e di violenza.
Cristo sembrerebbe pronunciare una condanna assoluta della guerra, come delitto meritevole di essere punito con la morte, nelle sue parole rivolte al tale che aveva estratto una spada e aveva staccato un orecchio al servo del sommo sacerdote: «Rimetti la spada nel fodero, perchè tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26,52). Qui evidentemente Cristo non si riferisce al semplice uso della spada, ma ad un suo uso proibito, dato che Egli stesso dice di essere venuto a portare una spada (Mt 10,34).
Bisogna inoltre precisare che non bisogna confondere la guerra con i crimini di guerra. La guerra come tale non è un crimine, ma un atto umano che tocca il rapporto col prossimo, per cui entra di per sé nella materia della giustizia. Se la guerra si attiene alle norme della giustizia sarà un’azione giusta; altrimenti no. Il crimine di guerra è un crimine che viola il codice militare. Le forze armate non sono un’associazione a delinquere, ma un’istituzione dello Stato.
Esse pertanto dispongono di un apposito tribunale militare, deputato a giudicare i crimini di guerra, ossia l’infrazione delle leggi che regolano la legittimità e il funzionamento di un’operazione militare e la condotta dei singoli militari. È semmai il difetto di uno Stato tirannico, dittatoriale o totalitario dare troppo potere alle forze armate. Ma lo Stato democratico si fa un punto d’onore di organizzare le forze armate in modo tale che siano di vera protezione dei cittadini e non espressione della volontà di potenza dello Stato.
In conformità all’etica naturale e alla Sacra Scrittura San Tommaso non si esprime contro la guerra per principio. Se c’è un Santo Dottore che è maestro di bontà, di dialogo, di fraternità, carità, mitezza, giustizia, misericordia e tolleranza è proprio lui. Eppure egli parla tranquillamente e giustamente di ars bellica e cataloga la giusta guerra[5] nella parte morale della Somma Teologica, come espressione della virtù della giustizia.
Trattando della virtù della fortezza San Tommaso mette in luce la virtù del soldato[6], che è il coraggio di mettere a rischio la propria vita per la difesa del bene comune. C’è da temere che molti che oggi rifiutano il servizio militare facendo la figura di promotori della pace, siano in realtà persone pavide, che mancano del coraggio di mettere la propria vita a disposizione della patria. Nel trattare della guerra solitamente si insiste troppo sull’uccisione del nemico e ci si dimentica di questo aspetto essenziale, supponendo che il soldato rischi la vita per una giusta causa gradita a Dio e non per la soddisfazione di un tiranno o per invadere un paese confinante.
Tommaso pone inoltre la guerra nella categoria dell’arte: Ars bellica requirit tria; scilicet scientia, robur et exercitium (Comm. Al Salmo 17). Anche qui siamo davanti a qualità umane che devono essere riconosciute e apprezzate, benchè ovviamente sarebbero tanto più spregevoli, quanto più dovessero asservirsi a scopi imperialistici o distruttivi, mentre è ovvio che risplenderebbero nel loro pieno fulgore, onde fossero impiegate per il bene dell’umanità e la vittoria sui nemici della pace.
Occorre ricordare ancora che nell’attività bellica entrano per principio, anche se purtroppo non sempre di fatto, alti valori morali, come la giustizia, la difesa dei deboli e degli oppressi, il bene comune, la legge, il dovere, la liberazione, il diritto, la disciplina, il coraggio, la virtù, l’obbedienza, l’ordine, l’onore, il merito e l’eroismo. Nessuno nega che di fatto nelle guerre avvengano crudeltà, sfoghi di odio, violenze, comportamenti disumani, peccati di ogni genere, vendette, ruberie, distruzioni inutili, uccisione di innocenti. Sono cose che sono sotto gli occhi di tutti.
Il Diritto canonico proibisce al sacerdote di abbracciare le armi e ciò giustamente, in quanto egli rappresenta Gesù Cristo, che davanti a Pilato dichiarò bensì di essere re, ma di un regno non come quelli di questo mondo, ai quali serve l’uso delle armi (cf Gv 18,36). Cristo è re di un regno spirituale celeste e sovramondano, per la conquista del quale occorre la parola di Dio, che è «viva, efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).
La battaglia per la conquista del regno di Dio richiede una militanza e un armamento ben superiori a quelli degli eserciti di questo mondo. Occorre, come ci avverte San Paolo, «aver cinti i fianchi con la verità, esser rivestiti con la corazza della giustizia e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace». Occorre «tener sempre in mano lo scudo della fede, con il quale possiamo spegnere tutti i dardi infuocati del maligno». Occorre «prendere anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6,14-17)[7].
La questione dell’uso o non uso della forza non è una questione di principio, ma è una questione di circostanza che riguarda i mezzi e le vie della pace o per ottenere la pace. La cosa essenziale da fare è il raggiungimento o l’edificazione della pace in base ad un concetto valido di che cosa è la pace, in che cosa consiste la pace, quali sono i suoi princìpi, le sue cause, le sue condizioni, le sue proprietà, i suoi ingredienti.
Se poi, per raggiungere questo obbiettivo nelle varie circostanze occorra o non occorra l’uso della forza o l’impiego delle armi, questo non si può stabilire a priori, ma di volta in volta, dopo un attento esame della situazione, occorre vedere se è il caso di continuare le trattative di pace o di muover guerra o di difendersi da un attacco nemico. Bisogna sempre partire con una sincera volontà di dialogo e con la speranza che da una sapiente e leale trattativa uscirà l’accordo.
Una soluzione equa della controversia non può essere affidata solo alle due parti, perché è umano che ognuna sosterrà di aver ragione lei contro l’altra. Bisogna che le due parti si affidino a un’autorità di competenza internazionale, che, per esempio in un caso come quello della guerra in Ucraina, non può essere l’UE, né gli Stati Uniti o la Cina o la Turchia, ma occorre che siano le Nazioni Unite. Altrimenti non ne verremo fuori e la guerra continuerà.
La Santa Sede potrebbe tentare una mediazione. Ma, supponendo che essa goda della fiducia delle due parti, non deve limitarsi ad invitare le due parti a deporre le armi. Per formulare un auspicio del genere, basta qualunque comune cittadino di buon senso. Ma, dato il prestigio internazionale della Santa Sede, ci aspetteremmo da essa qualcosa di più. Occorre, per quanto è possibile, ottenere elementi di giudizio tali da dare qualche suggerimento o consiglio concreto, diverso dalla solita deplorazione della guerra, della quale tutti siamo capaci, ma che non risolve nulla.
Perchè il Papa riceve solo Zelensky e - non dico Putin – ma almeno qualche suo rappresentante? Il Card. Zuppi fece cosa ottima qualche tempo fa – purtroppo rimasta isolata - ad incontrare il Patriarca Cirillo a Mosca. Perché non ripetere incontri di questo genere? Mosca si rifiuta? E l’ecumenismo con gli ortodossi dove è andato a finire?
Occorre affidare la causa di una guerra a un giudice super partes, come avvenne per esempio quando nel sec. XVI Spagna e Portogallo si contendevano il possesso dei territori sudamericani conquistati. La causa fu allora affidata a Papa Alessadro VI, che ottenne l’accordo fra le parti fissando la famosa linea della raja, che fu all’origine della distinzione dei territori di lingua spagnoli e di quelli di lingua portoghese.
Fine Seconda Parte (2/4)
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato 9 agosto 2026
Il Quinto Comandamento ci impone inoltre di non spegnere anche e soprattutto la vita della grazia col peccato. La grazia è una partecipazione soprannaturale analogica della natura divina, come tale indistruttibile. Essa tuttavia inerisce alla nostra anima a modo di qualità accidentale, per cui può esser persa a causa del peccato mortale, che per sua essenza, è un moto della volontà di ribellione alla volontà di Dio.
In una riflessione dedicata al Quinto Comandamento non si può evidentemente non dedicare una speciale attenzione alla grave questione della guerra. A tutta prima, sembrerebbe che questo Comandamento proponga la proibizione della guerra e che quindi la professione del militare sia un mestiere disonesto come quello del trafficante di droga o di uomini o di lenone o di contrabbandiere.
Una parabola che non viene mai commentata, dalla quale traspare chiaro l’aspetto agonistico della vita cristiana, è la parabola della zizzania, nella quale è evidente la vittoria finale di Cristo, buon seminatore, sulle forze di Satana, seminatore di zizzania
È evidente qui la piena corrispondenza fra questo schema tratto dall’agricoltura e quello apertamente agonistico di Ap 19-20. Nei due casi troviamo un dinamismo comune, che molto raramente oggi vien messo in luce: la Scrittura non concepisce l’umanità alla maniera buonista, come se fosse un tutto salvato, ma come due categorie di uomini, una che sceglie e segue Cristo e l’altra che sceglie il demonio, una che combatte per Cristo, l’altra che combatte per il demonio.
Alla narrazione apocalittica della vittoria finale dei giusti sugli empi, corrisponde in Matteo la separazione finale degli uni dagli altri. Nell’Apocalisse i giusti sono i vincitori, mentre gli empi sono gli sconfitti. In Matteo i giusti sono gli inclusi, mentre gli empi sono gli esclusi. Per i buonisti non c’è nessuna battaglia finale e tutti sono accolti nel regno. Dunque correggono le parole della Scrittura.
Occorre allora tornare a comprendere che per la Bibbia la guerra, benchè sia conseguenza del peccato degli angeli e dell’uomo, può svolgere nella vita presente una funzione positiva, mentre sarà del tutto assente nella Gerusalemme celeste, dove ogni conflitto si sarà dissolto nell’amore universale di tutti per tutti e di ognuno per ognuno.
Occorre inoltre tener
presente che anche nelle operazioni militari la misericordia deve andare
assieme alla giustizia e non bisogna confonderle. Il buon soldato soccorre
all’occasione lo stesso nemico, evita di infierire, non va al di là dei compiti
assegnatigli, tratta con umanità i prigionieri, si astiene dalla vendetta
privata, dall’uso di armi troppo distruttive, evita di colpire i civili,
rispetta i luoghi sacri.
Immagini da Internet:
- Parabola del seminatore della zizzania, Domenico Fetti
- Il giudizio universale, Giuseppe Angeli
[1] Sum.Theol., II-II, q.64, a.7.
[2] Enciclica Fratelli tutti del 3 ottobre 2020, n.263.
[3] Cf Alla voce MORTE, (PENA DI MORTE) nel Dizionario di Teologia morale di Francesco Roberti e Pietro Palazzini, Editrice Studium, Roma 1957.
[4] Sulla dottrina della Chiesa sulla guerra: Compendio della dottrina sociale della Chiesa, a cura del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004.
[5] La dottrina della guerra giusta à presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n.2309). La tesi oggi diffusa secondo la quale non esiste una guerra giusta, ma ogni guerra è ingiusta è dunque contraria alla dottrina della Chiesa.
[6] Sum. Theol., II-II, q,123, a.5.
[7] Cf il mio libro La buona battaglia, Edizioni ESD, Bologna 1986.


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