Sulla questione del castigo divino - Terza Parte (3/4)

 

Sulla questione del castigo divino

Terza Parte (3/4)

 

Il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento

La Bibbia concepisce Dio sul modello di un sovrano sapiente e provvidente, che si prende cura del suo popolo educandolo a livelli sempre maggiori di virtù, promovendo il suo progresso morale e civile per condurlo a una sempre maggiore felicità.

Dio, in un primo tempo, sdegnato per la disobbedienza dei progenitori, decide di non lasciare per sempre l’umanità nelle condizioni di miseria che si meritava, ma in Cristo la risolleva da quella condizione e le offre uno stato glorioso di vita, quella dei figli di Dio, superiore a quello che ci sarebbe stato se Adamo non avesse peccato. Ecco perché la Chiesa canta paradossalmente: o felice colpa, che meritasti un simile redentore!

Dio, tuttavia, purissimo Spirito e atto puro d’essere, esente da qualunque divenire, causa lo svolgersi del tempo, l’evoluzione storica e il progresso umano nel tempo. L’agire divino non è come quello umano che diviene nel tempo con atti che si succedono ad atti, anche se la Bibbia fa apparire le cose come se stessero così. A divenire non è Dio, ma l’umanità mossa da Dio nel tempo e nello spazio.

È dunque Dio che, dopo aver suscitato l’Antico Testamento, suscita il Nuovo, non però nel senso che l’azione divina evolva nel tempo e nella storia: è l’umanità che riceve da Dio il suo stesso evolversi sotto l’influsso dell’unica immutabile azione divina coincidente con lo stesso essere divino.

Il passaggio dall’Antico al Nuovo Patto comportò l’istituzione divina per mezzo di Cristo, di un sacerdozio veramente efficace, come dimostra la Lettera agli Ebrei, per soddisfare alla giustizia del Padre e ottenere misericordia. In questo sacerdozio è lo stesso Figlio di Dio che non solo offre il sacrificio, ma è la stessa vittima del sacrificio.

Quando si parla dell’agire divino nella storia non bisogna credere che Dio muti. Egli infatti è semplicissimo e purissimo atto d’essere sussistente nella sua infinita perfezione, per cui il parlare che fa la Bibbia di interventi di Dio nella storia è un linguaggio antropomorfico che non dev’essere frainteso. Ciò che nel tempo in realtà va soggetto a successione e mutamento sono gli eventi umani causati da Dio, che nella sua essenza resta immutabile.

Secondo la rivelazione biblica Dio, che per sua misericordia non ha voluto che l’umanità peccatrice rimanesse prigioniera degli inferi, del diavolo e della morte, subito dopo la caduta, decise di risollevare l’umanità dalla sua miseria col metter in atto un piano di salvezza eterna che comportò nella sua esecuzione due tempi o due fasi o tappe in progressione storica verso un culmine finale, che è mostrato e profetizzato nella Bibbia dall’escatologia dell’Apocalisse.

 Dio non ha voluto per la nuova umanità risorta dal peccato soltanto il semplice recupero dello stato edenico, ma ha voluto una forma di vita superiore, per la quale l’uomo non è più soltanto arricchito di doni preternaturali, come lo fu nell’Eden, ma diventa nel Figlio divino figlio di Dio stesso, ossia vivente in grazia, ovvero per una partecipazione, della stessa vita divina.

Dio, quindi, ha operato la salvezza dell’umanità non con un semplice ed istantaneo atto della sua onnipotenza, ma in modo successivo, nel tempo e nella storia. In forme sempre più sublimi, fino a mostrare il culmine del suo amore e della sua misericordia nel dono che ci ha fatto del suo stesso Figlio unigenito Gesù Cristo.

Dunque due fondamentali interventi: una prima alleanza con Mosè e una seconda, migliore e definitiva alleanza per il tramite di Cristo: «La legge fu data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,17).

San Giovanni intende dire che dopo la caduta di Adamo, la prima cosa che Dio decise di fare fu, oltre alla promessa di un salvatore, di istruire l’uomo, la cui inclinazione al bene si era indebolita a causa del peccato originale, circa i doveri della condotta morale. Ed ecco il decalogo mosaico e il principio morale da Dio inculcato all’uomo, secondo cui la giustizia è l’effetto del compimento delle opere buone in obbedienza alla legge mosaica.

Il fatto che Cristo abbia donato la grazia e la verità non vuol dire che nell’Antica Alleanza Dio non facesse grazia e non insegnasse la verità, ma Giovanni si riferisce a una ben precisa grazia e ad una ben precisa verità. La grazia è quella dei figli di Dio e la verità è la rivelazione dei misteri dell’Incarnazione, della Redenzione e della Santissima Trinità.

Questo concetto di «alleanza» o «patto» (eb. berìth) tra Dio e l’uomo è evidentemente un’espressione metaforica desunta dal contratto di lavoro tra un lavoratore e un datore di lavoro, come del resto appare in alcune parabole evangeliche.  San Paolo traduce berith con diatheke (II Cor 3,14), che la Vulgata rende con testamentum, che ha piuttosto il significato di «disposizione». La parola italiana testamento è fuorviante perchè fa pensare alle ultime disposizioni di una persona da attuarsi dopo la sua morte.

Come è noto, nel regime dell’Antica Alleanza Dio appare adirato e corrucciato per l’offesa ricevuta dal peccato. Appare nella sua maestà terribile e inavvicinabile. Mostra comunque la sua paternità e provvidenza, la sua misericordia e la sua volontà di riconciliare l’uomo a Sé, gradisce l’offerta di sacrifici fatti con cuore puro e pentito, ma in un clima di austerità e severità, dall’alto inaccessibile dei cieli, alla  lontana, né all’uomo è concesso di avvicinarsi a Dio, perché la sua impurità e indegnità non gli consentirebbero di proporzionarsi alla purezza divina, per cui questa vicinanza audace, entrando in conflitto con la somma purezza divina, gli provocherebbe la morte.

 

Come si spiega la crudeltà

delle punizioni e delle guerre nell’Antico Testamento?

Quello che tutti possono notare è l’esistenza nell’Antico Testamento di procedimenti punitivi e di metodi bellici di una tale crudeltà, che nessuno oggi, anche tra i più decisi sostenitori della legittimità dell’uso della forza e di pene severe, si sentirebbe più di sostenere.

E la cosa che sconcerta è la convinzione di quel tempo che quelle pratiche fossero volute da Dio. Si tratta nella testimonianza del popolo ebraico di uno stadio dell’umanità credente sì in Dio, un’umanità che conosce la legge morale imposta da Dio, ma un’umanità peccatrice di grande arretratezza culturale rispetto alle condizioni dell’umanità moderna, corrette e elevate da duemila anni di cristianesimo.

Il Dio del Nuovo Testamento mostra certamente, con l’invio nel mondo del Figlio di Dio, una più grande misericordia di quello dell’Antico. Ma non dimentichiamo l’avvertimento della Lettera agli Ebrei:

«Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli. Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? Conosciamo infatti Colui che ha detto: “A me la vendetta! Io darò la retribuzione!”» (26-30).

Gesù Cristo conferma in vari modi l’attributo della giusta severità di Dio e della giusta coercizione nei procedimenti giudiziari e mantiene la legittimità dell’uso delle forze militari, ma nel contempo perfeziona la norma della giustizia chiedendo all’uomo un atteggiamento di maggiore benevolenza verso il prossimo ad imitazione della stessa bontà divina: il nemico non diventa amico. Esso quindi va combattuto in ciò in cui è nemico, ma va amato in ciò che in lui è amabile. Cristo non abolisce il giusto castigo e la giusta operazione militare, non abolisce le forze armate, ma esige che il loro uso sia animato dall’amore.

L’etica evangelica è più delicata, più esigente e quindi più perfetta ed elevata di quella mosaica. Il castigo del peccato rimane ed è anche severo, ma il peccato stesso che viene castigato è meno grave, come risulta chiaro dalle parole del Signore in Mt 5,22: omicidio non è solo l’uccisione fisica, ma anche l’insulto, l’ingiuria, la contumelia, la diffamazione, la denigrazione, la falsa accusa, la calunnia:

«Chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio e chi gli dice pazzo, sarà sottoposto al fuoco della geenna».

Il comando del Signore non si riferisce all’uso indiscriminato di questi titoli, ma all’uso immotivato o fatto perché mossi da incontrollata passione o per odio o per invidia. Certo, se uno è veramente un bugiardo, un superbo, un empio, un eretico, un ipocrita, un ladro, un lussurioso o l’accusa è fondata, può essere non solo lecito, ma doveroso e salutare, può avere anche effetto benefico correttivo l’uso di questi titoli, fatto a tempo e luogo, nel dovuto modo, e con un moderato sdegno. Ne abbiamo l’esempio in Gesù stesso.

Nell’etica evangelica ancor più severo castigo meritano le parole velenose che uccidono l’anima mettendola in pericolo di perdersi eternamente, come la frode e l’inganno in materia di fede o di morale, l’eresia, la falsa dottrina, o quelle che San Paolo chiama «dottrine diaboliche» (I Tm 4,1).

Quanto ai  famosi precetti in Mt 5,38-48, Cristo, con espressioni enfatiche, che vanno ben intese, non vuol abolire l’ordine giudiziario, non vuol negare i doveri dei giudici  e dei tutori dell’ordine pubblico, non vuol negare le virtù e i doveri dei militari,  né il diritto di riprenderci ciò che ci è stato rubato, o di ottener giustizia contro chi ci ha oltraggiati o ci ha fatto un torto, ma intende inculcare atteggiamenti di disponibilità, di mitezza, di tolleranza, di generosità, di magnanimità.

I famosi «ma io vi dico» di Mt 5 sembrerebbero a tutta prima contraddire alla legge dell’Antico Testamento, ma in realtà ci guidano ad una superiore e piena realizzazione, come dice Gesù stesso: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti: non sono venuto per abolire, ma per portare a compimento» (v.27).

I Papi del postconcilio, come è comprensibile, hanno assunto il tono della pastorale avviata dal Concilio, il quale, nel reagire agli eccessi di severità del passato, è caduto nel difetto opposto del buonismo, che col pretesto della misericordia, trascura la giustizia falsando la stessa misericordia. Tuttavia, pare che essi siano stati troppo legati alla pastorale buonista conciliare, che per sua natura non è né infallibile, né irreformabile, diversamente dalle dottrine del Concilio, che sono per loro natura certamente vere, anche se non ci sono dogmi definiti.

Ad ogni modo è da ricordare che l’annuncio del Vangelo in linea di principio, dev’essere integrale. Salvo particolari circostanze, nelle quali la prudenza e la carità chiedono di tacere, perchè l’ascoltatore o il destinatario dell’annuncio non sarebbe in grado di capire, la Chiesa in linea di massima non può tralasciare, tacere, trascurare nessuna delle parole di Cristo, ossia quella collezione ordinata di verità di fede, che la Chiesa stessa ha raccolto ed interpretato nei dogmi e negli articoli del Simbolo della fede e raccoglie nei Catechismi, via via perfezionando e approfondendo sempre più nel corso della storia la conoscenza della dottrina di Cristo.

In particolare l’annuncio del mistero della Croce, che è somma sapienza, può sembrare stoltezza agli occhi di chi non ha la fede sufficiente per comprenderlo. Può suscitare scandalo, perchè può sembrare apprezzamento morboso della sofferenza come tale, mentre invece è apprezzamento della sofferenza come sacrificio e mezzo di espiazione e di riparazione, nonché mezzo di liberazione dalla sofferenza stessa.

Occorre inoltre ricordare che il Vangelo va annunciato per gradi, cominciando dalle vertà più evidenti e di buon senso, o di comune saggezza umana, come ha fatto lo stesso Gesù Cristo, che ha cominciato ad insegnare verità morali di ragione naturale condivisibili da qualunque uomo onesto e ragionevole. Sotto questo punto di vista è bene tacere all’inizio le verità che potrebbero sembrare ripugnanti, come il mistero della Croce. Solo in un secondo tempo infatti Cristo ha rivelato il mistero della Croce per il quale e nel quale il dolore e il castigo si trasformano e si trasfigurano in mezzi di penitenza, di espiazione e di salvezza.

Infatti, se da una parte le dottrine del Concilio sono intangibili per loro natura, un Concilio può commettere errori nella pastorale. E questo è proprio il caso del Concilio Vaticano II, come segnalò Benedetto XVI in un discorso alla Fraternità San Pio X, quando riconobbe che la parte pastorale del Concilio può essere «discussa», come a dire che può essere corretta.

Occorre pertanto che la Chiesa, guardandosi dal ripetere gli eccessi di severità del passato e mantenendo e sviluppando le conquiste dottrinali del Concilio e gli stessi lati buoni della sua pastorale, recuperi quanto di giusto c’è nella via giusta precedente.

Si tratta di una pastorale che necessita di tornare ad usare in pienezza il concetto biblico di Dio e della sua provvidenza a beneficio dell’uomo. Occorre innanzitutto chiarire per sempre una buona volta, dando fine a nefasti equivoci, inutili e pretestuose polemiche e proteste, come verità di ragione e di fede, che il castigo divino non implica in Dio nessuna cattiveria o crudeltà o ingiustizia o mancanza di misericordia o accezione di persona o arbitrarismo volontarista o, peggio che peggio, predestinazione all’inferno, ma al contrario, è effetto di un atto della sua bontà e del suo amore ed è sempre attenuato dalla misericordia.

Occorre tornare a mostrare che il castigo divino non contraddice alla bontà divina né alla sua misericordia, ma è la manifestazione severa della sua giustizia. Occorre tornare a mostrare che le pene della vita presente sono conseguenza del peccato originale e dei peccati commessi dagli uomini. Occorre tornare ad insegnare che  Dio castiga personalmente sia come giudice, sia servendosi della natura.

Occorre tornare ad insegnare che Dio, servendosi di eventi dolorosi ed anche del demonio e delle persone malvage, manda sofferenze espiatrici ai buoni per purificarli e ai peccatori per correggerli e chiamarli a penitenza approfittando della croce di Cristo, che, innocente, ha pagato per noi il debito del peccato, e ha preso su di sé il peso dei nostri peccati per liberarci dalla sofferenza e dal peccato e condurci alla vita eterna.

 

Perché Lutero ha accusato il Papa?

Verrebbe quasi voglia di fare come ha fatto Lutero, di rimproverare il Papa di tacere verità salvifiche contenute nella Scrittura. Anche Lutero, come è noto, uomo di fede, sentiva vivissimo il problema del suo rapporto personale con Dio, il problema della propria salvezza, di come liberarsi dal castigo, dalla colpa e dal peccato, il problema di come trovare la pace della coscienza, di come essere consolato nella sofferenza, di come essere gradito a Dio, di come e cosa fare per  sentire la sua grazia, e ricever misericordia.

Lutero era spaventato del Deus absconditus dell’Antico Testamento. Formatosi sulla teologia di Guglielmo d’Ockham, non riusciva a vedere un’analogia fra i criteri del vero e del bene divini e quelli umani. Per questo, il giudizio divino su di lui lo spaventava e lo irritava perchè non riusciva a vedere alcun nesso tra il nostro pensiero e il pensiero divino, alcun nesso tra la nostra giustizia e la giustizia divina, sicchè può esser falso ciò che per Dio è vero e può esser bene ciò che per Dio è male. Se Dio ti premia non sai il perchè e se Dio ti castiga non sai il perché. Dei comandi divini non sai il perchè e delle proibizioni non sai il perché.

Lutero vedeva Dio come un Dio che incolpa e ci punisce senza dirci il perchè, un Dio col quale non riusciamo ad intenderci, perché ciò che dice non ha un significato analogico, ma solo equivoco rispetto a ciò che intendiamo noi. È un Dio del quale non ci si può fidare, che non suscita confidenza, ma diffidenza perché non si sa mai quale fulmine ti può far piombare addosso. Ma sapeva benissimo che anche il Dio del Nuovo manda in paradiso e all’inferno. Ciò gli consentiva di parlare del Papa come «anticristo», tanto da non aver dubbi sul fatto che i Papi andassero all’inferno tra le grinfie dei demòni.

È stato Schleiermacher nel sec. XIX a riprendere la teoria origeniana della salvezza di tutti che nega l’esistenza di dannati. Lutero si diceva certo di salvarsi e assicurava ai suoi seguaci la possibilità di avere questa certezza, ma riservava l’inferno ai suoi nemici. Invece Schleiermacher estende a tutta l’umanità la predestinazione alla salvezza.

Egli infatti, accorgendosi che in Lutero il male non viene vinto perchè c’è anche in Dio, tentò una soluzione radicale riprendendo l’idea origeniana della scomparsa totale del male alla fine dei tempi. Ma così passò da un eccesso all’altro, perché, se è vero che Dio non vuole il male di colpa, però ha voluto non impedirlo e vuole il male di pena.

 Comunque sia, Lutero, e qui era un buon cristiano, non aveva dubbi sul fatto che Dio premia e castiga e che combatte e vince i suoi nemici. Sapeva benissimo che non c’è solo il paradiso, ma anche l’inferno. Era perfettamente cosciente che la vita cristiana è una lotta contro il demonio. Sapeva bene che Cristo è osteggiato dall’anticristo. Egli non aveva dubbi sul fatto che la vita cristiana è una battaglia contro la carne, il mondo e Satana per il trionfo del regno di Dio, che la parola di Dio è una spada a doppio taglio, che sconfigge la menzogna e annuncia la verità, che Cristo ha vinto Satana.

Benchè Lutero sia stato un eretico, sentiva fortissima la necessità di combattere le eresie, che naturalmente per lui erano quelle del Papa. E in ciò troviamo una curiosa somiglianza con l’atteggiamento dei passatisti dei nostri giorni, che accusano di eresia i Papi del postconcilio.

È vero che Lutero non accettava per principio l’interpretazione della Scrittura fatta dal Papa e dai Concili. Ma qui non si tratta di come interpretare certi insegnamenti oscuri o passibili di essere fraintesi. Che Dio castighi, è una verità  chiaramente insegnata dalla Scrittura, verità che, oltre a ciò, per certi aspetti è anche una verità di ragione, nota e condivisa anche dagli antichi pagani e dalle religioni non-cristiane.

Dove Lutero ha sbagliato è nel fatto che credeva che Dio predestinasse non solo al paradiso, ma anche all’inferno. Egli ebbe a dire: «Dio è tanto la causa della conversione di Paolo quanto del peccato di Davide». Per questo egli aveva difficoltà a distinguere Dio dal demonio, poiché egli credeva che non solo il demonio, ma anche Dio spinge a peccare.

In tal modo Lutero intratteneva col demonio un rapporto strano, torbido e ambivalente: da una parte cercava di respingerlo come nemico di Cristo e si angosciava quando non riusciva a capire se un’ispirazione veniva da Dio o dal demonio. Ma dall’altra parte, siccome si era fatta la convinzione che Dio salva coprendo il peccato, finiva per vedere nei suggerimenti del demonio un aiuto nel conseguire la salvezza. In questo senso egli vedeva nel demonio un interprete e un collaboratore di Dio nell’operare la salvezza, per cui giunse a dire con fierezza che era stato il demonio a convincerlo a non dire più la Messa[1].

Osservo che non c’è dubbio che il demonio può tentare il sacerdote a non dir più Messa. Ma che in ciò egli agisca per mandato divino ho qualche dubbio, anche se è vero che comunque Dio si serve del demonio per provarci, purificarci, punirci, fortificarci e correggerci, come risulta chiaramente dal racconto di Giobbe.

L’errore di Lutero nel suo confronto col demonio è stato quello di pretendere di poter agire con le sole sue forze senza ricorrere all’angelo custode, alla Madonna e ai Santi, i quali lo avrebbero aiutato nel discernimento.

Lutero dunque pensava che se l’uomo pecca, è Dio che lo fa peccare. A questo punto il peccato viene in certo modo giustificato, diventa un bene. Per fare il bene, occorre peccare.  Così egli confonde il male di pena, la sofferenza, col male di colpa, il peccato. Da qui viene la sua interpretazione della vita cristiana: la croce di Cristo per lui è ad un tempo un soffrire e un peccare. Non è il peccatore ad essere giustificato, ma il peccato. Oppure possiamo dire che per Lutero la giustificazione del peccatore e la giustificazione del peccato sono la stessa cosa.

Lutero, come si sa, ammetteva il sacramento del Battesimo, che dona la grazia di vivere da cristiani, ma non afferra la dottrina paolina del Battesimo come grazia che ci rende nuova creatura e per la quale siamo risorti sin da adesso (Col 3,1), risorti, naturalmente, in senso interiore, ossia liberi da colpa, in quanto la resurrezione del corpo è riservata alla futura Venuta di Cristo.

Ciò comporta che nella teologia di Lutero manca il concetto cristiano della resurrezione finale gloriosa, della quale fin da adesso possiamo avere una pregustazione, intesa come vita umana perfetta, libera dal  peccato, dalla colpa e dal castigo e vivente di una vita eterna sotto nuovi cieli e in una nuova terra dove abita la giustizia.

Nell’etica luterana abbiamo l’aspetto soteriologico, ossia il problema del perdono dei peccati e di come evitare il castigo eterno, ma manca quello dossologico, ossia la prospettiva della figliolanza divina e di quella gloria che è partecipazione della stessa gloria del Figlio, come Cristo stesso chiede al Padre nella preghiera di Gv 17.

Infatti in Lutero, anche nella condizione di salvati e di giustificati, anche nella vita di grazia, l’ombra tetra della colpa e del peccato non si dilegua, ma rimane ad impedire una vera gioia per esser stati perdonati. Ma se Dio stesso pecca e copre il peccato, quale perdono potrà mai concedere?

Ciò è connesso col famoso principio luterano simul iustus et peccator. Esso potrebbe ricevere anche un’interpretazione accettabile se si volesse dire che nella vita presente, anche se siamo in grazia, resta in noi la tendenza o inclinazione a peccare, che è chiamata concupiscenza, per cui, come insegna lo stesso Concilio di Trento, dato che il peccato veniale è inevitabile, esso può coesistere con lo stato di grazia.

Se invece per «peccatore» s’intende, come intendeva Lutero, un’anima in stato di peccato mortale, allora dovrebbe esser chiaro che chi è in grazia non è in stato di peccato e viceversa, così come uno non può esser vivo e morto allo stesso tempo.

Ma il difetto dell’etica luterana è che Lutero consiglia di render deliberati quei peccati di fragilità che si ripetono e che non riusciamo a togliere. È questo il senso dell’altro famoso principio Pecca fortiter et crede firmius: pecca liberamente, non cercare di correggerti, e se la coscienza ti rimprovera, falla tacere con la fede che sei stato perdonato. Ma questa è una vera e propria impostura e una presa in giro del Signore.

Maritain nota acutamente nella spiritualità luterana la presenza di una malinconia di fondo, che io ritengo che possa esser stata caratterizzata dal rammarico al pensiero di aver tradito una persona amata innocente o di aver perduto irrimediabilmente un bene che avremmo potuto conservare.

 Il cristianesimo luterano è un cristianesimo sostanzialmente tragico. La croce prevale sulla resurrezione. La morte non cede alla vita. Non si dà una piena e definitiva vittoria della vita sulla morte. Questo cristianesimo è ben riflesso nel pantragismo hegeliano. Del resto lo stesso Hegel ebbe a dire di voler dare un fondamento filosofico alla sua fede luterana.  Tuttavia Hegel non conduce la ragione alla fede, come avviene nel cattolicesimo, ma assoggetta la fede alla ragione, alla maniera gnostica. Il fideismo luterano in Hegel è sostituito da una ragione concepita come rivelazione concettuale divina originaria e immediata.

Stando così le cose, nel luteranesimo, dove la coscienza - con buona pace del Card. Kasper - non è affatto libera da tormenti, manca la gioia innocente e cristallina dei Santi, specchio della loro purità di coscienza e c’è invece la risata grassa, la derisione, il riso sardonico, sguaiato, sboccato e volgare degli edonisti e degli uomini del mondo.

Fine Terza Parte (3/4)

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 23 giugno 2026

 

L’etica evangelica è più delicata, più esigente e quindi più perfetta ed elevata di quella mosaica. 

 

Occorre che la Chiesa, guardandosi dal ripetere gli eccessi di severità del passato e mantenendo e sviluppando le conquiste dottrinali del Concilio e gli stessi lati buoni della sua pastorale, recuperi quanto di giusto c’è nella via giusta precedente.



 

Si tratta di una pastorale che necessita di tornare ad usare in pienezza il concetto biblico di Dio e della sua provvidenza a beneficio dell’uomo.

Occorre innanzitutto chiarire per sempre una buona volta, dando fine a nefasti equivoci, inutili e pretestuose polemiche e proteste, come verità di ragione e di fede, che il castigo divino non implica in Dio nessuna cattiveria o crudeltà o ingiustizia o mancanza di misericordia o accezione di persona o arbitrarismo volontarista o, peggio che peggio, predestinazione all’inferno, ma al contrario, è effetto di un atto della sua bontà e del suo amore ed è sempre attenuato dalla misericordia.

Immagini da Internet:
- Cristo e l'adultera, Galleria dell'Accademia di Venezia
- Scomunica di Federico II da parte di Gregorio IX, Giorgio Vasari, 1572 circa, Musei Vaticani, Sala Regia

[1] La cosa è riferita dal Maritain nel suo saggio su Lutero in Tre Riformatori, Edizioni Morcelliana, Brescia 1964.

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