07 settembre, 2026

Il mistero trinitario e la creazione. Il Dio creatore e il Dio Trinitario. Prima Parte (1/2)

 

Il mistero trinitario e la creazione

Il Dio creatore e il Dio Trinitario

Prima Parte (1/2)

 

Omnia disposuisti in numero, pondere et mensura

Sap 11,20

 

Luci ed ombre

La Commissione teologica internazionale ha recentemente pubblicato un documento dal titolo Prendersi cura della nostra Casa comune: risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario. Esso affronta e sviluppa opportunamente alcuni grandi temi di teologia dogmatica, attorno ai quali è possibile trovare nella pubblicistica attuale delle concezioni che non corrispondono a una giusta visione delle cose e ai dati della fede cristiana per cui costituisce un opportuno richiamo ad una più piena fedeltà alla sana dottrina.

Questa opera di chiarimento, ricca di motivi e di spunti, però, lascia alcuni punti non chiariti e che possono essere fraintesi, favorendo quel panteismo o panenteismo, che il documento intende proprio evitare.  Tra l’altro non chiarisce neppure la differenza fra panteismo e panenteismo. Diciamo che mentre sia l’una che l’altra visione esclude un mondo esterno a Dio, la differenza tra loro sta nel fatto che mentre per il panteismo tutto e ogni cosa è Dio, nel panenteismo tutto e ogni cosa è in Dio. 

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Non bisogna confondere il Dio Uno col Dio Trino. È vero che Dio è la Santissima Trinità, nel senso che quel medesimo Dio, che è uno, è anche trino. Ma la natura divina (fysis, usia) non è la persona divina (hypostasis, prosopon), benchè sia vero che il Padre è Dio, il Figlio è Dio e lo Spirito è Dio. Tuttavia dire natura vuol dire sostanza. Dire persona divina vuol dire relazione sussistente, relazione che di per sé sarebbe un accidente della sostanza, e tale è nella creatura, ma in Dio è sussistente.

Bisogna inoltre fare attenzione alla differenza che c’è fra ciò che la Trinità fa all’interno di se stessa (opus ad intra), ossia le processioni divine, e ciò che fa al di fuori di sé (opus ad extra), ossia mandando il Figlio e lo Spirito nel mondo a salvare e governare il mondo e per condurlo alla santità. La Trinità manda il Figlio nel mondo liberamente, non per essenza, in quanto Trinità. In quanto tale, Ella soltanto genera il Figlio e fa procedere lo Spirito all’interno di Se stessa.

Come Dio uno è già perfetto in se stesso, anche senza il mondo, sicchè avrebbe potuto benissimo esistere da solo anche senza creare il mondo, così pure la Trinità che è Dio stesso, non ha bisogno del mondo per essere se stessa, ma esisterebbe anche se il mondo non esistesse. Dio non crea per essenza, ma, come insegna il Concilio Vaticano I, «liberrimo consilio». 

 Il mondo è relativo a Dio, ma Dio non è relativo al mondo. Dio certo è Amore, ma non necessariamente amore per il mondo, ma è necessariamente Amore di Sé. Non pare che il documento, troppo preoccupato di sottolineare l’amore di Dio per noi, chiarisca a sufficienza questa indipendenza di Dio dal mondo.

La Trinità dona al mondo la grazia della salvezza e della glorificazione. Il Padre ci dona il Figlio e lo Spirito Santo. Non bisogna confondere il donare col creare. Il creare è il produrre l’ente dal nulla. Il donare suppone già esistente la persona alla quale Dio fa il dono ed è un atto d’amore col quale Dio dona all’uomo la vita soprannaturale della grazia.

Immagini da Internet:
- Mons. Klaus Hemmerle
- Mons. Piero Coda


06 settembre, 2026

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Quarta Parte (4/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Quarta Parte (4/8) 

 

La dialettica trascendentale

(pp.291-304)

Né ad Aristotele né a Cartesio è mai venuto in mente di credere che la ragione umana sia costitutivamente, essenzialmente e per natura in contrasto con se stessa.  Forse qui Kant riflette il dramma luterano di una ragione ribelle alla fede, di una fede che scandalizza la ragione e di una ragione talmente corrotta a seguito del peccato originale, che è in conflitto con se stessa. Ma Kant, ignorando la vera dottrina delle conseguenze del peccato originale, pretende di sottomettere al giudizio della ragione una verità di fede, col risultato ancora più amaro di quello nel quale era caduto Lutero, benchè poi nel contempo Kant, esplicitando il concetto cartesiano di ragione, la renda fine a se stessa indipendente da Dio stesso.

Certo anche per Aristotele e Cartesio la ragione nel suo discorrere può accidentalmente   errare, ingannarsi, e cadere in contraddizione; ma allora si tratta solo, in base all’applicazione del principio di non-contraddizione e delle regole della logica, di vedere dov’è l’equivoco o l’abbaglio, di mostrare dov’è la contraddizione e di scioglierla o risolverla e la ragione torna in pace con se stessa. 

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Una via importante per la scoperta dell’esistenza di Dio è la considerazione della dignità e di limiti della nostra coscienza e del nostro io. Scopriamo ad un tempo il mondo dello spirito e, considerando che non ci siamo dati da noi stessi il nostro essere, ma che esistiamo in forza di uno spirito a noi superiore, siamo portati ad esser grati a questo Spirito assoluto dal quale dipendiamo. 

Scopriamo che è una persona alla quale noi siamo simili, quindi una persona che ci parla e alla quale possiamo parlare, una persona sublime, onnipotente, infinitamente buona e che si prende cura di noi, una persona alla quale possiamo affidare con sicurezza la nostra vita, implorandola di soccorrerci nelle nostre necessità, e di liberarci da ogni male.

Ecco allora che troviamo Kant ad adoperarsi per impedirci di prendere coscienza, mediante l’esame delle nostre attività, della nostra dignità spirituale, del nostro io personale, dell’esistenza di noi stessi come enti sostanziali, del nostro stesso essere reale.


Manca inoltre in Kant la considerazione scientifica di che cosa è l’anima in generale, con la dovuta distinzione fra anima vegetativa, sensitiva e spirituale. Non chiarisce quindi perché l’anima infraumana è mortale e perché quella umana è immortale.

Non chiarisce quindi il fatto che la materia corporea della sostanza vivente nel vivente infraumano consente l’esistenza e l’attività dell’anima, per cui qui l’anima si estingue alla morte del corpo, mentre nell’uomo l’anima è una forma sostanziale sussistente da sé indipendentemente dalla materia e quindi capace di sussistere anche senza il corpo.

Kant ci proibisce di interrogarci su quali sono le condizioni dell’anima separata nella vita ultraterrena, e quindi su come potrà essere la resurrezione del corpo, ma in compenso ci istruisce per filo e per segno su quello che fa la «pura» ragione da sola senza l’uso del corpo e dei sensi. 

 

Immagini da Internet: Ritratto di vecchio con carlino e Vecchio con gatto, Giacomo Ceruti

04 settembre, 2026

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Terza Parte (3/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Terza Parte (3/8) 

 

L’unità sintetica dell’appercezione

Un altro ostacolo che Kant frappone al cammino della ragione verso Dio è quella che egli chiama «unità sintetica dell’appercezione». Si tratta di un’opera di unificazione delle rappresentazioni compiuta dall’intelletto, che effettivamente corrisponde all’attività della coscienza, perché è vero, come dice Kant, che «l’io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni». Tuttavia Kant passa sofisticamente dall’affermazione giusta che io unifico nella mia coscienza le mie rappresentazioni della molteplicità delle cose, all’idea falsa che io unifico la molteplicità stessa degli oggetti della mia conoscenza.

Invece non spetta a me unificarli, ma essi sono già unificati da se stessi prima e indipendentemente dal fatto che io unifichi le rappresentazioni che faccio di essi. Invece dice Kant:

«L’unificazione non è negli oggetti e non può essere considerata come qualcosa di attinto da essi per via di percezione e per tal modo assunto primieramente nell’intelletto; ma è soltanto una funzione dell’intelletto, il quale non è altro che la facoltà di unificare a priori e di sottoporre all’unità dell’appercezione il molteplice delle rappresentazioni date; ed è questo il principio supremo di tutta la conoscenza umana».

Per questo, per Kant l’unità sintetica originaria dell’appercezione è «il punto più alto al quale si deve legare tutto l’uso dell’intelletto, tutta la logica stessa e dopo di questa la filosofia trascendentale, anzi questa facoltà è lo stesso intelletto  

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Compito dell’intelletto, per Kant, non è quello di cogliere l’uno astraendo dai molti. Egli ci tiene all’universale e sa che l’oggetto della scienza è l’universale. Però il compito di unificare la molteplicità delle cose non è compito dell’uomo, ma di Dio, creatore ed ordinatore delle cose. Nel contempo l’universale non è l’insieme degli uni raccolti in unità, ma è il medesimo uno presente nei molti. L’universale è presente negli uni reali, ma come tale, astratto dagli uni, è solo nel pensiero. Gli uni reali sono unificati nella realtà, ma il nostro pensiero ha solo il compito di cogliere negli uni ciò che hanno in comune, ossia l’essenza universale. È vero che io nel pensare alla realtà, raccolgo in unità sotto di me tutti i miei pensieri delle cose. Ma non bisogna confondere l’insieme delle cose con l’insieme dei pensieri delle cose. Io posso e devo sistemare in unità le mie idee, ma non sta a me unificare la molteplicità del reale.
 
 
La dottrina platonica delle idee, che Aristotele, come abbiamo visto, in parte corresse e in parte accettò, fu guastata da Cartesio, che inventò un idealismo confusionario, scambiando l’idea (idea) col concetto (noema), quando invece l’idea è modello e progetto fattivo di realtà, formatore di realtà, mentre il concetto è rappresentazione e immagine della forma della realtà, è riproduzione della realtà nella mente del conoscente. L’idea è un principio mentale produttore di realtà. Se la nostra idea mediante il nostro volere produce la forma accidentale di un composto di materia e forma, abbiamo l’idea umana. Se l’idea produce la totalità dell’ente, materia e forma, senza presupporre nulla di preesistente, abbiamo l’idea divina. Il difetto dell’idealismo cartesiano, condotto in Hegel alle estreme conseguenze, è quello di confondere l’idea umana con quella divina. 

Per definire il nulla Kant non parte dall’essere, ma dal pensabile, che si divide in possibile e impossibile. Oppone sì al nulla il qualcosa e dice che il nulla è «nessuna cosa» . Dice bene quando dice: «la realtà è qualcosa; la negazione è niente». Tuttavia per definire giustamente il nulla non basta partire dal mondo del pensiero (il possibile e l’impossibile). Bisogna partire dalla realtà. E la realtà non è solo il qualcosa, non è solo l’essenza, ma più in radice è l’ente, che è l’essenza in atto d’essere. Quindi bisogna arrivare dall’essere all’essenza.

Immagini da Internet: 
- il Pensieroso e il Ragazzo accovacciato, Michelangelo
 

02 settembre, 2026

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Seconda Parte (2/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Seconda Parte (2/8) 

 

Quindi Kant mantiene il concetto di verità come adeguazione del pensiero all’oggetto, solo che erroneamente crede, dietro la spinta di Cartesio, che noi, nel processo conoscitivo, partiamo dall’autocoscienza e da valori ideali originariamente presenti in essa e non dall’esperienza delle cose esterne. La verità, quindi, non è più adeguazione dell’intelletto alla cosa esterna, ma adeguazione dell’intelletto all’oggetto interiore da esso stesso prodotto.

L’importante per lui è rispecchiare i propri pensieri, dire sinceramente ciò che si pensa; se poi questi pensieri corrispondono a una realtà fuori di noi, questo non si sa. Tuttavia bisogna riconoscere che qui è salvo almeno il principio della buona fede o del valore della coscienza. Quello che manca è il rapporto con la realtà esterna. Si salva il foro interno, ma non il foro esterno. È una forma esasperata di interiorismo che, al limite, porta l’io a chiudersi in se stesso e credere di essere l’Assoluto.

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Kant si domanda «se spazio e tempo sono entità reali oppure tali da appartenere solo alla forma dell’intuizione e perciò alla costituzione soggettiva del nostro spirito», e risponde con una posizione intermedia: spazio e  tempo sono reali in quanto forniscono la materia del fenomeno spazio e tempo; sono ideali o soggettivi, in quanto è il nostro spirito a possedere in proprio la forma della sensibilità, che è la forma che si riempie del contenuto proveniente dall’esperienza delle cose spaziali e temporali.

 

Ciò comporta che per Kant le cose fisiche sono nel tempo e nello spazio in quanto esse sono informate dalla forma fornita dal soggetto, sicchè per Kant si potrebbe concepire uno spazio e un tempo vuoti, senza essere riempiti dalla materia fornita dai corpi. Ma in ciò Kant chiaramente sbaglia, perché non sono i corpi a presupporre spazio e tempo, ma sono spazio e tempo a presupporre i corpi, perché ne sono degli accidenti e l’accidente non esiste senza la sostanza alla quale inerisce.

Ma già qui si vede come Kant ponga ostacolo con questa sua teoria soggettivista al cammino della ragione verso Dio, perché toglie a Dio la funzione di creare spazio e tempo, avocando a sé il potere di dar forma al fenomeno dello spazio e del tempo e quindi delle cose materiali. ... Diciamo dunque che il tempo e lo spazio sono accidenti della realtà materiale in quanto estesa e diveniente. Il tempo ha relazione immediata con la durata del divenire cosmico e fondamento mediato per quanto riguarda la sua misurazione, nel succedersi delle fasi regolarmente distanziate del divenire, in successione di durata uguale, fasi che possono essere calcolate, numerate e misurate dalla mente.

Per questo il tempo è parzialmente reale e parzialmente ente di ragione. È reale, perchè è basato sulla successione del prima e del poi del moto delle cose; ma in quanto il tempo è misurato e considerato come sintesi di passato, presente e futuro, è chiaro che è un’entità mentale, giacchè dipende dalla pratica della numerazione e dall’uso della memoria. La percezione del tempo consente la redazione della narrazione storica e la progettazione del futuro.

Il concetto dello spazio e del tempo si possono considerare concetti o forme a priori nel senso assiologico od ontologico, in quanto fanno parte dei generi massimi dell’ente materiale. Non si tratta di concetti puramente a priori perché non assurgono al livello dello spirituale e la loro intellegibilità è limitata al piano materiale, e tuttavia sono di una portata primaria, amplissima e potremmo dire sconfinata in quanto includente tutte le infinite forme e tutti i radi del mondo materiale, vivente e non vivente.

Si pensi solo alle sconfinate dimensioni dello spazio siderale ed alla durata incalcolabile dell’universo da una parte e dall’altra alle dimensioni indefinitamente piccole delle particelle elementari, la cui durata sfugge ai nostri calcoli. Quando è sorto l’atomo dell’idrogeno e dell’ossigeno e qual è la sua durata? Quanto è ampio l’universo?


Immagini da Internet: Ragazzo con vassoio di susine e Autoritratto con un ritratto sul cavalletto, Nicolas Régnier