Sulla
questione del castigo divino
Seconda
Parte (2/4)
Le pene post mortem
Infine c’è da dire che se Dio manda
tribolazioni per purificarci, manda prove per renderci partecipi del sacrificio
di Cristo, perché ci correggiamo dei nostri difetti, ci castiga nella vita
presente per farci fare penitenza, ed estende questo castigo purificatore temporaneamente
al di là della morte nel purgatorio, il castigo per eccellenza, castigo eterno
puramente afflittivo, il castigo più severo è senza dubbio l’inferno.
San Giovanni della Croce
distingue le purificazioni attive dalle purificazioni passive. Quelle attive sono
le pratiche ascetiche della vita presente, come le pratiche penitenziali o le osservanze
regolari della vita religiosa. Le purificazioni passive invece sono quelle che
Dio stesso opera in noi e che quindi riceviamo da Dio stesso accettando da Lui,
come Giobbe e soprattutto come Cristo, prove e tribolazioni.
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Se oggi i regimi democratici
si fanno un punto d’onore gestire carceri rispettosi della dignità umana,
vorremo mai che Dio, creatore dell’uomo a sua immagine e somiglianza, si lasci
superare in fatto di umanità dalla giustizia umana? Per questo San Tommaso nota
che nell’inferno i dannati non sono puniti tanto quanto meriterebbero, così come
i beati sono premiati più di quanto meriterebbero. Una cosa essenziale da ricordare,
se vogliamo sapere veramente che cosa è l’inferno è che la misericordia divina è
presente anche là.
Inoltre c’è da notare che per la
Bibbia esiste un nesso fra il peccato, il castigo e la morte. L’etica biblica è
un’etica della vita, promotrice della vita e della vita eterna. Dio comanda all’uomo ciò che lo fa vivere.
Per conseguenza il disobbedire a Dio comporta la morte, ma morte non solo in senso
fisico, ma anche in certo modo morte dell’anima.
Peccato mortale non vuol dire
quindi estinzione dell’anima, ma privazione dell’anima della sua vita di grazia.
Per questo Cristo chiama «omicida» il demonio, perché, spingendo l’uomo a
disobbedire a Dio, lo priva della vita, che è il vivere con Dio e di Dio.
Di fatto e curiosamente la parola
«castigo» è una parola che oggi mette a disagio, per cui c’è la tendenza a non
farne uso. Lo stesso Card. Ratzinger ebbe un giorno a riconoscere l’imbarazzo che
provava ad usare questa parola. Il termine vicino a quello di castigo è quello
di «punizione», usato tranquillamente nel linguaggio sportivo senza che crei
alcun problema psicoemotivo. Altro termine vicino è quello di «sanzione penale»
altrettanto tranquillamente usato dai magistrati senza particolari patemi
d’animo. Ma non sono la stessa cosa. Non posseggono la carica semantica, i
molteplici significati, la profondità di senso, l’orizzonte storico, il potere
evocativo che proviene dalla parola castigo, non per nulla contenuta nei
testi sacri delle religioni e in modo eccellente nella Scrittura.
Immagini da Internet:
- Giudizio Universale, Michelangelo
- Punizione, Francis William Edmonds
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