La dialettica hegeliana come principio della guerra
Prima Parte (1/3)
Sia il vostro parlare sì, no, no;
il di più viene dal maligno
Mt 5,37
La nostra condotta morale dipende dal nostro modo di pensare
Come ha dimostrato con solidi argomenti il dottissimo e acutissimo Padre Cornelio Fabro[1], rifacendosi ai princìpi di San Tommaso d’Aquino, la dialettica hegeliana è basata su di un modo di pensare sofistico, che trasgredisce i princìpi e le regole fondamentali del pensare e dell’argomentare, si oppone all’evidenza, fa sembrare vero il falso e favorisce la doppiezza.
La dialettica, già spiegava Aristotele, ha una sua dignità conoscitiva, ma anch’essa, come la logica e la scienza, è tenuta a rispettare certe regole e princìpi, mancando ai quali non è più ricercatori o espositori del vero, ma volgari ciurmatori o impostori. A San Tommaso per i casi più gravi arriva a parlare di «protervia» ed è da notare ce l’Aquinate è d’abitudine molto sobrio nell’assegnare qualifiche negative ai suoi avversari.
Rispettare quelle regole e quei princìpi, infatti, non è richiesto solo dalla esigenza di organizzare il pensiero o il discorso in modo logico, coerente e razionale, ma anche dalla consapevolezza che la comunicazione agli altri del proprio pensiero implica una precisa e grave responsabilità morale nei confronti del prossimo, che è quella di favorire e non ostacolare il loro cammino nella verità e del sapere, nonché di approfondire la comune condivisione della verità considerando i gravi danni morali e materiali che provoca la diffusione di idee false sulla realtà, sull’uomo, sulla morale e su Dio.
Il primo dovere morale che abbiamo nei confronti del prossimo è la lealtà parlargli così da comunicargli la verità e da noi trarlo in inganno, ma da aiutarlo nella ricerca e nella conquista della verità. Chi comunica o assorbe cattive idee, danneggia se stesso e gli altri bloccando per sè e per gli altri il cammino verso Dio.
Ora la dialettica hegeliana è un modo di pensare, di ragionare e di esporre il proprio pensiero, che di proposito non rispetta il principio di identità né quello di non-contraddizione e per conseguenza neppure il principio del terzo escluso, ma apertamente dichiara di basarsi sul contradditorio e sull’impossibile. Infatti per Hegel, ciò che è impossibile, ossia che l’essere sia e non sia simultaneamente, non solo è possibile, ma è vero, logico, certo, scientifico, razionale e necessario.
Di conseguenza, se l’essere è il non-essere, diventa non solo lecito ma doveroso il contraddirsi, se è vero che la scienza deve riflettere la realtà dell’essere. Se l’essere è il non essere, è logico che l’affermare coincide col negare. Se la verità ontologica è la coincidenza dell’essere col non-essere, la verità del pensiero starà nell’autocontraddizione.
Tuttavia il pensiero hegeliano non è semplicemente un pensiero che distrugge se stesso. Le tesi fondamentali egli le dichiara con chiarezza e sono note a tutti. Tra queste tersi c’è appunto la negazione dei princìpi di identità e di non-contraddizione. Ma ciò non ha impedito ad Hegel di presentare il suo pensiero in forma chiara e netta.
La sue tesi fondamentali sono l’identità del pensiero con l’essere, dell’essere col non-essere, dell’essere con Dio, dell’essere col divenire, della natura umana e della natura divina, di Dio come unità di Dio col mondo, di Dio come principio del bene e del male.
Ciò inoltre non impedisce ad Hegel di far ricorso a sua discrezione, per esempio per confutare gli avversari, al principio di non-contraddizione e di identità; ma questo suo atteggiamento rientra appunto nel suo metodo di far uso e non fa uso di quei princìpi così come gli aggrada. Per lui la coerenza sta nel mettere assieme la coerenza con l’incoerenza; l’identità sta nel mettere assieme l’identità con la non identità; il vero è l’insieme del vero e del falso; il bene è l’insieme del bene e del male; il sì è l’accoppiamento del sì e del no.
Per questo nell’esposizione hegeliana la contradditorietà del discorso è strutturale al discorso stesso, cosicchè, chiedendoci quali sono i punti fondamentali della filosofia di Hegel, dato che Hegel afferma con altrettanta sicurezza tanto una tesi quanto il suo contrario, coloro che lo leggono giungono inevitabilmente a due interpretazioni opposte.
Il caso più macroscopico di questo effetto del procedere hegeliano è il problema di Dio, che indubbiamente è per sua stessa dichiarazione al centro dell’interesse del suo pensiero. Come è noto, i discepoli di Hegel si divisero i due partiti: la cosiddetta «destra», secondo la quale Hegel credeva in Dio ed anzi fu un teologo, e la cosiddetta «sinistra», la quale era convinta che Hegel era un ateo, che intendeva sostituire la divinità del Dio trascendente del cristianesimo con la divinità dell’uomo. Hegel disse che i suoi interpreti autentici erano i primi, ma fatto sta che a causa del suo sistematico contraddirsi, il suo pensiero poteva benissimo essere interpretato in senso ateistico.
La dialettica hegeliana
La dialettica in generale, come insegna San Tommaso al seguito di Aristotele[2], è un uso della logica materiale[3] per il quale la ragione si approccia alla verità scientifica o filosofica, senza tuttavia raggiungerla, ma restando nell’orizzonte dell’apparenza e quindi dell’opinabile, ossia di tesi che possono essere confermate da vere prove oppure possono essere smentite, in quanto si rivelano false.
La sostanza o schema-base della dialettica hegeliana è nota anche agli studenti del liceo. La formula-base in tre termini è molto semplice e non è priva di verità. A volte la formula comprende quattro termini. Ma ciò che maggiormente è da notare la ben nota violazione di principio dei princìpi primi della ragione, anche se poi ovviamente Hegel per farsi capire è costretto ad usarli.
Lo stesso Hegel la espone o teorizza e spiega in vari modi: essa comporta tre momenti: un primo, affermazione della tesi; un secondo, la sua negazione e un terzo, la negazione della negazione, con la riaffermazione della tesi. O più brevemente: l’in sé (an sich), il per sé (für sich) e l’in sé-per sé (an sich-für sich).
In molti luoghi Hegel definisce l’essenza della sua dialettica e come funziona. Ne scegliamo qui quattro particolarmente chiari e significativi.
«La dialettica è la propria e vera natura delle determinazioni intellettuali delle cose e del finito in genere. La riflessione è dapprima l’andar oltre la determinazione isolata, e un riferimento mediante cui questa è posta in relazione, ma del resto vien conservata nel suo valore isolato. La dialettica, per contrario, è questa risoluzione immanente, nella quale la unilateralità e limitatezza delle determinazioni intellettuali si esprime come ciò che essa è, ossia come la sua negazione. Ogni finito ha questo di proprio, che sopprime se medesimo. La dialettica forma, dunque, l’anima motrice del progresso scientifico, ed è il principio solo per cui la connessione immanente e la necessità entrano nel contenuto della scienza: in essa soprattutto è la vera e non estrinseca elevazione sul finito»[4].
Hegel loda Kant per aver elevato la dialettica da argomentazione opinabile a metodo scientifico, ma in realtà va al di là delle intenzioni di Kant, che non mirava a tanto, ma intendeva riferirsi solo ad un’illusione naturale della ragione, che la critica aveva il compito di svelare:
«Uno dei suoi maggiori meriti fu quello di mostrare la dialettica come un’opera necessaria della ragione. … L’idea generale che Kant pose per base e fece valere è l’oggettività dell’apparenza e la necessità della contraddizione appartenente alla natura delle determinazioni del pensiero. … Colto nel suo lato positivo, questo risultato non è se non l’interna negatività di quelle determinazioni, l’anima loro moventesi di per sé, il principio, in genere, di ogni vitalità naturale e spirituale. … In questo elemento dialettico, come si prende qui, epperciò nel comprendere l’opposto nella sua unità, ossia il positivo nel negativo, consiste lo speculativo»[5]
La negazione e la contraddizione è il principio della dialettica che muove il pensiero verso la verità:
«La contraddizione è il negativo nella sua determinazione essenziale, il principio di ogni muoversi che non consiste se non in un esplicarsi e mostrarsi della contraddizione. … Il moto è la contraddizione stessa nella forma dell’esserci. In pari maniera il muoversi interno, il vero e proprio muoversi, l’istinto in generale (l’appetito o il nisus della monade, l’entelechia dell’essenza assolutamente semplice) non consiste in altro, se non in ciò che qualcosa è, in sé stesso, sé e la mancanza, il negativo di se stesso sotto un unico e medesimo riguardo. L’astratta identità con sé non è ancora vitalità, ma perché il positivo sia in sé stesso la negatività, perciò esso esce fuori di sé ed entra nel mutamento. Qualcosa è dunque veramente vitale solo in quanto contiene in sé la contraddizione. Ed è propriamente questa forza, di comprendere e sostenere in sé la contraddizione … Il pensare speculativo consiste solo in ciò che il pensiero tien ferma la contraddizione e a cagion di questa lascia che le sue determinazioni si risolvano solo in altre, oppure nel nulla»[6].
«L’intelletto determina e tien ferme le determinazioni. La ragione è negativa e dialettica, perché dissolve in nulla le determinazioni dell’intelletto. Essa è positiva, perché genera l’universale e in esso comprende il particolare … Nella sua verità la ragione è spirito, e lo spirito sta al di sopra di tutti e due, della ragione intellettuale o dell’intelletto razionale. Esso è il negativo, quello che costruisce la qualità tanto della ragione dialettica, quanto dell’intelletto: lo spirito nega il semplice e così pone la determinata differenza dell’intelletto. Ma insieme la dissolve e così è dialettico. Se non che esso non si ferma al nulla di questo risultato, ma in questo risultato stesso è parimenti positivo, ed ha restaurato quel primo semplice»[7].
Hegel avverte che la sua concezione della dialettica, considerata l’importanza che egli dà al nulla, rischia di condurre al nichilismo. Egli cerca di correre ai ripari, sostenendo che la conclusione del ciclo dialettico non è il puro nulla, ma il nulla di ciò da cui proviene la conclusione, che sarebbe un positivo superiore al punto di partenza. Senonchè il vero progresso nell’essere e nel sapere richiede che il positivo iniziale non sia simultaneamente conservato e tolto secondo il meccanismo della Aufhebung hegeliana, ma dev’essere semplicemente conservato, perché il positivo della conclusione non deve negare il positivo dell’inizio, ma deve confermarlo, aumentarlo e migliorarlo.
La dialettica hegeliana è fatta per soggetti litigiosi e sofisti nei quali manca la coscienza dell’universalità della verità e la buona volontà di cercare l’unione nell’amore o nella carità, superando i contrasti, ed invece basano il loro pensare ed agire animati da un principio sistematico di negazione e di ostilità. In essi infatti è fondamentale la volontà affermare il proprio io e di prevalere sull’altro o eliminandolo o riducendolo con la violenza ad essere uguale a sé.
Ciò è già evidente della dialettica di Fichte, che Hegel fa propria: il distinto da me non è un altro, diverso da me e reciprocamente complementare a me, no: l’altro è il ˵non-io˶, colui che si oppone a me, quindi il nemico. Davanti al nemico che nega il mio essere o vuole o il mio non-essere perché lui vuole essere, io, se voglio essere, non ho che due mezzi: o lo elimino o lo riduco uguale a me, quindi soggetto a me. Ma la caratteristica della dialettica fichtiana è che se l’io e il non-io da una parte si escludono a vicenda, dall’altra sono necessari l’uno all’altro: sono nemici-amici, perché perchè l’io è costituito in tal modo, in base alla contraddizione.
Naturalmente l’io fichtiano è anche un noi, che soggiace alla medesima dialettica di esclusione-inclusione reciproca. Marx trarrà spunto da questa visione per la mediazione di Hegel, per la sua concezione della lotta di classe, benchè questa risenta anche dell’escatologismo biblico della vittoria finale dei giusti sugli empi. mentre per Fichte e Hegel bene e male si corrispondono in eterno, come sarà poi per Nietzsche.
La dialettica hegeliana è un metodo di procedere nel pensare e nel ragionare che, come ogni forma di pensiero, ha uno sbocco nell’azione e muove la volontà. Quali effetti produce nella volontà? Il dialettico hegeliano, nella convinzione di promuovere il progresso nel sapere e nel costume, e che la conciliazione sorga dallo scontro degli opposti, ben lungi dall’intento di smussare gli angoli ed appianare i contrasti, li fomenta e li esaspera, e trova la sua soddisfazione nello scontro con l’avversario. Avere un avversario per l’hegeliano è un bisogno vitale e se non ce l’ha se lo crea. Così oggi vediamo come nella Chiesa il modernista ha bisogno del passatista, per avere un avversario col quale polemizzare e similmente il passatista si crea l’avversario modernista perché la sua dialettica sia possibile.
In campo ecclesiale la pratica della dialettica hegeliana promuove una finta conciliazione, che non è altro che la giustapposizione degli opposti estremismi, ma in realtà è causa di scisma, di disobbedienza, la ribellione, di divisione. Essa infatti non sa trovare un punto medio, tale da accordare gli estremi, e non sa far altro che metterli assieme con la forza, senza che tra di loro vi sia alcuna comprensione reciproca.
Oggi nella Chiesa esistono movimenti scismatici ed anzi ereticali potenti non ufficialmente riconosciuti e tollerati dall’autorità ecclesiastica ed anzi trattati con indulgenza e riguardo, addirittura appoggiati, ovviamente non negli aspetti negativi, ma in quelli positivi. Sono i modernisti.
Viceversa, nei confronti dei lefevriani, le cui posizioni dottrinali sono difettose solo in relazione alle dottrine del Concilio e al Magistero del postconcilio, la Chiesa è ricorsa a provvedimenti disciplinari, fino alla scomunica. Al riguardo, bisogna fare attenzione a dare alle cose il giusto peso: se i modernisti non sono ufficialmente scomunicati, essi però non sono di fatto in comunione con la Chiesa, ma, come hanno segnalato gli stessi Papi del postconcilio, la stanno danneggiando dall’interno. Viceversa, i lefevriani, benchè scomunicati, esibiscono, al di là dei loro difetti dottrinali, un patrimonio di valori tradizionali, che concorre al bene della Chiesa.
In campo politico e teologico la dialettica hegeliana è generatrice sia di conservatorismo che di sovversione, a seconda che si preda il positivo iniziale libero dalla negazione o con la negazione. Ma se si mantiene la negazione, las conclusione nichilistica è inevitabile, nonostante il rimedio che Hegel cercò di apporre. Per questo, quando Papa Francesco e Leone XV hanno denunciato il nichilismo come uno dei più gravi mali del nostro tempo, certamente hanno pensato all’hegelismo.
Fine Prima Parte (1/3)
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 26 maggio 2026
In campo politico e teologico la dialettica hegeliana è generatrice sia di conservatorismo che di sovversione, a seconda che si preda il positivo iniziale libero dalla negazione o con la negazione.
Ma se si mantiene la negazione, la conclusione nichilistica è inevitabile, nonostante il rimedio che Hegel cercò di apporre. Per questo, quando Papa Francesco e Leone XV hanno denunciato il nichilismo come uno dei più gravi mali del nostro tempo, certamente hanno pensato all’hegelismo.
Immagine da Internet: Giardini vaticani
[1] Vedi Introduzione a Giorgio G. F. Hegel, La dialettica, La Scuola Editrice, Brescia 1960 e La prima riforma della dialettica hegeliana, Editrice del Verbo Incarnato, Segni (RM), 2004.
[2] Commento alla Metafisica di Aristotele, l. IV, lect. IV, nn.572-578, Edizioni Marietti, Torino, 1964, pp.160-161; vedi anche il commento di Maritain in Sept leçons sur l’être et les prermiers principes de la raison spéculative, Téqui, Paris1933, pp.46-50.
[3] La logica materiale è quella parte della logica che riguarda la materia del ragionamento e quindi la dimostrazione scientifica, e quindi tratta della verità o verisimiglianza del ragionamento. La prima è materia della scienza. La seconda è materia della dialettica. Si distingue dalla logica formale la quale contiene le regole del ragionamento corretto, indipendentemente dal contenuto. Vedi J. Gredt, Elementa philosophiae aristotelico-thomisticae, Edizioni Herder, Friburgi Brisgoviae, 1937, vol. I - Logica.
[4] Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Edizioni Laterza, Bari, 1963, p.87.
[5] Scienza della logica, Edizioni Laterza, Bari 1984, p.38.
[6] Scienza della Logica, op.cit., pp.491-492.
[7] Ibid., p.6.

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