16 settembre, 2026

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Settima Parte (7/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Settima Parte (7/8) 

 

L’argomento ontologico

Kant rileva che per l’ontologista è contradditorio affermare che Dio non esiste[1], perché sarebbe come dire che non esiste ciò che non può non esistere.  Ma Kant osserva che in realtà in questo giudizio non c’è alcuna contraddizione perché nel soggetto abbiamo un concetto, non un esistente. È solo nel predicato che abbiamo l’esistenza. Non è contradditorio negare l’esistenza di un’essenza. Contraddizione avremmo se dicessimo che Dio esiste e non esiste. Kant fa osservare che per l’ontologista c’è contraddizione perché per lui negare l’esistenza di Dio equivale a negarne l’essenza.  Ma osservo io che appunto l’ateo che nega l’esistenza nega che esista un ente assolutamente necessario. Dunque al credente resta il dovere di dimostrarne l’esistenza e non darla per scontata.

Ha quindi sempre senso la domanda: come sappiamo che esiste ciò che non può non esistere? Predicare l’essere o l’esistere di qualcosa, osserva Kant, non comporta l’aggiunta ad una cosa di qualche predicato essenziale di quella cosa. Essa è sempre quella, sia che esista sia che non esista, sia essa reale o solo possibile.  Osservo che quando noi diciamo: Dio esiste, aggiungiamo nel giudizio, non nel concetto, un predicato, quello dell’esistere, che è contenuto nell’essenza o nel semplice concetto del soggetto, o nella semplice apprensione del soggetto. Ma siamo autorizzati ad usare quel predicato perché abbiamo scoperto che Dio esiste partendo dalle cose. 

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/i-sofismi-di-kant-riguardo-allesistenza_01123630178.html

 

Osservo che l’essenza semplicemente concepita o pensata non dice ancora possesso di fatto dell’esistenza o giudizio di esistenza reale, neppure per quanto riguarda Dio. Possiamo certo concepire un ente la cui essenza sia quella di esistere, ma un conto è concepire, un conto è giudicare: per poter affermare che questo ente esiste bisogna che ne abbiamo le prove ontologiche dagli effetti dell’attività di questo ente, effetti che devono toccare l’essere delle cose. Si tratta di muoversi col pensiero nella realtà prima che nel pensero stesso e nei concetti. Il problema dell’esistenza di Dio è un problema di realtà, prima che di concetti o di essenze. Non basta il concetto. Invece Kant crede che tutte le prove dell’esistenza di Dio siano fasulle, perché tutte riconducibili alla falsa prova ontologica. Ma ciò, come sto dimostrando, è falso.

Kant stesso però è incoerente nel distinguere l’essenza dall’esistenza a proposito dei cento talleri. Prima infatti afferma che il predicato dell’essere o dell’esistere non aggiunge nulla al predicato dell’essenza, e poi afferma che «rispetto allo stato delle mie finanze nei cento talleri reali c’è più che nel semplice concetto di essi (cioè nella loro possibilità)».

 

Quando dico «Dio esiste», non esprimo solo il concetto di Dio, ma aggiungo il predicato dell’esistere alla semplice essenza, anche se questa unica essenza è identità di essenza e di essere.

Il predicato dell’esistere non significa o esprime solo l’oggetto di cui si parla come «assolutamente dato».  Dato da chi? L’essere non è semplicemente «la posizione di una cosa». L’essere è l’atto della cosa per il quale la cosa è fuori dal nulla. Ammettiamo pure che sia la posizione della cosa. Ma vogliamo domandarci chi l’ha posta? L’ho posta io? E l’ho posta in che senso? L’ho fatta esistere? Creata dal nulla? Senza di me non esisterebbe? Non l’ha creata Dio? Kant sembra sottintendere: la cosa l’ho posta io e basta. Non facciamoci ulteriori domande. Ma arriverà Fichte il quale dirà chiaro e tondo: la cosa l’ho posta io. Per Fichte la creazione divina è un mito per gli ingenui o è la rappresentazione simbolica di ciò che faccio io. Del Dio biblico creatore possiamo fare a meno.


Immagini da Internet: Il cambiavalute e sua moglie e Gli esattori delle imposte, Quentin Massys

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