I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Settima Parte (7/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Settima Parte (7/8) 

 

L’argomento ontologico

Kant rileva che per l’ontologista è contradditorio affermare che Dio non esiste[1], perché sarebbe come dire che non esiste ciò che non può non esistere.  Ma Kant osserva che in realtà in questo giudizio non c’è alcuna contraddizione perché nel soggetto abbiamo un concetto, non un esistente. È solo nel predicato che abbiamo l’esistenza. Non è contradditorio negare l’esistenza di un’essenza. Contraddizione avremmo se dicessimo che Dio esiste e non esiste. Kant fa osservare che per l’ontologista c’è contraddizione perché per lui negare l’esistenza di Dio equivale a negarne l’essenza.  Ma osservo io che appunto l’ateo che nega l’esistenza nega che esista un ente assolutamente necessario. Dunque al credente resta il dovere di dimostrarne l’esistenza e non darla per scontata.

Ha quindi sempre senso la domanda: come sappiamo che esiste ciò che non può non esistere? Predicare l’essere o l’esistere di qualcosa, osserva Kant, non comporta l’aggiunta ad una cosa di qualche predicato essenziale di quella cosa. Essa è sempre quella, sia che esista sia che non esista, sia essa reale o solo possibile.  Osservo che quando noi diciamo: Dio esiste, aggiungiamo nel giudizio, non nel concetto, un predicato, quello dell’esistere, che è contenuto nell’essenza o nel semplice concetto del soggetto, o nella semplice apprensione del soggetto. Ma siamo autorizzati ad usare quel predicato perché abbiamo scoperto che Dio esiste partendo dalle cose.

Il guaio è che Kant dà mostra di non capire che cosa è l’essere, quando afferma:

 «essere, manifestamente, non è un predicato reale, cioè un concetto di qualche cosa che si possa aggiungere al concetto di una cosa. Essere è semplicemente la posizione di una cosa o di certe determinazioni in se stesse»[2].

È evidente come qui Kant confonda l’essere con l’essenza e il reale col concetto. Se c’è qualcosa di reale, questo è proprio l’essere! Certamente Kant non dimentica la cosa in sé, l’esistenza, lo spirito. Tuttavia si capisce come la questione così fondamentale della causa dell’essere rimane estranea a Kant. E anche quando parla dell’ente a proposito di Dio, si vede come indagare l’ente non lo interessa affatto. Ci si domanda come faceva ad essere docente di metafisica.

A che vale trattare della ragione, dell’intelletto, della volontà, della libertà, dell’autocoscienza, del pensiero, della conoscenza, dello spirito, della sostanza, dell’ideale, della cosa in sé, dei fenomeni, dei valori morali, della persona, di Dio senza far riferimento all’essere?

Osservo che l’essenza semplicemente concepita o pensata non dice ancora possesso di fatto dell’esistenza o giudizio di esistenza reale, neppure per quanto riguarda Dio. Possiamo certo concepire un ente la cui essenza sia quella di esistere, ma un conto è concepire, un conto è giudicare: per poter affermare che questo ente esiste bisogna che ne abbiamo le prove ontologiche dagli effetti dell’attività di questo ente, effetti che devono toccare l’essere delle cose.

Si tratta di muoversi col pensiero nella realtà prima che nel pensero stesso e nei concetti. Il problema dell’esistenza di Dio è un problema di realtà, prima che di concetti o di essenze. Non basta il concetto. Invece Kant crede che tutte le prove dell’esistenza di Dio siano fasulle, perché tutte riconducibili alla falsa prova ontologica. Ma ciò, come sto dimostrando, è falso.

Kant stesso però è incoerente nel distinguere l’essenza dall’esistenza a proposito dei cento talleri[3]. Prima infatti afferma che il predicato dell’essere o dell’esistere non aggiunge nulla al predicato dell’essenza, e poi afferma che «rispetto allo stato delle mie finanze nei cento talleri reali c’è più che nel semplice concetto di essi (cioè nella loro possibilità)»[4].

Quindi Kant sbaglia e mostra di ignorare la distinzione fra l’essenza e l’esistere quando afferma che  

«dicendo che Dio esiste o c’è un Dio, io non affermo un predicato nuovo del concetto di Dio, ma soltanto il soggetto in sé con tutti i suoi predicati, e cioè l’oggetto in relazione al mio concetto. Entrambi devono avere un contenuto identico e però nulla si può aggiungere di più al concetto, che esprime semplicemente la possibilità per il fatto di pensare l’oggetto come assolutamente dato (con l’espressione Egli esiste). E così il reale non viene a contenere di più del semplice possibile»[5].

Falso! Viene a contenere l’essere o l’esistere; se no si resta solo sul piano del pensiero e non si dà la vera realtà, che è l’essenza in atto d’essere. Kant confonde il concetto col giudizio: il concetto contiene la semplice essenza. Il giudizio afferma l’esistenza. Quando dico «Dio esiste», non esprimo solo il concetto di Dio, ma aggiungo il predicato dell’esistere alla semplice essenza, anche se questa unica essenza è identità di essenza e di essere.

Il predicato dell’esistere non significa o esprime solo l’oggetto di cui si parla come «assolutamente dato»[6].  Dato da chi? L’essere non è semplicemente «la posizione di una cosa»[7]. L’essere è l’atto della cosa per il quale la cosa è fuori dal nulla.

Ammettiamo pure che sia la posizione della cosa. Ma vogliamo domandarci chi l’ha posta? L’ho posta io? E l’ho posta in che senso? L’ho fatta esistere? Creata dal nulla? Senza di me non esisterebbe? Non l’ha creata Dio? Kant sembra sottintendere: la cosa l’ho posta io e basta. Non facciamoci ulteriori domande. Ma arriverà Fichte il quale dirà chiaro e tondo: la cosa l’ho posta io. Per Fichte la creazione divina è un mito per gli ingenui o è la rappresentazione simbolica di ciò che faccio io. Del Dio biblico creatore possiamo fare a meno.

Con Kant l’essere comincia ad essere identificato col «positivo». E il nulla col «negativo» Ciò è evidente nel linguaggio di Hegel, il quale connette l’essere all’affermazione e il nulla alla negazione. È evidente la trasposizione, tipica dell’idealismo, dell’essere dal piano della realtà al piano della logica, cioè del pensiero. Ma ciò comporterà inevitabilmente la confusione del logico col reale, dell’essere col pensiero, oppure si avrà l’identificazione divina del pensiero con l’essere. Ci si dimentica che questa identificazione vale solo per Dio, non per noi.

Osserviamo inoltre che concepire l’essenza di Dio è certo cosa ottima ed ardua, soprattutto se il concetto è giusto e completo; ma non è ancora giudicare della esistenza di Dio, pronunciarsi sulla sua esistenza. L’esistenza si può affermare solo, partendo dall’esistenza e mantenendosi col giudizio esistenziale sul piano dell’esistenza. Solo così si scopre e si coglie l’esistenza reale e la si può legittimamente e veracemente affermare.

Dunque nel predicare l’essere si aggiunge qualcosa all’essenza, almeno concettualmente! Questo noi facciamo e significhiamo nel giudizio Dio esiste: aggiungiamo il predicato dell’esistenza a quello dell’essenza. Definire un’essenza, compresa quella di Dio, non è ancora affermare che questa essenza esiste realmente. Non possiamo predicare l’esistenza neppure di Dio se non abbiamo le prove, se non siamo venuti a conoscere gli effetti della causalità divina, che ci autorizzano a dire che Dio esiste, anche se sapessimo già che l’essenza divina comporta l’identità dell’essenza con la esistenza. Sappiamo che Dio non può non esistere perché esistono gli enti contingenti, non perché partiamo dal concetto di Dio.

In conclusione, il Dio di Kant non è un Dio trascendente, personale, reale, creatore del mondo. Il Dio di Kant non crea niente, perché non è l’ipsum Esse susistens, ma è una semplice idea, per quanto bella e suprema della ragione immanente alla ragione, immediatamente intuita dalla ragione, grazie all’unità trascendentale dell’appercezione, esplicitazione idealistica del cogito cartesiano.

 

La prova cosmologica

Secondo Kant la prova cosmologica finge o si illude di basarsi sull’esperienza e di procedere a posteriori, induttivamente dall’effetto sensibile alla causa prima ed assoluta intellegibile, dal motore mosso al motore immobile, ma in realtà essa parte sempre senza riconoscerlo dal concetto del necessario e del sommo ente per attribuire l’esistenza a questo ente in base al suo semplice concetto, perché  in questo procedimento fallace  secondo lui l’esperienza non serve a provare, ma solo a confermare ciò che si è già affermato dogmaticamente in partenza: l’ente sommo, realissimo, supremo e necessario esiste perché nel suo concetto  e nella sua essenza è contenuta l’esistenza.

Dice Kant:

«L’artificio della prova cosmologica mira semplicemente a sfuggire la dimostrazione di un Ente necessario a priori mediante semplici concetti, la quale dovrebbe esser condotta ontologicamente; ciò a cui peraltro noi ci sentiamo del tutto impotenti. A tal fine concludiamo da un’esistenza reale, messa a base (esistenza di un’esperienza in generale), per quanto è possibile, a una condizione assolutamente necessaria di essa. Allora noi non abbiamo necessità di spiegarne la possibilità, giacchè, se è dimostrato che questa condizione esiste, la questione della sua possibilità è affatto superflua.

Ora, se noi vogliamo meglio determinare questo ente necessario secondo la sua natura, noi non cerchiamo quello che è sufficiente per comprendere dal suo concetto la necessità dell’esistenza; sicchè, se potessimo far questo, non avremmo più bisogno di un presupposto empirico: no, noi cerchiamo soltanto la condizione negativa (conditio sine qua non), senza di cui un ente non sarebbe assolutamente necessario».  Qui Kant si riferisce ai realisti, che affermano di partire dall’esperienza, ma, come vedremo, sostiene che ciò non serve a dimostrare l’esistenza di Dio. «Ora, questo andrebbe bene in tutt’altra specie di argomentazioni da una conseguenza data al suo principio; ma qui disgraziatamente, si ha che la condizione richiesta per la necessità assoluta non può riscontrarsi se non in un singolo ente, che dovrebbe quindi contenere nel suo concetto tutto ciò che è richiesto per l’assoluta necessità e quindi rende possibile un ragionamento a priori per giungere a questa».

Qui Kant vorrebbe rifiutare il procedimento induttivo che vale sul piano dell’universalità, ma, come vedremo, fa notare che Dio è un singolo ente.

«Cioè io dovrei anche inversamente poter concludere: la cosa a cui spetta questo concetto (la suprema realtà), è assolutamente necessaria; e se io non posso concludere così (come infatti devo riconoscere, se voglio evitare la prova ontologica), questo è segno che io ho capito male anche nella mia nuova via e mi ritrovo daccapo donde ero uscito»[8].

Kant vuol dire - e qui ha ragione - che l’esistenza di Dio suppone la singolarità di un ente o di un soggetto. Se invece io parto dal concetto di un ente realissimo e necessario, il concetto di questo ente è un universale astratto, per cui non ho modo di dimostrare che questo ente universale è congiuntamente singolare. Per questo, secondo Kant la prova cosmologica, per poter concludere, è costretta a valersi della prova ontologica che dal concetto di una singola sostanza necessaria e realissima conclude affermandone l’esistenza reale.

Kant ha ragione nel riconoscere che dal concetto di ente necessario e realissimo non si deduce la singolarità di questo ente, ma sbaglia nell’ignorare che la prova cosmologica non parte affatto dal concetto, ma dall’esperienza dei singoli enti esistenti, mondani ed umani, considerando che l’esistenza è l’atto proprio del singolo ente reale, materiale o spirituale che sia.

Da qui la ragione capisce che l’esistente è un singolo ente e quando questo ente è spirituale si ha la persona. Per questo dalla prova fisico-teologica emerge, con perfetto rigore dimostrativo a posteriori, la conclusione che l’ente necessario e causa prima è una singola persona, Dio, senza affatto bisogno di partire dal concetto di questa persona con la pretesa che il semplice concetto da solo basti a dimostrare l’esistenza reale extra animam del soggetto divino al quale il concetto si riferisce e che il concetto rappresenta.

L’ente supremo per Kant non è un vero ente reale esistente fuori e al di sopra del nostro spirito e della nostra ragione, ma è una rappresentazione sotto veste ontologica dell’ideale della ragione. Cadremmo in errore se lo prendessimo alla lettera credendo che sia un ente realmente esistente e trascendente. Per Kant fuori di noi ci sono solo le cose sensibili oggetto dell’esperienza, che appaiono alla nostra esperienza come fenomeni. Ma gli altri spiriti, le altre persone in quanto spiriti e Dio stesso entrano nell’orizzonte del nostro spirito e fuori di noi ci sono solo le persone in quanto enti corporei o cose in sé.

 

La prova fisico-teologica

Dice Kant:

«Il passo per via empirica alla totalità assoluta è assolutamente impossibile.  Ma lo si fa tuttavia nella prova fisico-teologica. A qual mezzo, dunque, si ricorre, per passare sopra si vasto abisso? Dopo che si è giunti all’ammirazione della grandezza, della sapienza, della potenza ecc. del Creatore del mondo e non si può andare più oltre, si abbandona a un tratto questa prova condotta con argomenti empirici e si viene alla contingenza del mondo egualmente dedotta prima dall’ordine e dalla finalità del mondo stesso. Da questa contingenza sola intanto si sale unicamente per concetti trascendentali all’esistenza di un Ente assolutamente necessario e dall’assoluta necessità della causa prima al concetto assolutamente determinato o da determinare della medesima, ossia di una realtà comprensiva di tutto. La prova fisico-teologica è restata incagliata e in questo imbarazzo è saltata senz’altro alla prova cosmologica e poiché questa non è altro che una prova ontologica mascherata, essa ha adempiuto al suo scopo solamente per mezzo della ragion pura, sebbene da principio avesse rinnegato ogni parentela con questa e costruito tutto su prove luminose desunte dall’esperienza.

I fisico-teologi, dunque, non hanno punto ragione di far tanto i ritrosi contro la prova trascendentale e con arroganza di chiaroveggenti conoscitori della natura, guardarla dall’alto quasi ragnatela dei più sottili sofisti, giacchè, se essi volessero esaminare soltanto se stessi, troverebbero che, dopo aver proceduto un buon tratto sul terreno della natura e dell’esperienza ed essersi visti tuttavia sempre lontani dall’oggetto, che pare di contro alla loro ragione, essi tosto abbandonano questo terreno e passano nel regno delle semplici possibilità, dove sperano di avvicinarsi sulle ali delle idee a quella meta che s’era sottratta ad ogni indagine empirica. Dopo che infine essi credono di avere con un sì potente salto posto fermo il piede, estendono ormai il concetto determinato (nel cui possesso, senza sapere come, son  venuti) a tutto il campo della creazione e spiegano l’ideale che era unicamente un prodotto della ragion pura, sebbene in maniera abbastanza stentata e ben inferiore alla dignità del suo oggetto, per mezzo dell’esperienza, senza voler tuttavia confessare che a questa conoscenza o ipotesi sono arrivati per altro sentiero da quello dell’esperienza.

A base pertanto della prova fisico-teologica c’è quella cosmologica, ma a base di questa la prova ontologica dell’esistenza di un Ente originario come Ente supremo; e poiché, oltre queste tre vie non ne è aperta nessun’altra alla ragione speculativa, così la prova ontologica, fondata su concetti puri della ragione, è la sola possibile, se in generale è possibile una prova di una proposizione così alta e tanto superiore a ogni uso empirico dell’intelletto»[9].

Osservo che la prova fisico-teologica a differenza da quella cosmologica, che parte dalla considerazione delle cause efficienti della produzione e del movimento e retrocede ad una causa prima e a un motore immobile senza precisare la spiritualità della causa prima (prima e seconda delle vie di San Tommaso), la prova fisico-teologica parte degli enti materiali, dimostra la presenza fra di essi degli enti spirituali, le persone umane e, constatando l’impossibilità che questi enti siano ragione a se stessi, afferma l’esistenza di un Ente spirituale assoluto, ragione a se stesso, esistente da se stesso, quindi ente assolutamente necessario e realissimo.

Occorre dire a Kant che l’esistenza dello spirito assoluto non si dimostra in base al suo concetto come nell’argomento ontologico, ma considerando che l’ente materiale ha una forma intellegibile che suppone un intelletto formatore o ideatore e un’esistenza intellegibile che non può che essere l’effetto di una volontà.  La forma è universale, mentre la materia è principio di individualità. Occorre ammettere allora un ente aperto all’universale e questo è lo spirito, la pura forma. Dal che vediamo come la mediazione per dimostrare l’esistenza dello spirito assoluto, ente supremo e necessario, è la dimostrazione dell’esistenza dello spirito finito, per cui la prova ontologica non occorre assolutamente e non interviene assolutamente.

 

La ragione regolatrice

Nel brano che citerò, che Kant pone a conclusione della sua tesi del fallimento della ragione speculativa nel dimostrare l’esistenza di Dio, appare con tutta chiarezza, se ancora ce ne fosse bisogno, il vizio di fondo della concezione kantiana della conoscenza, confusa col fare e ridotta al fare. La verità per Kant è l’adeguazione non a ciò che è o che esiste, ma a ciò che io voglio e decido, la messa in pratica dell’ideale della mia ragione.

Volendo andare alle radici di questo errore, si torna sempre al cogito cartesiano, che non è effetto di una visione o intuizione dell’intelletto, perché non si tratta di una visione di ciò che è o esiste, giacchè l’io penso non è un io so ma un io dubito, per cui la verità non è più un’adaequatio ad rem, ma un’adeguazione a ciò che io ho deciso e voluto. Parimenti il sum che deriva dal cogito non può più essere il sum reale come nell’autocoscienza agostiniana e tomista, che è coscienza di sapere, ma a sua volta in Cartesio è deciso dallo stesso cogito. Dice Kant:

«L’ideale dell’Ente supremo, secondo queste considerazioni, non è altro che un principio regolativo della ragione, per cui si considera ogni rapporto nel mondo come proveniente da una causa necessaria universalmente sufficiente per fondarvi la regola di unità sistematica e necessaria secondo leggi universali nella spiegazione di esso; e non è un’affermazione di un’esistenza necessaria in sé. Ma intanto è inevitabile rappresentarsi mediante una surrezione trascendentale questo principio formale come costitutivo, e pensare questa unità ipostaticamente, giacchè a quel modo che lo spazio, rendendo originariamente possibili tutte le forme, che  sono unicamente sue limitazioni, benchè non sia se non un principio della sensibilità, vien tuttavia, appunto perciò, ritenuto per qualcosa di assolutamente necessario e per sé stante e per un oggetto dato a priori in se stesso; così è anche affatto naturale che, poiché l’unità sistematica della natura non può in nessun modo rappresentarsi come il principio dell’uso empirico della nostra ragione se non in quanto noi poniamo a fondamento l’idea di un Ente realissimo come causa prima,  questa idea quindi venga rappresentata come un oggetto reale e questo a sua volta, poiché è la suprema condizione, come necessario», (l’incondizionato) «onde» (accade che) «un principio regolativo viene scambiato in un principio costitutivo, la quale sostituzione si manifesta nel fatto che, se io ora considero come cosa in sé  questo supremo Ente, che relativamente al mondo era assolutamente (incondizionatamente) necessario, questa necessità non è suscettibile di nessun concetto e quindi deve essere trovata nella mia ragione soltanto come condizione formale del pensiero, ma non come condizione materiale e ipostatica dell’esistenza»[10].

Il concetto emergente in tutto questo discorso kantiano è il concetto di «regola» (Regel), che è una nozione-chiave del pensiero kantiano, alla quale gli stessi kantiani e i successivi idealisti hanno fatto poca attenzione. E invece tale nozione è un titolo di nobiltà del pensiero kantiano, benchè poi egli la usi non solo a proposito, ma anche a sproposito, come vedremo. 

La stessa etimologia della parola tedesca Regel, lascia chiaramente intendere la sua origine latina: regula, dal verbo regere: governare, reggere, ordinare. Il reggente è il rex, il re. Questa nozione è connessa con altre di fondamentale importanza: quella dell’ordine, perchè l’ordine è un insieme armonioso, sistematico ed unitario di elementi, che sorge sotto il dettame di una regola. Ordinare vuol dire regolare.

Non c’è dubbio che la regola è un dettame della ragione. Su ciò Kant ha perfettamente ragione. La ragione è una facoltà regolatrice, così come è ordinatrice e legislatrice.  Come dice l’Aquinate, sapientis est ordinare. La sapienza è somma virtù della ragione, che si esprime nella speculazione. E quindi vediamo anche il legame della regola con la nozione di legge.

La legge (lex) ha rapporto anche con logos, parola che ha l’originario significato di raccogliere, dal greco lego. Lego a sua volta è legato al verbo latino legare perchè ciò che viene raccolto in ordine viene legato secondo un principio razionale, logico. La lex è ciò che si deve leggere (legere) per sapere che cosa si deve fare, come condursi nell’agire.

La nozione kantiana del dovere è chiaramente basata sul concetto della regola dell’agire. Ma la regola è anche l’ideale dell’azione. Questa cosa, di derivazione platonica, Kant l’ha molto chiara. Il difetto di Kant è la separazione innaturale che pone fra ragione speculativa e ragion pratica, sbagliandosi nel determinare l’oggetto proprio delle due forme di ragione, perché assegna alla ragione speculativa solo la scienza dei fenomeni, negandole la conoscenza dell’essenza della cosa in sé, e proibendole di salire all’ente supremo o di retrocedere fino causa prima.

Kant invece assegna alla ragion pratica non solo l’imperativo categorico, ossia la regola della condotta morale, ma anche il postulato dell’esistenza di Dio, che è un porre ideale, non un affermare reale. Kant ignora l’asserto scolastico intellectus speculativus per extensionem fit practicus. Secondo questa visione, sotto la spinta della volontà l’intelletto passa dall’intellezione del vero a quella del bene (bonum sub ratione veri e verum sub ratione boni) e pertanto ordina il bene da amare o da fare. L’esistenza di Dio conosciuta dall’intelletto speculativo diventa la bontà di Dio appetita dalla volontà mossa dall’intelletto del vero bene.

Osserviamo che l’ipostatizzazione dell’ideale della ragione come principio regolativo unificante, organizzatore, ordinatore, sintetizzante, sistematore e legislativo di tutte le attività speculative e pratiche della ragione è certo un’operazione illecita, è creare un doppione ingrandito della ragione e farne un ente supremo sussistente, è fare della ragione un idolo e un assoluto. Ma Kant non si accorge del fatto che con la condanna del realismo egli viene a denunciare ciò che egli stesso per primo sta facendo concependo la ragione non con la dovuta modestia, ossia come semplice facoltà limitata e fallibile di un’anima creata da Dio, ma come sufficiente a se stessa e fondata su se stessa, coerentemente alle esplicitazioni che si possono ricavare dal cogito cartesiano.

Il vero Ente supremo, dal canto suo, non è affatto un’ipostatizzazione indebita dell’attività della ragione, ma è quell’Ente, la cui esistenza è dimostrata proprio, come insegna Sant’Agostino, dalla constatazione della mutabilità della nostra ragione e quindi dalla necessità di trascenderla per raggiungere quella superna Luce sostanziale e divina, presso la quale si accende lo stesso lume della ragione. L’errore di Kant è credere che la nostra ragione viva di luce propria, quando invece, se non si lascia illuminare da quella Luce che è Dio stesso, essa si trova nelle tenebre.

Fine Settima Parte (7/8)

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 30 agosto 2026

 

Osservo che l’essenza semplicemente concepita o pensata non dice ancora possesso di fatto dell’esistenza o giudizio di esistenza reale, neppure per quanto riguarda Dio. Possiamo certo concepire un ente la cui essenza sia quella di esistere, ma un conto è concepire, un conto è giudicare: per poter affermare che questo ente esiste bisogna che ne abbiamo le prove ontologiche dagli effetti dell’attività di questo ente, effetti che devono toccare l’essere delle cose. Si tratta di muoversi col pensiero nella realtà prima che nel pensero stesso e nei concetti. Il problema dell’esistenza di Dio è un problema di realtà, prima che di concetti o di essenze. Non basta il concetto. Invece Kant crede che tutte le prove dell’esistenza di Dio siano fasulle, perché tutte riconducibili alla falsa prova ontologica. Ma ciò, come sto dimostrando, è falso.

Kant stesso però è incoerente nel distinguere l’essenza dall’esistenza a proposito dei cento talleri. Prima infatti afferma che il predicato dell’essere o dell’esistere non aggiunge nulla al predicato dell’essenza, e poi afferma che «rispetto allo stato delle mie finanze nei cento talleri reali c’è più che nel semplice concetto di essi (cioè nella loro possibilità)».

Quando dico «Dio esiste», non esprimo solo il concetto di Dio, ma aggiungo il predicato dell’esistere alla semplice essenza, anche se questa unica essenza è identità di essenza e di essere.

Il predicato dell’esistere non significa o esprime solo l’oggetto di cui si parla come «assolutamente dato».  Dato da chi? L’essere non è semplicemente «la posizione di una cosa». L’essere è l’atto della cosa per il quale la cosa è fuori dal nulla. Ammettiamo pure che sia la posizione della cosa. Ma vogliamo domandarci chi l’ha posta? L’ho posta io? E l’ho posta in che senso? L’ho fatta esistere? Creata dal nulla? Senza di me non esisterebbe? Non l’ha creata Dio? Kant sembra sottintendere: la cosa l’ho posta io e basta. Non facciamoci ulteriori domande. Ma arriverà Fichte il quale dirà chiaro e tondo: la cosa l’ho posta io. Per Fichte la creazione divina è un mito per gli ingenui o è la rappresentazione simbolica di ciò che faccio io. Del Dio biblico creatore possiamo fare a meno.


Immagini da Internet: Il cambiavalute e sua moglie e Gli esattori delle imposte, Quentin Massys

[1] Ibid., p.479.

[2] Ibid., p.481.

[3] Ibid., p.483.

[4] Ibid., p.482.

[5] Ibid.

[6] Ibid., p.482.

[7] Ibid., p.481.

[8] Ibid., pp.489-490.

[9] Ibid., pp.502-503.

[10] Ibid., pp.495-496.

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