Il mistero trinitario e la creazione
Il Dio creatore e il Dio Trinitario
Prima Parte (1/2)
Omnia disposuisti in numero, pondere et mensura
Sap 11,20
Luci ed ombre
La Commissione teologica internazionale ha recentemente pubblicato un documento dal titolo Prendersi cura della nostra Casa comune: risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario[1]. Esso affronta e sviluppa opportunamente alcuni grandi temi di teologia dogmatica, attorno ai quali è possibile trovare nella pubblicistica attuale delle concezioni che non corrispondono a una giusta visione delle cose e ai dati della fede cristiana per cui costituisce un opportuno richiamo ad una più piena fedeltà alla sana dottrina.
Questa opera di chiarimento, ricca di motivi e di spunti, però, lascia alcuni punti non chiariti e che possono essere fraintesi, favorendo quel panteismo o panenteismo, che il documento intende proprio evitare. Tra l’altro non chiarisce neppure la differenza fra panteismo e panenteismo. Diciamo che mentre sia l’una che l’altra visione esclude un mondo esterno a Dio, la differenza tra loro sta nel fatto che mentre per il panteismo tutto e ogni cosa è Dio, nel panenteismo tutto e ogni cosa è in Dio.
La Scrittura dice bensì che Dio è tutto (Sir 43,27), nel senso che è tutte le perfezioni nell’unità semplicissima della sua essenza, ma ciò non vuol dire che tutto od ogni cosa sia Dio o che esista un tutto dato dalla somma del mondo con Dio o che Dio non possa esistere senza il mondo.
Occorre dire altresì con dispiacere che in un tema dove la metafisica utilizzata dalla dogmatica trinitaria dà la più alta prova di sé, si nota un insufficiente uso proprio di quelle nozioni metafisiche e dogmatiche, che ci consentono di illustrare al meglio il contenuto del dogma e di correggere gli errori monistici e panteistici oggi in circolazione stabilendo il vero teismo e quindi una chiara distinzione fra Dio e il mondo, fra persona umana e persona divina, fra pensiero divino e pensiero umano, fra operare divino e operare umano, pur nel raccogliersi di tutte le cose in unità, unite dall’unitrina Unità.
Ciò ci rimanda ad un’esigenza teoretica particolarmente sentita oggi dagli spiriti più esigenti, più pensosi e affettivi, e al contempo esigenza filosofica e morale antichissima, che si riscontra già in Parmenide e in Plotino in Occidente e nel brahmanesimo in Oriente, esigenza teoretica relativa all’unità del tutto. È il bisogno ad un tempo della unità della totalità. Essa non è priva di conseguenze morali, perché induce a concepire l’io non come una singolarità distinta dal Unotutto, ma come il concentrarsi nel proprio io empirico dell’unità dell’Unotutto, donde la possibilità dell’io a sua volta di espandersi fino alle dimensioni dell’Unotutto, che corrispondono all’orizzonte ultimo dell’autotrascendenza dell’io. Non è difficile vedere le conseguenze di assoluto egocentrismo panteista che nascono da una simile visione della realtà.
Viene allora del tutto spontaneo collegare questa esigenza col tema trattato dalla Commissione, perché è chiaro che il bisogno di unitotalità è pienamente soddisfatto dalla dottrina cristiana del mondo in quanto assunto ed elevato grazie alla vita della Santissima Trinità, ma a patto che manteniamo le distinzioni ontologiche e concettuali fra Dio Uno, Dio Trino e mondo, per non creare un pasticcio trascendentale, dove tutto si confonde con tutto, come il famoso Assoluto di Schelling.
Purtroppo il documento trascura completamente di prendere in considerazione questa tematica chiamata da alcuni «olistica» e che conduce al monismo, per cui si giunge ad affermare che tutto è uno. Si giunge al panteismo. Un esempio eclatante, a livello popolare, di questo fenomeno è stato il movimento New Age, che è andato di moda alcuni decenni fa, ma che oggi riappare con intenti teoretici nella filosofia dell’essere di Emanuele Severino.
Da questo bisogno olistico, che nasce dal bisogno di conciliare l’uno con i molti, è sorto il concetto dell’«uno-tutto» o dell’«unitotalità» (sveedinstvo) di Vladimir Soloviev. Analoga esigenza di assoluta unità del tutto e di ogni cosa nel tutto si riscontra in Hegel, col suo concetto della totalità (Ganzheit o Totalität), che alcuni traducono in Italia con «Intero». Anche la metafisica e teologia di Bontadini è su questa linea.
Meraviglia come il documento non citi questi nomi oggi notissimi in tutti quegli ambienti, anche giovanili, che avvertono un bisogno o un desiderio di unità e di totalità, di assoluto e la serietà di queste tematiche.
Mancanza di alcune nozioni e distinzioni metafisiche
Nel documento si avverte direttamente o indirettamente la mancanza o il fraintendimento di alcune nozioni e distinzioni metafisiche indispensabili per trattare convenientemente di questa materia delicatissima ed elevatissima. In esso non appare sottesa una chiara nozione dell’analogia dell’ente, che è quella che consente di distinguere il creatore dalla creatura, notando ad un tempo come la creatura è immagine e somiglianza di quello. Cioè non paiono essere sottintese la nozione dell’ente, come id quod habet esse, ossia come composto di soggetto, essenza ed essere, la distinzione fra l’essere per partecipazione e l’essere per essenza, nonché fra la sostanza e l’accidente, dalla quale consegue la distinzione fra l’essere inerente e l’essere sussistente, fra la relazione inerente e la relazione sussistente.
Non dico che queste nozioni avrebbero dovuto essere esplicitamente citate, perché è chiaro che il documento avrebbe assunto un’esagerata lunghezza. Dico solo che leggendolo, in vari luoghi traspare l’assenza di tali nozioni, cosa che provoca alcuni equivoci, che cercherò di dissipare, equivoci che invece non si generano quando quelle nozioni vengono impiegate. Queste distinzioni sono necessarie per distinguere la natura dalla persona in Dio e nell’uomo, l’opera divina creatrice e l’opera redentrice, la distinzione fra il rapporto col mondo di Dio creatore e di Dio Trino.
L’ontologia trinitaria
Bisogna dire innanzitutto, come ho già dimostrato in miei precedenti scritti, che l’uso dell’espressione «ontologia trinitaria» è assolutamente sconsigliabile. La nozione, come è noto, fu elaborata nella seconda metà del secolo scorso da Klaus Hemmerle e divulgata in Italia da Piero Coda. Essa comporta il progetto di una metafisica che sarebbe perfezionata dall’apporto che proviene dalla conoscenza del mistero trinitario, come se il contenuto di questo mistero, essenzialmente soprannaturale e sovrarazionale, rivelato da Cristo, e quindi oggetto di fede, potesse diventare un contenuto della metafisica, il cui oggetto, l’ente, è semplice oggetto della ragione.
La rivelazione che Cristo ci ha fatto del mistero trinitario non ha avuto lo scopo di insegnarci una più elevata nozione dell’ente, una più elevata ontologia. Cristo non ha inteso perfezionare la metafisica o la nostra nozione dell’ente, ma ci ha consentito di fondare una scienza teologica superiore alla semplice teologia naturale, ossia il trattato della Santissima Trinità, come manifestazione di un amore, di una sapienza e di una misericordia superiori di Dio Padre nei nostri confronti per renderci figli di Dio, mossi dello Spirito Santo ed eredi della vita eterna.
La Santissima Trinità non ci dà una nuova e più elevata nozione dell’ente, ma una più alta nozione di Dio. Ora Dio non è l’ente, ma è l’ente primo, supremo, infinito, necessario, immutabile, eterno ed assoluto. L’ente è semplicemente ciò che esiste in qualunque modo, possibile od attuale. Un conto è l’ente come ente e un conto è l’ente trinitario. Identificare l’uno con l’altro vuol dire confondere l’ente con l’ente divino, vuol dire cadere nel panteismo.
L’operazione di Hemmerle non è nuova, ma fu già tentata nell’800 dai teologi Günther, Hermes e Frohschammer, poi censurati dal Beato Pio IX, i quali credevano che fosse possibile utilizzare la dialettica di Hegel per interpretare il mistero trinitario. Di ciò infatti si tratta anche nel caso di Hemmerle, con la differenza che mentre i suddetti tre teologi intendevano costruire una teologia dogmatica,
Hemmerle fa l’inverso, ossia pretende di costruire una metafisica razionalizzando nozioni di fede, quali sono quelle che entrano in gioco nella comprensione del mistero trinitario. Ma sempre di razionalismo si tratta, sia che si voglia elevare la ragione a ciò che solo la fede può capire (Hemmerle), sia che si abbassi la verità di fede al livello della ragione (i tre dell’’800), in ogni caso lo sponsor di questa profanazione della fede è il medesimo Hegel.
Bisogna dire allora che l’espressione «ontologia trinitaria» è una contradictio in termins perché, mentre «ontologia» indica una scienza razionale e naturale, l’aggettivo «trinitario» indica un sapere soprannaturale, di fede, quel sapere basato sulla fede che è la teologia dogmatica. Infatti la semplice metafisica, che ha il suo culmine nella teologia naturale, conosce solo il Dio Uno, noto anche alle altre religioni monoteistiche. Infatti la teologia naturale dimostra che Dio è la causa prima di ogni ente finito e contingente, e sa che Egli è l’ente supremo; ma non sa nulla del Dio trino, oggetto della divina rivelazione. Mai la mente umana con le sue sole forze avrebbe saputo che Dio è Trino, se non l’avesse rivelato Gesù Cristo.
Le vestigia od ombre della Trinità negli enti creati, ossia le triadi mondane, delle quali parlano Sant’Agostino e San Bonaventura, come per esempio il numero, il peso e la misura (Pro 20,10), o l’esse, nosse e velle di Sant’Agostino, non vanno intesi come effetti nel creato delle tre Persone divine, o come se esse fossero un costitutivo o un complemento dell’ente mondano. Avrebbero giudicato una bestemmia un pensiero del genere. Essi invece intendevano dire che una volta accolto nella fede il mistero trinitario, assolutamente irraggiungibile da qualunque ontologia e dalle forze della sola ragione, è possibile ed utile rintracciare nella natura e nelle sue forme triadiche un dato che eleva la mente al di sopra di tutto il creato, alla contemplazione del Mistero, giacchè è pur sempre vero che quel Dio che ha creato il mondo è quello stesso Dio Trino che lo santifica e lo salva.
Si può e si deve dire che Dio è trinitario, ma non che l’ente è trinitario. Dire trinitario vuol dire essere in tre persone divine. Ma l’ente non è in tre persone divine. L’ente è semplicemente ciò che esiste, sia esso divino o mondano. Non bisogna confondere l’ente con l’ente divino. L’ente riguarda Dio e il mondo. Dio non è il mondo, ma il creatore del mondo. Dio non è l’ente, ma un ente, l’ente primo e supremo. Il mondo non è Dio, ma è creato da Dio. Se si confonde l’ente con l’ente divino si confonde Dio col mondo ed abbiamo il panteismo. L’ontologia trinitaria nega la creazione, mondanizza il mistero trinitario e divinizza il mondo.
Lo Spirito nel mondo
Mandi il tuo Spirito, sono creati
e rinnovi la faccia della terra
Sal 104,30
Il tema del documento è la presenza della antissima Trinità nel creato e il nostro rapporto con la natura vivificata ed elevata dalla presenza del Dio Trinitario. Il cristiano non vede nel mondo la semplice presenza di Dio, come potrebbe fare l’ebreo o il musulmano, ma la presenza del Dio Trinitario. Ma ciò non giustifica affatto l’idea di un’ontologia trinitaria. Non è l’ente come tale che può essere trinitario, ma l’ente sommo e supremo, che poi è Dio stesso. Così il Dio cristiano non è solo un Dio che crea, ma un Dio che genera un Dio Figlio e che fa procedere da Sé un Dio Spirito, pur restando unico Dio.
L’esser Padre evidenzia massimamente la personalità divina facendo pensare per analogia alla paternità terrena e alle sue proprie virtù di principialità, fondamentalità, originarietà, superiorità, signoria, potenza, provvidenza, giustizia e misericordia. Tutto ha principio, origine, sostentamento e fondamento nel Padre. Tutto irraggia e proviene del Padre. Tutto è raccolto in unità ed è condotto al Padre dal Padre.
Il Figlio è la Mente ideatrice di Dio, la Ragion d’essere, il motivo e il perchè di tutte le cose. Quando San Giovanni dice che «tutto è stato fatto per mezzo di Lui» (Gv 1,3) si riferisce al Verbo, al Logos, ma non quasi fosse un mezzo o uno strumento o un mediatore del quale Dio Padre si sia servito per creare il mondo. Infatti il produrre divino non ha bisogno come noi di alcun mezzo o strumento, ma avviene per un semplice atto della volontà divina.
Quell’espressione «di’ autù» (Vulg.per ipsum) indica il Pensiero o Concetto del Padre, l’Idea produttrice divina come Modello ed Esemplare supremo di tutte le cose, a partire dal Quale, in base al Quale, in riferimento al Quale, in ordine al Quale, mirando al Quale, in vista del Quale, per motivo dl Quale, in considerazione del Quale, per amore del Quale Dio Padre ha creato tutte le cose.
La presenza del Logos nel mondo è la presenza del Logos Incarnato Gesù Cristo capo della Chiesa suo Corpo mistico, il Popolo di Dio, che è la presenza mistica di Cristo presente nella Chiesa sotto il velo dei sacramenti, primo fra tutti l’Eucaristia consacrata dal sacerdote alter Christus per la potenza dello Spirito Santo, che è Spirito vivificante, animatore e motore della Chiesa, Spirito dell’amore, dell’unione, edella comunione della Comunità dei figli di Dio. È strano che il documento non si sia fermato su queste cose, così attinenti al tema che si è proposto.
La Trinità come tale non crea il mondo,
ma perfeziona il mondo che Dio ha già creato
Occorre tener presente che l’opera della Trinità come tale non è un’opera creatrice, ma un’opera perfezionatrice del mondo già creato dal Dio Uno, dalla natura divina. L’opera Santissima Trinità dunque presuppone come già avvenuta l’opera creatrice, che è opera della natura divina, non della persona. Il Dio Trinitario è dall’’eternità. Il Dio creatore ha creato il mondo ab initio temporis, come si esprime il Concilio Lateranense del 1215. Il Dio Redentore è venuto nel mondo nella pienezza dei tempi, cioè 2000 anni fa, a rivelarci il Mistero Trinitario.
Ricordo inoltre che l’esistenza di Dio da sempre è nota all’uomo. Il Dio Trinitario invece si è rivelato solo con la venuta di Cristo nel mondo. Si può e si deve certo dire che la Santissima Trinità è creatrice, ma non in quanto Trinità, ma in quanto Ella è Dio. Insomma, non è la Persona che crea, ma la Natura. La Persona dona un'altra Persona: il Padre ci dona il Figlio e Questi ci dona lo Spirito. Tantissimi uomini sanno che Dio esiste, ma se non sanno che è Trino, non per questo sono degli idolatri. Ci chiediamo allora: distingue adeguatamente il documento la persona dalla natura? Se non si distingue persona e natura la Trinità diventa un’assurdità ed ha ragione allora il Corano a rimproverarci di dire che Dio è al contempo uno e tre e di barcamenarci fra il monoteismo e il politeismo.
Bisogna inoltre fare attenzione alla differenza che c’è fra ciò che la Trinità fa all’interno di se stessa (opus ad intra), ossia le processioni divine, e ciò che fa al di fuori di sé (opus ad extra), ossia mandando il Figlio e lo Spirito nel mondo a salvare e governare il mondo e per condurlo alla santità. La Trinità manda il Figlio nel mondo liberamente, non per essenza, in quanto Trinità. In quanto tale, Ella soltanto genera il Figlio e fa procedere lo Spirito all’interno di Se stessa.
La Trinità dona al mondo la grazia della salvezza e della glorificazione. Il Padre ci dona il Figlio e lo Spirito Santo. Non bisogna confondere il donare col creare. Il creare è il produrre l’ente dal nulla. Il donare suppone già esistente la persona alla quale Dio fa il dono ed è un atto d’amore col quale Dio dona all’uomo la vita soprannaturale della grazia.
Fine Prima Parte (1/2)
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 4 settembre 2026
Non bisogna confondere il Dio Uno col Dio Trino. È vero che Dio è la Santissima Trinità, nel senso che quel medesimo Dio, che è uno, è anche trino. Ma la natura divina (fysis, usia) non è la persona divina (hypostasis, prosopon), benchè sia vero che il Padre è Dio, il Figlio è Dio e lo Spirito è Dio. Tuttavia dire natura vuol dire sostanza. Dire persona divina vuol dire relazione sussistente, relazione che di per sé sarebbe un accidente della sostanza, e tale è nella creatura, ma in Dio è sussistente.
Bisogna inoltre fare attenzione alla differenza che c’è fra ciò che la Trinità fa all’interno di se stessa (opus ad intra), ossia le processioni divine, e ciò che fa al di fuori di sé (opus ad extra), ossia mandando il Figlio e lo Spirito nel mondo a salvare e governare il mondo e per condurlo alla santità. La Trinità manda il Figlio nel mondo liberamente, non per essenza, in quanto Trinità. In quanto tale, Ella soltanto genera il Figlio e fa procedere lo Spirito all’interno di Se stessa.
Come Dio uno è già perfetto in se stesso, anche senza il mondo, sicchè avrebbe potuto benissimo esistere da solo anche senza creare il mondo, così pure la Trinità che è Dio stesso, non ha bisogno del mondo per essere se stessa, ma esisterebbe anche se il mondo non esistesse. Dio non crea per essenza, ma, come insegna il Concilio Vaticano I, «liberrimo consilio».
Il mondo è relativo a Dio, ma Dio non è relativo al mondo. Dio certo è Amore, ma non necessariamente amore per il mondo, ma è necessariamente Amore di Sé. Non pare che il documento, troppo preoccupato di sottolineare l’amore di Dio per noi, chiarisca a sufficienza questa indipendenza di Dio dal mondo.
La Trinità dona al mondo la grazia della salvezza e della glorificazione. Il Padre ci dona il Figlio e lo Spirito Santo. Non bisogna confondere il donare col creare. Il creare è il produrre l’ente dal nulla. Il donare suppone già esistente la persona alla quale Dio fa il dono ed è un atto d’amore col quale Dio dona all’uomo la vita soprannaturale della grazia.
- Mons. Klaus Hemmerle
- Mons. Piero Coda
[1] COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE
“Prendersi cura della nostra Casa comune”: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario.
https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_doc_20260821_prendersi-cura-casa-comune_it.html


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