13 maggio, 2021

Appartenenza spirituale e appartenenza giuridica a un Istituto religioso - Dedicato ai giovani alla ricerca della loro vocazione - Prima Parte (1/3)

  Appartenenza spirituale e appartenenza giuridica

a un Istituto religioso

Dedicato ai giovani alla ricerca della loro vocazione

Prima parte (1/3)

 

Ne costituì dodici

Mc 3,16

Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto

Gv 1,11

Che cosa è un Istituto religioso?

 

Un Istituto religioso è un’associazione di fedeli guidata da legittimi superiori, intenzionati a praticare i consigli evangelici secondo una determinata finalità fissata dal fondatore dell’Istituto con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, la quale garantisce che la regola dell’Istituto è una via autentica di perfezione evangelica.

Un Istituto religioso nasce sempre da un movimento spontaneo avviato dal fondatore nel perseguire un fine di carità per il bene della Chiesa. Questi fini variano a seconda del progetto del Fondatore. Per avere la certezza che questa iniziativa operi effettivamente per la salvezza delle anime, il Fondatore o suoi successori chiedono e, quando va bene, ottengono dopo un tempo più o meno lungo di attesa, l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, che può essere il vescovo del luogo per le iniziative locali e può essere la S.Sede per quelle iniziative che intendono mettersi al servizio della Chiesa intera.

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Episodio emblematico è il famoso dialogo di Gesù col giovane ricco (Mt 19, 16-22). 

In questo episodio appare il caso di un giovane che osserva i comandamenti, ma che Gesù non giudica ancora «perfetto». 

Il giovane comprensibilmente si stupisce e chiede a Gesù che cosa gli manca. 

Ed abbiamo la famosa risposta di Gesù: «Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (v.21).

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04 maggio, 2021

RICORDI DELLA SORELLA HELENA TYN

 RICORDI DELLA SORELLA HELENA TYN

 

Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP 

(03.05.1950 - 01.01.1990)   


Il mio breve, ma felice cammino con te…
Thomas, come lo ricordo, come l’ho vissuto. Con l’aiuto di alcune foto lo voglio ricordare.
Thomas guarda attento il mondo con i grandi occhi amichevoli. Sono occhi di un blu luminoso. Mi è stato raccontato che da bambino eri coperto nel passeggino da una coperta dello stesso blu. Le persone si fermavano ed ammiravano entrambi: gli occhi e la coperta.
A tre anni, quando già avevi conquistato il mondo con passi sicuri, arrivò una sorellina. Io ebbi il nome di Helena da una nostra prozia, che aveva sposato un ebreo. Sono stati uccisi entrambi ad Auschwitz
Quando Thomas si chinò profondamente sulla carrozzella per fare la sua conoscenza con me io presi energicamente i suoi capelli e tirai….deve avergli fatto male, poverino, ma lui rise e si rallegrò del piccolo energico esserino. Fin dall’inizio il nostro rapporto è stato molto intenso, pieno di fiducia e di amore.

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http://www.studiodomenicano.com/biografia.htm 


Tomas nacque a Brno, in Cecoslovacchia, oggi Repubblica Ceca, il 3 maggio 1950 da genitori entrambi medici, primo di tre figli: la sorella Helena e il fratello Pavel. Fu battezzato nello stesso giorno, nella cappella della clinica ostetrica regionale di Brno. Il padrino, dott.Josef Konupcik fu suo nonno, dentista, attivo cattolico, persona colta, che nutriva grande venerazione per i santi Agostino e Tommaso d’Aquino.

La sua robusta fibra, si direbbe di montanaro, fu improvvisamente stroncata nel pieno dell’età – a 39 anni – da un male terribile ed incurabile: un cancro ai polmoni, che lo condusse alla tomba nel breve arco di due mesi, fra grandi sofferenze eroicamente sopportate. L’ultimo mese di malattia Padre Tomas lo trascorse in Germania, circondato dall’affetto e dalle cure amorevoli dei genitori, sicchè la tomba, meta di pellegrinaggi, si trova a Neckargemünd. Persino nell’ultimo mese, tra grandi sofferenze, Padre Tomas trovò la forza di celebrare la Messa nella sua camera.

 

 

Padre Bergoglio ci parla di metafisica - Quarta Parte (4/4)

 Padre Bergoglio ci parla di metafisica

Quarta Parte (4/4)

Il problema del linguaggio della metafisica

Ogni scienza ha il suo linguaggio o lessico appropriato e adatto ad esprimere le nozioni e le tesi proprie di quella scienza. La metafisica è il perfezionamento scientifico di un sapere originario, spontaneo e certissimo della ragione naturale, non ricevuto per apprendimento, ma solo in base all’esperienza e all’intuizione spontanea dell’intelletto, quella che San Tommaso chiama ratio naturalis e Antonio Livi e Garrigou-Lagrange chiamano «senso comune».  Su questa base la ragione successivamente, esercitando il ragionamento e con l’apprendimento scolastico, opera ulteriori e sottili distinzioni e collegamenti concettuali, che vanno a formare la metafisica come scienza.

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Le parole fondamentali della metafisica compaiono nel linguaggio umano sin dall’infanzia, non appena la ragione comincia a funzionare e il bambino esprime i suoi primi giudizi. 

Per questo mi piace chiamare la metafisica la «scienza dei bambini»

 

La mente si apre alla metafisica quando capisce la differenza fra l’essere e l’esistere. 

E questa differenza la coglie quando concepisce quelle cose che non hanno essere e tuttavia esistono. 

Si tratta di quello che si chiama ente di ragione (ens rationis), come per esempio l’ideale, l’immaginario, l’ente matematico, il nulla, il male, il contradditorio.


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03 maggio, 2021

Padre Bergoglio ci parla di metafisica - Terza Parte (3/4)

  Padre Bergoglio ci parla di metafisica

Terza Parte (3/4)

La metafisica di Bergoglio non è quella di Suarez

La metafisica di Padre Jorge non è nella linea del suo illustre Confratello, Francisco Suarez, che respinge la metafisica dell’essere di San Tommaso, e riprende invece la concezione scotista basata su di un concetto univoco, piatto e semplicistico dell’ente, concetto che spezza il delicato equilibrio che Tommaso aveva trovato all’interno dell’ente fra il soggetto sussistente, l’essenza e l’essere. Scoto invece con la sua haecceitas fa dell’individuo una specie. Giungerà poi Guglielmo di Ockham, il quale, per reazione, fa della specie un individuo.

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Quindi il vero metafisico, che considera l’ente esistente, non si accontenta di constatare che esiste, ma, vuole andare al fondo della realtà, deve chiedersi: perché esiste, quando, essendo contingente, potrebbe non esistere?  

Non gli basta dire con Suarez: esiste perchè Dio ha voluto che esistesse.  

E allora, con Tommaso, si accorgerà che esiste perchè Qualcuno, onnipotente nell’essere, ha aggiunto l’essere da Lui creato, a un’essenza possibile da Lui ideata, che di per sé dice solo un poter-esistere.

 Con la creazione la cosa non è un puro nulla, che, come crede Suarez, passa semplicemente ad essere una cosa esistente, ma è una cosa ideata da Dio dall’eternità, che passa dallo stato di essere ideata da Dio in Dio allo stato di essere realizzata fuori di Dio nel mondo. 

Ma fra l’ideale e il reale c’è l’essere. Ecco il primato della realtà sull’idea, del quale parla Papa Francesco. E allora, come non distinguere realmente tale essere da quell’essenza, alla quale esso si aggiunge per renderla esistente?

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01 maggio, 2021

Padre Bergoglio ci parla di metafisica - Seconda Parte (2/4)

 Padre Bergoglio ci parla di metafisica

Seconda Parte (2/4)

L’oggetto della metafisica

Oggetto della metafisica, come nota Bergoglio, è l’essere, secondo l’interpretazione attuale, più vera, della concezione tomista, che risale a San Paolo VI e a Padre Fabro, superando quella precedente, che si muoveva nell’orizzonte della concezione aristotelica dell’«ente in quanto ente» (on e on). L’essere è l’atto dell’ente, mentre l’ente è composto di essenza, che è poter-essere-tale ed esser-tale, per cui l’essenza limita l’essere all’esser-tale.

La composizione di essenza ed essere, tra di loro realmente distinti, fissa lo statuto ontologico dell’ente creato, il cui essere, cioè, non è necessario alla sua essenza, a differenza dell’essere divino, la cui essenza s’identifica col suo essere, rendendo ragione dell’esistenza dell’ente contingente creato. La realtà, dunque, per Bergoglio, è la famiglia degli enti creati dal sommo Ente, Dio e loro provvidente Signore. 

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Fontanellato, 26 aprile 2021

 

Oggetto della metafisica, come nota Bergoglio, è l’essere, secondo l’interpretazione attuale, più vera, della concezione tomista, che risale a San Paolo VI e a Padre Fabro, superando quella precedente, che si muoveva nell’orizzonte della concezione aristotelica dell’«ente in quanto ente» (on e on). 

L’essere è l’atto dell’ente, mentre l’ente è composto di essenza, che è poter-essere-tale ed esser-tale, per cui l’essenza limita l’essere all’esser-tale. 

 

La composizione di essenza ed essere, tra di loro realmente distinti, fissa lo statuto ontologico dell’ente creato, il cui essere, cioè, non è necessario alla sua essenza, a differenza dell’essere divino, la cui essenza s’identifica col suo essere, rendendo ragione dell’esistenza dell’ente contingente creato. 

La realtà, dunque, per Bergoglio, è la famiglia degli enti creati dal sommo Ente, Dio e loro provvidente Signore.





30 aprile, 2021

Padre Bergoglio ci parla di metafisica - Prima Parte (1/4)

  Padre Bergoglio ci parla di metafisica

Prima Parte (1/4)

Da sempre e per sempre tu sei, o Dio

Sal 89,2

 

Prima che Abramo fosse, Io Sono

Gv 8,59

 

Santo, santo, santo il Signore Dio, l'Onnipotente,

Colui che era, che è e che viene

Ap 4,8

 

Per capire le radici filosofiche degli insegnamenti di Papa Francesco

La Civiltà Cattolica del 3/17 aprile scorso ha pubblicato un breve manoscritto di Jorge Mario Bergoglio del 1987-88, dal titolo «Interpretare la realtà» (pp.3-12). Si tratta di una breve raccolta di pensieri sul valore della metafisica, sul suo metodo e sul rapporto dell’intelletto con la verità e con la realtà.

Bergoglio vede la metafisica come scienza dell’essere e «consonanza a ciò che è» o con la «realtà dell’essere» o «esse ontologico». Si tratta di alcuni appunti o note personali redatti in occasione della sua preparazione alla tesi di dottorato, che Bergoglio non portò mai a termine, sul pensiero di Romano Guardini.

Si tratta semplicemente di una serie di appunti per lo più schematici, di brevi e dense annotazioni, di frasi slegate, senza apparenti connessioni deduttive; sono osservazioni, intuizioni, convinzioni, una specie di elenco di punti sui quali meditare o una specie di promemoria di cose da ricordare o da approfondire, di spunti di riflessione e di stimoli di ricerca, pensieri evidentemente annotati così come sorgevano nell’animo di Padre Jorge, frasi che hanno tutto l’aspetto di una riflessione con sé stesso più che un tono didattico. 

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Fontanellato, 26 aprile 2021

 

La mia ipotesi è: i princìpi interpretativi di una realtà devono essere ispirati dalla realtà stessa, così com’è. La realtà che è interpretata e la realtà di chi interpreta.

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/interpretare-la-realta/

27 aprile, 2021

Il Papa può essere Papa senza essere Vescovo di Roma? Seconda Parte (2/2)

  Il Papa può essere Papa senza essere Vescovo di Roma?

Seconda Parte (2/2)

Vicario di Cristo

Quello dunque che in sostanza Lutero negava del Papato era la sua infallibilità nell’insegnarci ed interpretarci la Parola di Cristo. Per questo e in questo senso egli negò che il Papa sia il Vicario di Cristo, subendo in ciò la condanna di Leone X nella Bolla Exsurge Domine del 1521 (Denz.1475).

Per questo, secondo Lutero, non è stato sempre falso quello che i Papi hanno insegnato, e tuttavia hanno commesso anche degli errori, che il cristiano, alla luce del Vangelo ed ispirato dalla Spirito Santo, può denunciare e correggere. E Lutero con la sua critica dottrinale a Leone X, si riteneva appunto il cristiano, che, illuminato dallo Spirito Santo e fedele alla Scrittura, denuncia nel Papa una dottrina erronea. Qualcosa del genere lo fanno oggi certi cattolici, i quali accusano Papa Francesco di eresia, perché, a loro dire, avrebbe tradito la «tradizione» e sarebbe complice del modernismo.

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Per questo si comprende l’osservazione del Card. Gaetano, il quale, congedandosi da Lutero dopo l’abboccamento con lui ordinato da Leone X, ebbe a commentare: «questo significa concepire un’altra Chiesa!». 
 
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Il cardinale Tommaso De Vio riceve Martin Lutero, in una raffigurazione del 1557

26 aprile, 2021

Il Papa può essere Papa senza essere Vescovo di Roma? - Prima Parte (1/2)

 Il Papa può essere Papa senza essere Vescovo di Roma?

Prima Parte (1/2) 

Una questione occasionata da Papa Francesco

Sappiamo come Papa Francesco tiene a definirsi come Vescovo di Roma e Pastore universale della Chiesa, mentre non parla mai del suo essere Successore di Pietro e Vicario di Cristo.  Quest’uso dell’attuale Pontefice ben si accorda con la fede degli scismatici orientali, i quali, se respingono la soggezione al Papa, tuttavia non hanno difficoltà a riconoscerlo come Vescovo di Roma o, come essi dicono, «Papa di Roma».

Ritengo inoltre che Papa Francesco, con l’uso di questo titolo, intenda ribadire implicitamente il dogma secondo il quale il Papa è il Vescovo di Roma. Da tempo i Papi non insistevano nel presentarsi in questo modo. Ciò secondo me ha insinuato in alcuni il dubbio su questo dogma. Per questo, ho ritenuto bene ricordare le fonti di questo dogma cogliendo l’occasione per sostenere che nel titolo di Vescovo di Roma sono già implicite tutte le prerogative del papato.

Ci chiediamo dunque in questo articolo: atteso che il Papa sia il Pastore universale della Chiesa ed attualmente Vescovo di Roma, si potrebbe ipotizzare l’eventualità che lasci la sede romana per diventare Vescovo, per esempio, di Washington o di Parigi? Cose di questo genere sono all’ordine del giorno in tutti gli altri Vescovi. Per fare un esempio fra mille: San Pio X, prima di diventare Papa fu Vescovo di Mantova e poi Patriarca di Venezia.

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Sorge nei Papi, sin dall’inizio, per rispetto al fatto che Pietro è stato Vescovo di Roma, la convinzione, poi rivelatasi dogmatica, che il Papa è il Vescovo di Roma e il Vescovo di Roma è il Papa. Quindi non fu più possibile ai Papi successivi e non sarà più possibile ai Papi futuri mutare la propria sede romana, perché l’essere Vescovo di Roma entra nell’essenza del papato. O il papa è Vescovo di Roma o non è Papa.


Non sappiamo a questo riguardo quale Papa per primo abbia concepito questo principio. Di fatti sin dagli inizi tale assioma fu presso tutti i fedeli fuori discussione, benché non sia mai stato formulato esplicitamente fino al medioevo. 

Importante a questo riguardo è la definizione solenne contenuta nella Bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII del 1302: «dichiariamo, diciamo e definiamo che per ogni creatura umana l’assoggettarsi al Romano Pontefice è del tutto necessario alla salvezza» (Denz.875). 

Tutti i Papi hanno avuto questa convinzione, che possiamo considerare di fede, sebbene non sia fondata su di un ordine esplicito del Signore, ma essa fa riferimento alla scelta di Pietro di scegliere Roma come sede episcopale del Papa. Da qui la convinzione che il Papa può anche mutare residenza, ma anche là resta Vescovo di Roma. 

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25 aprile, 2021

Il principio del terzo escluso - Quarta Parte (4/4)

 Il principio del terzo escluso

Quarta Parte (4/4)

I tre gradi di astrazione

La negazione della funzione astrattiva del conoscere degrada la dignità dell’uomo al di sotto di quella degli animali. Ma ciò che è da tenere presente nel caso della capacità astrattiva della ragione umana, è che essa opera nell’esercizio del sapere secondo tre gradi di astrazione.

Essa sale dal basso dell’esperienza fisica al livello della matematica, ossia dell’ens quantum e da qui, oltrepassando tutto il mondo del sensibile e dell’immaginabile, s’innalza al livello del puro intellegibile ovvero del puro spirito, e giunge alla metafisica, ossia alla nozione dell’ente in quanto ente, oggetto della metafisica.

L’intelletto, per salire dal secondo al terzo grado d’astrazione, non si limita alla semplice apprensione concettuale (simplex apprehensio) dell’ente composto di materia e forma, ma formula un giudizio col quale oltrepassa il piano dell’essenza per pronunciarsi sull’esistere o sull’essere del reale, mediante la copula del giudizio di esistenza (est), per cui non si limita ad astrarre logicamente o idealmente, come nella semplice apprensione, ma separa mediante il giudizio e dichiara distinto il piano materiale dell’essere da quello superiore dello spirito, ovvero separa la forma dalla materia e considera la pura forma o, potremmo dire, il puro spirito. 

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Aristotele riteneva che non fosse necessario confutare colui che si contraddice, perché con la sua contraddizione, confuta sé stesso e che colui che vuol negare il principio di non-contraddizione, dovrebbe essere muto come una pianta, perché già nel momento in cui esprime parole che hanno un significato, è obbligato a rispettare quel principio.

Aristotele nel famoso libro IV della Metafisica espone e fonda il primo principio della dimostrazione, che è il primo principio della metafisica, ossia il principio d’identità e di possibilità: è impossibile che l’ente sia tale e non sia tale simultaneamente.

Il suddetto principio di ragione è confermato dalla fede cristiana: l’opera conciliatrice di Cristo riconcilia i termini che possono e devono essere riconciliati: l’uomo con Dio e gli uomini tra di loro: questo è il principio dell’et-et. Ma separa eternamente ciò che non può essere unito senza falsità e doppiezza. E qui si ha il rispetto del principio dell’aut-aut, del sì, sì, no, no. 

Il giudizio universale separa ed unisce: separa i beati dai dannati ed unisce nell’eterna beatitudine l’umanità pentita e divisa dal peccato. Per questo il profeta Simeone predice del bambino Gesù: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34-35).


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24 aprile, 2021

Il principio del terzo escluso - Terza Parte (3/4)

 

Il principio del terzo escluso

Terza Parte (3/4)

È la realtà ad essere contradditoria

o la contraddizione è un difetto del nostro pensiero?

Cristo ci propone una sua logica, che, per sua dichiarazione, è l’opposto di quella del demonio: mentre la logica cristiana, che poi è quella della retta ragione e dell’onestà, oppone nettamente il sì al no, la logica del demonio congiunge e confonde il sì col no.

D’altra parte Cristo ci dice chiaramente che chi vuole raccogliere un senso valido dalla vita, deve raccogliere con Lui, perché chi non raccoglie con Lui, disperde (cf Mt 12,30). Chi crede in Lui si salva, chi non crede si danna. Occorre scegliere: o Lui o Beliar; non possiamo servire l’uno e l’altro simultaneamente.

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Se l’astrazione metafisica e logica, se il principio di non-contraddizione non ci danno la realtà oggettiva né la verità sulla morale, sull’uomo e su Dio, allora tutto il Magistero della Chiesa su questi temi diventa un castello di carta o una favola per minorati mentali.

Allora quando Papa Francesco, nella sua poderosa enciclica Fratelli tutti ci parla di «verità oggettiva», di «natura umana», di «scrutare nella realtà delle cose», della «validità universale dei princìpi etici basilari e non negoziabili» (n.213) o ci parla della «verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità», senza la quale «non esiste alcun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini» (n.273), è un imbonitore che ci racconta delle balle o un sognatore che vaga fra le nuvole?



 

Occorre ricordare infatti che la mente umana ha bisogno di certezza. Il suo rischio è quello di avere troppa fretta nel volerla trovare e di credere di averla trovata laddove non c’è. Qui sono caduti in molti, come per esempio Cartesio col suo cogito. Il problema è quello di superare le opinioni contrastanti per raggiungere la scienza, perché solo con essa si raggiunge una certezza assoluta, oggettiva ed incrollabile. 

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23 aprile, 2021

Il principio del terzo escluso - Seconda Parte (2/4)

  Il principio del terzo escluso

Seconda Parte (2/4)

L’onestà del linguaggio

 

Maledici l’uomo di doppia lingua (Sir 28,13)

 

I detti del Signore sono puri, argento raffinato nel crogiuolo,  purificati nel fuoco sette volte (Sal 12,7)

 

La Sacra Scrittura, soprattutto nei libri sapienziali, contiene tutta un’etica del linguaggio e del retto pensare, che sono indispensabili per accedere alla fede ed alla comprensione della Parola di Dio. È una lezione costante per noi, che troppo spesso usiamo con leggerezza del linguaggio e ragioniamo con troppa disinvoltura, senza renderci conto di quanto danno possiamo fare a noi stessi e agli altri con un linguaggio imprudente, falso ed impulsivo o con un cattivo uso della ragione.

Forse non pensiamo che può bastare una sola parola ingiusta o diffamatrice a uccidere psicologicamente o moralmente una persona. Per questo, Cristo è così severo quando dice che «chi dice al fratello: “pazzo”, sarà sottoposto al fuoco della geenna» (Mt 5,22). Con la parola falsa si può condurre un’anima persino alla perdizione, ed è giusto che Dio punisca con l’inferno chi spinge gli altri a cadere nell’inferno, con buona pace di Von Balthasar.

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Può essere un dubbio ipotetico o un dubbio esercitato. Il dubbio ipotetico è quello che dà il via alla metafisica e che San Tommaso chiama «universalis dubitatio de veritate». Dice l’Aquinate, commentando Aristotele:


 «le altre scienze considerano la verità in orizzonti particolari, per cui ad esse spetta il dubitare circa le singole questioni di loro competenza. Ma la metafisica, dato che considera la verità nella sua più ampia universalità, ha il compito di un dubbio universale circa la verità, e quindi non dubita secondo un’area limitata, ma affronta il dubbio universale».

 Per quanto poi riguarda l’opposizione al principio fondamentale della dimostrazione come è il principio di non-contraddizione, essa suppone un’impugnazione della verità evidentemente provata o conosciuta. 

Qui San Tommaso, al seguito di Aristotele, fa notare che l’errore in buona fede è impossibile, tanta è l’evidenza prima, immediata ed assoluta del principio

 

 

 

 

Immagini da internet: Morte di San Tommaso d’Aquino. Bassorilievo. Abbazia di Fossanova - Luca della Robbia (1400-1482), Platone (a destra) e Aristotele in La Dialettica (1437-39)

22 aprile, 2021

Il principio del terzo escluso - Prima Parte (1/4)

  Il principio del terzo escluso

Prima Parte (1/4) 

Aut aliquid est hoc aut non est hoc: tertium non datur
 
                            Più untuosa del burro è la sua bocca,

ma nel cuore ha la guerra

Sal 54, 22

 

L’et-et e l’aut-aut

 

Essendo il male la stessa cosa che il bene, 

proprio il male non è male, né il bene è bene,

ma piuttosto sono tolti e superati ambedue

G.G.F.Hegel

 

Esiste nella cultura di oggi una tendenza a voler evitare le contrapposizioni nette ed assolute. C’è un bisogno di inclusività e si vuole evitare l’esclusività. Si tende a ridurre l’opposto al diverso. E si arriva a credere che, pur di realizzare questa universale inclusività, si possano ignorare le esigenze della verità e fare delle eccezioni allo stesso principio di non-contraddizione.

Si fa l’apologia dell’et-et, ossia dell’alterità o diversità e si pensa di poter evitare l’aut-aut, considerandolo segno di mentalità rigida, chiusa e settaria, creatrice di steccati, non aperta all’altro, all’immigrato, al diverso. Si pensa così di favorire l’unità, l’integrazione, l’accoglienza, la pace e l’amore. L’aut-aut sarebbe una fabbrica di nemici, mentre la sua abolizione sarebbe il trionfo della pace e della conciliazione.

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L’esempio di un metodo di pensare basato sulla doppiezza lo possiamo trovare in queste parole di Hegel:

«il vero e il falso appartengono a quei pensieri determinati che, privi di movimento, vorrebbero valere come particolari essenze delle quali l’una sta di qua e l’altra sta di là rigidamente isolate e senza reciproca comunanza».


Bisogna dire viceversa che nessuna filosofia come quella di San Tommaso è nemica della doppiezza del pensiero e del linguaggio, in forza del fatto che nessuna è tanto filosofia dell’identità dell’essere e dell’ipsum Esse, quanto la sua. Nessuna è così rigorosa nel rispetto del principio di non-contraddizione. Per questo la Chiesa la raccomanda fra tutte.

La vera filosofia è la filosofia dell’essere, di ciò che è, perché così essa è aperta a tutto il reale, dato che ogni cosa è un ente. Quindi chi coglie l’ente o l’essere, coglie virtualmente ogni cosa. Tutto è nell’essere; nulla è al di fuori dell’essere. Anche il non-essere lo pensiamo come fosse essere. Questa filosofia non esclude nulla e include tutto. Esclude solo ciò che non può esistere. E questo è precisamente il cosiddetto «terzo escluso». 

Immagini da internet: 
Georg Wilhelm Friedrich Hegel - San Tommaso d'Aquino