La metafisica
in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto
Terza Parte (3/6)
La forma, l’essere e l’essenza in antropologia
Tommaso comprese lucidamente che per Aristotele l’intelletto umano è proprio di ciascun individuo. Comprese che per lo Stagirita l’intelletto umano non è unico per tutti gli induividui e non li trascende, come credeva Averroè, ma benchè sia una forma universale comune a tutti, non è al di sopra (thyrahen) dell’individuo, ma della materia corporale.
In tal modo Aristotele, con la sua teoria dell’anima umana (psychè), unica forma spirituale sostanziale del corpo, da una parte assicurava l’unità della persona umana, e dall’altra poneva i livelli inferiori di vita vegetativo e sensitivo non come forme differenti dalla forma spirituale, come avrebbero voluto gli scotisti, ma come unica forma che dà un unico essere, forma che dà forma immediatamente alla materia prima (prote yle), forma dalla quale promana la vita vegetativa e sensitiva. In tal modo la persona umana non risulta dalla sintesi di quattro forme (distinctio formalis a parte rei), come vorranno gli scotisti: forma spirituale, forma sensitiva, forma vegetativa, forma corporis, ma da un’unica forma spirituale, appunto l’anima, che dà vita al corpo, alla nutrizione, ai sensi, al sesso e allo spirito.
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Distinzione reale fra essenza ed essere vuol dire per San Tommaso certamente distinzione che riguarda il reale, la cosa, l’ente, l’essere, ma riferita all’essere in quanto atto e all’essenza in quanto potenza. Sta qui, come è noto, l’originalità del concetto tomista di essere: l’aver concepito l’essere come atto. Neppure Aristotele era arrivato a ciò. Egli aveva bensì scoperto la differenza tra potenza (dynamis) ed atto (energheia), ma aveva applicato questa distinzione solo alla materia (yle) e forma (morfè).
Tuttavia occorre fare attenzione che Tommaso non concepisce l’atto come azione, come farà Gentile, ma come forma, perfezione, finalità, compiutezza, analogamente all’entelècheia aristotelica. … Quanto al concetto del nulla, è solo il concetto tomista dell’essere come atto che fa capire veramente il concetto biblico di quel nulla dal quale Dio crea le cose. Infatti nella concezione scotista e suareziana dell’essere non come atto, ma come semplice esistenza, il nulla appare non come negazione o assenza dell’atto, ma come non esistenza attuale dell’essenza o dell’ente o della cosa possibile.
D’altra parte in una visione parmenidea dell’essere, come quella di Scoto e Suarez, il nulla non esiste, come dice Parmenide: «il non-essere non è». … In campo metafisico lo sbaglio di Scoto e di Suarez è quello di non chiedersi perché l’ente finito è finito: da che cosa dipende la sua finitezza? Tommaso invece non si accontenta di constatarla, ma si domanda da che cosa dipende e scopre che essa dipende dal fatto che la sua essenza finita finitizza l’atto d’essere che essa riceve.
Scoto non capì che Tommaso parla di un’aggiunta all’essenza ancora priva di esistenza, ossia prima di essere creata. Se prima di essere creata quell’essenza non aveva l’esistenza, questo non vuol dire che fosse nulla, perché era già pensata da Dio per ricevere l’essere. E se d’altra parte l’essenza fuori della sua causa, ossia l’essenza creata, ha l’esistenza, questa esistenza non l’ha da sé in quanto essenza, ma ce l’ha perché l’ha ricevuta da Dio. Per questo Tommaso aggiunge l’essere all’essenza. Se infatti creare vuol dire dare l’essere, vuol dire che l’essenza, prima di ricever l’essere non ce l’ha. Se invece ce l’ha già come potrebbe essere creata dal nulla? Dove andrebbe a finire l’opera creatrice?
Immagini da Internet: San Tommaso d'Aquino e Francisco Suárez


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