23 febbraio, 2026

La metafisica in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto - Quarta Parte (4/6)

 

La metafisica

in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto

Quarta Parte (4/6)

 

Essere reale ed essere di ragione

Al seguito di Aristotele Tommaso divide l’ente in ente reale, esterno al pensiero, creato da Dio, posto nello stato di singolarità (ens extra animam), ed ente di ragione (ens in anima), costruito dalla ragione ed immanente in essa: il concetto, che è immagine dell’essenza astratta ricavata dall’esperienza sensibile del singolo ente reale esistente fuori del pensiero. Ora Tommaso ci fa presente che tra ens in anima ed ens extra animam non c’è una posizione intermedia, come non c’è via di mezzo tra il fuori e il dentro. 

In base a ciò risulta che l’essenza come la intende Avicenna, essenza che non è né universale né individuale, né astratta né concreta, né reale né di ragione, né logica né ontologica, né intramentale né extramentale, né pensata né pensabile, è una pura invenzione di Avicenna, una cosa che non essendo nella realtà e neppure nel pensiero, non è assolutamente nulla, ma un puro segno o elemento grafico di una composizione di parole. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-in-san-tommaso-e-nel_23.html

Tommaso ci fa presente che tra ens in anima ed ens extra animam non c’è una posizione intermedia, come non c’è via di mezzo tra il fuori e il dentro.  

In base a ciò risulta che l’essenza come la intende Avicenna, … è una pura invenzione di Avicenna, una cosa che non essendo nella realtà e neppure nel pensiero, non è assolutamente nulla, ma un puro segno o elemento grafico di una composizione di parole. Così succede che tutto quello che si può dire di Dio non sono concetti che rappresentano la realtà, ma sono delle semplici parole o formule verbali. Ciò tuttavia non ha impedito alla teologia islamica di elaborare tutta una serie di attributi divini - i 99 nomi di Allah - quasi perfettamente coincidenti con quelli stabiliti da San Tommaso. 

Occorre osservare che molto probabilmente la famosa distinzione formale scotistica a parte rei e la sua famosa dottrina dell’ecceità hanno questo fondamento avicenniano. Si tratta per la verità di due categorie che non hanno spazio né nella realtà né nel pensiero. Così anche la distinzione avicenniana tra essenza ed essere non è sufficiente, perché Avicenna, facendo dell’essere un accidente appartenente all’essenza e non atto dell’essenza-potenza, lascia spazio all’idea che in fin dei conti l’essere non è un atto superiore all’essenza, ma niente più che un modo d’essere secondario dell’essenza e inferiore all’essenza, sicchè in fin dei conti l’essenza è più importante dell’essere, e l’essenza diventa inseparabile dal suo essere, così come il modo di una cosa non si può separare dalla cosa.


Da qui si capisce perché Scoto dice di non capire come un’essenza posta al di fuori delle sue cause, quindi esistente, ossia un’essenza creata possa essere priva della sua esistenza e quindi dichiara di non capire perché si debba aggiungere all’essenza una esistenza, che secondo lui possiede già. Ma San Tommaso, quando parla dell’essere, che Dio creando aggiunge all’essenza, non parla evidentemente dell’essenza già creata, ma dell’essenza creabile, la quale, come dovrebbe essere evidente, non ha ancora l’essere, cioè è un nulla.

Scoto crede che la necessità che abbiamo di ricorrere ai sensi per cogliere l’essenza delle cose e quindi la necessità di astrarre l’essenza universale dal dato sensibile particolare sia un castigo del peccato originale e quindi corrisponda all’attuale situazione di natura decaduta e non fosse presente nello stato edenico, dove la nostra natura si esprimeva in maniera normale e perfetta. Egli ritiene pertanto che, se la nostra natura fosse rimasta integra com’era nell’Eden, noi sapremmo cogliere l’essere delle cose immediatamente e intuitivamente senza dover ricorrere ai sensi, che sono fonte di inganno o quanto meno di incertezza. Essi ci danno ciò che sembra, non ciò che è, in modo simile a come pensava Platone. 

Invece Tommaso concorda con Aristotele nel riconoscere che è del tutto naturale e normale per il nostro intelletto giungere alla verità intellegibile partendo dalla verità sensibile, per cui, se non si raggiunge questa, non si raggiunge neppure quella.

Immagini da Internet: Avicemma e Duns Scoto

Nessun commento:

Posta un commento

I commenti che mancano del dovuto rispetto verso la Chiesa e le persone, saranno rimossi.