16 marzo, 2024

L’avventura della metafisica - Parte Quinta (5/6)

 

L’avventura della metafisica

Parte Quinta (5/6) 

 

Martin Heidegger

L’ontologia oltre la metafisica

Heidegger, che evidentemente ignora la metafisica di San Tommaso e conosce solo quella di Duns Scoto, di Suarez e di Wolff, ha creduto di poter riscoprire l’essere, dopo 2600 anni dall’avvento di Parmenide. La stessa cosa avrebbe fatto Severino qualche decennio dopo, stimolato da Bontadini, al seguito di Heidegger.  In realtà è dal tempo di San Tommaso che tutti i metafisici seri sanno benissimo che è stato Tommaso a evidenziare al di là di Aristotele, l’importanza dell’esse in metafisica, sicché, se Tommaso continua a dire con Aristotele che oggetto della metafisica è l’ente in quanto ente, è chiaro che Tommaso, quando dice ens, pensa all’esse come atto, forma, compiutezza, ultimità e perfezione dell’ente.

E si badi bene: come ha sottolineato opportunamente il Padre Fabro, non si tratta semplicemente dell’esistere o dell’esistenza (esse in actu), come semplice attuazione del possibile, perchè anche l’immaginario, il contradditorio, il nulla, il negativo, il vuoto e il male esistono, eppure non hanno essere, non sono realtà; anche il pensiero esiste, eppure è un semplice essere ideale o intenzionale.

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/lavventura-della-metafisica-parte_16.html


Edith era adattissima a richiamare Heidegger alla verità. Proprio perché comprendeva l’istanza heideggeriana desunta da Husserl di pensare l’essere, era in grado di fare una critica dall’interno dello stesso pensiero heideggeriano-husserliano mostrando che quell’istanza poteva essere soddisfatta solo con la metafisica tomista, da lei recentemente scoperta dopo l’incontro con Santa Teresa d’Avila, che le aveva aperto la strada.

La Stein si era accorta che la vera interiorità, il vero sguardo al proprio io, al proprio essere, alla propria coscienza e al mondo in essa presente, suppone l’apertura dei sensi e della mente alla realtà esterna, sensibile e spirituale, umile e sublime, a quell’essere extramentale, e quindi all’ipsum Esse divino, che invece Husserl aveva messo con alterigia e somma imprudenza tra parentesi, imprigionandosi nei limiti del proprio io, come era successo a Cartesio.


Heidegger sbaglia nel definire lo stato d’animo del metafisico, che non è quello dell’angoscia (Angst), ma, come osserva Aristotele, è la meraviglia, il che implica la gioia della percezione dell’ente e il desiderio di conoscerne la causa.

Come ad Heidegger vengono in mente idee così angoscianti e sconfortanti? Dal fatto, mi sembra, che egli prende per saggia la domanda che si fa Leibniz, il quale, dando prova di scarso senso dell’essere, si chiede perché c’è l’essere e non piuttosto il nulla.  

Chi si fa una domanda come quella di Leibniz forse identifica l’essere con l’essere contingente. Infatti non ha senso chiedersi perché esiste l’essere necessario ed assoluto. Eppure, chi si pone una simile domanda, ipotizza la possibilità della non esistenza dell’essere assoluto e della necessità di essere spiegato, se esiste è un’ipotesi evidentemente assurda, perché supporrebbe che l’essere necessario non sia necessario. Dunque l’ipotesi assurda dell’esistenza del nulla assoluto, al quale Leopardi credeva seriamente.


Immagini da Internet:
- Edith Stein
- Martin Heidegger

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