Il diavolo e il peccato originale
Un lettore ha commentato il mio commento all’articolo della Prof.ssa Perroni con alcune considerazioni, alle quali ho ritenuto di rispondere, pensando con ciò di fare cosa utile per i Lettori. Questo è il testo dello Scrivente:
Come scrivo nel libro recente "Mi riprendo il vangelo" (pp. 80-81): "La Bibbia, in realtà, non attribuisce a Dio la precarietà, la sofferenza e la morte. Questi limiti vengono piuttosto collegati alla libertà umana e alla condizione creaturale. Non una colpa da espiare, ma un limite da abitare. Un limite che sentiamo stretto e che ci spinge ancora oggi a cercare un colpevole fuori di noi: Adamo, il diavolo o qualunque altra figura su cui proiettare la fatica dell’esistere».
Osservo che se Dio non commette il male di colpa, la sua giustizia irroga il male di pena. Così la coppia primitiva è stata punita con la morte per aver disobbedito a Dio col peccato originale. Certamente noi non espiamo la colpa del peccato originale, che ci viene cancellata dal Battesimo. Dobbiamo invece espiare le nostre colpe personali.
Cercare un colpevole fuori di noi è un atto di ipocrisia e di fuga dalle proprie responsabilità, come ha fatto Eva accusando il serpente di averla ingannata e come ha fatto Adamo accusando Eva o forse accusando Dio di avergli messo al fianco Eva.
Questa slealtà dei progenitori peraltro non deroga in nulla alla colpa del serpente di averli ingannati ed indotti a peccare. Per questo Dio punisce anche il serpente, cioè il diavolo costringendolo a «mangiare la polvere», vale a dire ad essere accecato dalla materia e a diventare schiavo della materia, grande umiliazione per uno spirito fatto per le cose spirituali.
Continua lo Scrivente:
«Già san Tommaso, nel XIII secolo, fu costretto a una complessa rilettura per rendere conciliabile questo dogma (peccato originale) con lo stato di giustizia originaria presente nel progetto divino».
Osservo che San Tommaso non ha dovuto conciliare alcunché, ma semplicemente constatare e descrivere, perchè tra la condizione felice dello stato edenico e quella delle pene conseguenti al peccato originale c’è bensì un contrasto, ma del tutto logico, in una consequenzialità del tutto logica, giacchè è logico che la commissione di una colpa comporti il passaggio del peccatore da una situazione di giustizia ad una condizione di miseria e di infelicità.
Continua lo Scrivente:
«San Tommaso scrive che tale “stato di giustizia originaria” fu concesso al primo uomo non come individuo, ma come principio base della natura umana, e come tale trasmesso insieme ad essa ai posteri. Una soluzione teologica che tenta di armonizzare fede e ragione, ricorrendo a una rilettura che oggi definiremmo più credibile e meglio conciliabile con la scienza. Ai posteri di Adamo, insieme alla natura animale, sarebbe stato trasmesso uno “stato di giustizia originale”. Viene però da chiedersi: perché invece la cosiddetta “colpa” personale di Adamo dovrebbe ricadere sulle nostre spalle fino alla fine dei tempi?».
Come insegna il dogma dl peccato originale, le pene conseguenti al peccato, che affliggono l’intera umanità, non hanno niente a che vedere con la colpa personale di Adamo, per la quale è stato punito il solo Adamo, ma si riferiscono al fatto che la colpa di Adamo, che si trasmette con le relative pene per generazione a tutta l’umanità, va considerata anche come colpa dell’intero genere umano o, come si esprime l’Aquinate, un peccatum naturae.
Continua lo Scrivente:
«Sicuramente esiste un limite oggettivo dovuto al nostro essere creature e, come tali, “finite” in tutti i sensi, fin dal primo vagito del primo essere umano, con la conseguenza che il nostro operare si muove continuamente tra cose buone e cose cattive, tra egoismo e altruismo. Questo “limite originale” che tutti ci portiamo addosso non significa però che si tratti di una “colpa o peccato originale” da scontare, se non inteso come stigma».
Il peccato originale non si sconta, perché esso è rimesso dal Battesimo e non è un peccato personale, il quale solo dev’essere scontato da chi l’ha commesso. Il limite non è necessariamente uno «stigma», un difetto da «portare addosso». Esistono limiti difettivi, ma esistono anche limiti naturali. Mentre i limiti difettivi li causiamo noi o sono conseguenza del peccato originale, i limiti naturali li stabilisce Dio nel sapientissimo disegno col quale ha voluto istituire e creare la natura umana.
Infatti ci sono alcuni teologi, i quali sostengono che la natura umana di per sé non ha limiti, ma spetta all’uomo stabilirli: un bel pretesto per consentire all’uomo una falsa libertà di decidere ciò che è bene e ciò che male, disobbedendo alla legge divina. Che io non possa saltare tre metri o vedere una formica a un kilometro di distanza, certo è un limite, ma non è un difetto.
Continua:
«Ma poiché sentiamo questa condizione starci stretta rispetto alle nostre aspirazioni a una vita e a un mondo migliori, oggi come allora cerchiamo il colpevole fuori di noi: da una parte Adamo con il peccato originale, dall’altra il diavolo con le sue tentazioni».
Che abbiamo la tendenza a scaricare le nostre responsabilità su fattori diversi dalla nostra volontà, è vero, purchè però ciò non diventi il pretesto, come sembra fare lo Scrivente, per mettere in forse l’esistenza della spinta al male che viene dalle conseguenze del peccato originale e dal demonio.
Certo non possiamo dare a loro la colpa dei nostri peccati, però è vero che gli ostacoli al bene e le tentazioni al peccato che ci vengono da quelle due realtà possono provocare in noi delle attenuanti delle nostre colpe. Da qui il nostro dovere di ingaggiare una battaglia quotidiana per vincere queste forze e non essere vinti da esse.
Su questo tema del peccato originale e del demonio, consulta il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) dal n. 345 al n. 421, PARTE PRIMA - LA PROFESSIONE DELLA FEDE - SEZIONE SECONDA: LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA - CAPITOLO PRIMO - IO CREDO IN DIO PADRE - ARTICOLO 1 - «IO CREDO IN DIO, PADRE ONNIPOTENTE, CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA» - Paragrafo 7, LA CADUTA.
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 18 luglio 2026
Che abbiamo la tendenza a scaricare le nostre responsabilità su fattori diversi dalla nostra volontà, è vero, purchè però ciò non diventi il pretesto, come sembra fare lo Scrivente, per mettere in forse l’esistenza della spinta al male che viene dalle conseguenze del peccato originale e dal demonio.
Certo non possiamo dare a loro la colpa dei nostri peccati, però è vero che gli ostacoli al bene e le tentazioni al peccato che ci vengono da quelle due realtà possono provocare in noi delle attenuanti delle nostre colpe. Da qui il nostro dovere di ingaggiare una battaglia quotidiana per vincere queste forze e non essere vinti da esse.
Immagine da Internet: Adamo ed Eva, Hans Baldung detto Grien

Questa linea di pensiero un po' psicologista va per la maggiore adesso, ma basterebbe aprire un catechismo , o un qualunque compendio di dogmatica alla voce economia della Grazia per accorgersi che non c' nessuna contraddizione tra giustizia, misericordia e piano salvifico. Credo che il problema sia di ordine filosofico, ovvero si è perso completamente il senso del soprrannaturale e degli stati metafisici superiori . Qua rientra anche un certo approccio anche alla liturgia che è ormai dimentico del carisma penitenziale e di ciò che significa rimettere le colpe. Anche la variazione Al Padre Nostro nell ultima traduzione CEI , potrebbe dare l'impressione che quell' abbandonare invece che indurre alla tentazione sia un modo per ridurre la tentazione a un problema tutto interno all' uomo e alla sua Psiche. Sappiamo che non è quello che la CEI voleva dire , però non crede Padre che a volta toccare la liturgia o le preghiere, o utilizzare delle traduzioni ambigue possa creare poi anche ambiguity nella mente del Fedele ?
RispondiEliminaCaro Alessandro,
Eliminasono abbastanza d’accordo riguardo a queste sue considerazioni.
L’unica cosa che vorrei toccare è il cambiamento che Papa Francesco ha voluto fare in alcune parole del Padre Nostro. Effettivamente quel “non ci indurre in tentazione”, così come suona, non è molto simpatico, perché semmai è il demonio che induce in tentazione, per cui sembra ridicolo raccomandare a Dio che non si comporti come il demonio. Ma questa cosa l’hanno sempre saputa tutti, grazie alle spiegazioni degli esegeti. D’altra parte erano parole del Signore.
Nello stesso tempo sappiamo che il Vicario di Cristo dispone di una certa libertà interpretativa. Da qui l’intervento di Papa Francesco con la sostituzione delle parole “non ci abbandonare”. Effettivamente queste parole sembrano più accettabili. Tuttavia in un certo qual modo siamo da capo, quasi a voler raccomandare a Dio di non abbandonarci.
Per questo alla fine bisogna superare la limitatezza delle parole e mettersi nelle mani del mistero di Dio.
Credo che il Diavolo sia comunque un ufficio divino nel senso che nel progetto salvifico dell 'Onnipotente svolge quel ruolo di ostacolo Al desiderio unitivo dell ' Uomo.
EliminaQuesta linea di pensiero un po' psicologista va per la maggiore adesso, ma basterebbe aprire un catechismo , o un qualunque compendio di dogmatica alla voce economia della Grazia per accorgersi che non c' nessuna contraddizione tra giustizia, misericordia e piano salvifico. Credo che il problema sia di ordine filosofico, ovvero si è perso completamente il senso del soprrannaturale e degli stati metafisici superiori . Qua rientra anche un certo approccio anche alla liturgia che è ormai dimentico del carisma penitenziale e di ciò che significa rimettere le colpe. Anche la variazione Al Padre Nostro nell ultima traduzione CEI , potrebbe dare l'impressione che quell' abbandonare invece che indurre alla tentazione sia un modo per ridurre la tentazione a un problema tutto interno all' uomo e alla sua Psiche. Sappiamo che non è quello che la CEI voleva dire , però non crede Padre che a volta toccare la liturgia o le preghiere, o utilizzare delle traduzioni ambigue possa creare poi anche ambiguity nella mente del Fedele ?
RispondiEliminaCaro Alessandro,
Eliminasono abbastanza d’accordo riguardo a queste sue considerazioni.
L’unica cosa che vorrei toccare è il cambiamento che Papa Francesco ha voluto fare in alcune parole del Padre Nostro. Effettivamente quel “non ci indurre in tentazione”, così come suona, non è molto simpatico, perché semmai è il demonio che induce in tentazione, per cui sembra ridicolo raccomandare a Dio che non si comporti come il demonio. Ma questa cosa l’hanno sempre saputa tutti, grazie alle spiegazioni degli esegeti. D’altra parte erano parole del Signore.
Nello stesso tempo sappiamo che il Vicario di Cristo dispone di una certa libertà interpretativa. Da qui l’intervento di Papa Francesco con la sostituzione delle parole “non ci abbandonare”. Effettivamente queste parole sembrano più accettabili. Tuttavia in un certo qual modo siamo da capo, quasi a voler raccomandare a Dio di non abbandonarci.
Per questo alla fine bisogna superare la limitatezza delle parole e mettersi nelle mani del mistero di Dio.