Il problema serio non sono i lefevriani, ma è Rahner
Come risolvere le divisioni nella Chiesa?
Quinta Parte (5/5)
La concezione rahneriana del sacerdozio
Il sacerdozio cattolico è quell’ufficio sacro o quello stato di vita soprannaturale istituito da Cristo, che, imprimendo nell’anima un carattere indelebile, abilita il cristiano ordinato dal Vescovo in forza del sacramento dell’Ordine, ad offrire il sacrificio eucaristico e a confessare.
Il sacerdote è essenzialmente, peculiarmente, insostituibilmente e specificamente dedito alla l’amministrazione dei sacramenti. Riceve da Cristo mediante il Vescovo dei poteri spirituali di insegnamento, di governo, di guida, di santificazione e di cura delle anime, che non possiede il semplice cristiano laico.
È il sacerdote e solo lui, tranne il caso del sacramento del battesimo e del matrimonio, che ha il potere divino conferitogli e trasmessogli dal Vescovo di confezionare ed amministrare i sacramenti, che sono segni sacri che contengono e comunicano o aumentano la grazia alle anime.
Il sacerdote, quindi, fa giungere alle anime mediante i sacramenti la grazia santificante da parte di Dio, benchè Egli possa farla giungere anche senza la mediazione del sacerdote. In ogni caso, anche coloro che dovessero ricevere la grazia a questo modo, vengono ad appartenere, magari inconsapevolmente, alla Chiesa, nella quale soltanto è possibile ottenere la salvezza.
Viceversa per Rahner il concetto del sacerdozio non si ricava dal sacerdozio di Cristo, ma dalla nozione di Chiesa. Solo che la pura e semplice appartenenza alla Chiesa è data dal battesimo, che costituisce lo stato laicale. Qui abbiamo il sacerdozio comune dei fedeli. Far sorgere quindi il sacerdozio semplicemente dall’appartenenza alla Chiesa, vuol dire confondere il sacerdozio ministeriale col sacerdozio comune dei fedeli. Dice infatti:
«Si potrebbe certo cercare esplicitamente o implicitamente di interpretare il sacerdozio nella Chiesa partendo dal concetto generale di sacerdote quale si è verificato nella storia e nella fenomenologia della religione, come di colui che è munito di poteri superiori e media tra la dimensione sacrale della santità divina e il mondo profano e peccatore. In tale caso però ci troveremmo costantemente esposti al pericolo di non cogliere nel segno l’essenza vera di quella funzione nella Chiesa che oggi, allontanandoci dal linguaggio scritturale, denotiamo e possiamo denotare come sacerdozio»[1].
Osservo che invece per capire chi è il sacerdote cristiano si deve proprio partire dalla nozione comune di sacerdozio propria della religione naturale, e in special modo quella propria dell’Antico Testamento. Infatti, come spiega bene la Lettera agli Ebrei, Cristo non è venuto affatto ad abolire il sacerdozio come ceto speciale o a render ogni cristiano sacerdote, come credono i protestanti, ma a renderlo veramente efficace in ordine alla salvezza per aver assunto Egli stesso l’ufficio sacerdotale.
Così nel Nuovo Testamento il sacerdote - in persona Christi - non è distinto dalla vittima che immola ed offre - che è Cristo stesso -, ma è la stessa vittima che, come sacerdote, offre se stessa in Cristo al Padre nello Spirito Santo.
Il nuovo sacerdozio istituito da Cristo consiste nel fatto che la vittima del sacrificio non è un oggetto materiale esterno, ma è lo stesso sacerdote. Il sacrificio gradito a Dio non è più un agnello, una pecora o un capro, ma è un «cuore contrito», il sacrificio della propria volontà, come ha fatto Cristo che ha obbedito al Padre.
Il culto cristiano sinceramente vissuto è quindi effetto, testimonianza e promessa di quell’amore altissimo, del quale parla Cristo, che è proprio di colui che dà la vita per i propri amici. Per questo i frutti della liturgia sono le opere della carità fraterna.
Il sacerdozio cristiano salva veramente e non solo simbolicamente dai peccati perché si tratta di un sacerdozio divino, che veramente può compensare il Padre per l’offesa ricevuta dal peccato ed anzi suscita la sua immensa misericordia, che ci libera dal peccato, dalla sofferenza e dalla morte e ci introduce nel regno dei cieli.
Questo potere divino Cristo lo trasmette al sacerdote umano, che così acquista un potere divino di salvezza, che il semplice laico non possiede. Questi tuttavia rappresenta la condizione di possibilità dell’esistenza del sacerdote, il frutto della sua cura pastorale e il suo collaboratore nell’edificazione del regno di Dio.
Ma Rahner non la pensa esattamente così. Dice egli infatti
«La teologia neotestamentaria dell’ufficio nella Chiesa afferma in primo luogo che l’ufficio del sacerdote e del vescovo, quale troviamo delineato nel Nuovo Testamento … non trova il proprio nucleo portante nei poteri sacramentali esclusivi del sacerdozio e, in specie, nei particolari poteri esercitati nella celebrazione eucaristica della comunità. Il Nuovo Testamento, nella misura in cui parla di un ufficio specifico nella comunità cristiana con il suo sacerdozio universale, lo riferisce in primo luogo ad una particolare missione per la predicazione della parola e al governo della comunità cristiana»[2].
La vera nozione del sacerdozio cristiano
Ora, se vogliamo stare veramente alle nozioni neotestamentarie, dobbiamo dare torto a Rahner. La Lettera agli Ebri è tutta dedicata al Sacerdozio di Cristo precisando quindi quali sono le funzioni specifiche del sacerdozio cristiano. La Lettera non mette in primo piano la predicazione e la presidenza della comunità, ma l’offerta del sacrificio. Abbiamo infatti questa famosa definizione:
«Ogni sommo sacerdote, preso tra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati» (Eb 5,1).
Il ministero sacerdotale della penitenza è chiaramente indicato da Cristo con le seguenti ben note parole: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, non rimessi resteranno» (Gv 20,22-23). La stessa cosa Cristo la comunica a Pietro con parole diverse:
«A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Certo qui Cristo si riferisce personalmente a Pietro come primo Papa. Ma è chiaro che i sacerdoti, a cominciare dai Vescovi successori degli Apostoli, partecipano del potere che Cristo ha conferito primariamente a Pietro.
Rahner vorrebbe inoltre negare - con incredibile ignoranza di chi è il sacerdote - che il sacerdote è mediatore fra Dio e l’uomo, quando ciò è noto in tutte le religioni, col pretesto che in I Tm 2,5 è detto che Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Rahner si dimentica che Cristo stesso ha reso gli apostoli partecipi del suo sacerdozio e che il sacerdote agisce quindi come tale appunto in persona Christi.
Gli stessi antichi Romani avevano chiara la percezione della peculiarità propria dell’ufficio sacerdotale, così da chiamare il sacerdote ponti-fex, colui che getta un ponte fra l’uomo e Dio.
Nella lingua greca non si contano poi i termini legati, connessi o derivati, dal termine base ieròs, che significa fortezza o potenza sotto divino influsso, da cui iereus, colui che possiede questa forza, appunto il sacerdote.
Nell’Antico Testamento il sacerdote appartiene alla Tribù di Levi, che significa appunto sacerdote. La parola sembra derivare da una radice che significa «colui che diffonde oracoli»[3], potremmo dire: rivelatore di misteri divini. Altro termine è kohèn, che invece probabilmente significa originariamente «indovino», che però diventa colui che indaga o vede il mistero divino. E difatti Malachia pone il sacerdote sotto una luce sapienziale:
«Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti».
Il sacerdote, uomo del sacro, è il maestro della scienza sacra, che è la teologia.
Per sapere chi è il sacerdote già tre parole che si riferiscono a lui ci indicano la strada. Non costava molto a Rahner tenerne conto e invece non ci pensa affatto, col risultato decettivo che vediamo. Sarebbe bastato a Rahner per definire chi è il sacerdote riflettere su tre parole-chiave indispensabili per aver le idee chiare su tutta la questione, tre parole che ruotano attorno alla nozione del sacro: sacer-dos, sacrum-dans: colui che dona il sacro; sacrum-facio, l’azione propria del sacerdote: l’offerta del sacrificio; sacramentum, il segno e simbolo sacro di una realtà sacra. Il profano ha già una propria dignità, seppure inferiore, senza bisogno di sacralizzarlo e il sacro è superiore al profano così come il divino è superiore all’umano e la grazia è superiore alla natura.
Rahner delinea la figura del sacerdote limitandosi a dire che predica il Vangelo e presiede alla comunità[4]. Ammette che ha il potere di dir Messa e di confessare, ma considera questi uffici non come caratterizzanti il sacerdozio come tale, ma solo come «accessori», mentre tutto quello che il sacerdote fa, potrebbe esse fatto da laici. Dice Rahner:
«Non si afferma in alcun modo che come preti, noi siamo dei funzionari del culto in senso stretto, talché ci si potrebbe chiedere perché ciò che avviene in questo caso non potrebbe esser compiuto in certo senso come una professione accessoria, sia pure in base a una ordinazione, da un qualsiasi membro della comunità e tutto quello che noi facciamo negli altri casi, non potrebbe esser fatto da laici, perché in un ordinamento sensato della Chiesa potrebbe essere esercitato anche senza ordinazione»[5].
Rahner viene a dire che dir Messa e confessare non caratterizzano il sacerdozio come tale, perché qualsiasi laico potrebbe svolgere quegli uffici come «professione accessoria». Questa ipotesi mostra chiaramente che Rahner confonde lo stato laicale con l’ufficio sacerdotale.
Il fatto è che per Rahner la differenza fra sacerdote e laico non sta nel fatto che il sacerdote possiede un potere che il laico non ha, ma nel fatto che esplicita ed attua un potere che radicalmente e virtualmente già il laico possiede. Così per lui non è che Dio abbia un potere che l’uomo non ha, ma Dio attua un potere che già l’uomo radicalmente possiede, perché l’uomo non è un ente racchiuso nel finito, ma un finito che diventa infinito.
Ciò è la conseguenza del suo retroterra panteista che sacralizza il profano o profana il sacro. Rahner infatti è incapace di distinguere il profano dal sacro. Siccome confonde l’uomo con Dio, per lui il profano è sacro e il sacro è profano o, come egli si esprime, il sacro è la «profondità» del profano. Per questo non capisce come il sacerdote è l’uomo del sacro, a differenza del laico che è l’uomo della profanità, che non implica nessun significato spregiativo, come sembra credere Rahner, e quindi non ha alcun bisogno di essere sacralizzata o di sconfinare nel sacro, ma vale già per se stessa come creata da Dio per onorare il sacro. D’altra parte, questa concezione rahneriana del sacro come fondo del profano, dà l’impressione che le manchi anche la percezione della trascendenza del sacro.
Sarebbe bastato a Rahner che avesse riflettuto sulle tre parole-chiave che ho citato sopra: sacer-dos, sacra-mentum e sacri-ficium per rendersi conto di quanto egli è fuori strada nella sua concezione del sacerdozio. Rahner non distingue il sacerdote dal laico perchè non distingue il sacro dal profano e non fa questa distinzione perché non distingue l’uomo da Dio, in quanto dà troppo all’uomo e troppo poco a Dio.
Laici e sacerdoti non sono accomunati da una nozione che confonde il sacro col profano. È la santità che è il valore comune a laici e sacerdoti. Ma la santità (sanctitas) non è la sacralità (sacralitas). Purtroppo la lingua tedesca, pur così ricca di vocaboli, dispone solo dell’aggettivo heilig, che significa sia sacro che santo, creando il rischio della confusione. Invece non è detto che un sacro sia sempre santo: un sacerdote può celebrar Messa in stato di peccato mortale. E non è detto che un laico non possa essere più santo di un sacerdote.
Reca più danno al sacerdozio il rahnerismo che il lefevrismo
Possiamo dunque affermare che mentre un’ordinazione sacerdotale fatta in base alle idee di Rahner sarebbe invalida, almeno quelle fatte dai lefevriani, che hanno un concetto giusto del sacerdozio, sono valide. Quello che dispiace è che essi le facciano in uno stato di conflitto con la Chiesa postconciliare, confondendo la maniera modernista di celebrare la Messa, frutto del rahnerismo, falso interprete del Concilio, con la celebrazione valida della Messa promossa dal Concilio.
Tuttavia la Chiesa non può non riconoscere la validità delle ordinazioni lefevriane, mentre a mio giudizio l’autorità ecclesiastica competente dovrebbe vigilare di più quando si prospettano ordinazioni in ambienti rahneriani. Essa di volta in volta dovrebbe verificare con maggior attenzione se il Vescovo che intende ordinare o il sacerdote ordinando hanno un concetto giusto del sacrificio di Cristo o della Messa o del sacerdozio, oppure condividono le idee di Rahner. In questo caso il Papa non potrebbe dare il suo consenso a quelle ordinazioni. Il Papa ha più ragioni di negare il consenso a ordinazioni invalide che ad ordinazioni scismatiche. È più in contrasto con la Chiesa l’eretico che lo scismatico.
Occorre altresì che i lefevriani, dal canto loro, capiscano che la Messa riformata è sempre quella, cambia solo il modo di celebrarla. L’essenza della Santa Messa è stata definita dal Concilio di Trento. La riforma conciliare non ne muta l’essenza, né potrebbe farlo, perchè per il cattolico è assurdo pensare che la Chiesa cambi un dogma o l’essenza di un sacramento.
La riforma della Messa promossa dal Concilio non ha fatto altro che ordinare una nuova strutturazione o modalità o procedimento cerimoniale del rito e quindi un modo nuovo di celebrare la Messa precisamente allo scopo che essa possa essere meglio compresa, più attraente, più apprezzata, più fruttuosa, più facile da seguìre e più partecipata dai fedeli del nostro tempo.
È comprensibile invece che il Santo Padre non gradisca l’intento dei lefevriani di ordinare nuovi Vescovi, stante il fatto che essi si ostinano nel rifiutare le dottrine nuove del Concilio, ma il Papa non può non riconoscere che le ordinazioni saranno valide, dato che in fatto di sacerdozio i lefevriani conservano l’insegnamento tradizionale della Chiesa.
Attualmente i Vescovi lefevriani non sono gravati da scomunica; tuttavia ciò non toglie che manchino di effettiva comunione con la Chiesa, la quale pertanto non li ritiene adatti al governo di una diocesi, né essi lo desiderano, in quanto sarebbero vincolati ad una obbedienza al Papa che essi rifiutano perchè lo ritengono modernista e rahneriano. In tal modo la giurisdizione di questi Vescovi si basa esclusivamente sul loro episcopato e esercita solo nelle strutture della Fraternità, sparsa in 60 paesi del mondo: case, seminari, scuole, priorati e cappelle.
Tuttavia non è nella volontà di Cristo che ha inviato gli Apostoli in tutto il mondo sotto la guida di Pietro, che Vescovi si limitino a guidare dei gruppi sparsi, senza ricoprire per quanto possibile[6], il territorio. D’altra parte i Vescovi non potrebbero adempiere a questo compito se la loro azione non fosse coordinata dal Papa, che cerca di fare in modo che sia coperto tutto il territorio. Per questo occorre che il Vescovo abbia il mandato pontificio di governare una diocesi.
Se tuttavia i lefevriani dovessero procedere, come hanno annunciato per il 1° luglio p.v., ad ordinare nuovi Vescovi senza il benestare papale, c’è da prevedere che saranno colpiti di nuovo da scomunica come avvenne a Lefebvre quando ordinò quattro Vescovi per la sua Fraternità.
Ad ogni modo, il fatto che i Vescovi attuali non siano ufficialmente scomunicati non vuol dire che siano in reale comunione con la Chiesa, sempre per il fatto che l’irrogazione della scomunica è un provvedimento disciplinare, che il prelato prende a sua discrezione, indipendentemente dal fatto che esistano le condizioni oggettive, previste dal diritto, per irrogare la comunica.
Come venirne fuori?
Occorre che lefevriani e rahneriani accolgano le dottrine del Concilio nell’interpretazione data dai Pontefici del post-Concilio. Ciò andrà ad onore di Rahner, che brillerà nel suo vero valore ed anche ai lefevriani che finalmente vedranno accolte le loro giuste proteste.
Bisogna in particolare che il Papa nel contempo si adoperi per la conciliazione fra modernisti e lefevriani. Probabilmente dovrà modificare le disposizioni di Papa Francesco riguardo la celebrazione nel vetus ordo e riavvicinarsi al Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Sarebbe bene che ricostituisse quell’organismo di dialogo Papa-lefevriani Ecclesia Dei, che Francesco aveva sciolto. Bisogna che il DDF segnali le principali eresie oggi in circolazione con la relativa correzione. Non occorre far nomi. Occorre più prudenza nella scelta dei docenti nelle Facoltà Pontificie.
Un compito urgente della Chiesa è quello di fare in modo che essa non venga confusa con la lobby dei rahneriani e più in generale dei modernisti. D’altra parte bisogna che i lefevriani non chiamino modernismo quello che è il sano progressismo nato dal Concilio, nella linea di Daniélou, Fabro, Spiazzi, Maritain e Congar, tanto per intenderci.
Particolare attenzione va data ai chiarimenti apportati da Benedetto XVI: innanzitutto che gli insegnamenti del Concilio non sono solo pastorali, ma anche dottrinali. In secondo luogo occorre dimostrare che le dottrine del Concilio segnano un progresso nella continuità[7], sicchè il nuovo si sposa con l’antico senza rotture, come invece vorrebbero i modernisti. Si deve rompere con un passato obsoleto o di peccato, ma non con quel passato sacro che rimane in eterno, come la Parola di Dio.
Come esiste un organismo permanente della Santa Sede di dialogo ecumenico, così occorre costituire un organismo di dialogo permanente con i lefevriani, tanto più che essi intendono essere cattolici, figli della tradizione cattolica (per es.San Pio V o San Pio X), mentre agli altri ciò non pare interessare più di tanto.
Il Papa deve adoperarsi, come principio di unità della Chiesa, padre comune e giudice imparziale per mettere a contatto modernisti e passatisti affinchè mettano in evidenza i valori comuni e si integrino e si correggano vicendevolmente da buoni fratelli e la smettano di insultarsi e ignorarsi a vicenda. E devono cessare assolutamente le accuse di eresie lanciate contro il Papa.
Il Papa dovrebbe dire paternamente a rahneriani e lefevriani con San Paolo: «Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» (Gal 5,15). Si possono lasciare, ed entro certi limiti, filorahneriani nelle Facoltà pontificie; ma deve far capire con tutta delicatezza che egli mantiene una certa distanza. E bisogna che il Papa conduca una parallela opera di correzione.
Quanto ai cattolici normali, in piena comunione col Papa e con la Chiesa, esperti di un pluralismo legittimo, entro i confini dell’ortodossia, persone pacifiche, aliene dalla faziosità e dal protagonismo, costoro, è vero, le prendono da destra e da sinistra: eppure sono loro i mediatori della pace. Inoltre, con quale faccia noi auspichiamo la pace in Ucraina se da 60 anni siamo in conflitto fra di noi?
Questo vuol dire che il Papa deve assumere i lati buoni del rahnerismo, giacchè Rahner ha effettivamente dato dei contributi alla preparazione dei documenti del Concilio, ma bisogna che sia più chiaro nel correggere gli errori di Rahner, come ha fatto per esempio San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor, dove al n.65 ha mostrato come il binomio rahneriano di categoriale e trascendentale col pretesto dell’opzione fondamentale per Dio viene a svuotare i singoli atti del libero arbitrio del loro valore morale in relazione al fine ultimo dell’agire morale.
Se il Papa, ribadendo la vera interpretazione del Concilio, esclude con chiarezza gli errori rahneriani e mostra la continuità delle dottrine del Concilio con la Tradizione, fugherà le preoccupazioni dei lefevriani onesti e li indurrà ad abbracciare in pieno la comunione ecclesiale.
Considerando che essi accettano pienamente quei dati della dottrina della Chiesa che Rahner respinge, e riconoscendo le loro critiche a Rahner, il Papa potrà correggere efficacemente il loro difetto che consiste nel credere che la Chiesa abbia sposato le tesi di Rahner, mentre sono restii ad accogliere i lati buoni del rahnerismo.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 14-18 marzo 2026
La riforma della Messa promossa dal Concilio non ha fatto altro che ordinare una nuova strutturazione o modalità o procedimento cerimoniale del rito e quindi un modo nuovo di celebrare la Messa precisamente allo scopo che essa possa essere meglio compresa, più attraente, più apprezzata, più fruttuosa, più facile da seguìre e più partecipata dai fedeli del nostro tempo.
È comprensibile che il Santo Padre non gradisca l’intento dei lefevriani di ordinare nuovi Vescovi, stante il fatto che essi si ostinano nel rifiutare le dottrine nuove del Concilio.
Attualmente i Vescovi lefevriani non sono gravati da scomunica; tuttavia ciò non toglie che manchino di effettiva comunione con la Chiesa, la quale pertanto non li ritiene adatti al governo di una diocesi, né essi lo desiderano, in quanto sarebbero vincolati ad una obbedienza al Papa che essi rifiutano perchè lo ritengono modernista e rahneriano.
[1] Considerazioni teologiche sulla figura del sacerdote di oggi e di domani, in Nuovi saggi IV, Edizioni Paoline 1973, p.459.
[2] Ibid., p.482-483.
[3] Vedi Dizionario di teologia biblica, Morcelliana, Brescia 1965, alla voce SACERDOTE, p.1263.
[4] La figura del prete moderno, Edizioni Paoline, Roma 1970,pp.13,19.
[6] Così per esempio tutto il territorio italiano è occupato dallo spazio delle diocesi, che si dividono tra di loro il territorio. Ma i Vescovi lefevriani ovviamente non possono o non vogliono inserirsi in questo sistema che origina dalla volontà di Cristo. Per altri paesi, per esempio islamici, ciò per ora non è possibile. In Turchia noi Domenicani siamo presenti ad Istambul e a Smirne, dove opera un Vescovo cattolico
[7] Io ho scritto un libro su questo argomento Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e dl post-concilio, Edizioni Fde&Cultura, Verona 2011.


Nessun commento:
Posta un commento
I commenti che mancano del dovuto rispetto verso la Chiesa e le persone, saranno rimossi.