Il problema serio non sono i lefevriani, ma è Rahner. Come risolvere le divisioni nella Chiesa? - Quinta Parte (5/5)

 

Il problema serio non sono i lefevriani, ma è Rahner

Come risolvere le divisioni nella Chiesa?

Quinta Parte (5/5)

 

La concezione rahneriana del sacerdozio

Il sacerdozio cattolico è quell’ufficio sacro o quello stato di vita soprannaturale istituito da Cristo, che, imprimendo nell’anima un carattere indelebile, abilita il cristiano ordinato dal Vescovo in forza del sacramento dell’Ordine, ad offrire il sacrificio eucaristico e a confessare.

Il sacerdote è essenzialmente, peculiarmente, insostituibilmente e specificamente dedito alla l’amministrazione dei sacramenti. Riceve da Cristo mediante il Vescovo dei poteri spirituali di insegnamento, di governo, di guida, di santificazione e di cura delle anime, che non possiede il semplice cristiano laico.

È il sacerdote e solo lui, tranne il caso del sacramento del battesimo e del matrimonio, che ha il potere divino conferitogli e trasmessogli dal Vescovo di confezionare ed amministrare i sacramenti, che sono segni sacri che contengono e comunicano o aumentano la grazia alle anime.

Il sacerdote, quindi, fa giungere alle anime mediante i sacramenti la grazia santificante da parte di Dio, benchè Egli possa farla giungere anche senza la mediazione del sacerdote. In ogni caso, anche coloro che dovessero ricevere la grazia a questo modo, vengono ad appartenere, magari inconsapevolmente, alla Chiesa, nella quale soltanto è possibile ottenere la salvezza.

Viceversa per Rahner il concetto del sacerdozio non si ricava dal sacerdozio di Cristo, ma dalla nozione di Chiesa. Solo che la pura e semplice appartenenza alla Chiesa è data dal battesimo, che costituisce lo stato laicale.  Qui abbiamo il sacerdozio comune dei fedeli. Far sorgere quindi il sacerdozio semplicemente dall’appartenenza alla Chiesa, vuol dire confondere il sacerdozio ministeriale col sacerdozio comune dei fedeli. Dice infatti:

 

«Si potrebbe certo cercare esplicitamente o implicitamente di interpretare il sacerdozio nella Chiesa partendo dal concetto generale di sacerdote quale si è verificato nella storia e nella fenomenologia della religione, come di colui che è munito di poteri superiori e media tra la dimensione sacrale della santità divina e il mondo profano e peccatore. In tale caso però ci troveremmo costantemente esposti al pericolo di non cogliere nel segno l’essenza vera di quella funzione nella Chiesa che oggi, allontanandoci dal linguaggio scritturale, denotiamo e possiamo denotare come sacerdozio»[1].

Osservo che invece per capire chi è il sacerdote cristiano si deve proprio partire dalla nozione comune di sacerdozio propria della religione naturale, e in special modo quella propria dell’Antico Testamento. Infatti, come spiega bene la Lettera agli Ebrei, Cristo non è venuto affatto ad abolire il sacerdozio come ceto speciale o a render ogni cristiano sacerdote, come credono i protestanti, ma a renderlo veramente efficace in ordine alla salvezza per aver assunto Egli stesso l’ufficio sacerdotale.

Così nel Nuovo Testamento il sacerdote - in persona Christi - non è distinto dalla vittima che immola ed offre - che è Cristo stesso -, ma è la stessa vittima che, come sacerdote, offre se stessa in Cristo al Padre nello Spirito Santo.

Il nuovo sacerdozio istituito da Cristo consiste nel fatto che la vittima del sacrificio non è un oggetto materiale esterno, ma è lo stesso sacerdote.  Il sacrificio gradito a Dio non è più un agnello, una pecora o un capro, ma è un «cuore contrito», il sacrificio della propria volontà, come ha fatto Cristo che ha obbedito al Padre.

Il culto cristiano sinceramente vissuto è quindi effetto, testimonianza e promessa di quell’amore altissimo, del quale parla Cristo, che è proprio di colui che dà la vita per i propri amici. Per questo i frutti della liturgia sono le opere della carità fraterna.

Il sacerdozio cristiano salva veramente e non solo simbolicamente dai peccati perché si tratta di un sacerdozio divino, che veramente può compensare il Padre per l’offesa ricevuta dal peccato ed anzi suscita la sua immensa misericordia, che ci libera dal peccato, dalla sofferenza e dalla morte e ci introduce nel regno dei cieli.

Questo potere divino Cristo lo trasmette al sacerdote umano, che così acquista un potere divino di salvezza, che il semplice laico non possiede. Questi tuttavia rappresenta la condizione di possibilità dell’esistenza del sacerdote, il frutto della sua cura pastorale e il suo collaboratore nell’edificazione del regno di Dio.

Ma Rahner non la pensa esattamente così. Dice egli infatti

 

«La teologia neotestamentaria dell’ufficio nella Chiesa afferma in primo luogo che l’ufficio del sacerdote e del vescovo, quale troviamo delineato nel Nuovo Testamento … non trova il proprio nucleo portante nei poteri sacramentali esclusivi del sacerdozio e, in specie, nei particolari poteri esercitati nella celebrazione eucaristica della comunità. Il Nuovo Testamento, nella misura in cui parla di un ufficio specifico nella comunità cristiana con il suo sacerdozio universale, lo riferisce in primo luogo ad una particolare missione per la predicazione della parola e al governo della comunità cristiana»[2].

 

La vera nozione del sacerdozio cristiano

Ora, se vogliamo stare veramente alle nozioni neotestamentarie, dobbiamo dare torto a Rahner. La Lettera agli Ebri è tutta dedicata al Sacerdozio di Cristo precisando quindi quali sono le funzioni specifiche del sacerdozio cristiano. La Lettera non mette in primo piano la predicazione e la presidenza della comunità, ma l’offerta del sacrificio. Abbiamo infatti questa famosa definizione:

 

«Ogni sommo sacerdote, preso tra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati» (Eb 5,1).

 

Il ministero sacerdotale della penitenza è chiaramente indicato da Cristo con le seguenti ben note parole: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, non rimessi resteranno» (Gv 20,22-23). La stessa cosa Cristo la comunica a Pietro con parole diverse:


 «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Certo qui Cristo si riferisce personalmente a Pietro come primo Papa. Ma è chiaro che i sacerdoti, a cominciare dai Vescovi successori degli Apostoli, partecipano del potere che Cristo ha conferito primariamente a Pietro.

Rahner vorrebbe inoltre negare - con incredibile ignoranza di chi è il sacerdote - che il sacerdote è mediatore fra Dio e l’uomo, quando ciò è noto in tutte le religioni, col pretesto che in I Tm 2,5 è detto che Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Rahner si dimentica che Cristo stesso ha reso gli apostoli partecipi del suo sacerdozio e che il sacerdote agisce quindi come tale appunto in persona Christi.

Gli stessi antichi Romani avevano chiara la percezione della peculiarità propria dell’ufficio sacerdotale, così da chiamare il sacerdote ponti-fex, colui che getta un ponte fra l’uomo e Dio.

Nella lingua greca non si contano poi i termini legati, connessi o derivati, dal termine base ieròs, che significa fortezza o potenza sotto divino influsso, da cui iereus, colui che possiede questa forza, appunto il sacerdote.

Nell’Antico Testamento il sacerdote appartiene alla Tribù di Levi, che significa appunto sacerdote. La parola sembra derivare da una radice che significa «colui che diffonde oracoli»[3], potremmo dire: rivelatore di misteri divini. Altro termine è kohèn, che invece probabilmente significa originariamente «indovino», che però diventa colui che indaga o vede il mistero divino. E difatti Malachia pone il sacerdote sotto una luce sapienziale:


«Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti».

Il sacerdote, uomo del sacro, è il maestro della scienza sacra, che è la teologia. 

Per sapere chi è il sacerdote già tre parole che si riferiscono a lui ci indicano la strada. Non costava molto a Rahner tenerne conto e invece non ci pensa affatto, col risultato decettivo che vediamo. Sarebbe bastato a Rahner per definire chi è il sacerdote riflettere su tre parole-chiave indispensabili per aver le idee chiare su tutta la questione, tre parole che ruotano attorno alla nozione del sacro: sacer-dos, sacrum-dans: colui che dona il sacro; sacrum-facio, l’azione propria del sacerdote: l’offerta del sacrificio; sacramentum, il segno e simbolo sacro di una realtà sacra. Il profano ha già una propria dignità, seppure inferiore, senza bisogno di sacralizzarlo e il sacro è superiore al profano così come il divino è superiore all’umano e la grazia è superiore alla natura.               

Rahner delinea la figura del sacerdote limitandosi a dire che predica il Vangelo e presiede alla comunità[4]. Ammette che ha il potere di dir Messa e di confessare, ma considera questi uffici non come caratterizzanti il sacerdozio come tale, ma solo come «accessori», mentre tutto quello che il sacerdote fa, potrebbe esse fatto da laici. Dice Rahner:

 

«Non si afferma in alcun modo che come preti, noi siamo dei funzionari del culto in senso stretto, talché ci si potrebbe chiedere perché ciò che avviene in questo caso non potrebbe esser compiuto in certo senso come una professione accessoria, sia pure in base a una ordinazione, da un qualsiasi membro della comunità e tutto quello che noi facciamo negli altri casi, non potrebbe esser fatto da laici, perché in un ordinamento sensato della Chiesa potrebbe essere esercitato anche senza ordinazione»[5].

Rahner viene a dire che dir Messa e confessare non caratterizzano il sacerdozio come tale, perché qualsiasi laico potrebbe svolgere quegli uffici come «professione accessoria». Questa ipotesi mostra chiaramente che Rahner confonde lo stato laicale con l’ufficio sacerdotale.

Il fatto è che per Rahner la differenza fra sacerdote e laico non sta nel fatto che il sacerdote possiede un potere che il laico non ha, ma nel fatto che esplicita ed attua un potere che radicalmente e virtualmente già il laico possiede. Così per lui non è che Dio abbia un potere che l’uomo non ha, ma Dio attua un potere che già l’uomo radicalmente possiede, perché l’uomo non è un ente racchiuso nel finito, ma un finito che diventa infinito. 

Ciò è la conseguenza del suo retroterra panteista che sacralizza il profano o profana il sacro. Rahner infatti è incapace di distinguere il profano dal sacro. Siccome confonde l’uomo con Dio, per lui il profano è sacro e il sacro è profano o, come egli si esprime, il sacro è la «profondità» del profano. Per questo non capisce come il sacerdote è l’uomo del sacro, a differenza del laico che è l’uomo della profanità, che non implica nessun significato spregiativo, come sembra credere Rahner, e quindi non ha alcun bisogno di essere sacralizzata o di sconfinare nel sacro, ma vale già per se stessa come creata da Dio per onorare il sacro. D’altra parte, questa concezione rahneriana del sacro come fondo del profano, dà l’impressione che le manchi anche la percezione della trascendenza del sacro.

Sarebbe bastato a Rahner che avesse riflettuto sulle tre parole-chiave che ho citato sopra: sacer-dos, sacra-mentum e sacri-ficium per rendersi conto di quanto egli è fuori strada nella sua concezione del sacerdozio. Rahner non distingue il sacerdote dal laico perchè non distingue il sacro dal profano e non fa questa distinzione perché non distingue l’uomo da Dio, in quanto dà troppo all’uomo e troppo poco a Dio.

Laici e sacerdoti non sono accomunati da una nozione che confonde il sacro col profano. È la santità che è il valore comune a laici e sacerdoti. Ma la santità (sanctitas) non è la sacralità (sacralitas). Purtroppo la lingua tedesca, pur così ricca di vocaboli, dispone solo dell’aggettivo heilig, che significa sia sacro che santo, creando il rischio della confusione. Invece non è detto che un sacro sia sempre santo: un sacerdote può celebrar Messa in stato di peccato mortale. E non è detto che un laico non possa essere più santo di un sacerdote.

Reca più danno al sacerdozio il rahnerismo che il lefevrismo

Possiamo dunque affermare che mentre un’ordinazione sacerdotale fatta in base alle idee di Rahner sarebbe invalida, almeno quelle fatte dai lefevriani, che hanno un concetto giusto del sacerdozio, sono valide. Quello che dispiace è che essi le facciano in uno stato di conflitto con la Chiesa postconciliare, confondendo la maniera modernista di celebrare la Messa, frutto del rahnerismo, falso interprete del Concilio, con la celebrazione valida della Messa promossa dal Concilio.

Tuttavia la Chiesa non può non riconoscere la validità delle ordinazioni lefevriane, mentre a mio giudizio l’autorità ecclesiastica competente dovrebbe vigilare di più quando si prospettano ordinazioni in ambienti rahneriani. Essa di volta in volta dovrebbe verificare con maggior attenzione se il Vescovo che intende ordinare o il sacerdote ordinando hanno un concetto giusto del sacrificio di Cristo o della Messa o del sacerdozio, oppure condividono le idee di Rahner. In questo caso il Papa non potrebbe dare il suo consenso a quelle ordinazioni.  Il Papa ha più ragioni di negare il consenso a ordinazioni invalide che ad ordinazioni scismatiche. È più in contrasto con la Chiesa l’eretico che lo scismatico.

Occorre altresì che i lefevriani, dal canto loro, capiscano che la Messa riformata è sempre quella, cambia solo il modo di celebrarla. L’essenza della Santa Messa è stata definita dal Concilio di Trento. La riforma conciliare non ne muta l’essenza, né potrebbe farlo, perchè per il cattolico è assurdo pensare che la Chiesa cambi un dogma o l’essenza di un sacramento.

La riforma della Messa promossa dal Concilio non ha fatto altro che ordinare una nuova strutturazione o modalità o procedimento cerimoniale del rito e quindi un modo nuovo di celebrare la Messa precisamente allo scopo che essa possa essere meglio compresa, più attraente, più apprezzata, più fruttuosa, più facile da seguìre e più partecipata dai fedeli del nostro tempo.

È comprensibile invece che il Santo Padre non gradisca l’intento dei lefevriani di ordinare nuovi Vescovi, stante il fatto che essi si ostinano nel rifiutare le dottrine nuove del Concilio, ma il Papa non può non riconoscere che le ordinazioni saranno valide, dato che in fatto di sacerdozio i lefevriani conservano l’insegnamento tradizionale della Chiesa. 

Attualmente i Vescovi lefevriani non sono gravati da scomunica; tuttavia ciò non toglie che manchino di effettiva comunione con la Chiesa, la quale pertanto non li ritiene adatti al governo di una diocesi, né essi lo desiderano, in quanto sarebbero vincolati ad una obbedienza al Papa che essi rifiutano perchè lo ritengono modernista e rahneriano. In tal modo la giurisdizione di questi Vescovi si basa esclusivamente sul loro episcopato e esercita solo nelle strutture della Fraternità, sparsa in 60 paesi del mondo: case, seminari, scuole, priorati e cappelle. 

Tuttavia non è nella volontà di Cristo che ha inviato gli Apostoli in tutto il mondo sotto la guida di Pietro, che Vescovi si limitino a guidare dei gruppi sparsi, senza ricoprire per quanto possibile[6], il territorio. D’altra parte i Vescovi non potrebbero adempiere a questo compito se la loro azione non fosse coordinata dal Papa, che cerca di fare in modo che sia coperto tutto il territorio. Per questo occorre che il Vescovo abbia il mandato pontificio di governare una diocesi.

Se tuttavia i lefevriani dovessero procedere, come hanno annunciato per il 1° luglio p.v., ad ordinare nuovi Vescovi senza il benestare papale, c’è da prevedere che saranno colpiti di nuovo da scomunica come avvenne a Lefebvre quando ordinò quattro Vescovi per la sua Fraternità.

Ad ogni modo, il fatto che i Vescovi attuali non siano ufficialmente scomunicati non vuol dire che siano in reale comunione con la Chiesa, sempre per il fatto che l’irrogazione della scomunica è un provvedimento disciplinare, che il prelato prende a sua discrezione, indipendentemente dal fatto che esistano le condizioni oggettive, previste dal diritto, per irrogare la comunica.

Come venirne fuori?

Occorre che lefevriani e rahneriani accolgano le dottrine del Concilio nell’interpretazione data dai Pontefici del post-Concilio. Ciò andrà ad onore di Rahner, che brillerà nel suo vero valore ed anche ai lefevriani che finalmente vedranno accolte le loro giuste proteste.

Bisogna in particolare che il Papa nel contempo si adoperi per la conciliazione fra modernisti e lefevriani. Probabilmente dovrà modificare le disposizioni di Papa Francesco riguardo la celebrazione nel vetus ordo e riavvicinarsi al Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Sarebbe bene che ricostituisse quell’organismo di dialogo Papa-lefevriani Ecclesia Dei, che Francesco aveva sciolto.  Bisogna che il DDF segnali le principali eresie oggi in circolazione con la relativa correzione. Non occorre far nomi.  Occorre più prudenza nella scelta dei docenti nelle Facoltà Pontificie.

Un compito urgente della Chiesa è quello di fare in modo che essa non venga confusa con la lobby dei rahneriani e più in generale dei modernisti. D’altra parte bisogna che i lefevriani non chiamino modernismo quello che è il sano progressismo nato dal Concilio, nella linea di Daniélou, Fabro, Spiazzi, Maritain e Congar, tanto per intenderci.

Particolare attenzione va data ai chiarimenti apportati da Benedetto XVI: innanzitutto che gli insegnamenti del Concilio non sono solo pastorali, ma anche dottrinali. In secondo luogo occorre dimostrare che le dottrine del Concilio segnano un progresso nella continuità[7], sicchè il nuovo si sposa con l’antico senza rotture, come invece vorrebbero i modernisti.  Si deve rompere con un passato obsoleto o di peccato, ma non con quel passato sacro che rimane in eterno, come la Parola di Dio.

Come esiste un organismo permanente della Santa Sede di dialogo ecumenico, così occorre costituire un organismo di dialogo permanente con i lefevriani, tanto più che essi intendono essere cattolici, figli della tradizione cattolica (per es.San Pio V o San Pio X), mentre agli altri ciò non pare interessare più di tanto.

Il Papa deve adoperarsi, come principio di unità della Chiesa, padre comune e giudice imparziale per mettere a contatto modernisti e passatisti affinchè mettano in evidenza i valori comuni e si integrino e si correggano vicendevolmente da buoni fratelli e la smettano di insultarsi e ignorarsi a vicenda. E devono cessare assolutamente le accuse di eresie lanciate contro il Papa.

Il Papa dovrebbe dire paternamente a rahneriani e lefevriani con San Paolo: «Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» (Gal 5,15). Si possono lasciare, ed entro certi limiti, filorahneriani nelle Facoltà pontificie; ma deve far capire con tutta delicatezza che egli mantiene una certa distanza. E bisogna che il Papa conduca una parallela opera di correzione.

Quanto ai cattolici normali, in piena comunione col Papa e con la Chiesa, esperti di un pluralismo legittimo, entro i confini dell’ortodossia, persone pacifiche, aliene dalla faziosità e dal protagonismo, costoro, è vero, le prendono da destra e da sinistra: eppure sono loro i mediatori della pace.  Inoltre, con quale faccia noi auspichiamo la pace in Ucraina se da 60 anni siamo in conflitto fra di noi?

Questo vuol dire che il Papa deve assumere i lati buoni del rahnerismo, giacchè Rahner ha effettivamente dato dei contributi alla preparazione dei documenti del Concilio, ma bisogna che sia più chiaro nel correggere gli errori di Rahner, come ha fatto per esempio San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor, dove  al n.65 ha mostrato come il binomio rahneriano di categoriale e trascendentale col pretesto dell’opzione fondamentale per Dio viene a svuotare i singoli atti del libero arbitrio del loro valore morale in relazione al fine ultimo dell’agire morale.

Se il Papa, ribadendo la vera interpretazione del Concilio, esclude con chiarezza gli errori rahneriani e mostra la continuità delle dottrine del Concilio con la Tradizione, fugherà le preoccupazioni dei lefevriani onesti e li indurrà ad abbracciare in pieno la comunione ecclesiale.

Considerando che essi accettano pienamente quei dati della dottrina della Chiesa che Rahner respinge, e riconoscendo le loro critiche a Rahner, il Papa potrà correggere efficacemente il loro difetto che consiste nel credere che la Chiesa abbia sposato le tesi di Rahner, mentre sono restii ad accogliere i lati buoni del rahnerismo.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 14-18 marzo 2026

 

La riforma della Messa promossa dal Concilio non ha fatto altro che ordinare una nuova strutturazione o modalità o procedimento cerimoniale del rito e quindi un modo nuovo di celebrare la Messa precisamente allo scopo che essa possa essere meglio compresa, più attraente, più apprezzata, più fruttuosa, più facile da seguìre e più partecipata dai fedeli del nostro tempo.

È comprensibile che il Santo Padre non gradisca l’intento dei lefevriani di ordinare nuovi Vescovi, stante il fatto che essi si ostinano nel rifiutare le dottrine nuove del Concilio. 

 

Attualmente i Vescovi lefevriani non sono gravati da scomunica; tuttavia ciò non toglie che manchino di effettiva comunione con la Chiesa, la quale pertanto non li ritiene adatti al governo di una diocesi, né essi lo desiderano, in quanto sarebbero vincolati ad una obbedienza al Papa che essi rifiutano perchè lo ritengono modernista e rahneriano.  
 
 
 
Immagini da Internet:
- La Fraternità San Pio X regala un libro ai Vescovi italiani: https://fsspx.it/it/news/la-fraternita-san-pio-x-regala-un-libro-ai-vescovi-italiani-57871
 

[1] Considerazioni teologiche sulla figura del sacerdote di oggi e di domani, in Nuovi saggi IV, Edizioni Paoline 1973, p.459.

[2] Ibid., p.482-483.

[3] Vedi Dizionario di teologia biblica, Morcelliana, Brescia 1965, alla voce SACERDOTE, p.1263.

[4] La figura del prete moderno, Edizioni Paoline, Roma 1970,pp.13,19.

[5] Ibid., p..36.  

[6] Così per esempio tutto il territorio italiano è occupato dallo spazio delle diocesi, che si dividono tra di loro il territorio. Ma i Vescovi lefevriani ovviamente non possono o non vogliono inserirsi in questo sistema che origina dalla volontà di Cristo. Per altri paesi, per esempio islamici, ciò per ora non è possibile. In Turchia noi Domenicani siamo presenti ad Istambul e a Smirne, dove opera un Vescovo cattolico  

[7] Io ho scritto un libro su questo argomento Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e dl post-concilio, Edizioni Fde&Cultura, Verona 2011.

34 commenti:

  1. Grazie, padre Giovanni, per questo meraviglioso saggio teologico, nel quale ci hai nuovamente presentato in modo sintetico le ragioni per cui oggi è più necessario che mai condannare gli errori della teologia di Rahner ed estirparli dalla Chiesa.
    Purtroppo non posso essere d’accordo con Lei su diverse delle Sue conclusioni pratiche riguardo a come risolvere concretamente il problema lefebvriano. Ma questo è ciò che conta di meno, perché non si tratta di teologia, e né Lei né io abbiamo il carisma del governo della Chiesa, che spetta al Papa con la sua particolare prudenza.
    I miei saluti e ancora grazie.
    Julio

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    1. Caro Julio,
      sono contento che lei apprezzi la critica che rivolgo a Rahner.
      Per quanto riguarda la mia posizione nei confronti dei lefevriani, vorrei dire anzitutto che io mi adeguo tranquillamente alle attuali posizioni pontificie.
      Riconosco che per quanto riguarda la regolamentazione della celebrazione del Novus Ordo e del Vetus Ordo, secondo il mio modesto parere, occorrerebbe allargare un poco le disposizioni di Papa Francesco e riprendere quelle di Papa Benedetto, però restringendole.
      Secondo me questo procedimento da una parte eviterebbe che i lefevriani approfittino in modo sleale della bontà del Papa, come è successo con Papa Benedetto, e dall’altra parte credo che un piccolo allargamento potrebbe essere utile per soddisfare ad una certa attrattiva che hanno per il Vetus Ordo, salvo restando il dovere di tutti di partecipare al Novus Ordo, soprattutto nei giorni festivi.
      Io credo che un provvedimento di questo tipo, da una parte rispetterebbe un legittimo pluralismo.
      Un’altra cosa da tenere presente è che coloro ai quali piace il Vetus Ordo sono tenuti ad una piena comunione dottrinale con la Chiesa, in modo particolare per quanto si riferisce alle nuove dottrine del Concilio.
      A questo punto avrei piacere, data la stima che ho di lei, mi esponesse dettagliatamente le sue obiezioni alle mie posizioni personali.

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    2. Carissimo padre Giovanni,
      grazie per il Suo interesse al dialogo con questo povero ignorante (e non è una frase retorica).
      Mi sorprende tuttavia che desideri conversare su queste questioni che –come lessi in una Sua risposta ad altre occasioni in cui tentai di dialogare sulla liturgia– mi disse che non vedeva utilità nel discutere di tali aspetti contingenti, soggetti alla prudenza di governo del Papa.
      Quanto alla Sua domanda, devo anzitutto chiarire che il mio dissenso con Lei non riguarda gli aspetti dottrinali contenuti nell’ultimo dei punti del Suo saggio (dottrina e teologia con cui non posso che essere totalmente d’accordo), ma soltanto il piccolo gruppo di suggerimenti “pratici” o “disciplinari” che Lei si è spinto a proporre circa la soluzione al problema posto dai lefebvriani.
      Bisognerebbe distinguere in questa questione due ambiti che Lei stesso ha sempre distinto: i lefebvriani (le diverse sette di seguaci di Lefebvre) e i filolefebvriani (i cattolici che seguono in misura maggiore o minore le idee dei lefebvriani). Per questo mi sorprende che, nel segnalare i Suoi suggerimenti “pratici”, Lei si riferisca piuttosto a questi secondi che ai primi.
      Per il resto, i motivi della mia posizione sono stati esposti nei pochi articoli sulla liturgia che ho scritto con la mia firma nel blog, che Le sarà molto facile trovare. I miei motivi sono, credo, di buon senso, e rispondono a un atteggiamento di piena fedeltà al Concilio Vaticano II, che ebbe un’intenzione primariamente liturgica alla sua origine, e non è casuale che il suo primo documento sia stato la Sacrosanctum Concilium.
      Da lì nasce la mia convinzione che la coesistenza di due o più modalità di un medesimo rito (non la coesistenza di più riti, che di fatto esiste nella Chiesa) sia impossibile in un ordine assoluto, mentre in un ordine relativo, cioè pastorale, tale coesistenza può essere permessa, precisamente per ragioni pastorali. Questo lo ha visto chiaramente papa Francesco in Traditionis custodes.
      Mi rimetto dunque agli argomenti indicati nei miei poveri articoli, dei quali Le indico i collegamenti, non senza ripetere che si tratta in questo ambito di opinioni contingenti, pur rispettose delle decisioni pontificie, ma libere e soggettive, su questioni non dottrinali bensì pastorali.
      https://cuestiones-disputadas.blogspot.com/2026/01/la-paz-liturgica-17.html
      https://cuestiones-disputadas.blogspot.com/2026/01/reforma-liturgica-y-ruptura-disciplinar.html
      https://cuestiones-disputadas.blogspot.com/2026/01/una-sola-lex-orandi-analisis-y.html
      https://cuestiones-disputadas.blogspot.com/2026/01/campanilla-incienso-necesidad-de.html
      https://cuestiones-disputadas.blogspot.com/2026/02/lo-que-verdaderamente-importa-en-la.html
      https://cuestiones-disputadas.blogspot.com/2026/03/la-unidad-liturgica-como-expresion-de.html

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    3. Caro Julio,
      mi sembra che lei non abbia inteso bene quello che ho detto circa le disposizioni pontificie riguardanti la celebrazione della Messa. Quand’anche mi fossi espresso nel senso che lei dice, la prego di tenere conto di quello che le dico adesso.
      Il buon cattolico deve attenersi alle attuali disposizioni pontificie riguardanti il modo di celebrare la Messa, sia essa sia Novus Ordo che Vetus Ordo.
      In secondo luogo sostengo che, mentre da una parte il buon cattolico deve obbedire, dall’altra gli è lecito se crede di esprimere un rispettoso dissenso, trattandosi di materia contingente, che eventualmente il Pontefice potrà prendere in considerazione in futuro, restando fermo che il cattolico deve obbedire.
      Entrando nello specifico campo del rapporto tra il Vetus Ordo e il Novus Ordo ritengo di conseguenza che ogni buon cattolico deve innanzitutto evitare le critiche lefevriane alle dottrine nuove del Concilio e in secondo luogo deve mettere in pratica le disposizioni attuali del Pontefice in merito alla celebrazione della Messa Novus Ordo, cosa che garantisce l’unità liturgica della Chiesa.
      In terzo luogo, soddisfatte queste condizioni, il cattolico, al quale piace il rito della Messa Vetus Ordo senza per questo essere lefevriano, gode per espressa dichiarazione del Pontefice della libertà, alle condizioni poste dal Pontefice, di celebrare o di assistere alla Messa Vetus Ordo.
      Per quanto riguarda i suggerimenti pratici concernenti un eventuale parziale ripresa delle disposizioni di Benedetto ed un eventuale allargamento delle disposizioni di Papa Francesco, non sono attaccato alle mie opinioni e rispetto la sua opinione che vedo autorevole in quanto suffragata da quella serie di articoli, che lei mi cita, per cui ritengo meglio che noi rinunciamo a continuare a discutere su questo punto, anche perché io non ho la competenza liturgica che ha lei e d’altra parte io sono un teologo e non sono un liturgista.
      Quello che invece a cui tengo è il punto di vista teologico e penso che lei su ciò sarà d’accordo, vale a dire la necessità che il Papa riconosca che i lefevriani hanno un concetto giusto del Sacrificio Redentore, della Messa come Sacrificio e del Sacerdote come colui che offre il Sacrificio, il che comporta la confutazione degli errori modernisti su questa materia.
      Questa è la via fondamentale per riportare la pace nella Chiesa, più importante delle disposizioni contingenti riguardanti la celebrazione del Novus o Vetus Ordo. In questo senso ho detto che il problema veramente serio, più che quello di richiamare i lefevriani alla comunione ecclesiale, è quello di correggere le eresie moderniste, generalmente provenienti dal luteranesimo liberale.
      Il Papa dovrebbe chiarire una buona volta con i lefevriani, che da sessant’anni accusano ipocritamente il Concilio e il Magistero postconciliare di modernismo, che il vero modernismo è quello dei rahneriani e che il modernismo è stato ed è costantemente condannato dal Concilio e da tutti i Pontefici, a partire da Pio X fino a Papa Francesco e Leone XIV.

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    4. Carissimo padre Giovanni,
      la ringrazio molto per la chiarezza con cui ha precisato il Suo pensiero e per la deferenza con cui ha considerato i miei articoli. Concordo pienamente con Lei che l’obbedienza alle disposizioni pontificie costituisce il primo dovere del buon cattolico, e che ogni eventuale opinione personale su aspetti contingenti deve sempre esprimersi con rispetto e subordinazione al Magistero.
      Mi rallegra altresì che Lei sottolinei la distinzione tra il piano disciplinare e quello teologico. In effetti, come giustamente osserva, ciò che è più grave e urgente non è tanto la questione pratica della convivenza tra Vetus Ordo e Novus Ordo, quanto la necessità di correggere gli errori modernisti che hanno indebolito la comprensione del Sacrificio redentore di Cristo e dell’identità sacerdotale. Su questo punto la nostra coincidenza è totale: la pace liturgica ed ecclesiale può fondarsi soltanto sulla verità dottrinale e sulla fermezza con cui il Papa e i teologi respingono le deviazioni rahneriane e luterane.
      Tengo a precisare che l’ultimo punto del Suo saggio, intitolato “Come venirne fuori?”, lo intendo anzitutto come un riferimento a ciò che occorre fare riguardo alle eresie rahneriane e, in secondo luogo, a ciò che occorre fare riguardo alla questione degli errori lefebvriani (sospetti di eresie). Per questo insisto che la questione dei filolefebvriani “cattolici” non entra direttamente nella discussione, così come Lei stesso l’ha impostata.
      Da parte mia continuerò a difendere l’unità liturgica come espressione dell’unica lex orandi della Chiesa, così come è stata espressa con tanta chiarezza da Papa Francesco in Traditionis custodes, ma sempre nel quadro di quella priorità teologica che Lei ha così bene ricordato: la fedeltà al Concilio e la condanna del modernismo.
      Le rinnovo la mia gratitudine per il dialogo e per la stima che mi ha manifestato, e confido che le nostre riflessioni, pur diverse sul piano pratico, convergano nell’essenziale: custodire la fede e la liturgia della Chiesa in piena comunione con il Papa.

      Con fraterno rispetto,
      Julio Alberto González

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    5. Caro Julio,
      io credo che l’unità liturgica sia sufficientemente garantita dal fatto che tutti accettano il Novus Ordo, nell’ovvia supposizione che tutti accettino le nuove dottrine del Concilio nell’interpretazione del Magistero della Chiesa.
      Attualmente la celebrazione del Vetus Ordo è regolamentata dalle disposizioni pontificie. Io credo che i fedeli, che partecipano ad una celebrazione Vetus Ordo fatta da un sacerdote autorizzato dal Vescovo, siano in regola dal punto di vista dell’unità liturgica.
      Quali poi siano le posizioni concrete di questi fedeli riguardo al Concilio, non penso che il sacerdote debba fare una indagine per sapere chi è pro e chi è contro. Questa cosa la lasciamo alla coscienza dei singoli fedeli.

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    6. Stimato Padre Giovanni,
      La ringrazio molto per il Suo chiarimento sull’unità liturgica e sulla regolamentazione attuale del Vetus Ordo. Naturalmente non posso che condividere pienamente la Sua preoccupazione per la comunione ecclesiale e per l’obbedienza al Magistero, che è la garanzia della vera unità.
      Mi permetta, tuttavia, di segnalare una riserva: mi sembra che la questione del Vetus Ordo non si limiti unicamente alla normativa pontificia, ma tocchi anche la percezione dei fedeli circa la continuità tra la riforma liturgica e la Tradizione. In questo senso, penso che la coscienza personale abbia bisogno di essere illuminata da una catechesi chiara e coerente, per evitare che la celebrazione diventi un terreno di confusione o di divisione.
      Detto questo, apprezzo molto il Suo equilibrio nel non voler trasformare la partecipazione alla Messa in un’indagine sulle posizioni individuali riguardo al Concilio, e considero molto opportuno il Suo richiamo al fatto che la responsabilità ultima ricade sulla coscienza di ciascun fedele.
      Ora, ieri Lei mi aveva detto che considerava “meglio che rinunciamo a continuare a discutere su questo punto” proprio perché non si tratta di questioni teologiche ma liturgiche...
      Ebbene, non ho difficoltà a dialogare su questo punto... ma allora precisiamo che ci stiamo spostando fuori dal campo tematico del Suo saggio, che porta appunto il titolo: “Il problema serio non sono i lefebvriani...”. Infatti, affrontando questioni come quelle che Lei pone nella Suo ultimo intervento, non stiamo più trattando dei lefebvriani, ma dei filo-lefebvriani o, come Lei li chiama, passatisti, o come li chiama Papa Francesco, indietristi.
      Ebbene, non ho difficoltà a dialogare su questi temi, ma desidero sapere chiaramente da Lei se vuole o non vuole dialogare su di essi... Mi spiego bene?

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    7. Caro Julio,
      sono pienamente d’accordo su questi suoi rilievi: “mi sembra che la questione del Vetus Ordo non si limiti unicamente alla normativa pontificia, ma tocchi anche la percezione dei fedeli circa la continuità tra la riforma liturgica e la Tradizione”.
      Io ritengo che sarebbe bene che il Papa stesso oppure un Dicastero romano toccasse questo argomento dando utili direttive nel senso auspicato da lei. Inoltre lei stessa, con la sua competenza liturgica, potrebbe dare un buon contributo.
      Quanto a me, come le ho già detto, non essendo il mio campo, preferisco restare sul piano teologico, sia pur sempre relativo alla Liturgia, come per esempio ho fatto di recente trattando del sacerdozio e della Santa Messa.

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    8. Caro Padre Giovanni,
      condivido con Lei che sarebbe opportuno che il Papa o un Dicastero romano (che in fin dei conti è la stessa cosa, poiché ogni Dicastero agisce in rappresentanza del Papa, in particolare quello della Dottrina della Fede) offrissero direttive sulla questione del Vetus Ordo.
      Tuttavia, devo sinceramente respingere gli elogi che mi rivolge: non mi considero competente in materia liturgica, né sono titolato in teologia. Il mio contributo si limita alla riflessione e al dialogo nella fedeltà al Magistero e nell’interesse per la vita della Chiesa, ma non da un’autorità accademica o istituzionale.
      Per questo apprezzo ancora di più che Lei, con la Sua competenza teologica e la Sua esperienza di decenni, abbia voluto ascoltare le mie osservazioni e dialogare con me. Credo che il nostro scambio si arricchisca proprio perché ciascuno porta il proprio contributo dal suo ambito, convergendo nella stessa preoccupazione per l’unità e la verità della Chiesa.
      Apprezzo inoltre molto che Lei abbia concordato con me nel rilevare che la questione del Vetus Ordo non si limita unicamente alla normativa pontificia, ma riguarda anche la percezione dei fedeli circa la continuità tra la riforma liturgica e la Tradizione. Vorrei sottolineare questa relazione che esiste tra la riforma liturgica e la Tradizione, o, più in generale, tra la liturgia e la Tradizione.
      Ma conviene ribadire che sia Lei sia io intendiamo la Tradizione nel suo retto senso, non come la intendono i passatisti filolefebvriani. La Tradizione arriva fino al Concilio Vaticano II e all’attuale Magistero pontificio postconciliare.
      Pertanto, sorge una domanda inevitabile: quale senso avrebbe che continui a essere vigente una modalità del rito romano che proprio il Concilio Vaticano II ha voluto riformare, e precisamente perché la Chiesa ha acquisito una migliore coscienza di sé a partire dall’inizio del movimento liturgico?
      Dunque, anche se Lei non si è specializzato in questo campo, sia Lei sia io sappiamo che esiste una vera teologia della liturgia, poiché la liturgia non può ridursi a ciò che è meramente canonico, disciplinare o cerimoniale.
      Come Lei ben sa, la liturgia, in quanto culto pubblico della Chiesa, è “azione sacra per eccellenza” (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 7), nella quale si attualizza sacramentalmente l’opera della redenzione. Perciò, il suo studio non si limita a norme giuridiche o rubriche cerimoniali, pur necessarie per custodire la rettitudine del culto. La liturgia ha un fondamento teologico profondo, da cui la nota espressione “lex orandi – lex credendi”.

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    9. Ora, qual è questo fondamento teologico? È un fondamento insieme:
      - Cristologico: la liturgia è prolungamento del sacerdozio di Cristo, che offre al Padre il suo sacrificio e ci comunica la sua grazia.
      - Pneumatologico: è opera dello Spirito Santo, che vivifica i segni e rende presente la grazia.
      - Ecclesiologico: la liturgia manifesta la Chiesa come Corpo di Cristo in preghiera e adorazione, unita al suo Capo.
      - Escatologico: anticipa la liturgia celeste, dove i santi e gli angeli lodano eternamente Dio.
      La dimensione canonica e cerimoniale è necessaria per garantire l’unità e l’ortodossia del culto, ma sarebbe un errore ridurre la liturgia a un mero insieme di norme o riti esterni. La teologia della liturgia studia appunto il mistero che si celebra, la relazione tra segno e realtà, la sacramentalità, la partecipazione del fedele e la finalità ultima: la gloria di Dio e la santificazione delle anime.
      In sintesi: la liturgia non è solo disciplina, ma teologia in atto. Come diceva Romano Guardini, in essa la Chiesa si esprime nella sua forma più viva. E come ha sottolineato Benedetto XVI, la liturgia è “teologia applicata”, perché in essa ci viene donata la verità della fede sotto il segno sacramentale.
      Ora, senza volermi dilungare oltre, per me le conseguenze sono evidenti: se il Concilio Vaticano II e i Papi del postconcilio hanno voluto riformare il rito romano affinché i fedeli possano vivere nel culto la migliore coscienza che la Chiesa ha di sé... quale senso può avere voler mettere da parte questa – mi permetta l’espressione – “nuova fede”?

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    10. Caro Julio,
      sono pienamente d’accordo con le sue profonde considerazioni sul valore teologico, spirituale, ecclesiologico ed escatologico della Liturgia.
      Vorrei soltanto fare una osservazione circa quello che è il progresso nella vita cristiana. Il Maritain distingueva un progresso per sostituzione da un progresso per accrescimento o per superamento.
      Il primo consiste nell’acquisire il risultato attuale più avanzato del progresso, abbandonando delle fasi precedenti che si sono mostrate o dannose oppure inservibili. Si potrebbe parlare in questo caso anche di un progresso per rottura, come quando per esempio abbandoniamo certe cattive abitudini o cose che si rivelano dannose.
      Potremmo fare degli esempi non soltanto nella condotta cristiana o nella storia della teologia, ma anche nel campo delle scienze, del costume e della tecnica. Nessuno oggi farebbe uso di medicine medievali o auspicherebbe la pena di morte per gli eretici, benchè per secoli queste cose siano state apprezzate anche dai santi.
      Esiste invece anche un progresso che comporta un miglioramento o un perfezionamento, che lasciano intatto il valore delle fasi precedenti di questo progresso. Per esempio nessuno affermerà che la dogmatica contemporanea, più avanzata di quella medievale, sostituisce quest’ultima come sbagliata. Così similmente non si può negare che il tomismo di un Maritain o di un Congar sono più avanzati dei testi stessi di San Tommaso, senza che per ciò occorra abbandonare questi venerabili testi.
      Qualcosa del genere io riscontrerei nella storia del rito della Messa. Il fatto che oggi la Chiesa ci chiami tutti alla pratica del rito Novus Ordo, non vuol dire che forme meno progredite, che tanta santità hanno prodotto nel passato, non conservino un loro valore subordinato a quello del rito attuale.
      Qui pertanto non abbiamo un progresso per sostituzione, ma abbiamo un progresso per arricchimento, per cui il buon senso ci dice che accanto al moderno è bene anche conservare l’antico.
      Nel contempo aggiungo che trattandosi di una materia di competenza dell’autorità ecclesiastica, è chiaro che il buon cattolico si atterrà alle attuali disposizioni della Chiesa.
      In questo senso il rispetto per il Vetus Ordo non apre nessuna porta al lefevrismo, ma rispecchia una piena comunione ecclesiale.
      Nella misura in cui i fedeli comprendono che il Novus Ordo esprime chiaramente sia la teologia preconciliare che la teologia del Concilio si crea l’unità della Chiesa.

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    11. Caro Padre Giovanni,
      mi rallegra che Lei sia stato pienamente d’accordo con le mie considerazioni sul valore teologico, spirituale, ecclesiologico ed escatologico della Liturgia. In questo punto mi sembra che abbiamo una piena sintonia: entrambi concordiamo che la liturgia è teologia in atto, e se la teologia talvolta è divenuta Magistero ordinario – come nelle nuove dottrine del Concilio e del magistero postconciliare – la liturgia non può che essere messa in atto di quelle nuove dottrine, a livello di culto: lex orandi – lex credendi.
      In secondo luogo, credo di aver compreso correttamente l’osservazione che Lei introduce, ricorrendo alla distinzione di Maritain tra un progresso per sostituzione e un progresso per accrescimento o arricchimento. Secondo il Suo ragionamento, il Novus Ordo non sostituirebbe il Vetus Ordo, bensì lo perfezionerebbe, conservando per quest’ultimo un valore subordinato e, secondo Lei, una vigenza nella vita cultuale della Chiesa. Vale a dire, questa è la posizione che Le conosco da anni: poiché il Vetus Ordo è stato mezzo attraverso il quale la Grazia ha prodotto santità nel passato, secondo Lei può ancora essere conservato accanto al moderno.
      La conclusione pratica che Lei propone è che il rispetto per il Vetus Ordo non apre alcuna porta al lefebvrismo, ma riflette comunione ecclesiale, e che l’unità si realizza quando i fedeli comprendono che il Novus Ordo Missae del 1969 esprime sia la teologia preconciliare sia quella del Concilio Vaticano II.

      Ora, mi sembra che qui abbiamo individuato il punto di tensione tra la Sua conclusione e la mia: Lei sostiene che i due riti possano coesistere in una logica di arricchimento, mentre io avevo affermato che il Concilio ha voluto riformare il rito romano, naturalmente in continuità con la Tradizione, ma sostituendo la forma precedente affinché la Chiesa celebrasse secondo la migliore coscienza di sé stessa con una forma o modalità nuova.

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    12. Ho meditato su quanto Lei indica, e continuerò a riflettere e a informarmi, ma almeno, perché il nostro dialogo non si fermi qui, mi viene da insinuare tre possibili linee di replica che potremmo continuare a discutere:

      1. Una linea di riflessione mi sembra riguardare la nozione di progresso. A questo proposito, e tenendo conto della distinzione di Maritain (per il quale Lei sa che nutro somma stima), mi pare valido osservare che la liturgia, a differenza della teologia o della tecnica, non è un campo dove si accumulano forme coesistenti, bensì dove la Chiesa stabilisce una forma normativa unica di culto, secondo quanto esige il progresso nella fede, cioè il progresso nella conoscenza della Parola di Dio. Pertanto, mi sembra di poter insinuare che il progresso liturgico sia più vicino alla sostituzione che all’arricchimento, perché l’unità del culto richiede una forma comune.

      2. Una seconda linea di riflessione per confrontare la Sua conclusione passerebbe attraverso la nozione di Sacra Tradizione. A questo riguardo credo che occorra sottolineare che la Tradizione viva non è un museo di forme passate, ma un dinamismo che culmina – almeno in questo tempo che ci è dato vivere – nel Vaticano II e nel Magistero attuale. Perciò, mantenere in parallelo due forme normative dello stesso rito può generare confusione su ciò che esprime veramente la lex orandi della Chiesa e, se la lex orandi esprime la *lex credendi*, può generare confusione anche sulla stessa lex credendi. E questo lo segnalo non come mera possibilità, ma come fatto constatabile.

      3. Infine, una terza linea di riflessione per confrontare la Sua conclusione riguarda la comunione ecclesiale. Non ho alcun dubbio che il Vetus Ordo conservi un valore storico e spirituale, ma la sua vigenza pratica mi sembra contraddire l’intenzione del Concilio, che ha voluto una riforma del culto romano per tutta la Chiesa di rito romano. In questo ambito è possibile rilevare, nei gruppi che accettano l’indulto o anche nelle attuali comunità nate dall’ex Commissione Ecclesia Dei, atteggiamenti e fatti constatabili che indicano questa mancanza di comunione: assenza della celebrazione del Novus Ordo, rifiuto della concelebrazione, ecc.

      Le propongo di continuare a riflettere insieme su questi punti o su quelli che Lei vorrà indicare, per vedere se abbiamo effettivamente identificato bene la tensione e come possiamo approfondirla per trovare vie di una migliore comprensione.

      Con gratitudine e stima,
      Julio

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    13. Caro Julio,
      la sua tesi secondo la quale anche la Sacrosanctum Concilium contiene dottrine nuove è molto vera e molto interessante. E le confesso che io non avevo mai riflettuto su questo fatto, perché io avevo concentrato l’attenzione soprattutto sulle due Costituzioni dogmatiche e ho rintracciato elementi dottrinali anche nei tre Decreti purtroppo contestati dai lefevriani, e cioè l’Unitatis Redintegratio, la Nostra Aetate e la Dignitatis Humanae.
      Allora sono andato a riguardarmi questa Costituzione e ho notato che effettivamente queste novità dottrinali ci sono e si trovano nei punti n. 8, 9 e 10. Il punto n. 8 si riferisce alla prospettiva escatologica della Liturgia. Il punto n. 9 tratta della funzione evangelizzatrice della Messa e il punto n.10 fa coincidere l’esperienza liturgica con l’esperienza contemplativa col famoso principio della Liturgia come “fons et culmen totius vitae christianae”.
      Queste tre novità dottrinali sono alla base del Novus Ordo, mentre sono assenti nel Vetus Ordo. Ciò vuol dire, come dice lei, che il Novus Ordo possiede anche un aspetto di novità dottrinale, ovviamente secondo un progresso per arricchimento o per esplicitazione e non per sostituzione.
      La conclusione pratica evidente è che il Novus Ordo, contenendo non soltanto una novità di tipo pastorale ma anche dottrinale, obbliga tutti i cattolici alla pratica di questo rito, non soltanto per motivo di obbedienza ma anche per motivo di fede.

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    14. Caro Padre Giovanni,
      Lei mi ha dato una grande gioia spirituale nel riconoscere e individuare la presenza di novità dottrinali nella Costituzione Sacrosanctum Concilium. Mi sembra un passo molto importante nella nostra riflessione, perché conferma che il *Novus Ordo* non è soltanto pastorale, ma anche dottrinale, e perciò obbliga in coscienza. In questo punto vedo che ci stiamo avvicinando.
      Al tempo stesso, desidero riconoscere con sincerità che io non avrei potuto individuare in modo così chiaro e preciso queste novità dottrinali nei numeri 8, 9 e 10 della Sacrosanctum Concilium, come Lei ha fatto con la Sua competenza teologica. Questo merita di essere sviluppato più ampiamente, proprio sulla base della sapienza teologica che Lei possiede.
      Ricordo, tuttavia, che la mia conclusione iniziale era che il Novus Ordo sostituisce il Vetus Ordo. Mi domando se, ammettendo che il nuovo rito obbliga anche per motivo di fede, non ci stiamo avvicinando a quella stessa conclusione. La conclusione, ovviamente, non si riferisce al piano della "lex orandi divina", immutabile in quanto istituita da Cristo il Giovedì Santo, ma al piano della "lex orandi ecclesiae" umana, che è il Novus Ordo Missae del 1969, e che potrebbe essere sostituito in futuro da un altro Ordo nella misura in cui si arricchisca ulteriormente la comprensione che la Chiesa ha di sé stessa e del culto che offre al nostro Dio.
      Forse potremmo continuare a riflettere insieme su cosa significhi esattamente questa “obbligazione di fede” che Lei con tanta chiarezza ha discernito:
      - implica che il Missale di 1962 rimanga con un valore storico e spirituale, ma non più vigente nella pratica cultuale?
      - come si armonizza questa obbligazione con l’idea di “progresso per arricchimento” che Lei propone?

      Con gratitudine e stima,
      Julio

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    15. Caro Julio,
      io credo che considerando il rapporto tra Novus Ordo e Vetus Ordo possiamo appellarci sia a un progresso per arricchimento o miglioramento sia a un progresso per sostituzione. Del progresso per arricchimento ho già parlato.
      Nel nostro caso dobbiamo distinguere un progresso per sostituzione esclusiva da un progresso per sostituzione inclusiva. Prendiamo un esempio dalla vita di ogni giorno. E’ chiaro in campo medico un intervento chirurgico, che comporta due giorni di degenza, sostituisce esclusivamente interventi del passato, che ne richiedevano settimane. Esempio di sostituzione inclusiva lo potrei trarre dall’uso dell’automobile. E’ chiaro che una persona normale fa usa di un’auto moderna, ma chi le impedisce se vuole di usare un’auto di cinquant’anni fa?
      Qualcosa di simile io vedo nel rapporto tra il Novus Ordo e il Vetus Ordo. La Chiesa ha sostituito il Novus Ordo al Vetus Ordo non con sostituzione esclusiva, ma inclusiva.
      Questa cosa, che dipende dalla volontà stessa della Chiesa di oggi, è quella che garantisce la vera unità in un giusto pluralismo.

      Per quanto riguarda la sua domanda concernente l’obbligazione di fede, certamente non siamo al I° grado, ma sarà o il II° o il III°.
      Questo tipo di obbligazione di fede non impedisce la sostituzione per inclusività, come è chiaramente dimostrato dal fatto che gli amanti del Vetus Ordo possono fruire, alle dovute condizioni poste dal Santo Padre, del permesso di celebrare nel Vetus Ordo.

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    16. Caro Julio,
      per quanto riguarda i tre punti da lei proposti, comincio dal primo.

      1) Osservo che la sostituzione del Vetus Ordo con il Novus Ordo, come ho già detto, è una sostituzione inclusiva nel senso che le ho spiegato.
      Mi riferisco al rito della celebrazione della Santa Messa e quindi a quei gruppi che accolgono il Concilio e il Magistero del postconcilio, ma che sono attratti dal rito Vetus Ordo perché maggiormente esprime una sacralità e una bellezza di loro gradimento.
      Bisognerebbe trovare la maniera di fare in modo che questa sacralità e questa bellezza animassero di sé anche la celebrazione del Novus Ordo.

      2) Per quanto riguarda il Novus Ordo come testimone della Tradizione, non ho alcun dubbio che esso rappresenti un grado più avanzato di espressione della Tradizione che non il Vetus Ordo.
      Tuttavia questo fatto non toglie legittimità alla celebrazione del Vetus Ordo alle condizioni attualmente in vigore.

      3) Io credo che i Padri del Concilio, nel preparare la riforma della Liturgia, non si attendessero per nulla la reazione dei lefevriani. Tuttavia già San Paolo VI, il quale pensava che le cose sarebbero andate lisce, ebbe una amara sorpresa nel constatare il sorgere di una simpatia per il Vetus Ordo anche tra i giovani.
      A questo fatto spiacevole si aggiunse l’apparizione di Messe moderniste che crearono scandalo, con l’abbandono di luoghi, suppellettili, vesti e oggetti sacri, con sacrilegi e profanazioni, provocando per reazione le posizioni filolefevriane.
      Nella misura in cui il Novus Ordo verrà celebrato con la dignità e la sacralità voluta dal Concilio, diminuiranno coloro che cercano il Vetus Ordo come alternativa al Novus Ordo. Potranno restare tutt’al più certi cattolici normali, i quali in piena comunione con la Chiesa si limitano a fruire della possibilità offerta dalla Chiesa.

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    17. Caro Padre Giovanni,
      lei mi ha dato molto su cui riflettere. E, come Le ho chiarito in un intervento precedente, forse non possiedo gli strumenti speculativi, filosofici e teologici sufficienti per affrontare questo dialogo con Lei. Ma ciò non mi impedisce di provarci, grazie alla Sua benevolenza.
      Ora, la distinzione che Lei ha introdotto tra sostituzione esclusiva e inclusiva mi sembra interessante, suggestiva e utile per pensare il rapporto tra il nuovo Messale e il Messale del 1962. Tuttavia non mi sento incline a trarre senza difficoltà le conclusioni che Lei ne ricava (e cercherò di spiegarmi su questo).

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    18. Al tempo stesso, mi pare importante tornare sul punto dell’obbligazione di fede. Nel Suo commento precedente Lei aveva affermato con chiarezza che il Novus Ordo Missae obbliga in coscienza anche per motivo di fede. Ora invece, in quest’ultimo commento, Lei sembra collocare tale obbligazione di fede in un grado minore, compatibile con la vigenza condizionata del Messale del 1962. Mi domando come si articolino esattamente queste due prospettive: se il Messale del 1969 con i suoi ulteriori arricchimenti obbliga in coscienza, come può sussistere il Messale del 1962 come opzione parallela? Come ha ricordato il cardinale Müller in una recente intervista, il Vaticano II non fu un “Concilio pastorale” di rango inferiore, bensì un Concilio ecumenico pienamente vincolante, il cui insegnamento deve essere accolto nella sua totalità, senza possibilità di accettazione graduata.
      Ho letto integralmente tale intervista e mi è parsa altamente significativa per comprendere l’attuale problema con la FSSPX, che ovviamente incide anche sulla questione degli indietristi filo-lefebvriani, di cui qui parliamo.
      Link:
      https://www.herder.de/communio/theologie/kardinal-mueller-ueber-den-konflikt-mit-der-piusbruderschaft-die-rede-von-einer-abgestuften-zustimmung-zum-konzil-ist-problematisch-/
      È chiaro che quando Müller afferma che il Concilio, nella sua dottrina, deve essere accettato integralmente e non gradualmente, come se si potesse scegliere ciò che si accetta e ciò che non si accetta, si riferisce a quella sorprendente (e per me poco comprensibile) risposta del cardinale Fernández a don Pagliarani, nella quale lo invita a dialogare per trovare un “minimo” per accettare il Concilio.
      Nella dottrina non esistono “minimi”, a mio avviso. Per questo credo che non incida tanto qui il riferimento ai tre gradi della Ad tuendam fidem, che Lei menziona, perché in fin dei conti, in tutti e tre vi è dottrina, e in tutti e tre vi è infallibilità. Di fatto, nei documenti Unitatis Redintegratio, Nostra Aetate e Dignitatis humanae, che i lefebvriani e i filo-lefebvriani rifiutano, quasi tutta la dottrina non è di primo grado… e non per questo deve essere trascurata.
      Quanto all’unità e al pluralismo, concordo che la Chiesa possa accogliere diverse sensibilità, ma penso che tale diversità debba realizzarsi all’interno dell’unico rito comune, non nella coesistenza di due riti normativi. Il Messale di Paolo VI possiede un’elasticità che consente di integrare stili più classici — come l’uso del latino o del canto gregoriano — senza necessità di mantenere vigente il Messale del 1962 come alternativa. L’analogia dell’automobile è suggestiva, ma nella liturgia non si tratta di preferenze estetiche o nostalgiche, bensì dell’espressione normativa della fede della Chiesa, la lex orandi, che non può diventare un museo di stili dove ciascuno sceglie secondo il proprio gusto.
      Da parte mia, resto convinto che il Messale di Paolo VI sostituisca il Messale del 1962 sul piano della lex orandi ecclesiae (ricordiamo infatti che san Giovanni XXIII promulgò quel Messale nel 1962 in modo provvisorio: in attesa dei “principi più alti” di riforma che il Concilio doveva indicare).
      E inoltre mi domando se, ammettendo che il Messale di Paolo VI obbliga anche per motivo di fede, non ci stiamo avvicinando a quella stessa conclusione. Forse potremmo continuare ad approfondire insieme come si armonizzino l’obbligazione di fede e il pluralismo liturgico, affinché l’unità del culto rimanga salda e al tempo stesso si valorizzino le diverse sensibilità all’interno dell’unico rito comune.
      Questo riguardo al suo primo intervento. Risponderò subito al suo secondo intervento.

      Con gratitudine e stima,
      Julio

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    19. Caro Padre Giovanni,
      ora rispondo alla Sua seconda intervento. Punto per punto.

      1. Per quanto riguarda la sacralità e la bellezza, è vera la Sua osservazione che molti fedeli si sentono attratti dal Messale del 1962 per la sacralità e la bellezza che vi percepiscono. Ma devo sottolineare che tale sacralità e bellezza non sono esclusive del rito antico, bensì devono animare anche la celebrazione del Messale di Paolo VI. Del resto, il Novus Ordo Missae possiede un’elasticità che consente di integrare stili più classici (latino, gregoriano, silenzio, ornamenti), senza necessità di mantenere due modalità parallele e normative per uno stesso rito, cosa che non si è mai data né dovrebbe darsi. Pertanto, considero che il Novus Ordo Missae sia il vero e unico ambito di accoglienza, capace di includere sensibilità diverse.

      2. Per quanto riguarda la Tradizione, concordo naturalmente con Lei che tutti i cattolici autentici devono riconoscere che il *Novus Ordo Missae* è un grado più avanzato di espressione della Tradizione. E proprio per questo, mantenere vigente il Messale del 1962 come rito normativo parallelo genera confusione sulla lex orandi e, di conseguenza, sulla lex credendi. Come Le ho già detto, il retto concetto di Tradizione, che Lei ed io condividiamo seguendo la Dei Verbum, non consiste in un museo di forme passate, ma in un dinamismo che culmina (almeno per noi uomini del nostro tempo) nel Vaticano II e nel Magistero attuale. Ricordo ancora quanto afferma il cardinale Müller nell’intervista che Le ho citato: il Concilio deve essere accettato nella sua totalità, senza possibilità di accettazione graduata.

      3. Per quanto riguarda la reazione lefebvriana e gli abusi liturgici, bisogna ammettere che gli abusi postconciliari furono un fattore di rifiuto e di scandalo. Tuttavia, tali abusi non giustificano la vigenza parallela del Messale del 1962. Credo che la risposta adeguata non sia mantenere due modalità normative dello stesso rito romano, bensì celebrare il Novus Ordo Missae con la dignità e la sacralità volute dal Concilio. La comunione ecclesiale esige l’accettazione del rito comune della Chiesa. La coesistenza di due forme normative può alimentare atteggiamenti di separazione (rifiuto della concelebrazione, esclusione del Novus Ordo, ecc.), come si è già constatato in queste ultime decadi.

      Pertanto, se devo manifestarLe la mia conclusione, essa è che il Messale di san Paolo VI sostituisce il Messale del 1962 sul piano della lex orandi ecclesiae. Di conseguenza, il permesso di celebrare con il Messale del 1962 sarà sempre provvisorio, per ragioni pastorali, che devono cedere col tempo alla vigenza piena e universale dell’unica forma del rito romano. Da ciò deriva — e questo è un aspetto che non avevamo ancora toccato — che le comunità Ecclesia Dei, che continuano a esistere senza celebrare MAI con il Messale di Paolo VI, non dovrebbero permanere in aeternum!

      Con la stima di sempre,
      Julio

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    20. Caro Julio,
      affrontando il punto del suo intervento riguardante l’obbligazione di fede, devo precisare due cose.
      Prima. Il grado di adesione alle nuove dottrine del Concilio, che stanno a fondamento del Novus Ordo, come le ho detto, in base alla Ad Tuendam Fidem, è il II° o il III° grado.
      Seconda. Le ricordo che in questo caso la Chiesa pratica una sostituzione inclusiva, che è data dal fatto che tuttora il Papa permette, secondo le condizioni da lui poste, il Vetus Ordo. Naturalmente il Papa non concede libertà a nessun cattolico di dissentire dalle dottrine del Concilio.

      Se lei considera questi due cose, potrà aver chiaro come esse vanno d’accordo. Il cattolico normale dal punto di vista teorico pratica una adesione di fede di II° o III° grado alla dottrina conciliare. Dal punto di vista pratico invece può valersi del principio della sostituzione inclusiva.

      Io non ho affatto parlato di “opzione parallela” dei messali 1962 e 1969, perché il Papa non si esprime in questo modo. Infatti i Papi del postconcilio hanno da una parte ordinato a tutti la pratica del Novus Ordo, mentre hanno chiamato indulto il permesso del Vetus Ordo.
      Quindi è evidente l’obbligatorietà del primo e la concessione fatta al secondo. Il Messale del 1962 è attualmente concesso dal Papa in forza della sostituzione inclusiva.

      Per quanto riguarda il riferimento del Card. Fernandez ai cosiddetti “minimi”, da come ho capito, il Cardinale si è posto nel dialogo con Don Pagliarani su di un piano che assomiglia a quello che oggi la Chiesa usa in campo ecumenico con i Fratelli separati, piano nel quale la Chiesa, insieme con i Fratelli separati, mette in luce i punti in comune.
      Per quanto riguarda i tre gradi di adesione alle dottrine, il cattolico normale non ha difficoltà ad accettarle. Invece questi tre gradi sono rifiutati dai Lefevriani, i quali riconoscono l’infallibilità solamente al I° grado e prendono da ciò pretesto per rifiutare le dottrine del Concilio, per il fatto che in esse non si trovano dottrine di I° grado.
      Per questo la proposta che Fernendez aveva fatto di discutere su quei tre gradi era buona e dispiace che Don Paglirani non l’abbia accettata.

      Per quanto riguarda l’unità e il pluralismo, la prima è assicurata dall’obbedienza di tutti al Novus Ordo. Il pluralismo, sotto forma di pluralità di tolleranza, è garantito dalla pratica della sostituzione inclusiva.
      Capisco la difficoltà che lei trova nei miei paragoni con la tecnica e con i musei. Però si ricordi che esiste una analogia tra la natura e la grazia e per questo c’è una analogia tra la vita umana e la vita soprannaturale, che si esprime nella Liturgia, per cui fare dei paragoni può essere illuminante, perché noi comprendiamo le cose della grazia facendo riferimento a quelle della natura. E’ lo stesso metodo usato da Cristo nel Vangelo.

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    21. Caro Julio,
      al punto 1) osservo che sono d’accordo nella sua proposta di utilizzare l’elemento del sacro e del bello per aumentare la dignità del Novus Ordo, salvo restando l’attuale indulto circa il Vetus Ordo concesso attualmente dal Papa.
      Certamente un incoraggiamento, anche normativo, per raggiungere una migliore celebrazione del Novus Ordo e un maggiore apprezzamento degli aspetti dottrinale e cultuale, faciliterà l’accettazione del Novus Ordo da parte di tutti i cattolici.

      Al punto 2). Il fatto che il Novus Ordo rifletta la Tradizione meglio del Vetus Ordo, non deve farci dimenticare il principio della sostituzione inclusiva. Il riferimento ai musei va visto, come le ho detto, nel quadro dell’analogia tra le cose umane e quelle soprannaturali.
      Per quanto riguarda la tesi del Card. Muller, secondo il quale il Concilio andrebbe accettato nella sua totalità, le ricordo l’insegnamento diverso di Benedetto XVI, il quale proprio parlando ai Lefevriani disse loro che per essere in piena comunione con la Chiesa devono accettare le dottrine nuove del Concilio, mentre la pastorale può essere discussa.
      Purtroppo il linguaggio del Concilio non si presta a rendere semplice il chiaro riconoscimento delle dottrine nuove del Concilio. Tuttavia il Catechismo della Chiesa Cattolica, insieme con i Papi del postconcilio, offrono una ampia ed autorevole interpretazione di queste dottrine.
      Una sintesi delle verità di fede, modestamente l’ho fatta io nel mio libro “Le verità di fede”, ed. Fede&Cultura, 2021.
      Sarebbe auspicabile che la Chiesa stessa provvedesse ad una sintetica e completa pubblicazione ufficiale delle nuove dottrine del Concilio.

      Riguardo al punto 3).
      Io direi che il Papa e tutti i Vescovi dovrebbero essere più vigilanti e più zelanti nel correggere gli abusi di tendenza modernista. Questo intervento provvidenziale servirebbe molto ad impedire la reazione di tipo passatista e a promuovere una sana Liturgia, così come l’ha voluta la riforma conciliare.

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  2. Eccellente padre, sono un fedele in Cristo, ma ignorantone con ogni probabilita', mi spieghi allora Ella: non ho ancora capito dove, i cosi' etichettati (in senso di dispregio a mio modo di intendere), "lefreviani" hanno deviato dai Sacri Insegnamenti: qua mi sembra, piu' che altro, che non abbiano potuto digerire il CVII al tempo e nel tempo che corre, prevedendone i NEFASTI effetti (travisamento interpretativo? C'e' molto di peggio: la dottrina e' in metamorfosi cancerosa). Meritano un encomio!
    Ora, adesso, "giunti al punto" , visti i non risultati ottenuti da questi quaranta ladroni massoni vaticani in sei decenni, non sarebbe giunto il momento che il Papa avalli, anzi, si carichi Egli, della nomina dei 4 Vescovi "lefreviani" che SERVIRANNO Cristo !
    A vantaggio di tante anime .
    Attuerebbe in un sol colpo un giro di vite contro i vescovi monsignori cardinali ciechi servi massoni e pacificherebbe tutti noi semplici fedeli cattolici (certo! noi fedeli divisi! E non facciamo finta di non vedere la situazione in essere!).
    Gli costerebbe la vita? Ma allora i Martiri non ci hanno insegnato nulla!
    Il tempo stringe e satana e' scatenato, abbiamo bisogno di un PAPA! Un PAPA, non un tiepido.
    Padre, sia concreto nella risposta, grazie, sempre che il mio intervento non venga censurato. LJC

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    1. Caro LJC,
      i seguaci di mons. Lefebvre, seguendo le idee della loro guida, non accettano le nuove dottrine del Concilio. Questo è un fatto grave, perché un Concilio dal punto di vista dottrinale non può sbagliare.
      Sono quarant’anni che nelle mie pubblicazioni vado dimostrando che l’invasione di modernismo, che è seguita al Concilio con tutti i mali che ne sono conseguiti, non è affatto da addebitare alle dottrine nuove del Concilio, ma ad una loro falsa interpretazione che i modernisti hanno diffuso a loro vantaggio.
      Eventualmente, come ha detto Benedetto XVI, occorrerebbe correggere una certa pastorale conciliare di tendenza buonista e ripristinare una certa moderata severità.
      Bisogna invece dire che le dottrine conciliari offrono un opportuno rimedio contro il modernismo nel momento in cui soddisfano una giusta esigenza di modernizzazione e di progresso della vita cristiana.

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  3. Ma, mi perdoni padre Cavalcoli (spero non sua un'altra HI che risponde) : non potrebbe , data la Sua qualificata competenza in merito, additare degli esempi concreti? Mi pare che Gesu' Cristo, Nostro Signore, dai Vangeli, non girasse tanto attorno a parolare, bensi' praticasse esempi concreti, fatti, ambientazioni reali, chiari esempi ancorché' semplici e di immediata comprensione: potrebbe essere piu' esplicito nel merito di cosa dovrebbe fare il Papa corrente per porre fine a questa catastrofe ? Sono Fedele Prigionieri e parlo dalla terra: tengo all'anima di tutti, non solo alla mia, potrebbe essere piu' concreto nel merito senza fare lo scarica barile? il Papa deve fare, o non deve fare, per sistemare questa barca scassata ? Mi pare sia fermo e taciturno. Scusi lo sfogo, ma quando ricevo risposte incomplete, mi adiro un pochettino, mi passi l'espressione, cosa (l'ira)
    non utile al bene dell'anima. LJC non e' la mia firma, significa Laudetur Jaesus Christus. Un grazie ed un LJC ancora.

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  4. Caro Fedele,
    sarebbe bello poter sapere con precisione e nel dettaglio che cosa il Santo Padre dovrebbe fare per rimediare a questa situazione drammatica di divisione tra cattolici, della quale soffriamo da sessant’anni.
    Quello che io modestamente suggerisco al Santo Padre è il frutto di meditazioni, esperienze, studi, contatti umani e vita ecclesiale che intrattengo da decenni. Ho anche lavorato in Segreteria di Stato come collaboratore di San Giovanni Paolo II dal 1982 al 1990. Ho insegnato teologia dal 1979 al 2011. Da decenni pubblico scritti che toccano questo grave argomento.
    D’altra parte non si può pretendere che qualcuno dica al Papa esattamente e concretamente che cosa deve fare. Anche i più grandi Santi riformatori come San Pier Damiani o Santa Caterina da Siena o il Savonarola non sono stati in grado di dire al Papa che cosa esattamente doveva fare.
    Per questo vorrei dirle che è bene che ci accontentiamo dei risultati ai quali sono giunto insieme ad altri teologi di chiara fama e fedeli alla Chiesa.
    Inoltre non è ascoltando i lefevriani o i modernisti che il Papa potrà portare pace nella Chiesa. Nello stesso tempo dobbiamo fidarci della sua guida, perché egli possiede lo Spirito Santo in misura ben superiore alla nostra. Nel contempo dobbiamo accettare anche i suoi difetti umani, nella sicurezza che comunque egli resta il Pastore che in nome di Cristo ci guida alla salvezza.

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  5. Si' , capisco, mi ritiro allora; continuero'/continueremo a pregare per la Santa Chiesa di Dio, nonostante la sofferenza causata da certi comportamenti e approcci pseudo-pastorali di chi conduce le amine: offriamo sempre a Dio. Grazie, LJC.

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  6. Caro Padre Giovanni,
    riguardo alla Sua prima intervento, La ringrazio molto per la risposta e per le precisazioni che ha introdotto sull’obbligazione di fede e sulla nozione di sostituzione inclusiva.
    Io, come semplice laico, informato ma non titolato in teologia, mi sento limitato nel discutere con Lei sul piano strettamente teologico-sistematico. Per questo mi permetto piuttosto di sollevare alcuni dubbi e di chiederLe di aiutarci ad approfondire.
    1. Sui gradi di adesione di fede.
    Lei ricorda che le nuove dottrine del Concilio obbligano in secondo o terzo grado. Comprendo la distinzione e riconosco che può essere utile per la teologia sistematica. Tuttavia mi domando se, nella pratica, tali gradi non relativizzino l’obbligatorietà. Il cardinale Müller, nell’intervista che Le ho citato, afferma che il Concilio deve essere accettato nella sua totalità, e intendo che si riferisca senza alcun dubbio al piano dottrinale, non a quello pastorale. In questo, Müller è molto d’accordo con Benedetto XVI, anche se Lei ha segnalato una differenza.
    2. Sulla sostituzione inclusiva.
    Lei sottolinea che il Papa concede ancora il permesso di celebrare con il Messale del 1962 a determinate condizioni, e che ciò costituisce una sostituzione inclusiva. Io, come laico, non ho la competenza per giudicare questa categoria, ma mi domando se non sarebbe più chiaro parlare di una concessione pastorale transitoria, piuttosto che di una modalità normativa parallela (e so che Lei non ha usato questa espressione, segnalo soltanto l’impressione che si nota a livello di semplice laico).
    3. Sulla proposta di Fernández e i “minimi”.
    Lei interpreta che il cardinale Fernández abbia voluto situarsi su un piano simile a quello ecumenico. Io, invece, mi sento confuso: come si può parlare di “minimi” dottrinali all’interno della Chiesa? Nella dottrina, per quanto capisco, non esistono minimi, perché tutti i gradi di insegnamento partecipano della Tradizione viva. A meno che la Chiesa chiarisca una volta per tutte che la FSSPX debba essere trattata su un piano ecumenico, come si trattano i protestanti o gli ortodossi orientali.

    Conclusione e richiesta:
    Padre Giovanni, riconosco i miei limiti e la possibilità di sbagliarmi nei miei ragionamenti. Per questo oso chiederLe qualcosa che sarebbe di somma utilità: che Lei, con la Sua competenza di teologo dogmatico, ci offra una riflessione più sviluppata sulle nuove dottrine presenti nella costituzione *Sacrosanctum Concilium*. Credo che solo così potremo fondare bene l’obbligatorietà del *Novus Ordo Missae* per tutti i cattolici.

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  7. Caro Padre Giovanni,
    riguardo al Suo secondo intervento, La ringrazio molto per la chiarezza con cui ha risposto alle mie osservazioni.
    Le ribadisco che io, come semplice laico, informato ma non titolato in teologia, mi sento limitato nel discutere con Lei sul piano teologico-sistematico. Per questo mi permetto piuttosto di sollevare alcuni dubbi e di chiederLe di aiutarci ad approfondire.
    1. Sulla sacralità e la bellezza.
    Concordo con Lei che sia necessario valorizzare il sacro e il bello nella celebrazione del Novus Ordo. Sono convinto che un incoraggiamento normativo in questa direzione favorirebbe la sua accettazione da parte di tutti i cattolici. Tuttavia mi domando se questo sforzo non dovrebbe orientarsi a consolidare il Novus Ordo come unico rito comune, piuttosto che mantenere indefinitamente l’indulto del Vetus Ordo. Questo mi sembra assai controproducente sul piano pastorale.
    2. Sulla Tradizione e l’insegnamento del Concilio.
    Lei ricorda la distinzione fatta da Benedetto XVI tra l’accettazione delle nuove dottrine del Concilio e la discussione sulla pastorale. È vero che il linguaggio conciliare non sempre facilita l’identificazione immediata delle novità dottrinali. Ma, come afferma il cardinale Müller, il Concilio deve essere accettato nella sua totalità sul piano dottrinale, senza possibilità di accettazione graduata. In questo, Müller è molto d’accordo con Benedetto. Perciò mi sembra che sarebbe di grande utilità che Lei, con la Sua competenza di teologo dogmatico, ci offrisse una riflessione più sviluppata su quali siano queste nuove dottrine nella *Sacrosanctum Concilium*, per fondare bene l’obbligatorietà del Novus Ordo Missae.
    3. Sugli abusi liturgici.
    Concordo che gli abusi postconciliari siano stati un fattore di rifiuto e di scandalo, e che il Papa e i Vescovi debbano essere più vigilanti nel correggerli. Ma mi domando se la risposta adeguata non sia precisamente celebrare il Novus Ordo con la dignità e la sacralità volute dal Concilio, piuttosto che mantenere due modalità normative dello stesso rito romano.

    Conclusione e richiesta:
    Padre Giovanni, riconosco i miei limiti e la possibilità di sbagliarmi nei miei ragionamenti. Per questo oso chiederLe di aiutarci a identificare e comprendere meglio le nuove dottrine della Sacrosanctum Concilium. Sono convinto che solo così potremo fondare solidamente l’obbligatorietà del Novus Ordo Missae per tutti i cattolici e, al tempo stesso, promuovere una celebrazione degna e sacra che eviti abusi e favorisca la comunione ecclesiale.

    Con gratitudine e stima,
    Julio

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    1. Caro Julio,
      per quanto riguarda i tre gradi di autorità delle dottrine, lei può comprenderne le ragioni leggendo la Nota illustrativa della CDF in appendice alla Lettera Apostolica Ad Tuendam Fidem del 1998 (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_1998_professio-fidei_it.html).

      Se desidera un approfondimento dei tre gradi di autorità, le propongo questi due studi, che ho pubblicato sul mio blog:
      1) https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/i-gradi-di-autorita-dei-documenti.html
      2) https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/i-gradi-di-autorita-del-magistero.html

      Per quanto riguarda un approfondimento delle nuove dottrine della Sacrosanctum Concilium, quello che io ho capito, glielo ho già detto. Qui occorrerebbe il lavoro di un buon liturgista, che facesse il confronto tra i testi del Novus Ordo e quelli del Vetus Ordo.
      Il Concilio contiene un concetto di Messa più ricco di quello del preconcilio, tenendo presente che sostanzialmente la Messa è sempre quella. L’esposizione di questa differenza richiede una competenza che non è la mia, dal momento che, come lei sa bene, il mio campo di competenza teologica è diverso.

      Solamente mantenendo la precedente dottrina sulla transustanziazione, sul concetto del Sacrificio di Cristo, del sacerdozio e di tutta la ricchezza dogmatica precedente al Concilio, è possibile prendere consapevolezza dello sviluppo dottrinale evitando le derive rahneriane.
      In tal modo vengono messi in luce quei valori minimali ai quali si è riferito il Card. Fernandez e che possono costituire la base del dialogo con i Lefevriani.
      Tenga inoltre presente che il Cardinale ha parlato di valori minimali perché il dialogo con i Lefevriani purtroppo non è un dialogo intraecclesiale. È solo in questo caso che si deve chiedere il massimo e non il minimo. Ma siccome i Lefevriani non sono in piena comunione con la Chiesa, allora il Cardinale opportunamente ha proposto ai Lefevriani i valori “minimi” al di sotto dei quali non si è neppure cristiani o cattolici.
      Un primo passo, per ottenere la pienezza della loro appartenenza alla Chiesa, è far comprendere ai Lefevriani che il Novus Ordo non solo non rifiuta, ma celebra tutti i valori della dottrina cattolica precedente il Concilio, anche se in modo diverso.

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    2. Per quanto riguarda la condotta del Papa riguardo alla promozione dell’unità liturgica nella Chiesa, il Papa si muove in base a due principi. Egli, come Maestro della fede, insegna al mondo le verità di fede.
      Nel caso dei Lefevriani e dei cattolici normali, che amano il Vetus Ordo, è chiaro che Papa Francesco, anche se non lo dice esplicitamente, lascia intendere la sua volontà che per mezzo di una dovuta formazione gradualmente si giunga alla cessazione della celebrazione del Vetus Ordo.
      In ciò il Papa mette in pratica il primo principio che riguarda la formazione dottrinale. Infatti, come ho detto, la Sacrosanctum Concilium contiene una concezione della Messa più avanzata di quella che esisteva nel preconcilio.
      Il secondo principio, esso pure insegnato dal Concilio, è quello della libertà di coscienza, che il Papa rispetta nei confronti di tutti quei cristiani e anche di quei cattolici che eventualmente in buona fede non accolgono alcuni punti di dottrina.
      Per quanto riguarda i tradizionalisti, i Papi del postconcilio sono ricorsi ad un indulto circa la celebrazione del Vetus Ordo (1962) per non turbare la loro coscienza. In questo senso io ho parlato di sostituzione inclusiva. Quanto durerà questo atteggiamento dei Pontefici? Non lo sappiamo. Una cosa è certa, che oggi come oggi esiste un permesso.

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    3. Caro Julio,
      l’attuale atteggiamento del Papa nei confronti degli amanti del Vetus Ordo, come sappiamo, prevede un permesso di celebrazione molto ristretto, che manifesta chiaramente il carattere dell’indulto.
      Credo anch’io che il Papa pensi ad una futura cessazione di questa celebrazione. Si vede chiaramente che l’attuale indulto si muove in questa direzione. Ma chi potrà prevedere il momento nel quale il movimento pro Vetus Ordo si estinguerà? Io credo che un Papa misericordioso tollererà questi fedeli, finchè ce ne saranno.

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    4. Caro Padre Giovanni,
      la ringrazio profondamente per i Suoi tre messaggi, che mi sono risultati di grande chiarezza e utilità.
      Date le mie personali limitazioni in questo dialogo (anche se ho compiuto il cursus umanistico, filosofico e teologico scolastico completo), lungi da me l’intenzione di replicare alle Sue posizioni; desidero piuttosto manifestarLe il mio accordo con quanto ha indicato e ringraziarLa per i riferimenti che mi ha offerto.
      1 - Sui gradi di autorità delle dottrine.
      Ho letto con attenzione quanto Lei segnala riguardo all’Ad Tuendam Fidem e alla Nota illustrativa della CDF, così come gli studi che ha pubblicato sul Suo blog. Mi sembra molto chiarificatore e concordo che questa distinzione aiuti a comprendere meglio la natura dell’obbligazione di fede nei suoi diversi gradi.
      2 - Sulle nuove dottrine della Sacrosanctum Concilium.
      Concordo con Lei che qui sarebbe necessario il lavoro di un buon liturgista, capace di confrontare i testi del Novus Ordo e del Vetus Ordo. Lei ha giustamente sottolineato che il Concilio contiene un concetto di Messa più ricco di quello preconciliare, e che questa differenza richiede una competenza specifica. Sono d’accordo anche che soltanto mantenendo la dottrina precedente sulla transustanziazione, sul sacrificio di Cristo e sul sacerdozio si può prendere coscienza dello sviluppo dottrinale evitando deviazioni.
      3 - Sui valori minimi e sul dialogo con i lefebvriani.
      Accetto pienamente la Sua spiegazione del motivo per cui il cardinale Fernández ha parlato di valori minimi: perché il dialogo con i lefebvriani, non essendo intraecclesiale, richiede di partire dall’essenziale, da ciò senza il quale non si è cristiani né cattolici. Mi sembra molto opportuno che il primo passo sia mostrare loro che il Novus Ordo non rifiuta, ma celebra tutti i valori della dottrina cattolica anteriore al Concilio, sebbene in modo diverso. D’altra parte, la Sua posizione, con la quale concordo, conferma la mia intuizione iniziale: la questione lefebvriana deve essere trattata non nell’ambito della Dottrina della Fede, ma in quello ecumenico.
      4 - Sulla condotta del Papa e l’unità liturgica.
      Sono d’accordo con Lei che il Papa si muove in base a due principi: la formazione dottrinale e il rispetto della libertà di coscienza. Condivido anche la Sua lettura secondo cui l’attuale indulto tende verso una futura cessazione del Vetus Ordo, benché non possiamo prevederne il momento.
      5 - Infine, sull’indulto attuale.
      Concordo con Lei che il permesso di celebrare con il Vetus Ordo sia molto ristretto e manifesti chiaramente il carattere di indulto. Condivido anche l’idea che un Papa misericordioso tollererà questi fedeli finché esisteranno, ma che la direzione generale punta alla consolidazione del Novus Ordo come unico rito comune.
      Concludendo, da parte mia, questo meraviglioso dialogo con Lei, Padre Giovanni, mi sento pienamente concorde con le Sue osservazioni e La ringrazio per la luce che ci offre. Le Sue spiegazioni mi aiutano a comprendere meglio la situazione e a valorizzare la pedagogia con cui la Chiesa conduce questo processo.

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    5. Caro Julio,
      sono molto contento di questo suo pieno accordo, che aumenta la nostra amicizia e comunione di idee, le quali favoriscono ulteriori discussioni. Proseguiamo pertanto, ognuno per la sua parte, nella nostra ricerca e nella nostra testimonianza di figli della Chiesa.

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