Don Morselli commenta Mons. Schneider - Un mio commento al commento - Prima Parte (1/2)

 

Don Morselli commenta Mons. Schneider

Un mio commento al commento

Prima Parte (1/2)

 

Don Alfredo Morselli ha commentato una recente dichiarazione di Mons. Schneider relativa alla prossima ordinazione episcopale programmata dalla FSSPX.

Considerando l’importanza dell’evento, ho pensato di commentare a mia volta:

A)   sia le parole di Mons. Schneider (Prima Parte)

B)   che le osservazioni di Don Morselli (Seconda Parte).

 

https://dianemontagna.substack.com/p/exclusive-bishop-schneider-sets-out

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Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 8 giugno 2026

 

*****

 A)

Dal testo di Mons. Schneider (Google traduttore):

1)

“Il primo errore consiste nel trattare un concilio pastorale – in questo caso, il Concilio Vaticano II – come se fosse del tutto dogmatico, e presumendo che tutte le sue dichiarazioni debbano essere considerate come definitivamente proposte e vincolanti per tutti i cattolici. Coloro che lo fanno trascurano che lo stesso Paolo VI ha affermato: “C’è chi chiede quale autorità, quale qualifica teologica il Concilio intendeva dare ai suoi insegnamenti, sapendo che evitava di emanare solenni definizioni dogmatiche impegnando l’infallibilità del Magistero ecclesiastico. La risposta è nota da chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, ha evitato di pronunciare, in modo straordinario, dogmi dotati della nota di infallibilità”. (Udienza Generale, 12 gennaio 1966). Questo vale anche per le due costituzioni “dogmatiche” del Concilio, Dei Verbum e Lumen gentium, poiché l’aggettivo “dogmatico” possiede un significato più ampio e non si limita ai dogmi intesi come insegnamenti dotati di infallibilità.”

Osservo che le parole di San Paolo VI devono essere interpretate alla luce di quanto disse Benedetto XVI ai Lefevriani, quando li avvertì che se volevano essere in piena comunione con la Chiesa, dovevano accettare le dottrine del Concilio Vaticano II, mentre la parte pastorale poteva essere discussa.

Queste dottrine mettono in gioco la comunione con la Chiesa, per cui se non sono accettate si cade nello scisma. Di quali dottrine si tratta? Di dottrine proprie del Concilio contenute soprattutto nelle Costituzioni dogmatiche.

San Paolo VI, dicendo che queste dottrine non impegnano l’infallibilità dottrinale della Chiesa, non ha inteso dire che possono essere sbagliate o che un domani potranno essere abbandonate o cambiate, perché già Leone X ricordava a Lutero, il quale sosteneva che i Concili possono sbagliare, che nelle dottrine dei Concili non è contenuto nessun errore (Denz. 1479).

E’ vero che San Paolo VI intendeva dire che il Concilio non ha definito nuovi dogmi. Tuttavia, come si ricava dalla Costituzione apostolica Ad Tuendam Fidem di San Giovanni Paolo II del 1998, il Magistero della Chiesa insegna la verità di fede non soltanto al I° grado di autorità, relativo al dogma definito, ma anche ad altri due altri gradi inferiori. Per questo le dottrine del Concilio si possono considerare o al livello del II° grado o al livello del III°.

Chi rifiutasse la dottrina a questi gradi inferiori non sarebbe formalmente eretico, come quando si rifiuta la dottrina di primo grado, ma sarebbe comunque o prossimo all’eresia o cadrebbe in un errore contrario alla dottrina della Chiesa.

I Lefevriani, respingendo come moderniste queste dottrine del Concilio, dimostrano di disobbedire alla dottrina della Chiesa e per questo si trovano nell’errore, se non proprio in prossimità dell’eresia.

Stando così le cose è evidente che i Lefevriani non sono in comunione con la Chiesa e con il Papa. Da qui l’impossibilità del Papa di concedere l’autorizzazione all’ordinazione dei Vescovi.

 

2)

“Non si può assolutizzare ogni forma storica concreta di leadership della Chiesa, perché ciò eliminerebbe la distinzione necessaria tra, da un lato, le verità immutabili e durature della fede (Depositum Fidei) e, dall’altro, i vari modi con cui quelle verità vengono trasmesse (ad esempio, una dichiarazione pastorale, un’affermazione dottrinale non definitiva, o una definizione ex-cathedra), ognuna delle quali porta un grado diverso di autorità.”

Osservo che in base alla Tuendam Fidem, anche le dottrine di II° e III° grado, trattando anch’esse di materia di fede, sono definitive nel senso che non possono essere mutate o abrogate, ma sono sempre vere.

Ciò che nell’insegnamento di un Concilio può mutare o essere cambiato, sono solo le disposizioni pastorali o disciplinari o di legge positiva, cose legate al mutare delle circostanze, per cui mutate queste, possono essere mutate anche quelle o essere abolite o sostituite da altre migliori.

 

3)

“… perché l’accettazione incondizionata dei testi del Vaticano II viene presentata come una conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, mentre non esiste alcun requisito comparabile rispetto agli insegnamenti pastorali, disciplinari o non definitivi dei venti precedenti Concili ecumenici?”

Osservo che la Chiesa giustamente, come ha detto Benedetto XVI, richiede l’accettazione incondizionate delle dottrine del Concilio, perché sono assolutamente vere, anche se non si tratta di definizioni dogmatiche ossia di dottrine di I° grado.

Per quanto riguarda gli insegnamenti pastorali di un Concilio, non si tratta di dottrine infallibili, ma di applicazioni contingenti e circostanziate di principi di fede e di morale di per sé immutabili. Per questo tali direttive possono essere mutate o anche corrette

Si suppone che si tratti di direttive pratiche prudenti, ma, in linea di principio possono essere sbagliate. Per questo in linea di massima è bene obbedire, salvo insormontabili problemi di coscienza.

 

4)

“Tra gli insegnamenti non definitivi del Vaticano II ci sono diversi – in particolare quelli riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la collegialità – le cui formulazioni sono ambigue e difficili da conciliare con le dottrine insegnate coerentemente dal Magistero dall’epoca dei Padri della Chiesa attraverso il periodo immediatamente precedente al Concilio.”

Osservo che gli insegnamenti dei decreti Dignitatis Humanae, Unitatis Redintegratio e Nostra Aetate, contengono dottrine espressamente riferite alla divina Rivelazione, che pertanto non possono essere discusse o sbagliate e pertanto sono definitive.

Respingere queste dottrine, come sono interpretate dal Magistero successivo, vuol dire mettere in pericolo la propria fede. Tali dottrine non sono in contrasto col Magistero precedente, ma al contrario ne sono una esplicitazione.

 

5)

“C'è anche la questione delle carenze rituali e dottrinali del Novus Ordo Missae. Tali preoccupazioni non possono più essere liquidate di mano, come dimostra, ad esempio, la testimonianza dell'Archimandrite Boniface Luykx, nel suo libro A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor (Angelico Press, Brooklyn, NY, 2025). I difetti del Novus Ordo Missae rimangono una questione di discussione seria e non possono essere semplicemente sorvolati. Tuttavia, la Santa Sede chiede alla FSSPX di accettare non solo la validità, ma anche la legittimità e la bontà della riforma liturgica nel Novus Ordo Missae.”

Osservo che parlare di “carenze dottrinali del Novus Ordo” è un grave errore, perché il Novus Ordo non è altro che la Messa di sempre e ci ricorda che lex orandi è lex credendi. Ciò che può essere discutibile nel Novus Ordo sono le parti cerimoniali e le modalità rituali, cose che non sono necessariamente connesse con l’essenza della Messa, ma dipendono dalla prudenza liturgica dell’autorità della Chiesa, prudenza che non è infallibile, ma può essere corretta in opportune circostanze dalla stessa autorità della Chiesa.

Il Novus Ordo contiene dei difetti? Se per difetti intendiamo certe cattive traduzioni o certi errori teologici, mi sono accorto anch’io che purtroppo nelle preghiere del Novus Ordo ce ne sono. Tuttavia lo stesso celebrante, che se ne accorge, può benissimo correggerli senza preoccuparsi del disappunto dei modernisti, che in qualche modo si sono intrufolati e hanno provocato questi difetti. Ma non bisogna fare di questi difetti una questione di principio, come fanno i Lefevriani che addirittura accusano il Novus Ordo di essere filoprotestante. Ciò implicherebbe che il Novus Ordo sia eretico, cosa assolutamente inamissibile, perché la Chiesa non può sbagliare nella dottrina della Messa, quale che ne sia il rito o la riforma.

 

6)

“2. … La risoluzione della questione FSSPX è ostacolata non solo da una riluttanza a confrontarsi, con l’onestà intellettuale, le questioni dottrinali di fondo e a riconoscere l’esistenza di ambiguità dottrinali che richiedono correzione ma anche da una mentalità malsana che si è sviluppata all’interno della Chiesa negli ultimi secoli: vale a dire, il primato del legalismo o del positivismo giuridico, insieme a un eccessivo centrismo papale …”

Osservo che, come si nota dal seguito di queste parole, Mons. Schneider vorrebbe accusare di legalismo il diritto del Papa di autorizzare una ordinazione episcopale. Ma questo non è affatto legalismo, perché appunto si tratta di un diritto per il fatto che il Vescovo è il Pastore di una Diocesi e quindi è logico che il Papa dà l’autorizzazione inviando il Vescovo a pascere un dato gregge o in altre parole a governare una data Diocesi.

Mons. Schneider fa un confronto fra le disposizioni in merito del vecchio Codice e quelle del Nuovo. Io credo che la cosa importante da tenere presente riguardo la questione dell’autorizzazione papale è la distinzione fondamentale tra quello che è l’ufficio del Papa, il quale, come Vicario di Cristo, manda i Vescovi a governare una Comunità e il potere giurisdizionale del Papa, regolato dal Diritto Canonico, potere giurisdizionale che esprime e concretizza nel corso della storia e nelle varie circostanze il suo fondamentale potere di inviare i Vescovi a governare una data Comunità. Questa è la cosa essenziale da tenere presente per capire per quale motivo un Vescovo non può essere ordinato senza l’autorizzazione del Papa.

Mettere in luce a questo riguardo, come fa Mons. Schneider la differenza tra il vecchio e il nuovo Codice non è di alcuna utilità per poter vedere con chiarezza in questo argomento che tocca il governo della Chiesa.

La comunione col Papa richiede che il Papa stesso autorizzi la consacrazione, per cui, se essa viene fatta senza questa autorizzazione, si tratta di un atto evidentemente scismatico. Purtroppo nei Lefevriani si aggiunge l’aggravante che essi accusano di filoprotestantesimo la riforma liturgica conciliare, per cui ciò costituisce un motivo valido per il quale il Papa non può concedere l’autorizzazione.

 

7)

“3. … È inconfondibilmente evidente che coloro che hanno ricoperto il potere amministrativo nella Santa Sede negli ultimi decenni, e lo tengono ancora oggi, chiedono alla FSSPX come conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede l’accettazione del clima de facto di ambiguità dottrinale e liturgica e relativismo, che ha raggiunto il suo apice con il processo attuale, estremamente confuso, sinodale in tutta la Chiesa. …”

Osservo che “il clima de facto di ambiguità dottrinale e liturgica e relativismo” è la caratteristica propria dell’attuale modernismo.

Mons. Schneider sembra confondere le idee dei modernisti con quanto oggi il Papa chiede come condizione dottrinale a coloro che desiderano essere consacrati Vescovi. Tale confusione è profondamente offensiva per il Santo Padre e ha tutta l’apparenza di essere disonesta. Infatti, come è possibile confondere la sapienza della guida dottrinale del Papa con le perversioni dei modernisti?

 

8)

“Dal Concilio, con alcuni degli insegnamenti ambigui menzionati, è in corso un processo per stabilire, con l’autorità del Romano Pontefice, una cosiddetta “Chiesa del Vaticano II” o la “Chiesa conciliare”. Questa tendenza, ai nostri giorni sotto il nuovo nome della “Chiesa sinodale”, mira fondamentalmente ad essere una religione relativista adattata al mondo. I tentativi di mascherare questa nuova tendenza verso una forma ambigua, relativistica e mondana della Chiesa cattolica attraverso un’ermeneutica di continuità sono disonesti e poco convincenti.”

Osservo che nuovamente Mons. Schneider confonde la manovra modernista, probabilmente influenzata dalla massoneria, con un supposto insegnamento modernistico del Papa stesso. Siamo davanti di nuovo di una gravissima offesa al Vicario di Cristo.

Come è possibile che un Vescovo faccia una simile confusione? Non si rende conto che l’insegnamento ecclesiologico del Papa, ispirato all’ecclesiologia del Concilio, è dottrina cattolica vincolante? Non capisce che l’ecclesiologia del Concilio è esattamente l’antidoto dell’ecclesiologia modernista?

 

9)

“4. La Santa Sede richiede alla FSSPX di accettare dottrine formulate e non definite come conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede e per ricevere la regolarizzazione canonica. Questi includono insegnamenti riguardanti … Questi includono, ad esempio, alcune dichiarazioni …”

Osservo che già Benedetto XVI aveva avvertito i Lefevriani che la conditio sine qua non per essere in piena comunione con la Chiesa è l’accettazione delle nuove dottrine del Concilio. Del resto l’avvertimento è del tutto comprensibile, perché queste nuove dottrine, come per esempio quelle contenute nella Unitatis Redintegratio, nella Dignitatis Humanae e nella Nostra Aetate, benchè non siano dogmi definiti, tuttavia sono definitive in quanto, toccando materia di fede, sono assolutamente vere, per cui è impossibile che un domani possano rivelarsi false o essere mutate o essere abrogate.

Tali dottrine, come spiegò sempre Benedetto XVI, non costituiscono una rottura con la Tradizione, ma un suo approfondimento, per cui siamo davanti ad un progresso nella continuità.

 

10)

“Se si esamina con onestà intellettuale la crisi straordinaria che ha afflitto la Chiesa fin dal Concilio – insieme alle ambiguità e al relativismo dottrinale, liturgico e pastorale che l’hanno accompagnata – allora l’esistenza e l’attività della FSSPX possono essere viste, da una prospettiva a lungo termine e alla luce della duemila anni di storia della Chiesa, come un’opera di divina provvidenza e come fonte di assistenza.”

Osservo che non si può negare che l’opera di Mons. Lefebvre sia stata in una certa misura provvidenziale col suo richiamo all’immutabilità del deposito rivelato e alla Sacra Tradizione. Tuttavia bisogna dire con franchezza che purtroppo egli ha interpretato la Tradizione senza apprezzare il suo approfondimento e chiarimento che è stato realizzato dal Concilio.

Questa incomprensione o addirittura opposizione al Concilio non si può certamente considerare un impulso dello Spirito Santo, ma piuttosto è stata un freno alla crescita della Chiesa ed è tuttora una prova dolorosa per l’intera Chiesa, la quale vede in questi suoi figli degli animi indocili a prescindere da quelle che possono essere le loro buone intenzioni di conservare il patrimonio della Sacra Tradizione.

Occorre che la Chiesa intera guardi con particolare attenzione a questi fratelli e che con amore materno, sotto la guida dello Spirito, li aiuti a realizzare con lei una piena comunione.

 

11)

“Leggendo i recenti documenti rilasciati dal Superiore Generale della FSSPX, padre Davide Pagliarani, in particolare la Dichiarazione di Fede Cattolica e il suo Messaggio alla Società e ai suoi fedeli (attaccati sotto), non si può non notare uno spirito completamente cattolico, intriso di una vera fede nel primato papale e di una filiale devozione verso la persona del Sommo Pontefice.”

Osservo che la Dichiarazione di Don Pagliarani esprime indubbiamente quella che è in linea di principio la devozione del cattolico al Papa. Ma poi manca di coerenza, perché, al momento di dimostrare concretamente tale soggezione al Vicario di Cristo, dà purtroppo una prova di indipendenza, che non è propria dello spirito cattolico. Infatti si tratta sempre della posizione della Fraternità nei confronti del Concilio accusato di modernismo.

Questa falsa accusa inevitabilmente si ritorce in una offesa al Papa, che ha approvato le dottrine del Concilio. Per questo purtroppo, se Don Paglirani espone rettamente quello che è il dovere del cattolico verso il Papa, al lato pratico, col progetto delle ordinazioni episcopali, dà prova concreta di non mettere in pratica quella devozione che egli sostiene di avere.

 

12)

“Il problema che deve affrontare la FSSPX non è difficile da capire. La Santa Sede richiede che la FSSPX accetti, senza obiezioni sostanziali, alcuni insegnamenti oggettivamente ambigui e non definiti del Concilio Vaticano II, affermazioni ambigue del magistero papale post-conciliare e difetti dottrinali e rituali oggettivi nell'Ordo del Novus. … La FSSPX la considera una delle sue ragioni essenziali per l’esistenza per chiedere, con parresia, un ritorno all’assoluta chiarezza e purezza della dottrina che la Chiesa ha sempre cercato di conservare nel corso dei secoli. In passato, i Romani Pontefici hanno sopportato la persecuzione, … L’unità non è, di per sé, il criterio ultimo della verità. La storia della Chiesa conosce numerose situazioni in cui esistevano tensioni tra la tradizione e l’esercizio effettivo dell’autorità ecclesiastica.”

Osservo che, se nel Concilio ci sono delle proposizioni che possono prestarsi all’equivoco o sembrano ambigue, queste proposizioni da sessant’anni sono state oggetto di retta interpretazione da parte dei Papi, del Catechismo e di tutti quei teologi che nella fedeltà al Magistero hanno mostrato il senso autentico di questi insegnamenti. E tra questi teologi ritengo giusto mettere anche il risultato delle ricerche compiute dal sottoscritto.

La cosa importante è di evitare l’interpretazione di modernisti, che falsano il senso del Concilio mettendolo contro la Tradizione.

 

13)

“Il fatto stesso che alcuni insegnamenti del Concilio Vaticano II, insieme alla riforma liturgica, abbiano dato origine – e continuino a dare origine, sia in teoria che in pratica – a un indebolimento della chiarezza dottrinale obbliga il Papa … A questo proposito, il seguente principio, che da tempo guida i Romani Pontefici, rimane più attuale che mai: “L’ambiguità non può mai essere tollerata in un Sinodo (Concil), la cui gloria principale consiste soprattutto nell’insegnare la verità con chiarezza ed escludere ogni pericolo di errore” (Pio VI, Auctorem fidei).”

Osservo che le parole di Pio VI sono di grande saggezza e vanno sottoscritte in totale adesione. Ciò non toglie che la debolezza umana e la natura stessa imperfetta di un linguaggio che risente delle conseguenze del peccato originale lasci una traccia anche nei dogmi stessi della Chiesa. Questa cosa tuttavia non ci deve scoraggiare. Lo Spirito Santo non manca di illuminarci tutti se abbiamo la vera volontà di capire che cosa la Chiesa ci insegna e di servirci dei suoi normali strumenti umani per mezzo dei quali lo Spirito Santo ci comunica con chiarezza e certezza le verità.

 

14)

“La tragedia della situazione attuale è che la Santa Sede richiede alla FSSPX di accettare lo stato esistente di ambiguità dottrinale e liturgica come conditio sine qua non per la piena comunione e regolarizzazione canonica. … In un certo senso, la FSSPX sta svolgendo un ruolo simile oggi, esortando incessantemente la Santa Sede a porre fine alla situazione di ambiguità e incertezza dottrinali e liturgiche. … In definitiva, si dovrebbe essere grati alla FSSPX per questo ruolo, i futuri Papi saranno certamente.”

I Lefevriani hanno interpretato le dottrine del Concilio come se il Concilio sia andato contro la Tradizione o i Documenti del Magistero precedente, così da cadere nell’eresia.

Una diagnosi del genere, dovrebbe mettere all’erta il buon cattolico. Se gli pare di trovare in un Concilio, approvato dal Papa, delle eresie, dovrebbe domandarsi: è il Concilio che sbaglia o sono io che interpreto male?

 

15)

“5. La Santa Sede dovrebbe tenere in debita considerazione la Dichiarazione della Fede Cattolica e il Messaggio ai Fedeli emessi dal Superiore Generale della FSSPX, e dovrebbe riconoscere questi documenti e atti sufficienti, e soddisfacendo le condizioni minime, per la comunione ecclesiale. Una scomunica al momento attuale avrebbe aperto una nuova, inutile ed evitabile ferita nel Corpo Mistico di Cristo.”

Purtroppo la Dichiarazione di Don Pagliarani non è sufficiente a dimostrare la sua comunione col Papa. Infatti come possono essere in comunione col Papa dei Vescovi, che non accettano le dottrine nuove del Concilio?

 

16)

“Alla luce di questi documenti e atti della FSSPX, il Papa, con il suo cuore paterno, potrebbe fare un’eccezione e consentire consacrazioni episcopali attraverso un gesto pastorale veramente generoso. ... Se, quest’anno, il Papa pronunciasse una scomunica, un nuovo anatema, sui vescovi consacranti e consacrati, passerebbe alla storia della Chiesa come un errore di eccessiva severità pastorale. Le generazioni future e i futuri Papi ne sarebbero pentiti. Perché il Papa dovrebbe fare oggi ciò che le generazioni future potrebbero lamentarsi domani? Non dobbiamo imparare dalla storia? Il Papa, come Sommo Pontefice, non è chiamato soprattutto ad essere costruttore di ponti?”

Purtroppo la Fraternità non è mai stata in comunione con la Chiesa e non è nata in comunione con la Chiesa, perché essa è stata fondata apposta per contestare le dottrine nuove del Concilio.

Per questo io ritengo che il Papa, quando ci sarà l’ordinazione, non emetterà alcun decreto di scomunica, perché la Fraternità, come disse Benedetto XVI parlando ad essa, di fatto non è in piena comunione col Papa, perché non accetta le nuove dottrine del Concilio.

Fine Prima Parte

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 8 giugno 2026


Purtroppo la Fraternità non è mai stata in comunione con la Chiesa e non è nata in comunione con la Chiesa, perché essa è stata fondata apposta per contestare le dottrine nuove del Concilio.

Per questo io ritengo che il Papa, quando ci sarà l’ordinazione, non emetterà alcun decreto di scomunica, perché la Fraternità, come disse Benedetto XVI parlando ad essa, di fatto non è in piena comunione col Papa, perché non accetta le nuove dottrine del Concilio.


Immagine da Internet:
- Mons. Schneider

1 commento:

  1. Stimato padre Giovanni,
    lei mi dà una grandissima gioia con questo articolo, poiché con coraggio affronta un vescovo che da anni, da decenni, manifesta un chiaro filolefebvrismo.
    E un vescovo che non viene rimosso dalle sue funzioni nonostante dichiarazioni chiaramente sospette di eresia.
    Come lei vede, Roma oggi non solo omette sanzioni disciplinari ai vescovi modernisti, ma anche ai vescovi passatisti, entrambi gruppi criptoscismatici e sospetti di eresie.
    Se lei mi chiede la mia opinione, dalle stesse dichiarazioni di Schneider, egli non è più un vescovo filolefebvriano, ma chiaramente lefebvriano. E questo io l’ho avvertito da anni. Mi rallegro che oggi lei abbia rilevato ciò che ha rilevato nel suo articolo.

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