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16 agosto, 2026

Il falso concetto di fede di Severino - Prima Parte (1/3)

 

Il falso concetto di fede di Severino

Prima Parte (1/3)

La ricerca della verità

Severino ricevette una buona educazione cattolica in famiglia e nella scuola e molto presto nacque in lui la vocazione filosofica con un forte bisogno di certezza e di verità. Del resto, se fu assunto ad insegnare all’Università Cattolica di Milano, incontrando l’ammirazione dello stesso Padre Gemelli[1], ciò non fu dovuto solo alla sua notevole preparazione filosofica, ma anche al fatto della sua notoria pratica della religione cattolica.

Severino era stato sensibile all’idealismo di Giovanni Gentile; ma ciò fu giudicato dai docenti della Cattolica che lo accolsero un fatto positivo nel senso di un’apertura ai valori della filosofia moderna. Ciò naturalmente non significava che essi fossero ignari del pericolo dell’idealismo.  Era nato però quel bisogno, che pur era stato quello dei modernisti, di ammodernare e far progredire la filosofia assumendo non supinamente ma criticamente i valori della modernità. 

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 Il mondo cattolico era turbato da un aspro conflitto fra filoidealisti e realisti, che però non riuscivano a far progredire il tomismo. … Di lì a pochi anni Gustavo Bontadini avrebbe tentato una conciliazione fra idealisti e realisti, che però ha favorito l’idealismo contro il realismo. Il filosofo che invece è riuscito a trovare la conciliazione è stato Maritain. Il difetto della Cattolica è stato quello, rimproveratogli da Fabro, di prendere come maestro Bontadini e non Maritain. … Lo sbaglio dei modernisti fu quello di usare come criterio di valutazione non la dottrina di San Tommaso, ma gli stessi princìpi errati della modernità.

Nel racconto della sua vita Severino narra come da giovane universitario, ancora credente, nacque tuttavia in lui la convinzione che la verità suprema veniva dalla filosofia e non dalla fede cristiana.

È interessante che Severino parla sempre della verità dell’essere e mai della verità del giudizio o del pensiero, anche se certamente ammette che il pensiero colga la verità. Egli ammette solo la verità ontologica e non quella gnoseologica. Ciò si vede da come definisce la verità. Egli non usa, come San Tommaso, la categoria della conformità (adaequatio), ma quella della apparizione (apparitio), della rivelazione, della manifestazione, basandosi, come Heidegger, sull’etimologia della parola greca corrispondente: a-letheia, non-latenza, non-nascondimento, svelatezza. 

Ma così succede che il verum non solo si converte con l’ens, come in Tommaso e come è nella realtà delle cose, ma s’identifica con l’ens, ovvero con l’essere, facendo sì che l’essere si risolva idealisticamente nell’apparire, sia pur un apparire verace. Il che vuol dire che Severino non distingue l’essere come essere dall’essere come vero, l’essere dall’essere pensato o rappresentato, ma il vero coincide con l’essere, è lo stesso essere o quella che egli chiama «verità dell’essere».

Ora invece bisogna dire che l’apparire al soggetto conoscente non appartiene necessariamente all’essere, bensì è rappresentazione dell’essere che appare al soggetto, per cui alla fine è un atto che è relativo al soggetto e non all’essere reale. Da qui la confusione idealistica del pensiero con l’essere. Infatti, per l’idealista l’essere è solo ciò che appare a lui come essere. Per lui l’essere che non gli appare, fuori della sua mente, non esiste.

Immagine da Internet: Papa Giovanni Paolo II e Padre Cornelio Fabro

14 maggio, 2026

Trump e Papa Leone. Le due anime dell’America.

 

Trump e Papa Leone

Le due anime dell’America

 

Illi qui iusta bella gerunt, pacem intendunt

San Tommaso, Sum. Theol., II-II, q.40, a.1,3m

 

Un incontro estremamente importante

Questo confronto fra due americani che dominano la scena del mondo è interessantissimo.  È il segno del prestigio che gli Stati Uniti sono riusciti a conquistarsi come Nazione emergente in tutta l’umanità con una relazione con le Nazioni Unite, le quali hanno gli Stati Uniti nel Consiglio di sicurezza e lo Stato della Città del Vaticano come osservatore.

Dal confronto tra questi due uomini, nell’orizzonte politico delle Nazioni Unite e nel rispetto delle sue istituzioni, collaborando con esse ed aiutandole nel loro compito di custode del bene della comunità internazionale, dipende la pace nel mondo. Non esiste nel mondo una potenza che possa competere in universalismo culturale, morale e politico con gli Stati Uniti e la Chiesa, una potenza che tanto influsso e autorevolezza abbia sull’umanità quanto gli Stati Uniti e la Chiesa cattolica.

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Quanto agli Stati Uniti, essi, a giudizio di Maritain, sono il Paese che fra tutti meglio si presta alla realizzazione di quella nuova cristianità, che egli delineò in Humanisme intégral, e che ritroviamo delineata nella Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II.

Credo che il leader spirituale sul quale oggi in tutta l’umanità maggiormente sono puntati gli occhi, che appare il più affidabile, il più disinteressato e che gode del maggior prestigio e credibilità, sia il Papa. Papa Francesco ha contributo a creare questa figura. Ciò che del suo insegnamento ha maggiormente impressionato il mondo è stato il messaggio della fratellanza universale e del dovere della misericordia.

Ritengo che quanto San Tommaso, riprendendo il pensiero di Sant’Agostino, insegna sulla questione della giusta guerra (bellum iustum), punto che è stato oggetto in passato di molti dotti commenti, conservi intatto il suo valore, sicchè proprio al fine di preparare l’avvento della pace, occorrerebbe a mio modesto avviso che il Papa riprendesse questa saggia dottrina dell’Aquinate. Certo l’Aquinate non conosceva le armi atomiche, ma appunto il suo insegnamento è tuttora valido in riferimento alle armi tradizionali.

Ma una cosa che dobbiamo notare è che la vera prospettiva escatologica non è, come molti oggi credono, quella buonistica di stampo origenista della riconciliazione finale di tutti gli uomini fra di loro, della salvezza universale e della scomparsa di ogni male. Non è questa la vera visione cristiana. ... La prospettiva finale dei giusti è la vittoria con Cristo contro i suoi nemici. … Una predicazione integrale del Vangelo non può nascondere questo aspetto, che fa capire esattamente qual è la prospettiva di pace per la quale il cristiano lavora, soffre e combatte. È una pace che non nasce solo da una conciliazione, ma anche da una vittoria.

Immagine da Internet


26 aprile, 2026

Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Settima (7/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

Parte Settima (7/7)

 

L’Intero per Bontadini è il quadro originario di pensiero nella sua interezza, nel quale il pensiero coincide con l’essere e l’esperienza si concilia con la ragione. All’interno di questo pensare appare l’esistenza di Dio come la vera ed unica realtà, ciò che toglie la contraddizione del divenire.

Ciò significa che per Bontadini la sintesi dell’immediato come esperienza che pone il contradditorio e del mediato, come ragione che ponendo l’identità, toglie la contraddizione del divenire è il processo dialettico o struttura originaria o intero, per il quale è provata l’esistenza di Dio. 

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Maritain non ha dedicato una speciale attenzione alla questione della creazione nel suo aspetto metafisico e in ciò il Maritain brilla di meno di Bontadini. Maritain assume senza problemi la dottrina cristiana della creazione ricavata dalla rivelazione biblica.

C’è però da notare che la proposta bontadiniana di «rigorizzare» la nozione tomista di creazione basandola sull’essere di Parmenide anziché sul motore immobile di Aristotele, se da una parte è valida per il fatto del richiamo all’essere (einai), che in Aristotele non è presente, dall’altra è sbagliata in quanto, sulla scia di Parmenide, Bontadini non afferra la dignità del divenire, anche se ha fatto bene a superare l’on di Aristotele per captare l’einai di Parmenide, confrontandolo con il nome divino di Es 3,14.

Ciò che faceva difficoltà a Bontadini nel dogma della creazione era l’espressione «de nihilo», che comporta la negazione dell’essere. Considerando il principio di non-contraddizione secondo il quale l’essere non è il non-essere, a Bontadini l’espressione del dogma appariva contradditoria e nichilistica. Si ritenne allora in dovere di elaborare un’altra definizione della creazione, più rigorosa, che non potesse dar luogo a quel rischio di nichilismo.

Egli, così, ricorrendo non alla metafisica di Aristotele, ma a quella di Parmenide, in dibattito con Severino, ha creduto di poter «rigorizzare» la dottrina tomistica, rispondente al dogma della creazione. Egli aveva presente la sentenza dei filosofi eleatici secondo la quale «dal nulla non diviene nulla» (ex nihilo nihil fit). Questa sentenza è senz’altro vera, se si intende dire che il diveniente non è causato dal nulla, perché il nulla non causa nulla. La causa dell’essere è l’essere.

Ma essa non vale più se si suppone un ente creatore, ossia tanto potente nel causare, che il suo atto abbia come effetto la produzione di tutto il diveniente. Ora, se il creatore lo produce tutto, allora evidentemente, prima che esistesse, quell’ente era nulla, ossia non esisteva. In tal senso si può dire che Dio creando l’ente, lo trae dal nulla. L’ente creato trae origine dal nulla non perché da sé sia uscito dal nulla o perché causato dal nulla, ma nel senso che Dio lo ha fatto essere, nel presupposto che prima che la creatura fosse, di lei nulla esisteva. Dunque dal nulla di per sé non viene nulla, se non è Dio stesso che lo trae dal nulla.

 
Immagine da Internet: Mosè, Michelangelo, Roma

24 aprile, 2026

Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Quinta (5/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

Parte Quinta (5/7)

 

La questione del divenire

Cielo e terra passeranno.

Le mie parole non passeranno

Mt 24,35  

La questione del divenire, connessa con la percezione del concreto, della temporalità e del transitorio, e quindi del senso della storia, del mutamento delle idee e dei costumi, del progresso del sapere, dell’evoluzione dell’universo, segna profondamente di sé il pensiero moderno, più di quello medioevale. Nel pensiero antico troviamo alcune intuizioni profonde, di perenne valore, le quali, migliorate dalla rivelazione cristiana, si ripresentano oggi. Ma gli errori antichi sono tornati a causa di una diminuzione dell’intelligenza metafisica rispetto al Medioevo, per cui essi affascinano o sfidano drammaticamente i contemporanei.  

La filosofia del nostro tempo è largamente influenzata dallo storicismo hegeliano, che fa perder di vista l’immutabilità divina e col pretesto dell’Incarnazione del Verbo, chiude il pensiero teologico nell’orizzonte della temporalità.

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Maritain e Bontadini convengono nel ritenere il principio di non contraddizione come un principio fondamentale della filosofia e dello stesso discorso umano. Essi tuttavia non lo intendono allo stesso modo e non gli danno la stessa importanza e la stessa estensione. 

Mentre Maritain lo considera solo un principio del dire o pensare, distinto dal principio d’identità, che è principio dell’essere, base del principio di non-contraddizione, Bontadini chiama principio di non contraddizione anche il principio di identità formulandolo in questo modo: «l’essere non è il non-essere». Egli però lo formula anche in un modo sbagliato, che si trova anche in Severino: «l’essere non può non essere». Per la verità, questo è solo il principio di non-contraddizione dell’essere necessario, che lascia fuori l’essere contingente, che è l’essere che può non essere. Solo l’essere necessario non può non essere.

Opportunamente il Maritain enuncia il principio d’identità a questo modo: «l’essere non può essere il non-essere». Egli lo enuncia anche a questo modo: «ogni ente è ciò che è». Un’altra formulazione la prende dal Garrigou-Lagrange: «ogni ente è di una natura determinata che lo costituisce in proprio».

Con la ragion d’essere tocchiamo il piano dell’essenza, dell’intellegibilità e della razionalità o del pensabile. Qui è toccato il pensiero e gioca il principio di non-contraddizione - non est simul affirmare et negare, come lo enuncia sinteticamente San Tommaso - e la sua negazione è il contradditorio, ciò che non può essere pensato.

Una proposizione o una tesi può essere contradditoria, ma il divenire è qualcosa che appartiene all’ordine dell’essere, ossia dell’identità del reale, dove non gioca il contradditorio, ma con l’esclusione dell’impossibile, si dà solo il possibile e l’attuale, che è ciò che sul piano della realtà fonda il non-contradditorio, e fonda quindi il moto, il produrre e la stessa attività creatrice divina, che pure sta tanto a cuore a Bontadini - qui in netta opposizione con Severino, per il quale il concetto di creazione implica contraddizione e nichilismo.

 
Immagine da Internet: Arca di San Domenico, Niccolò dell'Arca, Bologna
 

23 aprile, 2026

Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Quarta (4/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

Parte Quarta (4/7)

 

Il vero realismo

 

Non la mia, ma la tua volontà sia fatta

Mt 26,41

Occorre anche dire che il vero realismo non contrappone affatto, come teme Bontadini, il pensiero alla realtà materiale esterna, la cosa in sé. Nel vero realismo non c’è nessun dualismo, ma una armoniosa dualità e corrispondenza o proporzione o convenienza reciproche fra pensiero ed essere, giacchè tanto l’essere che il pensiero, tanto la res che l’intellectus sono creati da Dio e le opere divine non entrano in contrasto fra loro.

Semmai è l’uomo che con la menzogna, l’infingimento, l’inganno, la doppiezza e l’errore crea confusione e false contrapposizioni, confonde il sembrare con l’essere e fa apparire reale ciò che è immaginario. Oppure l’uomo si pasce della l’illusione di essere infallibile col credere che il suo pensare è strutturalmente coincidente con l’essere e mai se ne discosti.

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Bontadini si professa esplicitamente ontologista, ma in senso idealistico. Infatti egli respinge l’esigenza di Anselmo che quel Dio che è nella mente si trovi anche fuori della mente. Anselmo era un realista, ma non si accorse che il suo argomento supponeva l’idealismo. Egli, come è noto, si chiese se non era possibile dimostrare l’esistenza di Dio partendo dal concetto di Dio come id quo maius nihil cogitari potest, ossia un ente, la cui essenza fosse il suo stesso esistere.  Ora, concluse, siccome l’esistere fuori della mente è più della semplice essenza nella mente, occorre che nell’esistenza reale Dio abbia l’esistenza.

Bontadini peggiora ulteriormente l’errore di Anselmo ponendosi non dal punto di vista del realismo, ma dell’idealismo, come fece già Hegel, che ammirò Sant’Anselmo ma senza comprenderlo.

Il limite di Bontadini è che non si ferma a parlare dell’ente, distinguendo potenza ed atto, essenza ed essere, essere ed agire, essere e causare. Ciò lo porta a ridurre la potenza all’atto, l’essere all’essenza, la causalità alla forma. In questa logicizzazione o matematizzazione dell’essere, ci va di mezzo il divenire, legato alla potenza, all’agire e al causare. Gli rimane solo il contradditorio, per cui finisce per dibattersi fra il divenire hegeliano, contradditorio, e il divenire parmenideo, solo apparente.

Bontadini insieme con Maritain ha capito che la concezione hegeliana del divenire, che chiude la realtà nel divenire, fa perder di vista la trascendenza divina, ponendo il divenire in Dio stesso. Tutto è storia e Dio stesso ha una storia ed è storia.

Maritain ha capito che non esiste il divenire in sé, ma esistono solo cose che divengono. Sotto ciò che passa, c’è qualcosa che non passa. Il divenire non appartiene all’essere come tale, ma solo a una speciale categoria dell’essere, l’essere degli enti finiti, materiali e spirituali.

Bontadini come Maritain ha capito che il divenire non si spiega da solo, ma solo col rimando all’eterno ed immutabile. Ma Bontadini, per dimostrare che il divenire è fondato sull’eterno, invece di mostrare, come fa Maritain al seguito di Aristotele, che nello stesso divenire vi è una traccia di eternità, che ci fa scoprire l’eterno, per una via troppo breve balza immediatamente sull’eterno come se ne avesse una visione immediata.

 
Immagine da Internet: Davide, Bernini, Roma

22 aprile, 2026

Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Terza (3/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

Parte Terza (3/7)

La scelta fra realismo e idealismo

Scegli la vita

Dt 30,19

L’idealismo in generale è la stima per il valore dell’idea intesa come esemplare o modello o criterio intellegibile assoluto e certissimo di verità e di valutazione o principio di libertà e perfezione eterno ed immutabile plasmatore della realtà materiale diveniente, realtà spirituale presente nella mente e nella coscienza, costitutiva della mente e punto di partenza e guida dell’azione. Lo scopritore del valore dell’idea è notoriamente Platone. L’idea è luce della mente proveniente da Dio e che conduce a Dio.

È interessante come nella visione idealistica sono totalmente assenti gli angeli, sia quelli santi che quelli malvagi. Infatti la metafisica idealista non conosce gradi analogici dell’essere: materia, forma, essenza, essere. Tutto si gioca tra il finito e l’infinito, Dio e l’uomo, l’immanente e il trascendente, il tutto e la parte, l’essere e il non-essere, l’affermazione e la negazione.

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Sant’Agostino comprese che l’idea platonica è l’idea divina, il Logos divino, coincidente con l’essere stesso di Dio creatore e provvidente governatore dell’universo e regola della perfezione morale dell’uomo. La mente umana forma le proprie idee basandosi sulla luce proveniente dalle idee divine.  La verità del conoscere dipende dalla docilità della mente umana alla verità divina che si mostra nella coscienza. 

Ma l’idealismo condannato dalla Chiesa non è questo. Si tratta invece dell’idealismo che ha il suo inizio in Cartesio e il suo culmine in Hegel. È quell’idealismo che questi idealisti chiamano boriosamente «filosofia moderna», la quale, in realtà, a ben vedere, non è affatto moderna, ma è l’espressione della sofistica di Protagora, per il quale, come è noto, «l’uomo è la misura di tutte le cose». Che significa ciò? Che Cartesio, come già aveva fatto Protagora, considera come modello e misura del reale non più l’idea divina trascendente di Platone ed Agostino, ma la semplice idea umana. 

Per questo l’uomo si sostituisce a Dio nella pretesa di ideare, regolare e addirittura creare la realtà delle cose e di se stesso. Naturalmente si tratta di una pretesa irrealizzabile; ma all’idealista basta la convinzione di realizzarla. Egli sa bene che la realtà esiste indipendentemente da lui; ma per sentirsi alla pari di Dio gli basta esercitare la sua volontà senza tener conto di quella divina. E questo gli è possibile.

È con questo tipo di filosofia che oggi abbiamo a che fare. È con questa filosofia che il Concilio Vaticano II ci prescrive di confrontarci, dopo il fallito tentativo del modernismo. Il Concilio però ci indica qual è il filo di Arianna per uscire da questo labirinto, qual è il modo di togliere dal serpente il veleno, qual è la guida per il pericoloso sentiero di montagna, qual è il modo di curare la malattia senza prendere il contagio: è San Tommaso. Ma Tommaso allo stato puro, non mescolato con Parmenide, Kant, Hegel o Severino.

 
Immagine da Internet: San Tommaso d'Aquino, Roccasecca

19 aprile, 2026

Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Prima (1/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

 

Parte Prima (1/7)

 

Dedicato allo Studio Filosofico Domenicano di Bologna

 

Due avventure dello spirito

Nell’orizzonte attuale della filosofia cattolica, emergono due figure di grandi maestri, che a tutt’oggi ci aprono la mente alle grandi prospettive del pensiero che si interroga sulle questioni più profonde e decisive concernenti il senso dell’esistenza e della vita, la questione della verità e della libertà, il problema di una certezza prima ed assoluta, le aspirazioni più alte dell’uomo, la distinzione del bene dal male, il problema della pace, i fondamenti primi della realtà, della morale e del sapere, la domanda concernente l’esistenza di Dio.

Maritain, dopo un periodo giovanile di brancolamento intellettuale e di vana spavalderia, scoperta la bellezza dell’umiltà, si fece servo assoluto della verità alla scuola di San Tommaso d’Aquino.  Insegnò quindi all’Institut Catholique di Parigi e successivamente alla Scuola Francese di Studi Superiori di New York e all’Università di Princeton.

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Che razza di modernità è quella che dalla certezza incontrovertibilmente fondata e giustificata da Aristotele ci fa retrocedere alla sofistica di Protagora?

Mentre Bontadini cascò nella trappola di Cartesio, Maritain ha sempre visto con sicurezza il sofisma di Cartesio. A Maritain non venne mai in mente di fare un idolo della facoltà di pensare. La sua umiltà lo ha salvato dall’idealismo, comprendendo che la verità sta in un atto di umiltà, nell’adeguarsi del pensiero all’essere, cioè in fin dei conti a Dio.

Maritain non si è lasciato sedurre da Cartesio ma lo ha confutato efficacemente, a differenza di Bontadini, il quale è rimasto ingannato dalla sostituzione che Cartesio fa all’io penso qualcosa o all’io so di Aristotele: l’io penso simpliciter, che poi è un io dubito. C’è allora qui in gioco il concetto stesso di filosofia, che per Bontadini, seguace dell’idealismo di Gentile che nasce da Cartesio, è il pensare garante di se stesso, mentre per Maritain, è aristotelicamente l’amore alla sapienza, che in ebraico è la hokhmà, della quale parla il libro della Sapienza, dove è detto che per analogia con la bellezza della creatura noi scopriamo la trascendenza di Dio (Sap 5,13).

Immagine da Internet: Il peso dei pensieri, Thomas Lerooy