Giusti ed empi
La prospettiva escatologica cristiana della pace
Seconda Parte (2/2)
Che cosa intendiamo con la parola «guerra»?
Il Papa si propone di indicare le vie della pace all’umanità di oggi, divisa da dottrine e forze contrastanti, lotte di potere, aspirazioni al dominio e sfrenati egoismi, insistendo sulla necessità di utilizzare con sapienza, prudenza, pazienza e perseveranza i metodi del dialogo, della persuasione, dell’argomentazione, e della diplomazia, della testimonianza, insomma tutte le forme e le risorse del modo pacifico di risolvere contrasti e controversie.
Partendo da un concetto di guerra intesa come conflitto di egoismi e sfogo di crudeltà, il Papa ovviamente condanna in modo assoluto la guerra come immorale, nemica della pace e della giustizia. Se guerreggiare è peccato, non avrebbe senso parlare di un peccato giusto.
Presa la parola in questo senso, è chiaro che ogni guerra è ingiustizia ed è da proscriversi. Resta tuttavia il grave problema morale per gli Stati dell’uso lecito delle forze armate contro un altro Stato. Il Papa accenna al diritto della legittima difesa. Ma potremmo chiederci se non esiste anche il diritto-dovere a un legittimo intervento. È il termine che San Giovanni Paolo II usò per sostenere la legittimità dell’intervento della NATO in Bosnia dopo il crollo del regime comunista, i cui avanzi stavano operando stragi tra la popolazione. Credo pertanto che esista anche in certi casi un diritto-dovere ad una legittima aggressione. Se per esempio uno Stato ha promesso solidarietà ad un altro Stato che viene aggredito o patisce sotto una tirannide, non avrà il dovere di intervenire? Se un territorio appartenente a uno Stato è caduto in possesso di un altro, il quale opprime i cittadini di quel territorio, la madre patria non avrà il dovere di intervenire?
Occorrerebbe invece, a mio avviso, proprio ai fini di ottenere la pace nel mondo, che il Sommo Pontefice si fermasse ad illustrare la possibile liceità della guerra tradizionale, da sempre sostenuta dalla teologia morale cattolica. Per questo, se è slealtà manifesta rifarsi alla volontà di Dio per motivare guerre ingiuste, l’etica naturale e la stessa etica biblica ci insegnano che Dio, liberatore degli oppressi e vindice di chi ha patito ingiustizia, benedice certamente quelle armi che ridanno al diritto l’onore che gli è dovuto e alla giustizia consentono l’adempimento delle sue esigenze.
Trattando inoltre della gravissima questione della pace e della guerra alla luce della fede, non possiamo ignorare come la Scrittura consideri l’umanità divisa tra giusti ed empi. Nella vigna del Signore c’è il grano e la zizzania. San Giovanni parla di «figli di Dio» e di «figli del diavolo» (I Gv 3,10). Cristo parla delle pecore e dei capri, dei pesci buoni e di quelli cattivi. È chiaro però che resta il problema di giudicare nei casi concreti, giacchè c’è chi appare empio, ma in realtà è pio; c’è chi appare pio, ma in realtà è empio.
È qui che appare in tutta la delicatezza il problema dell’ipocrisia, della finzione e della doppiezza, fortemente segnalato da Cristo. Ma qui troviamo la radice spirituale delle guerre, secondo il motto popolare «ne uccide più la lingua che la spada». La prima guerra è quella delle parole. Poi si passa ai fatti. La dialettica hegeliana è fomentatrice di guerra. L’etica di S.Tommaso è costruttrice di pace.
La radice profonda delle guerre non sono gl’interessi economici, ma l’opposta concezione della divinità. Lo scontro di fondo nelle guerre è lo scontro fra il Dio d’Israele e gli idoli delle genti. Chi è pronto ad uccidere e a lasciarsi uccidere in battaglia, se non è uno scimunito totale, non lo fa per un motivo che stia al di sotto del valore della vita. Per questo in guerra c’è la vigliaccheria e la crudeltà, ma c’è anche il sacrificio e l’eroismo.
La mira di fondo del documento pontificio è quella di dare indicazioni all’umanità sul metodo da seguire per l’edificazione della pace nel mondo e l’eliminazione della guerra servendosi di quel meraviglioso e vorremmo dire prodigioso strumento della tecnica che è appunto l’IA.
Oggi la Chiesa, l’apocalittica Donna che combatte contro il Drago, messaggera e testimone della pace messianica, dono del suo Signore e Sposo Gesù Cristo, e frutto dello Spirito Santo, si trova più che mai aggredita dai grandi poteri mondani, ispirati da Satana, i quali non vogliono la Signoria di Cristo, ma ciascuno vorrebbe imporsi sull’intera umanità per dominarla secondo le proprie voglie. Si realizzano più che mai le parole del Salmo 2:
«Perché le genti congiurano e perché invano cospirano i popoli? Insorgono i re della terra e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia: “spezziamo le loro catene, gettiamo via i loro legami!”. Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore. Egli parla loro con ira, li spaventa nel suo sdegno; “Io l’ho costituito mio sovrano sul Sion mio santo monte”» (vv.1-6).
Modernisti, passatisti, ebrei, musulmani, protestanti, anglicani, ortodossi, massoni, panteisti, gnostici, pelagiani, comunisti, induisti sono tutti uniti nel respingere il Papa, Vicario di Cristo, Pastore della Chiesa cattolica, vittoriosa con Cristo sul mondo, mandata da Cristo a predicare al mondo la conversione e il battesimo per la remissione dei peccati, ad annunciare al mondo la pace escatologica e messianica e la prossima venuta di Cristo giudice misericordioso dei vivi e dei morti.
Giovanni mette in particolar luce che Cristo nel corso della storia ha dei nemici implacabili. A lui va la coniazione del nome «anticristo», che usa più volte nelle sue due prime Lettere. Questo anticristo può essere accostato all’«uomo iniquo», del quale parla San Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2,3).
La guerra degli angeli.
Per ottenere la pace bisogna capire il perchè è sorta la guerra o quali ne sono state le sue origini. La Scrittura getta su ciò una luce decisiva: Dio aveva creato un mondo in pace, armonioso e sereno, nella convivenza degli uomini con gli angeli sotto il suo governo saggio ed amorevole.
Senonchè, quando, dopo aver creato gli angeli, li sottopose ad una prova di fedeltà, alcuni la superarono, e furono per sempre confermati nella gloria della visione beatifica di Dio, pronti ministri ed esecutori dei suoi comandi, altri invece si ribellarono e si rifiutarono di servirlo, ed anzi, si posero in uno stato di implacabile ostilità a Dio per l’eternità. Se ciò si vuol chiamare guerra, bisogna allora dire che per la fede cristiana le guerre cesseranno nella terra dei risorti, ma non nell’inferno.
Narra infatti la Scrittura:
«Scoppiò una guerra in cielo: Michele i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per loro in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana, che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli» (Ap 12, 7-9).
A questo punto il drago ingaggia una lotta contro la «Donna», cioè la Chiesa, che durerà fino alla fine del mondo, fino a che Cristo, con gli eletti non tornerà a sconfiggere definitivamente le forze di Satana, come è previsto al c.20 dell’Apocalisse.
L’Apocalisse precisa ai vv.11-16 del c.19 i termini di questa lotta di Satana contro la Chiesa. Essa è difesa da un misterioso terribile Cavaliere chiamato «Fedele» e «Verace», che «combatte con giustizia; il suo nome è il Verbo di Dio». Il Cavaliere è seguìto dagli «eserciti del cielo» (v.14). «Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori» (vv.15-16). Chi è questo Cavaliere?
L’Apocalisse prosegue:
«Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito. Ma la bestia fu catturata e con esso il falso profeta che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevano ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo. Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca del Cavaliere» (vv.19-21).
San Paolo profetizza la futura battaglia escatologica di Cristo, diretta in modo particolare contro un misterioso «uomo iniquo, figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che vien detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (II Ts 2,3-4).
Occorrerebbe, a mio avviso, proprio ai fini di ottenere la pace nel mondo, che il Sommo Pontefice si fermasse ad illustrare la possibile liceità della guerra tradizionale, da sempre sostenuta dalla teologia morale cattolica[1] . Per questo, se è slealtà manifesta rifarsi alla volontà di Dio per motivare guerre ingiuste, l’etica naturale e la stessa etica biblica ci insegnano che Dio, liberatore degli oppressi e vindice di chi ha patito ingiustizia, benedice certamente quelle armi che ridanno al diritto l’onore che gli è dovuto e alla giustizia consentono l’adempimento delle sue esigenze.
San Paolo parla poi di un misterioso personaggio che trattiene (katèkon) il manifestarsi dell’uomo iniquo. Quando questo personaggio sarà tolto di mezzo., allora «sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e di prodigi menzogneri e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina, perchè non hanno accolto l’amore per la verità per esser salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (vv.6-12).
Quale potrebbe essere questa forza che impedisce l’infuriare di Satana? Qual è l’ostacolo più forte all’azione seduttrice e ingannatrice di Satana? È il Papa, il Vicario di Cristo. Ebbene, è possibile allora che Cristo abbia in programma di intervenire di persona in difesa della Chiesa – e questa sarebbe la Parusìa - quel giorno in cui ci sarà una situazione ecclesiale talmente disastrata e un Papa così vacillante, che l’intervento personale del Signore si mostri il solo che può sbloccare la situazione. Ma d’altra parte, possiamo anche pensare che, essendo il Papa il pastore della Chiesa, Dio darà a lui la luce necessaria affinchè possiamo esser pronti all’arrivo imminente di Cristo. Ciò non esclude peraltro l’elemento sorpresa nel dettaglio del quale pure Cristo parla.
Inizio e conclusione della storia della Chiesa
L’Apocalisse presenta l’inizio della storia della Chiesa con il potente intervento di un angelo – certamente immagine di Cristo - «che scendeva dal cielo con la chiave dell’abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo e Satana – e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’abisso. Ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo» (c.20, 1-3).
L’incatenamento di Satana significa che con la fondazione della Chiesa il demonio non riesce più a disturbare ed ingannare l’umanità come prima. Ma non vuol dire che non continui a combattere contro la Chiesa.
L’ Apocalisse parla poi di due risurrezioni: la prima, che è quella del Battesimo (20,5), per la quale coloro che danno la vita per Cristo regnano con lui per mille anni, ossia vivono per tutta la durata della storia della Chiesa. Altri invece tornano in vita, ossia sono battezzati solo al compimento dei mille anni, al termine della storia della Chiesa (v.5). A questa resurrezione segue la seconda, che è la futura resurrezione gloriosa, che farà seguito alla parusia di Cristo giudice dei vivi e dei morti (vv.11-14).
Al termine dei «mille anni», cioè della durata della storia della Chiesa, «Satana verrà liberato dal suo carcere», nel quale viene tenuto a freno durante questo tempo (c.20, vv.2-3). Egli «uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, adunati per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra, e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città eletta. Ma un fuoco discese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta; saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli» (20, 7-10).
Senza saper nulla di conflitti atomici, S.Pietro descrive con sorprendente realismo esattamente quanto accadrebbe in caso di conflitto nucleare. Dunque pare che il mondo finirà distrutto da una conflagrazione nucleare mondiale, cosa alla quale siamo assai vicini, se i nostri governanti non si metteranno d’accordo per l’abolizione delle armi nucleari. Non occorrono molte ragioni per farci capire l‘immoralità di questo tipo di guerra.
Il rischio che corriamo di un possibile conflitto atomico non deve mettere in discussione l’opera della edificazione della pace, secondo quanto abbondantemente ci è indicato dall’enciclica del Papa. Questo imperativo resta assoluto, sia che abbiamo ragione di ipotizzare la prossima fine del mondo e il ritorno di Cristo, secondo i segni indicatici da Cristo stesso e da San Paolo, sia che non l’abbiamo. Il fatto che Cristo ci dia dei segni della sua imminente parusia col simbolo delle foglie che rappresentano l’imminente estate, ci induce a far previsioni. Ma ciò va fatto con modestia e prudenza, perché nel contempo Cristo ci avverte che solo il Padre conosce il giorno e l’ora, per cui ci ordina di tenerci sempre pronti nella vigilanza avvertendoci che verrà nell’ora che non immaginiamo (cf Mt 24,44).
In ogni momento della storia la Chiesa è chiamata ad interrogarsi se sono presenti i segni della parusìa. Ma si potrebbe osservare che quasi tutti i segni presentati da Gesù non hanno quel carattere di straordinarietà che a tutta prima potremmo esser portati ad immaginare per una simile circostanza. Si tratta invece perlopiù di fatti e cose che si ripropongono più o meno intensamente per tutto il corso della storia della Chiesa. Il Signore probabilmente vuol farci capire che ogni momento della storia può essere un segno della sua venuta.
Degni di nota sono alcuni punti delle parole di Cristo, che troviamo anche in San Paolo. Innanzitutto la comparsa del massimo dell’empietà, che Cristo designa come «l’abominio della desolazione nel luogo santo», mentre San Paolo parla più diffusamente dell’«uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che vien detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (II Ts 2,3-4).
Qui non è difficile riconoscere il panteismo hegeliano dell’identità del pensiero con l’essere, e quindi della natura umana con la natura divina, una concezione che oggi rivive nel transteismo e nel transumanesimo, che traggono occasione per la loro empietà da illusorie speranze poste nell’IA, come se da essa l’uomo potesse attendersi un travalicamento dei limiti umani e un autoinnalzamento prometeico sul piano del divino.
In secondo luogo sono da accompagnare le parole di Cristo «l’amore di molti si raffredderà» (Mt 24,12) con quelle di San Paolo sull’«apostasia» (II Ts 2,3). È innegabile da decenni il fenomeno dell’apostasia, senza con questo voler giudicare circa la situazione delle coscienze, nota solo a Dio e senza voler negare i miglioramenti e i progressi prodotti dal Concilio Vaticano II.
In terzo luogo è importante tener presente che la prospettiva cristiana escatologica della pace non è l’umanità pacificata immaginata dalla massoneria o dal buonismo rahneriano o dal misericordismo origeniano. Nella prospettiva cristiana la pace escatologica è patrimonio e possesso dei soli eletti. Mentre nella vita di quaggiù le guerre sono inevitabili a causa delle conseguenze del peccato originale e possono essere addirittura necessarie per il conseguimento della pace, la guerra sarà per sempre assente nel mondo dei risorti, ovvero di quelli che qui Cristo chiama gli «eletti»(Mt 24, 22. 31). Dunque, se ci sono gli eletti, questo vuol dire che ci sono gli esclusi, ossia gli empi. Per questo, come dice la Scrittura, non c’è pace per gli empi.
In quarto luogo, gli sconvolgimenti cosmici, come ho già detto, possono significare la conclusione catastrofica di una storia della natura guastata e ferita dal peccato originale e divenuta nemica dell’uomo e ribelle all’uomo. La Venuta di Cristo avrà una funzione ricapitolatrice, restauratrice, pacificatrice, riordinatrice, correttiva, rifondatrice, purificatrice, liberatrice, riparatrice, promotrice ed elevatrice, atta a togliere gli ultimi residui del peccato e delle sue conseguenze, far giustizia dando a ciascuno il suo, e inaugurare in pienezza la Gerusalemme celeste.
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 31 maggio 2026
L’Apocalisse presenta l’inizio della storia della Chiesa con il potente intervento di un angelo - certamente immagine di Cristo - «che scendeva dal cielo con la chiave dell’abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo e Satana – e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’abisso. Ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo» (c.20, 1-3).
L’incatenamento di Satana significa che con la fondazione della Chiesa il demonio non riesce più a disturbare ed ingannare l’umanità come prima. Ma non vuol dire che non continui a combattere contro la Chiesa.
[1] Vedi San Tommaso, Somma Teologica, II-II, q.40.

Articolo come sempre bello e completo, dove tutto è spiegato con un solido supporto scritturistico e teologico, oltre che logico.
RispondiEliminaNella prima parte il finale condensa una realtà ineludibile "dietro alla pluralità delle religioni ... agisce lo spirito dell’anticristo" e anche "Rimane pertanto sempre reale, anche se non sempre chiaramente identificabile, l’opposizione tra i figli della luce e i figli delle tenebre in preparazione della futura battaglia".
Insomma, lei Padre Cavalcoli riesce a realizzare il quadro di una situazione a cui pochi oggi hanno la "grazia di Dio" di giungere.
Di mio vorrei aggiungere una considerazione, e lei mi correggerà se erro: le potenze mondane, le nazioni, guidate da personaggi a cui il Demonio sembra sussurrare come nell'affresco del Signorelli, proni ai suoi suggerimenti e desideri realizzano il "regno dell'anticristo", la sua "unità" nella guerra.
Io ho questa idea, che per il Diavola la guerra non realizza la disunità del suo regno, ma invece la sua "unità", cioè l'unità nel desiderio divisorio ed omicida.
Cordiali saluti e grazie per i suoi articoli.
Caro Francesco, la sua osservazione sul regno di Satana è molto interessante, perché, mentre il regno di Dio è basato soltanto sull’affermazione e sulla posizione del bene in opposizione al male, il regno di Satana per poter reggere deve in qualche modo porre se stesso, ma poiché è fondato sulla negazione e sull’opposizione, è un regno che simultaneamente pone e nega se stesso.
EliminaInfatti come sappiamo anche il suicidio è un peccato e in fondo ogni peccato è un suicidio perché è la soppressione della propria vera felicità.
A questo punto stupisce notare come la dialettica di Fichte e di Hegel sembra una razionalizzazione della stessa azione del Demonio. Infatti nella dialettica idealista la posizione iniziale nega se stessa e riafferma se stessa negando se stessa.
In questo modo Cristo, parlando del regno di Satana, può dire ad un tempo che esso regge se stesso e distrugge se stesso, come infatti Gesù dice in Mt 12,26.