L'essere nel pensiero[1]
di Giovanni di San Tommaso[2]
Padre Tomas Tyn
Prima Parte (1/4)
Pubblico una conferenza di Padre Tomas Tyn riguardante il pensiero del grande tomista spagnolo seicentesco Giovanni di San Tommaso.
Si tratta di un testo squisitamente scolastico, con quella sua apparente durezza che oggi ci sembra piuttosto scostante, ma la fatica che possiamo mettere nel comprendere che cosa Giovanni ci vuol dire è molto ripagata dalla possibilità che ci viene data di entrare nei più affascinanti misteri della metafisica, che all’epoca di Giovanni, aveva raggiunto livelli a tutt’oggi insuperati.
E quando si parla di metafisica vuol dire avvicinarsi a Dio. Per questo motivo bisognerebbe riprendere questo linguaggio, che dal secolo XIX fino a Pio XII è sempre stato raccomandato dai Papi come un prezioso sistema linguistico elaborato nel corso di secoli.
Il linguaggio scolastico non esclude affatto il nuovo linguaggio pastorale del Concilio, ma si accompagna ad esso nella comprensione della Parola di Dio. Inoltre questo linguaggio è più utile a capire la terminologia dei dogmi, che non il linguaggio pastorale.
Padre Tomas Tyn si rivela qui un grande maestro in questo campo, introducendoci alla comprensione del suo illustre Confratello.
Padre Tomas ha avuto cura di citare come pezze di appoggio lunghi brani di Giovanni[3], che però il lettore si può risparmiare, perché P. Tomas nel suo testo non fa altro che riprendere questi brani e spiegarli.
La tematica è di fondamentale importanza, perché spiega i rapporti tra le nozioni fondamentali della metafisica: la nozione dell’ente, dell’essenza, dell’essere, dell’esistenza, della sussistenza, della sostanza, del soggetto, del supposito e dell’accidente.
Questa pubblicazione può essere utile a commemorare la data del 29 giugno, nelal quale il Servo di Dio ricevette il Sacramento dell’Ordine per le mani di San Paolo VI a Roma nel 1975.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 25 giugno 2026
I. La costituzione dell’ente: l’essenza e l’essere
1. L'esistenza è un ché di intrinseco all'ente
Giovanni da San Tommaso definisce anzitutto l'esistenza come illud quo aliquid denominatur positum extra causas et extra nihil in facto esse[4].
Essa è dunque un principio formale, un quo aliquid est.
Tramite essa un ente si dice posto al di fuori delle cause e del nulla - una denominazione di cui tuttavia subito si dirà che è eminentemente intrinseca.
Il contrasto con il nulla e con la potenzialità del modo in cui gli effetti sono precontenuti nelle cause evidenzia l'attualità dell'essere.
Tale attualità è infine compiutezza del factum esse a differenza del fieri, atto ultimo e non parziale e fluente, indipendentemente dal suo essere divenuto e essere da sè medesimo. In questo senso anche di Dio si può dire che è in facto esse.
Existentia seu esse est aliquid maxime reale et intrinsece denominans rem existentem. Ciò per cui realmente è tutto ciò che è, non può a sua volta non essere[5]. L'esistenza dunque esiste, non certo nella sua modalità di quo, ma nella sua partecipazione all'ente, essa è nell'ente che pone esistente.
Neque existentia est relatio ad aliud: quia unumquodque dicitur esse in ordine ad se. Con questa affermazione viene ribadito il principio tomistico della relativa autonomia dell'ente finito il cui essere non si esaurisce nell'essere creato, nel dipendere dalla causa del suo essere. L'argomento è semplice, ma chiaro: ogni cosa è in assoluto e non relativamente a qualcos'altro: d'altronde le stesse relazioni, se sono, non sono in quanto relazioni, bensì in quanto inerenti al soggetto[6].
2. L’essenza dell’ente finito ha l'essere per partecipazione e non per essenza o come una parte dell'essenza (l’essere è predicato essenzialmente sintetico)[7].
Existentia est aliquid partecipatum in creatura et non essentia eius vel pars essentiae: sed ab agente derivatum, eique contingenter conveniens. Partecipazione vuol dire non-essenzialità, essere causato e contingenza.
Significato della proposizione “essentia actualis, et in re posita, distinguitur ab existentia”: l'essenza va presa non nel senso dell'attualità dell'esistenza, perché altrimenti si avrebbe una tautologia – “essenza esistente è esistente” che è, certo, una predicazione sintetica, ma priva di significato -.
Quando si dice allora “l'essenza è esistente”, occorre considerare l'essenza, sì, come attualmente sottoposta all'atto di essere, ma senza reduplicazione[8]. L'essenza si considera dunque attualmente esistente, ma non in quanto attualmente esistente esprimendo l'attualità dell'esistenza.
L'essenza non sottoposta all'esistenza non esiste attualmente in nessun modo, ma è un nulla.
L'essenza esistente è necessariamente esistente.
L'essenza sottoposta all'essere, ma non presa formalmente in quanto esistente, possiede l'essere in modo sintetico e contingente. Solo così ha senso dire che la proposizione “l'essenza esiste” è sintetica[9].
L'essenza riceve l’esistere prima che esista e così il recipiente non preesiste a ciò che esso riceve, ma diventa esistente proprio per mezzo di quell’essere che riceve. Bene potest res aliqua recipere formam[10] seu actualitatem per quam reddatur existens … [11].
3. L'esistenza non è pura dipendenza dalla causa
Rem esse existentem non potest esse estrinseca denominatio: nihil enim magis intrinsece denominat quam ipsum esse, quod intime imbibitur in unaquaque re, reddendo illam realem et positam extra causas a parte rei.
La denominazione dipende dall'essere e l'essere dell’esistenza è sommamente intimo ad ogni cosa in quanto per mezzo dell'esistenza ogni cosa realmente è e ciò che è non è qualcosa di estraneo alla cosa bensì la cosa stessa, inoltre l’esserci della cosa significa che la cosa è posta al di fuori delle cause e tale posizione non concerne qualcosa di esterno alla cosa, bensì appunto la cosa stessa. L’espressione esse intime imbibitur in unaquaque re manifesta l’intrinseca partecipazione dell’essere in ogni esistente.
La dipendenza causale non basta, perché essa consiste in una relazione, mentre l’esistenza esprime un ché di assoluto – existentia maxime dicitur ad se – tant’è vero che la stessa relazione esiste in virtù del soggetto assoluto in cui si radica, non in virtù del termine al quale si rapporta. Infine, la relazione di dipendenza deve essere reale e perciò richiederà a sua volta un fondamento assoluto. Ora, come fondamento non è sufficiente l’essenza con i suoi predicati quidditativi – infatti, i predicati essenziali fondano verità eterne, ma l’essere di un’essenza finita è tutt’altro che eterno. Perciò il fondamento della relazione di dipendenza dell’effetto creato dalla Causa creatrice è un qualcosa di aggiunto all’essenza, eppure, nel contempo, intrinseco ad essa[12].
4. L'esistenza non è un accidente nella sostanza esistente
Alcuni (Molina in particolare) riducono l'essere al predicamento del quando (durata) e quindi a qualcosa di accidentale.
Ciò non è possibile anzitutto per il modo di essere dell'accidente. Accidens praedicamentale sustentatur a subiecto, eique inhaeret; ergo supponit in subiecto existentiam et esse in actu. Dato che ovviamente nulla può costituire formalmente il suo proprio presupposto, è chiaro che repugnat quod ipsum primum esse substantiale sit accidens inhaerens.
Ma tale cosa risulta altrettanto impossibile per la natura dell'accidente. Accidens non potest dare nisi esse accidentale et inhaerens; ergo si ipsum primum esse substantiae est accidens, substantia haberet primum esse suum accidentale: et sic esse substantiale erit esse accidentale: quod repugnat.
Rimane dunque che l'esistenza è nel contempo un che di sostanziale e non di accidentale, eppure in modo tale che essa non costituisce nemmeno né l'esistenza né un suo predicato quidditativo. Relinquitur ergo quod existentia debet esse aliqua formalitas, seu realitas substantialis: non tamen tanta quod sit praedicatum essentiale et constitutivum essentiae, aut pertinens directe ad predicamentum[13].
5. Finitezza dell'atto formale, infinità dell'atto di essere
Forma est actus constituens aliquid in determinato genere et specie, et sic ex sua propria ratione habet terminos suae determinatae perfectionis. La forma pone in specie, ma con ciò stesso rivela la sua intrinseca limitatezza. Il limite ontologico è la potenzialità[14] e la specie non può che essere confinata dalla potenza perché il genere dal quale essa risulta è potenziale (determinabile) ed essa stessa è sì atto, ma atto di una potenza, poiché determina un che di potenziale e di determinabile.
Esse seu existentia ... est ... rem constitutam extra causas ponens: quod quidem actualitas est, et consequenter perfectio: sed quod sit tanta vel tanta perfectio, mensuranda est et desumenda ex ipsa natura et essentia cui alligatur. L'essere si aggiunge all'essenza, perché, supponendola già formalmente costituita, la pone in essere al di fuori delle cause, un emergere dal nulla che indica l'infinita attualità dell'essere in sé. La perfezione di essere, in sé infinita[15], varia secondo la diversità delle essenze che, limitate in sé, limitano a loro volta l'essere che ricevono ...
De suo enim conceptu existentia solum dicit actualitatem removentem potentialitatem ... Anche l'essere ha un concetto, ma avvicinabile solo negativamente dall'intelletto umano. È il concetto di un'infinita perfezione, perché escludente l'unica limitazione che l'ente può subire, quella della potenzialità - l'essere è puro atto e, come tale, è attualmente infinito.
Existentia autem est actualitas extra ipsam quidditatem, quia cum nulla re creata dicit essentialem connexionem, sed ex sola libera Dei participatione convenit. Dall'infinità attuale dell'essere rispetto alla finitezza dell'essenza derivano queste tre immediate conseguenze: (a) L'essere esula dai limiti dell'essenza ed è quindi un che di trascendente, (b) l'essere è contingente rispetto ad ogni essenza, (c) ogni ente finito è liberamente creabile da Dio.
Abbiamo detto che l'ente viene limitato solo dalla potenza, ciò però accade in un duplice modo: (a) penes terminos intrinsecos quibus constituitur quidditas, (b) ex ordine ad subiectum in quo (forma) recipitur. L'essenza è limitata in sé in quanto o è un genere o qualcosa in un genere e quindi ben al di sotto della trascendentalità dell'ente, l'essere invece è illimitato in sé, perché al di sopra di ogni genere e di ogni specie, ma limitato per l'inesione ad un soggetto che, essendo di natura limitata, limita l'essere che lo pone nell'esistere[16].
Cum ergo existentia non possit primo modo determinare et limitare suam perfectionem, tamquam aliquid per se positum in praedicamento secundum determinatum genus et differentiam ... restat ut secundo modo eius perfectio limitetur et determinetur, tamquam reductum ad illud praedicamentum, seu ad illud genus et speciem essentiae in qua recipitur. L'ente dunque è universalmente partecipabile: al di sopra di ogni essenza, esso si commisura a ciascuna così da essere essenzialmente analogo: ogni essere differisce da ogni altro perché ogni essenza differisce da ogni altra, eppure gli esistenti sono accomunati non in una forma camune, ma nel comune rapporto ad un atto che è appunto l'atto di essere diversamente partecipato in ciascuno di essi[17].
Fine Prima Parte (1/4)
THOMAS M. TYN, O.P.
A cura di
P. Giovanni Cavalcoli,
Fontanellato, 24 giugno 2026
[1] https://www.arpato.org/bibliografia.htm : n. 10
L’essere nel pensiero di Giovanni di San Tommaso, OP, in Giovanni di San Tommaso nel IV centenario della sua nascita (1589). Il suo pensiero filosofico, teologico e mistico, in Atti del convegno di studio della Società Internazionale San Tommaso d’Aquino (SITA), Roma 25-28 novembre 1988, pp.21-55 - (documento PDF - 9.26 MB)
[2] Meglio sarebbe dire l’ente (Cavalcoli).
[3] I testi latini citati sono stati trascritti dai testi citati nella Conferenza da Padre Tomas Tyn, per cui potrebbe essere sfuggito qualche piccolo errore, che il lettore vorrà perdonare (Cavalcoli).
[4] Essere di fatto (Cavalcoli).
[5] Nel momento in cui è (Cavalcoli).
[6] (1) Tomus I, pars l, quaestio 3, disputatio 4, articulus 3 n. 1.
(448 a) Nomine ergo exstentiae intelligitur communiter apud omnes iIlud, quo aliquid denominatur positum extra causas, et extra nihil in facto esse. Ad quod non sufficit denominatio aliqua extrinseca ex praeterita (448 b) productione proveniens, nec pura et sola relatio dependentiae ab agente. Et ratio utriusque est, quia existentia, seu esse, est aIiquid maxime reale et intrisece denominans rem existentem: si quidem nulla res dicitur existere, nisi in se realiter extra causas ponatur; et per hoc quod habet tale esse, maxime secernitur ab ente rationis et a negationibus, eo quod per exstentiam (449 a) ponitur estra nihil; ergo oportet quod sit aliquid reale in ipsa re existente, et consequenter non sit sola denominatio extrinseca, quia haec nihil reale ponit in denominato. Neque existentia est relatio ad aliud: quia unumquodque dicitur esse in ordine ad se: in tantum enim existit, in quantum in se habet esse: immo ipsamet relatio cuius totum esse est ad alterum non dicitur existere ratione ipsius ad sed ratione ipsius in: quia unumquodque existit ad se, non ad alterum.
[7] Predicato sintetico vuol dire che il predicato dell’essere unisce i componenti dell’ente, ossia il soggetto, l’essenza e lo stesso essere. (Cavalcoli)
[8] Ossia non si deve dire che l’essenza è esistente in quanto esiste, perché potrebbe anche non esistere (Cavalcoli).
[9] Significa che il predicato esiste se si unisce al soggetto essenza (Cavalcoli).
[10] Questa forma è l’essere (Cavalcoli).
[11] (2) Ibid. n. IX
Praecipuum huius sententiae fundamentum in eo constituitur a D. Thoma, quod existentia est aliquid partecipatum in creatura, et non essentia eius vel pars essentiae: sed ab agente derivatum, eique contingenter conveniens. In quo oportet tollere aequivocationem, quando dicitur quod “essentia actualis, et in re posita, distinguitur ab existentia”: quod non debet sumi essentia actualis pro actualitate existentiae reduplicative; sic enim dicere quod “essentia existens est existens”, non est dubium quod est praedicatio essentialis. … Quare cum “essentiam esse existentem” importet praedicationem accidentalem, oportet ex parte subiecti, cum dicitur “essentia est existens”, sumere ( 449 b) essentiam ut concomitanter subiectam et coniunctam existentiae, non ab illa separatam et in statu possibilitatis; non tamen reduplicando, vel exprimendo actualitatem existentiae: sic enim redditur praedicatio essentialis “essentia existens est existens”. Sumendo ergo essentiam sine ista reduplicatione et expressione, sumit D. Thomae hoc principium, quod bene potest res aliqua recipere forman seu actualitatem, per quam reddatur existens: et ita non semper praesupponitur et praecedit existentia in subiecto recipiente ad aliquid recipiendum, sed bene potest reddi existens per id quod recipit. Hoc si semel intelligatur, tota ista quaestio nullius reddetur difficultatis: constabit enim quomodo aliquid possit reddi existens per aliquid a se distinctum et in se receptum.
[12] (3) n. XV.
(455 a) Quod si inquiras: cur non sufficiet ad hoc quod res dicatur existens, quod sit subiecta agenti, seu producta sine alio superaddito? Vel saltem cur non sufficiet dependentia ab agente, quae est quaedam relatio, ut dicatur res existens ratione talis dependentiae, non ratione alterius formae seu actualitatis superadditae? – Respondetur quod rem esse productam ab agente: vel sumitur pro aliqua ratione intrinseca denominante, et hoc intrisecum vocamus existentiam (est enim eius effectus formalis ponere rem extra causas in [455 b] facto esse): vel sumitur pro aliqua denominatione extrinseca, quatenus res extrinsece denominatur producta, et hoc non sufficit ad hoc quod dicatur existens; quia rem esse existentem non potest esse extrinseca denominatio: nihil enim magis intrinsece denominat quam ipsum esse, quod intime imbibitur in unaquaque re, reddendo illam realem et positam extra causas a parte rei; et ideo requiritur aliquid intrinsecum quo res formaliter reddatur existens. Sola autem dependentia non sufficit, siquidem haec dependentia est relatio: tum quia existentia maxime dicitur ad se, cum etiam ipsa relatio non dicatur existens per rationem ad, sed per rationem in; tum quia illa relatio dependentiae debet esse realis, ergo requiret fundamentum absolum, et hoc non potest esse essentia sumpta solum pro praedicatis quidditativis (sic enim sunt aeternae veritates, et tamen non fundant existentiam aeternam): ergo debet esse aliquid superadditum, et de novo partecipatum ab agente: et hoc vocamus existentiam.
[13] (4) (4) n. XVI.
(455 b) Reiicienda in primis est aliquorum opinio qui existimant (existentiam) esse accidens reale praedicamentale, sciI. durationem, quam dicunt pertinere ad praedicamentum quando, ut sentit Molina .... - Sed obstat huic positioni manifesta ratio: quia accidens praedicamentale sustentatur a subieto, eique inhaeret; ergo supponit in subiecto existentiam et esse in actu: accidens enim inhaerens dat esse secundum quid, et sustentatur ab esse simpliciter, quod est esse substantiale; ergo repugnat quod ipsum primum esse substantiale sit accidens inhaerens, i.e., sustentatum ab aliquo esse simpliciter. Et praeterea, accidens non potest dare nisi esse accidentale et inhaerens: ergo si ipsum primum esse substantiae est accidens, substantia haberet primum esse suum accidentale: et sic esse substantiale erit esse accidentale: quod repugnat. Relinquitur ergo quod existentia debet esse aliqua formalitas, seu realitas substantialis: non tamen tanta quod sit praedicatum essentiale et constitutivum essentiae, aut pertinens directe ad praedicamentum. Quod ex supra dictis patet: quia existentia (456 a) convenit naturae iam totaliter constitutae, et accidit illi; non autem pertinet ad praedicatum essentiale, nec potest se habere ut gradus, vel differentia, aut aliquid intrans constitutionem quidditatis: alias posset fundare propositionem aeternae veritatis, et res esse existens ab aeterno et necessario; ergo non potest esse praedicatum directe pertinens ad praedicamentum, nec tamquam genus, nec tamquam species vel differentia: siquidem toti naturae iam constitutae superadditur.
[14] La potenzialità dal greco aristotelico dynamis, è la proprietà dell’essenza creata. L’ente creato è composto di potenza, che è l’essenza ed atto d‘essere. La potenza è il poter-essere qualcosa, il quale, ricevuto da Dio l’atto d’essere, inizia d esistere diventando ciò che il poter essere può essere. Per questo l’essere potenziale, sotto l’influsso creatore divino, diventa essere attuale, e sorge così l’ente composto di potenza attuata ed atto attuatore dell’essenza. Nella mente divina la potenza è la stessa idea divina della possibile creatura. Se Dio decide di crearla, dona alla potenza, ossia all’essenza della creatura, il suo atto d’essere (Cavalcoli).
[15] Non bisogna confondere la perfezione dell’essere con la perfezione dell’essere divino, benchè entrambe siano infinite. L’infinità dell’essere può restringersi all’essenza, che riceve l’essere. Invece l’infinità divina non può essere limitata o ristretta a causa della sua semplicità e della sua perfezione. L’essenza finita è una determinazione dell’essere infinito come essere. Invece è creata dall’essere infinito divino (Cavalcoli).
[16] L’essere illimitato in sé, del quale qui si parla, è l’essere come tale incluso nell’essenza divina. Non è l’essere divino, perchè questo non è limitabile dalla potenza. Da questo essere metafisico Dio ricava la creatura, dando all’essere una limitazione causata dall’essenza. L’infinito divino invece limita la creatura, ma non può essere limitato. Infatti l’essere divino è atto puro. Invece l’infinito metafisico è passivo davanti a Dio, perchè Dio lo limita e da esso esso ricava un’essenza alla quale dà l’essere (Cavalcoli).
[17] (5) (5) n. XVIII.
(469 a) Pro resolutione ergo oportet advertere ex Caietano … quod aliter se habet actualitas formae, et actualitas esse seu existentiae; nam forma est actus constituens aliquid in determinato genere et specie, et sic ex sua propria ratione habet terminos suae determinatae perfectionis; at vero esse seu existentia, ex suo proprio et formali conceptu non est forma constituens in specie vel genere determinato, sed rem constitutam extra causas ponens: quod quidem actualitas est, et consequenter perfectio; sed quod sit tanta perfectio, mensuranda est et desumenda ex ipsa natura et essentia cui alligatur: v.g. existentia hominis est perfectior quam existentia lapidis, perfectione et limitatione desumpta ex natura cuius est exìstentia. De suo enim conceptu existentia solum dicit actualitatem removentem potentialitatem qua aliquid est intra causas: et sic ponit extra illas: non vero importat constitutionem aliquam ex genere et differentia, quod pertinet ad quidditatern ; existentia autem est actualitas extra ipsam quidditatem, quia cum nulla re creata dicit essentialem connexionem, sed ex sola libera Dei participatione convenit. Ex quo fit quod determinatio perfectìonis quae invenitur in existentia, non debet sumi penes proprium genus et differentiam eius (qui sunt termini intrinseci quidditatis), sed penes ordinem ad subiectum quod afficit; quia ut dicemus (q. 7) (b) omnis forma seu natura solum ex duplici capite potest limitari et determinari in sua perfectione: vel penes terminos intrinsecos quibus constituitur quidditas, ratione cuius una species differt ab altera in perfectìone, quia habet perfectius genus vel perfectiorem differentiam. Alio modo Iimitatur forma et determinatur ex ordine ad subiectum in quo recipitur: unumquodque enim recipitur ad modum recipientis, sicut albedo minus perfecte est in homine quam in nive, ex diverso modo recipientium. Cum ergo existentia non possit primo modo determinare et limitare suam perfectìonem, tamquam aliquid per se positum in praedicamento secundum determinatum genus et differentiam (quia potius est actualitas nulli enti creato essentialiter conveniens): restat ut secundo modo eius perfectio limitetur et determinetur, tamquam reductum ad illud praedicamentum, seu ad illud genus et speciem essentiae in qua recipitur.

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