Risposta alla lettera dei Lefevriani al Santo Padre
La Fraternità San Pio X il 24 giugno u.s. ha inviato una Lettera aperta a Sua Santità Papa Leone XIV e ai Cardinali della Santa Chiesa[1].
Ho pensato di rispondere ai singoli punti trattati dalla Lettera.
1)
… La Chiesa soffre oggi sotto la pressione di nuove forze, provenienti sia dall’interno che dall’esterno, che la spingono in tutte le direzioni possibili, tranne – a nostro avviso – quella giusta. Di fronte a una tale sofferenza, non possiamo rimanere indifferenti.
Questa constatazione in linea di massima è senz’altro vera, ma è troppo generica. Resta comunque vero che davanti a questa situazione i buoni cattolici non possono rimanere indifferenti.
2)
Non spetta alla Fraternità San Pio X indicare la via da seguire, ma alla Tradizione bimillenaria della Chiesa, fedelmente custodita e trasmessa dalla Sede Apostolica nel corso dei secoli, e che molti considerano ormai, di fatto, una realtà superata, soggetta a una continua evoluzione.
Davanti a questa situazione nulla impedisce a qualunque buon cattolico, dovutamente preparato e con la dovuta modestia, sull’esempio dei santi, di proporre al Papa un modo per diminuire i mali che ci affliggono e rafforzare le tendenze positive effettivamente esistenti.
Certamente la risposta a questa situazione viene dalla Tradizione, così come ci è stata esplicitata dal Concilio Vaticano II e dal susseguente Magistero Pontificio. Il che naturalmente esclude il disprezzo per la Tradizione tipico dei modernisti.
3)
È in nome di questa stessa Tradizione, e alla sola luce di essa, che formuliamo oggi questa professione di fede cattolica di fronte ai principali errori e ai pericoli più gravi del nostro tempo.
Il buon cattolico, che vuole opporsi “ai principali errori e ai pericoli più gravi del nostro tempo” non fa appello soltanto alla Tradizione, ma anche alla Sacra Scrittura, entrambe interpretate dal Magistero attuale della Chiesa.
Bisogna a tal riguardo evitare posizioni unilaterali. Evitare da una parte di rifarsi soltanto alla Scrittura, come ha fatto Lutero; ma dall’altra bisogna evitare di rifarsi soltanto alla Tradizione, oltre a tutto rifiutandosi di accettare l’interpretazione che ne fa il Concilio Vaticano II.
4)
Siamo convinti che la Tradizione racchiuda tutti i rimedi ai mali più profondi di cui soffrono la Chiesa e il mondo, e per i quali si cercano invano soluzioni al di fuori di essa. La fede immutabile e integrale è il principio, il fondamento e la radice della salvezza delle anime. Questa fede, contenuta nella Tradizione e insegnata dal Magistero costante, costituisce il vero fondamento dell’unità della Chiesa e, di conseguenza, il mezzo necessario per stabilire l’unione e la comunione tra i membri del Corpo mistico di Cristo.
Il riferimento al Magistero è certamente doveroso, ma per realizzare pienamente questa fedeltà non basta fermarsi al Magistero di Pio XII, ma occorre seguire docilmente gli sviluppi e i progressi dottrinali compiuti dal Concilio Vaticano II e dal Magistero Pontificio seguente fino a Papa Leone XIV.
5)
Al di sopra dei cambiamenti e delle vicissitudini del tempo si staglia la Tradizione immutabile, eco nella storia della Verità eterna.
Non possiamo che sperare e supplicare che questa Tradizione e la purezza della fede siano nuovamente poste a fondamento della vita della Chiesa, affinché da esse possa avere inizio un’autentica rigenerazione. È per questa intenzione che preghiamo con insistenza.
Sono convinto anch’io che, per rimediare ai mali attuali e fare avanzare la Chiesa verso il regno di Dio, sia urgente che i nostri Pastori sappiano recuperare un insieme di valori presenti sia nella Scrittura che nella Tradizione oltre ad essere patrimonio dei santi.
Ricordiamo alcuni valori, come per esempio la necessità della penitenza e della disciplina ascetica, i quali ci fanno presente che la nostra purificazione e la nostra santificazione comportano, sull’esempio di Giobbe e dello Nostro Signore Gesù Cristo, di accettare dalle mani di Dio giusto e misericordioso quelle sofferenze che Egli ci manda non per abbatterci, come fa il demonio, ma per correggerci ed educarci così come il buon padre corregge il figlio che ama.
Altro valore tradizionale da ricuperare è la percezione del Mistero della Chiesa, la quale è certamente una comunità umana, ma una comunità umana che è guidata dallo Spirito Santo e che quindi non può essere ridotta, come fanno i modernisti, ad una semplice società filantropica che finisce con l’assoggettarsi ad interessi politici o con l’impelagarsi in interessi puramente umani sotto colore di assistenza ai poveri e agli emarginati.
6)
Siamo convinti che, nel contesto instabile ed estremamente pericoloso che oggi si presenta ai nostri occhi, il miglior contributo che si possa offrire alla Chiesa universale sia quello di una professione sincera e integrale della fede cattolica.
Faccio presente che una “professione sincera e integrale della fede cattolica” non si ferma al cattolicesimo dei tempi di Pio XII, ma comporta l’accoglienza delle nuove dottrine del Concilio, anche se esse non sono dogmi definiti e tuttavia restano verità prossime alla fede e come tali verità definitive, immutabili e irreformabili.
7)
Speriamo che un giorno questo testo dottrinale[2] possa servire da base per una discussione franca con la Santa Sede, in un clima pacifico, fraterno e caritatevole.
Il testo che vi presentiamo non è la sterile cantilena di un gruppo di nostalgici, ma la necessaria espressione, pacifica e risoluta, della nostra fede.
Posso osservare che questa professione di fede contiene certamente molte verità della Scrittura, della Tradizione e del Magistero, ma resta sempre il punto fondamentale che fa sì che la Fraternità manchi di una piena comunione con il Magistero attuale della Chiesa.
Purtroppo questa professione di fede evoca, mutatis mutandis, tristi ricordi storici di simili professioni di fede, come furono il Catechismo olandese o peggio ancora i Catechismi luterani.
Ricordiamo ai nostri fratelli lefevriani che il Catechismo esiste già ed è il Catechismo della Chiesa Cattolica[3].
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 26 giugno 2026
Anzitutto siamo invitati a contemplare il mondo nel quale la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo. Prima di domandarci che cosa fare, occorre sostare davanti alla realtà, guardandola con gli occhi della fede e lasciandoci interrogare dall’ascolto dei fratelli. Come ho ricordato poche settimane fa, «Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia».
La missione non è uno dei molti compiti della Chiesa. È la sua ragione di esistere e, proprio per questo, diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento. Quando impariamo ad ascoltarci, a portare insieme le responsabilità, a riconoscere l’azione dello Spirito nelle diverse Chiese, non stiamo soltanto migliorando il nostro modo di lavorare: stiamo diventando una Chiesa più capace di incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo e di testimoniare loro la gioia del Vangelo.
CONCISTORO STRAORDINARIO (26-27 GIUGNO 2026) - DISCORSO DI APERTURA DEL SANTO PADRE LEONE XIV - Aula Paolo VI, Venerdì, 26 giugno 2026
Da: https://youtu.be/cw-3jaJWvi8 - https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/giugno/documents/20260626-concistoro-straordinario.html
[1] https://fsspx.news/it/news/lettera-aperta-sua-santita-papa-leone-xiv-e-ai-cardinali-della-santa-chiesa-59815

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