Sulla questione del castigo divino - Prima Parte (1/4)

 

Sulla questione del castigo divino

Prima Parte (1/4)

 

Linguaggio biblico e pastorale moderna

Un fatto noto a tutti è che i Papi del postconcilio hanno smesso di parlare di un insieme di attributi e di atti divini, che viceversa giocano un ruolo eminente nella Scrittura ed anche presso altre religioni, e che si potrebbero riassumere nel concetto di un Dio giusto giudice, adirato e vendicatore che castiga e fà giustizia punendo i malfattori con pene temporali purificatrici o correttive, ma anche con l’inferno, un Dio che manda pene anche agli innocenti, il Dio degli eserciti che combatte, sconfigge e castiga per mezzo dei giusti gli empi suoi nemici, un Dio che con la forza delle armi uccide i nemici dei giusti, libera gli oppressi dai tiranni e li vince in battaglia dando la vittoria al popolo che combatte in suo nome e con la sua forza.

La ricca tematica dei Salmi riguardante l’ira divina, i castighi, i rimproveri, le prove che il Signore ci manda, le sue minacce, tutto ciò è completamente ignorato, per cui soprattutto noi Religiosi, che recitiamo l’ufficio divino tutti i giorni, non possiamo non notare con disagio questo stridente contrasto. I Salmi non sono parola di Dio? Che cosa li recitiamo a fare?

Una tesi che appare chiara nella Bibbia è che Dio può volere la sofferenza. Ma questa cosa oggi non si riesce più a capirla. Sembra contraria alla bontà di Dio. Si prende atto dolorosamente dell’esistenza della sofferenza, si riconosce che Cristo stesso ha sofferto, si è tentati di dire che Dio stesso soffre e ci si dimentica che uno dei pregi del cristianesimo è proprio quello che in Cristo ci illumina in modo insuperabilmente consolante circa il mistero della sofferenza.

La parola stessa «castigo» è bandita da decenni dalla predicazione corrente. La punizione viene sic et simpliciter omologata alla vendetta, o alla violenza, cosa che – essi dicono - dev’essere bandita dall’etica cristiana. Di punizioni, al massimo, si parla nelle partite dello sport. Non parliamo poi della parola «flagello», che pure è frequente nell’Apocalisse[1].

Tutti gli insegnamenti di Cristo sull’inferno sono ignorati. Non si dice più che cosa è l’inferno, perché esiste, chi ha voluto l’esistenza dell’inferno, quali sono le pene dell’inferno, quali peccati meritano l’inferno, perché uno và all’inferno, se nell’inferno ci sono dei dannati, qual è la differenza fra gli inferi e l’inferno. Il risultato è che nessuno pensa all’inferno perchè tutti sono certi di salvarsi grazie alla divina misericordia che vuol tutti salvi e tutti perdona.

Così non si chiarisce più come si concilia volontà divina di salvare tutti col fatto che esistono dei dannati. La soluzione proposta e imposta dai buonisti come dogma di fede è molto semplice: all’inferno non c’è nessuno.

L’atmosfera emotiva alla celebrazione dei funerali non è più quella della mestizia e della umile e timorata supplica a Colui che vede difetti anche negli angeli, ma è quella della festa perchè il defunto «è tornato alla casa del Padre», usando peraltro senza avvedersene, un’espressione eretica, perché solo il Figlio, uscito dal Padre e venuto nel mondo, torna al Padre. Ma la nostra speranza è semplicemente quella - e non è poco - di andare alla casa del Padre, laddove non eravamo mai stati prima, perchè noi non usciamo dal Padre, ma siamo creati dal nulla.

Il buonismo infatti nasconde un sottile panteismo, per il quale siamo tutti buoni perché tutti siamo una teofania divina e d’altra parte anche il male è bene perché tutto è Dio.

Il tacere sulle punizioni divine non è senza conseguenze incresciose riguardo alla giustizia umana. Si cerca sì di sostenere il compito dello Stato di proteggere i cittadini dall’azione della malavita, si parla sì del compito della magistratura di far giustizia, si parla sì del dovere di difendere la causa dei poveri, ma si trascura di mettere in luce i fondamenti e le basi teologiche e bibliche dell’attività giudiziaria e del diritto penale. Sembra che le pene irrogate dai giudici civili nulla abbiano a che fare con la giustizia divina. Il giudice non è un esecutore della volontà divina, ma semplicemente un rappresentante del popolo o un funzionario dello Stato. Ma queste sono idee cristiane o non piuttosto massoniche?

Il diritto penale e le pratiche giudiziarie sembrano essere un affare puramente umano, dove Dio non c’entra niente, con la conseguenza che il giudice non sente più il dovere di rispondere a Dio dei suoi giudizi, viene privato della confidenza nella giustizia divina e non si sente più rappresentante del Giudice divino. È chiaro che ciò lo induce nella tentazione di mancare alla giustizia in vari modi o con l’accezione di persone o con la ricerca di vantaggi personali o lasciandosi corrompere o col favorire i potenti o col discriminare i poveri.

Dall’altra parte chi patisce ingiustizia o chi ricorre al giudice o all’avvocato senza ricevere soddisfazione, non può più sperare nella giustizia divina perché Dio perdona tutti, mentre il delinquente crede che lo sfuggire alla giustizia umana non abbia alcuna conseguenza presso Dio, sempre per il fatto che Dio tutti perdona.

All’inizio della pandemia del covid un giornalista timidamente chiese a Mons. Delpini, Arcivescovo di Milano, se questa sciagura non si poteva considerare un flagello di Dio. Il Vescovo rispose sdegnato facendo capire che per lui non era altro che un problema di salute pubblica; mentalità tipicamente illuministica, priva di qualunque riferimento al soprannaturale, certo sconveniente nelle labbra di un Vescovo, e che fece certamente piacere alla massoneria.

cessata la pia secolare pratica delle rogazioni, con la quale, eventualmente in periodi di calamità o di temute calamità pubbliche, si supplicava Dio di esser liberati o di essere risparmiati dal flagello, nella consapevolezza che comunque esso o era conseguenza delle colpe commesse o serviva di purificazione dai peccati o era occasione per far penitenza dei peccati.

Alcuni vorrebbero che fosse abolito l’Atto di dolore o lo hanno di fatto abolito, laddove diciamo che, avendo peccato, abbiamo meritato i castighi divini.

Si insiste inoltre continuamente nel presentare un Dio che si volge misericordiosamente su di noi, che ci previene col suo amore e la sua grazia, e si tace sulla necessità espressamente enunciata da Cristo che per esserGli graditi dobbiamo osservare i suoi comandamenti, che per salvarci dobbiamo convertirci a Lui, che la salvezza è condizionata dall’osservanza dei comandamenti.  

Si citano le dolci parole di Cristo con le quali ci promette la salvezza e si tacciono quelle severe con le quali ci avverte circa le condizioni volontarie che dobbiamo porre per poterci salvare, mancando alle quali, saremo dannati (Mt 19,17; I Gv 5,2; II Gv 6; Gv 14,15;15,10).

Si fa apparire la salvezza non come una possibilità condizionata dall’osservanza dei comandamenti, ma come un semplice dato di fatto, assolutamente certo, un dato di fede, sicchè nasce la convinzione, che fu già quella di Lutero, che, osserviamo o non osserviamo i comandamenti, comunque ci salveremo, se avremo fede di salvarci.

Non si parla più della distinzione fra la grazia preveniente, che ci muove alla conversione e la grazia conseguente, che è quella che è effetto delle opere compiute in grazia. Ci viene ricordato che Dio ci ha amati per primo, che è Lui che converte i nostri cuori, che è Lui ad avere l’iniziativa nel cammino della nostra salvezza, e non si parla più della grazia conseguente, ossia del fatto che noi ci salviamo solo se siamo in grazia, operando per la nostra salvezza.

Si parla continuamente di salvezza, ma in si precisa da che cosa siamo salvi. Allora verrebbe fuori il discorso circa la schiavitù del demonio, circa l’eventualità della dannazione eterna, circa l’impossibilità di giungere alla visione beatifica di Dio, circa la nostra incapacità di osservare i comandamenti del Signore, tutte cose delle quali si preferisce non parlare.

I Papi del postconcilio non ci parlano più del timor di Dio, della necessità di curare la nostra salvezza «con timore e tremore» (Fil 2,12). Non si insegna più che dobbiamo temere Dio piuttosto che gli uomini, come ci ingiunge Cristo:

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e corpo nella Geenna» (Mt 10,28). Cristo non si riferisce al diavolo, come potrebbe apparire a tutta prima, perché anche il diavolo non può irrogarci la pena dell’inferno, ma ciò spetta solo a Dio.

Ma il tacere circa il timor di Dio e il castigo che Egli ci potrebbe infliggere, il badare solo alla reazione degli uomini e ad accontentare il prossimo, finisce per favorire il rispetto umano, l’opportunismo, il doppio gioco, il solo timore delle sanzioni umane, la paura di essere emarginati, isolati, derisi, disprezzati e di essere perseguitati.

È molto importante invece e salutare il timore delicato e premuroso di non essere graditi a Dio, è importante la percezione meditabonda, come quella di Davide, della sua severità verso di noi, la coscienza che le nostre colpe Lo hanno offeso.

Il  non  parlare più del Dio offeso e adirato con noi, che esige riparazione e soddisfazione, ma il parlare sempre di un Dio dolce, misericordioso, perdonante, tollerante, indulgente, comprensivo, benevolo, tenero, compassionevole, un Dio che ci assicura che siamo salvi, che è sempre con noi e che non ci abbandona, non dico che sia sbagliato, ma è solo una metà della verità e quando di una ricetta medica noi facessimo solo la metà di quello che il medico ci prescrive, è come se non facessimo nulla.

Se Dio è così dolce e misericordioso come ce lo descrivono i buonisti, allora perché la sofferenza? Come mai Dio la permette? Non è il governatore dell’universo? Non lo sa governare? Come mai non rimedia? Non la può impedire? Non dipende da Lui?

Insomma: da dove viene la sofferenza? Chi ci manda questa cosa così ripugnante ed odiosa? Ce la procuriamo noi? Viene dalla natura? Certo ripugna pensare che essa possa essere mandata da Dio. Tuttavia, se Dio è il creatore della natura, le sofferenze che ci vengono dalla natura dovranno essere fatte necessariamente risalire a Dio.

Tuttavia la Bibbia va ancora più a fondo nella questione del male: essa non si limita a rispondere alla domanda sull’origine e causa della sofferenza, ossia del male di pena, ma ci parla anche di un male ancor più radicale ed originario, quell’atto volontario malvagio, il peccato, che è quel male di colpa, che sta all’origine della sofferenza, cosicchè,  se Dio ci manda la sofferenza come castigo del peccato, Egli, bontà infinita, non è stato e non può essere per nulla la causa del peccato che ha causato a sua volta la sofferenza, mentre in forza della sua giustizia può irrogare una giusta pena o può ricavare dalla sofferenza e persino dal peccato un  maggior bene.

Ma la Bibbia spiega ancora meglio come sono andate e come vanno le cose. Essa ci insegna che, nel dramma cosmico del male due persone sovraumane, - a parte l’azione del prossimo - l’una subordinata all’altra, la prima, creata, la seconda, increata, ci mandano la sofferenza. Non c’è solo Dio, ma anche il diavolo. C’è però una differenza abissale nelle intenzioni delle due persone, e cioè che il diavolo ci fa soffrire per il gusto di farci soffrire, mentre Dio ci fà soffrire per il nostro bene, ossia  per giustizia o per provarci, per purificarci o perchè facciamo penitenza o per punirci o per fortificarci.

A tal riguardo ci soccorre e ci illumina la saggezza di Giobbe, che è alle lontane origini della superiore saggezza consolatrice proveniente dalla fede cristiana. Ci si è inoltre dimenticati delle conseguenze penali del peccato originale e di come Cristo ci insegna ad utilizzare la sofferenza per ottenere la salvezza.

C’è chi sostiene che la sofferenza non è necessariamente punizione del peccato, ma può capitare indipendentemente dal fatto che si abbia peccato. E si cita l’episodio del crollo della torre di Siloe con le parole del Signore: «credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?» (Lc 13,4). Si deve notare al riguardo che le vittime del crollo della torre hanno patito le conseguenze del peccato originale. E del resto immediatamente dopo Gesù ribadisce il principio che il peccato attira su di sé la punizione.

Alcuni teologi parlano di un Dio che soffre, un Dio impotente che non è capace di vincere il male. Ma allora non abbiamo più un Dio che ha pietà, ma un Dio che fà pietà. Il Dio che viene in soccorso dell’uomo sarebbe, come dice Bonhӧffer, un Dio «tappabuchi», tanto l’uomo ce la fa da solo.

E così non si dà più risposta a questa domanda o la si riconduce a cause puramente umane, immediate, psicologiche, sociali, politiche, naturali. La sofferenza non viene da Dio, Dio non manda sofferenze - sarebbe crudele -, ma essa è semplicemente un fatto odioso del quale non c’è spiegazione. C’è solo da combatterla ed è biasimevole valorizzarla. Non soffriamo per i nostri peccati o perchè Dio ci ha puniti, ma semplicemente o per colpa nostra o per colpa degli altri o della natura.

Non si parla più di Chiesa militante, non si dice più che la vita cristiana è un combattimento, una battaglia continua con la speranza della vittoria finale su se stessi e sul mondo, che è una guerra mortale senza tregua contro le forze di Satana e del male, guidati, illuminati e consolati dallo Spirito Santo, uniti a Cristo crocifisso, sostenuti dalla grazia e dalla potenza invincibile di Cristo Re, il quale al suo Ritorno alla fine del mondo sconfiggerà definitivamente tutte le forze dell’anticristo inaugurando la Gerusalemme celeste e cacciando per sempre all’inferno tutti coloro che, al seguito del diavolo e sedotti dal diavolo, non hanno voluto l’avvento del suo regno.

Insistendo unilateralmente ed esclusivamente sul fatto che Dio è un Dio di amore che ama tutti, vuol salvare tutti, è misericordioso e perdona, non ci si ricorda più della necessità della penitenza, della riparazione, del sacramento della confessione, dello sforzo ascetico, che il Dio della Bibbia è anche un Dio giusto, che fà giustizia, nemico dell’ingiustizia e che castiga, è il Dio che è adirato per l’offesa del peccato.

È un Dio che benedice, manda ed appoggia gli eserciti che combattono per la giustizia o per la libertà. Per questo Egli è il Dio «degli eserciti». È un Dio potente che sconfigge i suoi nemici, un Dio che esige riparazione e soddisfazione per le offese che Gli sono arrecate, un Dio che vuole che Gli sia resa giustizia, che Gli sia pagato il debito del peccato, un Dio che vuol riprendersi ciò che Gli è stato rubato.

È però anche un Dio redentore, che, grazie al sacrificio di suo Figlio, Verbo incarnato,  redime, ri-compra (re-d-emptio), col suo sangue, ciò che Gli appartiene, ossia l’uomo sua creatura preziosissima e amatissima, strappandolo dalla schiavitù del demonio.

Nella predicazione corrente si insiste all’infinito sulle parabole della misericordia e del perdono, come quelle del buon samaritano o dell’ adultera pentita e non si parla mai delle parabole che mettono in luce la necessità dei meriti e la prospettiva della ricompensa, come quella dei talenti (Mt 18,24; 25,15), dei vignaioli perfidi (Mt 21, 33s) o degli operai presi a giornata (Mt 20,12).

Per timore di scontentare i luterani, quando si tratta della salvezza, si insiste solo sulla grazia e non si parla mai del merito e della necessità delle buone opere. Si è arrivati al punto di rifiutare alla Madonna il titolo di corredentrice, usato anche da Pontefici del passato.

Si insiste continuamente su quando il Signore dice che «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17). E si tralascia di aggiungere le parole che seguono: «Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio

Si ripetono all’infinito le parole del Signore: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati» (Lc 6, 37), trascurando di citare le parole seguenti che chiariscono tutto: «con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (v.38).

Ma questo buonismo nuoce anche agli organi dello Stato, alla corretta amministrazione della giustizia, al rispetto e alla difesa dei diritti dei cittadini. Cristo non intende assolutamente invalidare l’ordine giudiziario o il valore della magistratura o l’ufficio nobilissimo del giudice, dato che Egli stesso è il sommo Giudice dei giusti e degli empi, né proibisce di usare la nobilissima facoltà che Dio ci ha dato di discernere e di valutare, di distinguere il giusto dall’ingiusto, il criminale dall’uomo onesto, il bene dal meglio, il male dal peggio. Tanto è vero che Cristo appunto fornisce il criterio per giudicare con giustizia: il criterio dell’equità e dell’imparzialità, che evita i favoritismi, le discriminazioni e le accezioni di persona, perché la legge è uguale per tutti.

Si parla continuamente della confidenza in Dio e mai del timor di Dio, che pure per la Scrittura è l’inizio della sapienza. Il timor di Dio è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Ci ispira il senso del sacro e della maestà divina e quindi il sommo rispetto per la sua santissima volontà. Fà sì che prendiamo sul serio il nostro rapporto con Dio facendoci consapevoli che da Lui dipende il nostro destino eterno. Confidenza e timore devono andare assieme, perché la confidenza da sola genera presunzione, mentre il timore da solo porta alla disperazione di salvarsi.

Quando San Giovanni dice che «l’amore scaccia il timore» (I Gv 4,18), si riferisce al timore servile, a quel timore che bada solo al proprio interesse, non al timore filiale, dettato dall’amore, quel timore che bada al timore non del castigo, ma di offendere l’amato, anche se è ovvio che la considerazione del castigo aiuta ad evitare il peccato. Il castigo consegue al peccato e il peccato mette in gioco la questione del male.

Evitando di parlare del castigo, succede che si evita di chiarire l’essenza del peccato e l’essenza del male, tutti temi invece nei quali la Scrittura ci dà molta luce, anzi rivela cose che solo la Bibbia conosce in quanto rivelazione divina. Si tratta di cose che ci fanno capire a fondo il senso, l’origine e lo scopo della nostra esistenza, chi è veramente Dio e che cosa fà per noi, mentre ci dice che cosa dobbiamo fare per Lui per poterci salvare.

Che cosa è il castigo divino?

Invece di tacere su questa parola fatale, che non si può tacere, senza trascurare un fattore o ingrediente essenziale del destino dell’uomo, la Chiesa oggi farebbe meglio con la sua autorità infallibile, e la sua millenaria sapienza basata sulla parola di Dio, a riprendere in mano questa questione vitale, dove solo lei può darci una luce definitiva e un indirizzo pratico sicuro.

Non si tratta sostanzialmente di dire qualcosa di nuovo che non sia ciò che Dio ha già detto nella Scrittura e nella Tradizione e che sappiamo già dalla stessa ragione naturale. Si tratta solo di dissipare equivoci e malintesi promovendo una vera lealtà ed onestà davanti a Dio senza la volontà di farla franca con la scusa della gratuità della grazia o credendo di potersi prender gioco di Dio.

Il concetto di castigo si applica a Dio analogicamente a come si parla di castigo umano. Come la giustizia umana richiede un ufficio deputato alla punizione dei delinquenti, così la Scrittura e le religioni attribuiscono a Dio, sommo giudice e custode della giustizia il potere di premiare i buoni e castigare i malvagi.

Il castigo in generale e quello divino in particolare è una pena richiesta dall’ordine della giustizia al fine di ricostituire l’ordine infranto dalla cattiva azione e riporre coercitivamente il trasgressore in quell’ordine che egli ha volontariamente infranto con la cattiva azione.

Il concetto del castigo è connesso con quello di peccato. Il castigo è il castigo del peccato. Il peccato si potrebbe definire come l’atto che merita castigo. Castigo e  peccato sono correlativi: l’uno richiama l’altro. Dissociarli sarebbe ingiustizia.

Bisogna distinguere la colpa del peccato dal castigo del peccato. La colpa può essere perdonata; la pena dev’essere normalmente scontata, ma, salvo che non sia una pena naturale ma giudiziaria, può essere rimessa dal giudice.

Per capire allora che cosa è il castigo dobbiamo aver chiaro che cosa è il peccato e per sapere che cosa è il peccato, poichè il peccato è un male, occorre che chiariamo che cosa è il male, da dove trae origine, quale ne è stata la prima causa, e come si può rimediare al male, tutti temi di somma importanza, sui quali adesso non possiamo fermarci, per cui ne accenno soltanto.

Il castigo comporta un duplice aspetto: uno attivo e uno passivo. Nel primo senso è l’atto del castigare; nel secondo senso è l’effetto penoso di questo atto nel castigato. In altre parole, è o un atto di giustizia penale dolorifico inferto o dal castigante umano o divino al castigato secondo giustizia o uno stato penoso o doloroso del castigato secondo giustizia.

Il castigo divino è sempre giusto. Quello umano può essere giusto o ingiusto a seconda che sia conforme o non conforme alle norme della giustizia divina. Ufficio divino è quello di ispirare la giustizia umana e di rimediare alle ingiustizie umane, facendo giustizia laddove la giustizia umana ha errato.

Inoltre bisogna distinguere il castigo naturale da quello giudiziario. Il primo consegue naturalmente dall’atto cattivo compiuto: per esempio, i progenitori hanno subìto un castigo naturale, intrinsecamente dipendente dalla disobbedienza commessa, sono stati castigati con la perdita dei doni preternaturali, l’indebolimento della natura, la concupiscenza, la sofferenza e la morte.  In questo caso il trasgressore è punito anche se disobbedisce alla legge senza saperlo.

Per esempio, chi tocca i fili dell’alta tensione, senza rendersi conto di quello che fà, muore comunque, benchè in questo caso non si possa parlare di vero e proprio castigo, ma piuttosto di disgrazia, dato che qui la morte non è stata meritata, perchè il trasgressore non ha voluto suicidarsi.

Inoltre c’è da considerare che Dio, se vuole, può anche togliere miracolosamente la pena naturalmente provocata da un’azione nociva naturale, come per esempio il fuoco, come vediamo nell’episodio biblico dei tre giovani gettati nella fornace (cf Dn 3,12-95).

Invece il castigo giudiziario è l’irrogazione della pena al reo a norma di legge da parte del giudice. In questo caso il trasgressore non viene immediatamente punito in forza dell’atto stesso compiuto, ma, siccome qui l’irrogazione della pena dipende dalla volontà del giudice divino, questi a sua discrezione può procrastinare la punizione ad altro momento, anche per dar tempo al peccatore di pentirsi e di riparare al peccato commesso. Qui abbiamo l’esempio della vicenda del ricco epulone, che non viene castigato subito di volta in volta, ma solo al termine della sua vita.

 Fine Prima Parte (1/4)

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 23 giugno 2026


 

Il tacere sulle punizioni divine non è senza conseguenze incresciose riguardo alla giustizia umana. Si cerca sì di sostenere il compito dello Stato di proteggere i cittadini dall’azione della malavita, si parla sì del compito della magistratura di far giustizia, si parla sì del dovere di difendere la causa dei poveri, ma si trascura di mettere in luce i fondamenti e le basi teologiche e bibliche dell’attività giudiziaria e del diritto penale. Sembra che le pene irrogate dai giudici civili nulla abbiano a che fare con la giustizia divina. Il giudice non è un esecutore della volontà divina, ma semplicemente un rappresentante del popolo o un funzionario dello Stato. 


Il castigo giudiziario è l’irrogazione della pena al reo a norma di legge da parte del giudice. In questo caso il trasgressore non viene immediatamente punito in forza dell’atto stesso compiuto, ma, siccome qui l’irrogazione della pena dipende dalla volontà del giudice divino, questi a sua discrezione può procrastinare la punizione ad altro momento, anche per dar tempo al peccatore di pentirsi e di riparare al peccato commesso. Qui abbiamo l’esempio della vicenda del ricco epulone, che non viene castigato subito di volta in volta, ma solo al termine della sua vita.

Immagini da Internet:
- Allegoria della giustizia, Paolo Veronese
- Giudizio Universale, Michelangelo 
 

[1] 9,18;11,6;15,1;16,9;18,8;22,18.

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