25 luglio, 2026

Sulla questione del castigo divino - Seconda Parte (2/4)

 

Sulla questione del castigo divino

Seconda Parte (2/4)

 

Le pene post mortem

Infine c’è da dire che se Dio manda tribolazioni per purificarci, manda prove per renderci partecipi del sacrificio di Cristo, perché ci correggiamo dei nostri difetti, ci castiga nella vita presente per farci fare penitenza, ed estende questo castigo purificatore temporaneamente al di là della morte nel purgatorio, il castigo per eccellenza, castigo eterno puramente afflittivo, il castigo più severo è senza dubbio l’inferno.

San Giovanni della Croce distingue le purificazioni attive dalle purificazioni passive. Quelle attive sono le pratiche ascetiche della vita presente, come le pratiche penitenziali o le osservanze regolari della vita religiosa. Le purificazioni passive invece sono quelle che Dio stesso opera in noi e che quindi riceviamo da Dio stesso accettando da Lui, come Giobbe e soprattutto come Cristo, prove e tribolazioni. 

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Se oggi i regimi democratici si fanno un punto d’onore gestire carceri rispettosi della dignità umana, vorremo mai che Dio, creatore dell’uomo a sua immagine e somiglianza, si lasci superare in fatto di umanità dalla giustizia umana? Per questo San Tommaso nota che nell’inferno i dannati non sono puniti tanto quanto meriterebbero, così come i beati sono premiati più di quanto meriterebbero. Una cosa essenziale da ricordare, se vogliamo sapere veramente che cosa è l’inferno è che la misericordia divina è presente anche là. 
 
Inoltre c’è da notare che per la Bibbia esiste un nesso fra il peccato, il castigo e la morte. L’etica biblica è un’etica della vita, promotrice della vita e della vita eterna.  Dio comanda all’uomo ciò che lo fa vivere. Per conseguenza il disobbedire a Dio comporta la morte, ma morte non solo in senso fisico, ma anche in certo modo morte dell’anima. 
 
Peccato mortale non vuol dire quindi estinzione dell’anima, ma privazione dell’anima della sua vita di grazia. Per questo Cristo chiama «omicida» il demonio, perché, spingendo l’uomo a disobbedire a Dio, lo priva della vita, che è il vivere con Dio e di Dio.
 
Di fatto e curiosamente la parola «castigo» è una parola che oggi mette a disagio, per cui c’è la tendenza a non farne uso. Lo stesso Card. Ratzinger ebbe un giorno a riconoscere l’imbarazzo che provava ad usare questa parola. Il termine vicino a quello di castigo è quello di «punizione», usato tranquillamente nel linguaggio sportivo senza che crei alcun problema psicoemotivo. Altro termine vicino è quello di «sanzione penale» altrettanto tranquillamente usato dai magistrati senza particolari patemi d’animo. Ma non sono la stessa cosa. Non posseggono la carica semantica, i molteplici significati, la profondità di senso, l’orizzonte storico, il potere evocativo che proviene dalla parola castigo, non per nulla contenuta nei testi sacri delle religioni e in modo eccellente nella Scrittura.


Immagini da Internet:
- Giudizio Universale, Michelangelo
- Punizione, Francis William Edmonds

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