Non uccidere
Dio libera Israele dal giogo del Faraone
Seconda Parte (2/4)
L’uccisione della fede
San Giacomo distingue una fede viva da una fede morta (2,17.26). La fede viva è la fede tradotta nelle opere. Cioè è una fede coltivata con la buona volontà. Fede morta non vuol dire necessariamente fede falsa, ma vuol dire quella fede che resta semplice conoscenza e non si traduce nella prassi, così come il cadavere di Socrate non rispecchia un altro uomo, ma rispecchia Socrate, solo che è Socrate senza vita. Ciò vuol dire che la fede può essere senza la carità per il fatto che sono le opere della carità che danno vita alla fede. Quindi fede morta non vuol dire necessariamente fede falsa o fede finta. Si può essere credenti autentici, si può essere perfettamente ortodossi, si possono accettare tutte le verità di fede e avere una fede morta, non salvifica.
La fede, una volta raggiunta, dev’essere fatta fruttificare nelle buone opere, dev’esser mantenuta in vita con l’esercizio della carità. Se viceversa il soggetto non ha questa cura, se è pigro e negligente o se addirittura pecca contro la carità, la fede rimane come semplice adesione intellettuale alla verità, ma non gli serve a nulla ai fini della salvezza, che richiede le opere, così come un’automobile può essere perfettamente funzionante, ma se rimane chiusa nel garage non serve a nulla. Inoltre, rimasta senza le opere, una fede puramente teorica, rischia di corrompersi anche come fede, perché il soggetto, nel compiere azioni che contraddicono quelle che sono richieste dalla fede, siccome questi peccati gli piacciono, e non vi vuol rinunciare, è portato a cercare altre motivazioni teoriche del suo agire peccaminoso, motivazioni disoneste e contrarie alla fede, per cui, pur di seguire queste motivazioni che danno una parvenza di giustizia a quello che fa, finisce per abbandonare le convinzioni di fede, tirando fuori ogni genere di sofisma e falso ragionamento – e qui purtroppo le false filosofie ne forniscono molti - per rendere odiose le verità di fede.
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Il Quinto Comandamento ci impone inoltre di non spegnere anche e soprattutto la vita della grazia col peccato. La grazia è una partecipazione soprannaturale analogica della natura divina, come tale indistruttibile. Essa tuttavia inerisce alla nostra anima a modo di qualità accidentale, per cui può esser persa a causa del peccato mortale, che per sua essenza, è un moto della volontà di ribellione alla volontà di Dio.
In una riflessione dedicata al Quinto Comandamento non si può evidentemente non dedicare una speciale attenzione alla grave questione della guerra. A tutta prima, sembrerebbe che questo Comandamento proponga la proibizione della guerra e che quindi la professione del militare sia un mestiere disonesto come quello del trafficante di droga o di uomini o di lenone o di contrabbandiere.
Una parabola che non viene mai commentata, dalla quale traspare chiaro l’aspetto agonistico della vita cristiana, è la parabola della zizzania, nella quale è evidente la vittoria finale di Cristo, buon seminatore, sulle forze di Satana, seminatore di zizzania
È evidente qui la piena corrispondenza fra questo schema tratto dall’agricoltura e quello apertamente agonistico di Ap 19-20. Nei due casi troviamo un dinamismo comune, che molto raramente oggi vien messo in luce: la Scrittura non concepisce l’umanità alla maniera buonista, come se fosse un tutto salvato, ma come due categorie di uomini, una che sceglie e segue Cristo e l’altra che sceglie il demonio, una che combatte per Cristo, l’altra che combatte per il demonio.
Alla narrazione apocalittica della vittoria finale dei giusti sugli empi, corrisponde in Matteo la separazione finale degli uni dagli altri. Nell’Apocalisse i giusti sono i vincitori, mentre gli empi sono gli sconfitti. In Matteo i giusti sono gli inclusi, mentre gli empi sono gli esclusi. Per i buonisti non c’è nessuna battaglia finale e tutti sono accolti nel regno. Dunque correggono le parole della Scrittura.
Occorre allora tornare a comprendere che per la Bibbia la guerra, benchè sia conseguenza del peccato degli angeli e dell’uomo, può svolgere nella vita presente una funzione positiva, mentre sarà del tutto assente nella Gerusalemme celeste, dove ogni conflitto si sarà dissolto nell’amore universale di tutti per tutti e di ognuno per ognuno.
Occorre inoltre tener
presente che anche nelle operazioni militari la misericordia deve andare
assieme alla giustizia e non bisogna confonderle. Il buon soldato soccorre
all’occasione lo stesso nemico, evita di infierire, non va al di là dei compiti
assegnatigli, tratta con umanità i prigionieri, si astiene dalla vendetta
privata, dall’uso di armi troppo distruttive, evita di colpire i civili,
rispetta i luoghi sacri.
Immagini da Internet:
- Parabola del seminatore della zizzania, Domenico Fetti
- Il giudizio universale, Giuseppe Angeli


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