Non uccidere
Dio libera Israele dal giogo del Faraone
Prima Parte (1/4)
Dicono: pace! E pace non c’è
Ez 3,10
C’è qualcosa che non funziona
Da diversi anni tutti i giorni i media invocano la pace, si fanno continuamente manifestazioni e fiaccolate per la pace, si prega per la pace, ma non si chiarisce mai che cosa è la pace. Oppure, s’intuisce che cosa i buonisti[1], i maggiori protagonisti di queste manifestazioni, intendono con questa parola; essi intendono una società dove tutti si vogliono bene e vanno d’accordo.
Certamente la pace è un ideale stupendo. Esso corrisponde alla visione apocalittica della Gerusalemme celeste. Ma il fatto è che per adesso siamo ancora su questa terra, dove permangono le conseguenze del peccato originale, che ci obbligano, per ottenere e mantenere, per quanto è possibile, la pace, a severe misure d’emergenza, tra le quali le operazioni militari. Per questo, quaggiù la pace, sempre imperfetta e in pericolo, spesso si ottiene solo con la vittoria militare sul nemico, s’intende nemico della pace, anche se a parole parla di pace, come pure facevano Mussolini, Hitler e Stalin.
Il fatto è che con questa vuota esaltazione della pace, succede che, magari senza accorgercene e senza volerlo, come mostrerò in questo articolo, stiamo mettendo la morte al posto della vita. Ci siamo scordati che la pace nasce dalla lotta per la difesa della vita. Questa vana retorica della pace avviene nell’orizzonte di un vuoto intellettuale e per conseguenza morale, che ci ha condotti a perder di vista che la falsità, l’inganno, l’eresia e la calunnia, in mezzo alle quali viviamo, sono la morte dello spirito. Per questo, finchè non purificheremo seriamente i nostri pensieri e i nostri giudizi, la parola «pace» non avrà alcun senso.
Siamo arrivati con l’aborto a giustificare l’uccisione dell’innocente, col divorzio a dissolvere la generazione, la custodia e l’educazione della vita. Con un falso pacifismo permettiamo ai prepotenti di opprimere il prossimo. Con un falso misericordismo diamo campo libero ai criminali. Con l’eutanasia abbiamo perso di vista che il peccato è un male più grande della sofferenza. Con la fecondazione artificiale pretendiamo di costruire la vita come si costruisce una macchina. Quando lasciamo prosperare i nostri vizi, non è questo un modo di toglierci la vita?
Quando ci appoggiamo o ci attacchiamo alla creatura senza riferirla a Dio, non è già questo un attaccamento alla morte? Con l’intelligenza artificiale chiediamo a una macchina quello che solo la vita ci può dare. Abbiamo concesso il lasciapassare a tutte le forme di peccati e perversioni sessuali qualificati come «diversi orientamenti sessuali», protetti anche dalla legge. E queste cose sono un’evidente infrazione al Quinto Comandamento, anche se sono catalogate direttamente sotto il Sesto, giacchè a che cosa si rapporta il sesso se non alla propagazione della vita? La conseguenza di questa corruzione dei costumi sessuali è ovviamente il calo delle nascite.
La conseguenza dell’indebolimento e dell’estinzione della vita spirituale nella Chiesa è ovviamente il degrado della teologia e della formazione religiosa, la diminuzione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, la crisi delle famiglie, la diminuzione della pratica dei sacramenti, la chiusura delle case religiose, l’accorpamento delle parrocchie, la diminuzione dell’attività missionaria, la diminuzione delle opere di religione.
Sembra avanzare la morte e la vita spegnersi. Eppure Cristo è venuto per donarci la vita e perché la possediamo in abbondanza. Ancor oggi Cristo ce la dona per mezzo della sua Chiesa e nella sua Chiesa. Essa nei suoi sacramenti possiede il segreto, le chiavi e le sorgenti della vita. A noi attingere ad esse, lavorare, soffrire e combattere per la crescita, la diffusione e il trionfo della vita.
La vita e la morte
Gesù Cristo chiama il diavolo il «menzognero», l’«omicida», e il «principe del mondo». C’è uno stretto nesso logico fra questi tre appellativi: uno consegue all’altro. Satana è omicida perchè è bugiardo, avendo ingannato la Coppia primitiva nell’Eden con false prospettive di grandezza. È logico che chi sbaglia nel concepire la vita, muoia. Adamo ed Eva, dando ascolto al serpente, che prometteva loro una vita divina se avessero disobbedito a Dio, giustamente perdono quella immortalità della quale Dio li aveva ornati in modo preternaturale.
Col peccato originale viene in piena luce un concetto che nella Scrittura ha un’enorme importanza; il concetto del «nemico». Chi è, per la Bibbia, il nemico? È un soggetto che vuole il nostro male, uno che, al limite, ci vuole uccidere. È un soggetto pericoloso che ci odia, e dal quale dobbiamo difenderci, se occorre, anche con la forza. Da lui dobbiamo guardarci e stare lontano (Sir 6,13). Sono interessanti la descrizione che fa il Siracide e i consigli che egli ci dà per come comportarci nei suoi confronti:
«Non fidarti mai del tuo nemico, poiché, come il metallo si arrugginisce, così la sua malvagità. Anche se si abbassa e cammina curvo, sta’ attento e guardati da lui; comportati con lui come chi pulisce uno specchio e ti accorgerai che la sua ruggine non resiste a lungo. Non metterlo al tuo fianco, perché non ti rovesci e si ponga al tuo posto; non farlo sedere alla tua destra, perché non ricerchi la tua sedia. … Il nemico ha il dolce sulle labbra, ma in cuore medita di gettarti in una fossa. Il nemico avrà le lacrime agli occhi, ma se troverà l’occasione, non si sazierà del tuo sangue. Se ti capiterà il male, egli sarà là per primo e con il pretesto di aiutarti, ti prenderà per il tallone. Scuoterà il capo e batterà le mani, poi bisbigliando a lungo cambierà faccia» (12, 10-18).
Col peccato originale Dio, che ci è sommante amico, essendo stato il nostro creatore, appare, a causa dell’inganno del demonio, come nemico ed appare come amico e liberatore il diavolo, che ci ha convinti che Dio è un tiranno invidioso, che ci ha ingannati affinchè noi fossimo impediti di diventare come Lui. Adesso, stando all’interpretazione modernista, grazie alla verità rivelataci dal diavolo, sappiamo che il nostro esistere non dipende da un Dio creatore, ma dalla nostra stessa volontà, cosicchè siamo liberi di vivere o no come meglio vogliamo a seconda di come vanno le cose.
Col peccato originale si manifesta chiaramente il nostro nemico, il demonio, che in ebraico è detto «satàn», da cui il nome Satana. Ed una conseguenza di questo peccato è che si spezza l’unità d’amore del genere umano: gli uomini diventano nemici fra di loro e così sorgono i conflitti e le guerre. Negli altri con i quali viviamo nascono gli amici e i nemici: chi vuole il nostro bene e chi vuole il nostro male. E nasce in noi stessi il dovere di distinguere gli amici dai nemici, per non lasciarci ingannare dai falsi amici, per approfittare degli amici e per difenderci dai nostri nemici.
Saremmo tentati di odiarli, cioè di volere il loro male, ma la Scrittura e soprattutto il Vangelo ci proibiscono di farlo. Al contrario, già l’Antico Testamento dice: «Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare» (Pr 25,21). L’amore per il nemico, che ci raccomanda Cristo, non è qualcosa di irragionevole. Come credono molti che non hanno capito che cosa intende dire Cristo, al contrario l’amore del nemico è un espediente stupendo ed efficacissimo per promuovere la pace e la conciliazione fra nemici. È importante saper trovare i lati buoni anche dei nostri nemici, giacchè non si tratta di amare il nemico in quanto nemico, che sarebbe somma stoltezza: il vero amore va al bene e non al male. Si tratta di «non spegnere il lucignolo fumigante e di non spezzare la canna fessa» (Mt 12,20).
Col peccato originale l’amore viene sostituito dall’odio, non odio per il peccato, il che è bene, ma odio per il bene, il che è male. Al posto dell’amore per il prossimo sorge l’omicidio, consentito però dalla Bibbia quando si tratta di sopprimere l’assassino o il nemico in guerra. Anche questo è un modo per praticare il Quinto Comandamento.
Secondo l’ascetica cristiana l’uomo si trova a dover combattere contro tre nemici: la «carne», ossia le cattive passioni, «i desideri della carne che fanno guerra all’anima» (I Pt 2,11); il «mondo», non certo in quanto realtà creata da Dio, quel mondo che Cristo è venuto a salvare e per il quale ha dato la sua vita, ma quel mondo, il cui principe è Satana, il mondo in quanto tentatore, malvagio e pericoloso, mondo che quindi in tal senso non va amato, ma odiato, mondo che odia i discepoli di Cristo, mondo che pertanto Cristo ha sconfitto e che anche noi dobbiamo sconfiggere come lui e con lui. Qui vi sono le ragioni della guerra giusta. Ed anche questo è un modo per praticare il Quinto Comandamento: la difesa della nostra vita fisica.
In terzo luogo il nemico da sconfiggere è lo stesso Satana, che vuole la nostra morte fisica e spirituale. Non c’è via di mezzo: o saremo noi a sconfiggere lui o sarà lui a sconfiggere noi. Ed anche questo è un modo per osservare il Quinto Comandamento: la difesa della nostra vita spirituale.
Dio, dal canto suo, bontà infinita, tutto quello che fa, lo fa per amore e con amore. Per questo è importante riconoscere il suo amore e la sua bontà non solo nelle tenerezze e nella misericordia, ma anche là dove a tutta prima non sembrerebbe: nel punire con la morte, nell’inviare flagelli apocalittici, nell’uccidere i suoi nemici, nello sterminio dell’esercito del Faraone.
Che cosa è infatti la bontà? L’amore per il bene. Ma non è dunque bene che un malvagio sia punito e che il nemico della vita e della pace sia vinto? Uno potrebbe dire: ma non è ancora maggior bontà che Dio cambi il cuore del peccatore, sì da poterlo perdonare? Non è maggior bontà trasformare i suoi nemici in amici, cosa che egli può fare benissimo? Questo, Dio lo fa, perchè altrimenti nessuno si salverebbe. Ma, oggi si insiste, perchè non salva tutti? Al che io rispondo: non lo sappiamo. Se così Egli vuole, che pure è bontà infinita, un motivo deve averlo, che a noi sfugge.
Tuttavia la Coppia primitiva, uscita dall’Eden ed entrata in questo mondo, fu perdonata da Dio, come risulta indirettamente da alcuni segni della divina misericordia: l’annuncio al serpente che avrebbe posto inimicizia tra lui e la donna, tra la sua stirpe e la stirpe della donna, che gli avrebbe schiacciato la testa (vedi Gen 3,15) e la premura di Dio di fare per la Coppia «tuniche di pelli» (Gen 3,21) e di vestirla, simboli evidenti di un rivestimento di grazia.
Si deve aggiungere che Adamo ed Eva furono raggiunti anche dalla grazia di Cristo, salvatrice di tutta l’umanità, grazia che pertanto ha avuto evidentemente un’efficacia retroattiva. In tal modo essi furono illuminati su di un senso nuovo e superiore del Quinto Comandamento, che da ora in poi non ci comanda solo di amare e promuovere la vita naturale, ma anche quella soprannaturale, ossia di procurarci anche la vita della grazia santificante, quella che Cristo chiama «vita eterna»[2]. Naturalmente in questo caso l’acquisto di questa vita divina non dipende dalle sole nostre forze, ma da queste forze in quanto mosse dalla stessa grazia, sicchè anche qui meritiamo la vita, ma il nostro stesso meritare è dono della grazia. Il Comandamento Non uccidere nella vita di grazia acquista un nuovo e superiore significato: non uccidere la vita di grazia col peccato.
San Paolo usa al riguardo un’espressione molto pregnante: «Non spegnete lo Spirito (I Ts 5,19). L’omicidio non è solo l’uccisione fisica, ma anche ciò che inquina, intorbida, indebolisce, fa vacillare la vita e la luce dello spirito, quella della ragione e quella della fede, con l’inganno, la parola cattiva, ingiuriosa, offensiva, come dice giustamente il proverbio: ne uccide più la lingua che la spada. La morte, allora, non è solo la morte fisica, ma anche quella dello spirito, la mancanza della grazia, quella che l’Apocalisse chiama «seconda morte» (Ap 20,14), la morte eterna della dannazione infernale.
Ed inoltre Satana è il principe del mondo, ossia dominatore sull’uomo in questo mondo in quanto l’uomo, ascoltando lui anziché Dio, si è assoggettato a Satana commettendo appunto quel peccato originale, al quale Satana ha spinto la Coppia originaria, inducendola a disobbedire al Dio della vita, con la conseguenza di essere castigata da Dio con quella morte, che appunto Egli aveva minacciato nel caso che avesse disobbedito.
Così, per parlare con Freud, è nato nell’uomo un «istinto di morte» e l’uomo, da immortale che era, è diventato, in certo modo, per parlare con Heidegger, un «essere-per-la-morte». San Paolo dice senz’altro che «siamo morti per i nostri peccati» e schiavi del diavolo. Forse Lutero intendeva questo quando diceva che in noi il libero arbitrio è «estinto».
Oggi a molti non appare più chiara la differenza
1) sul piano dei rapporti fisici fra l’uccisione dell’innocente e l’uccisione del colpevole, tra l’uccidere gli amici della pace e uccidere i nemici della pace, fra un popolo che muove guerra in nome della libertà e uno che muove guerra per opprimere un altro popolo, fra la guerra atomica e la guerra tradizionale, fra il guerreggiare per ristabilire la giustizia e il guerreggiare per calpestare il diritto, fra il combattere per ottenere giustizia e pace e il combattere per il gusto di combattere, fra il combattere perché non si ha fiducia nel dialogo e il combattere perché il dialogo non ottiene nulla, fra l’uomo di pace e il disertore, chi si rifiuta di combattere per amor di pace e chi lo fa per paura o per proprio comodo, fra il soldato che si sacrifica per la patria e il soldato che divinizza la patria, fra la crudeltà e la severità, fra la violenza e l’uso giusto della forza, fra la vendetta e la rivendicazione, fra la conflittualità per principio e il conflitto finalizzato alla pace.
2) Sul piano delle relazioni giuridiche e sociali fra il diritto dello Stato a muover guerra o alla difesa armata e lo Stato totalitario e tirannico guerrafondaio, fra il giudice che infligge la pena di morte o il privato che pretendo uccidere l’infedele[3], fra la magistratura e la fazione politica, fra l’odio per il peccato e l’odio per il peccatore, fra la punizione dell’eretico e chi opprime la libertà di pensiero, fra l’amore per il nemico e l’amore per il peccato.
3) Sul piano della convivenza e della comunicazione verbale fra il rispetto della persona e la rinuncia a correggere il delinquente o il peccatore; tra il rispetto delle idee altrui e il silenzio davanti alla menzogna; fra la discussione e il litigio, fra il pluralismo e la faziosità; fra l’insulto e l’osservazione critica.
4) Sul piano della religione fra il Dio che castiga e il Dio crudele, fra il Dio che uccide i suoi nemici e il Dio assassino, fra la religione che promuove la giustizia e la religione che promuove la violenza.
Che cosa comanda e cosa proibisce il Quinto Comandamento?
I comandi del Decalogo sono espressione della volontà di un Dio creatore, provvidente, bontà infinita e Dio della vita. Dio non vuole la morte di nessuno, perché ama ciò che crea e vuole che esista. L’idea fissa di Severino secondo cui Dio annullerebbe gli enti non corrisponde al dato biblico, ma è un mostruoso fantasma che lo perseguita per tutto il corso del suo pensiero.
Il Comandamento Non uccidere nella sua apparente ovvietà non è privo di difficoltà interpretative, perché, come vedremo, c’è un uccidere che è proprio il vero rispetto di questo comandamento e c’è un far vivere che è un uccidere.
Il Quinto Comandamento potrebbe essere espresso in forma positiva come comando fondamentale dell’etica biblica: promuovi il più possibile la vita a tutti suoi gradi, soprattutto quelli più alti. Per sapere infatti che cosa non dobbiamo fare, occorre sapere che cosa dobbiamo fare. Altrimenti non si capisce per quale motivo una data azione dovrebbe essere proibita.
Uno è invogliato a evitare il male solo se sa quanto è prezioso il bene che perde peccando. Quanto più quindi si illustra la preziosità e la bellezza della vita, e della vita sana e onesta, tanto più si offrono ragioni, stimoli ed incentivi per evitare di offenderla o sopprimerla, dovesse costare fatica, rinuncia e sacrificio. Sembra un paradosso, ma per affermare la vita superiore dello spirito, occorre o è consigliabile in certi casi evitare attività inferiori, come per esempi l’attività sessuale. È quella che in ascetica si chiama «mortificazione», secondo la raccomandazione di San Paolo: «Mortificate quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria» (Col 3,5). In questo senso San Paolo raccomanda di «far morire le opere del corpo» (Rm 8,13), evidentemente non nel senso di abolire le azioni fisiche come tali, ma in quanto possono ostacolare la vita dello spirito. Qui vediamo qual è la maniera intelligente di intendere il Comando Non uccidere.
Inoltre c’è da notare subito che il precetto «non uccidere» non và inteso in senso assoluto, ma si riferisce solo alla salvaguardia dei valori vitali più alti. Occorre infatti tener presente che le forme di vita inferiore che nuocciono a quelle superiori non hanno diritto di esistere e quindi vanno soppresse. Esistono infatti viventi che uccidono e comunque recano danno o fanno del male.
Per la Bibbia infatti il concetto del bene è strettamente legato al concetto della vita. Per questo, fare il bene vuol dire promuovere la vita. Ma bisogna tener conto del fatto che la stessa vita è buona sì ontologicamente, ma il vivente di questa vita può fare del bene come del male. Esiste cioè una vita buona e una vita cattiva. La vita cattiva dev’essere soppressa perché resti la vita buona. Occorre inoltre distinguere una vita fisica, mortale, da una vita spirituale, che è immortale.
Il Quinto Comandamento comanda di promuovere sia la vita fisica che quella spirituale e quindi di non ucciderla, uccidendo ciò che vi si oppone. Comanda di ordinare i gradi inferiori della vita a quelli superiori, rinunciando agli inferiori, ove questi ostacolassero i superiori.
Comanda di non sopprimere sia la vita fisica che quella spirituale. La prima, essendo corruttibile, può essere soppressa realmente. Quella spirituale, essendo immortale, può essere soppressa nel senso che la togliamo dalla nostra mente. Così per esempio ci è possibile cancellare il pensiero dei nostri doveri perché ci sembrano oggetti odiosi, oppure è possibile allontanare il ricordo di persone buone che abbiamo conosciuto o che conosciamo, oppure certi dati della nostra coscienza o certi ricordi. Possiamo cancellare certi giudizi o certe conoscenze, possiamo cancellare lo stesso pensiero di Dio. In tal senso possiamo uccidere Dio, come dice Nietzsche, non certo in se stesso, ma in quanto pensato da noi. Possiamo cancellare – ma questa è un’uccisione benefica e doverosa - i cattivi pensieri e sopprimere i cattivi sentimenti e le tentazioni al peccato.
Fine Prima Parte (1/4)
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato 29 luglio 2026
Col peccato originale viene in piena luce un concetto che nella Scrittura ha un’enorme importanza; il concetto del «nemico». ... La Bibbia non proibisce di uccidere coloro che ci vogliono uccidere, soprattutto se non ci sono in gioco i nostri interessi personali, ma il bene della nazione e della patria.
La morte con la quale viene punita la prima Coppia è ad un tempo la morte fisica e spirituale. Per morte spirituale ovviamente non intendo la morte ontologica dell’anima, cosa impossibile, data la sua immortalità essenziale, ma intendo la perdita della grazia e della giustizia originali, con la conseguente insopprimibile tendenza a peccare, chiamata «concupiscenza», che dura per tutta la vita terrena.
Tuttavia la Coppia primitiva, uscita dall’Eden ed entrata in questo mondo, fu perdonata da Dio, come risulta indirettamente da alcuni segni della divina misericordia: l’annuncio al serpente che avrebbe posto inimicizia tra lui e la donna, tra la sua stirpe e la stirpe della donna, che gli avrebbe schiacciato la testa (vedi Gen 3,15) e la premura di Dio di fare per la Coppia «tuniche di pelli» (Gen 3,21) e di vestirla, simboli evidenti di un rivestimento di grazia.
Si deve aggiungere che Adamo ed Eva furono raggiunti anche dalla grazia di Cristo, salvatrice di tutta l’umanità, grazia che pertanto ha avuto evidentemente un’efficacia retroattiva. In tal modo essi furono illuminati su di un senso nuovo e superiore del Quinto Comandamento, che da ora in poi non ci comanda solo di amare e promuovere la vita naturale, ma anche quella soprannaturale, ossia di procurarci anche la vita della grazia santificante, quella che Cristo chiama «vita eterna». Naturalmente in questo caso l’acquisto di questa vita divina non dipende dalle sole nostre forze, ma da queste forze in quanto mosse dalla stessa grazia, sicchè anche qui meritiamo la vita, ma il nostro stesso meritare è dono della grazia. Il Comandamento “Non uccidere” nella vita di grazia acquista un nuovo e superiore significato: non uccidere la vita di grazia col peccato.
[1] Il buonismo è un’eresia che si riassume nei seguenti punti: 1. Il peccato di malizia non esiste; 2. Dio non punisce nessuno; 3.Dio salva tutti. Vedi il mio opuscolo L’eresia del buonismo, il buonismo e i suoi rimedi, Edizioni Chora Books, Hong Kong, 2017.
[2] Vedi il mio libro La vita eterna. I punti fermi della nostra speranza, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2015.
[3] Per esempio iI Corano permette al privato di uccidere l’infedele.


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